Il gigante di luce

La lingua principale dello Steingletscher ci accoglie con i ri­flessi azzurri della sua bocca, vicino al verdastro Steinsee. La storia ci dice che il lago si è formato nel 1930 e si è parzial­mente svuotato con violenza il 30 luglio 1956. La catastrofe fu originata dal torrente emissario che aveva eroso le morene circo­stanti: una valanga di 800.000 metri cubi si abbattè sulla Gad­mertal. Il lago si abbassò di sei metri. Fu quello uno degli e­venti cui il grande ghiacciaio, con il suo impercettibile respi­ro, aveva dato vita. Il nostro limite è di vederne soltanto la grande luce.

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Quando si entra nel pieno della primavera, sia pur attraverso una pazza variabilità di condizioni atmosferiche, è il momento di praticare lo sci fuori pista sulle nostre Alpi. Le montagne sono ancora coperte di un consistente manto di neve candida, le gior­nate si stanno allungando e la temperatura assume valori medi più gradevoli: se si scelgono con cura solo itinerari che non presen­tino pericoli di slittamento di strati di neve instabile, è il momento di partire, per salire in luoghi spesso del tutto solita­ri e per godere di bellissime discese sulla neve più facile, quella “trasformata”.

In piena estate invece, lasciati a casa sci e pelli di foca, le salite ai “tremila” e ai “quattromila” delle Alpi sono il cuore dell’alpinismo classico e qui nella zona del Sustenhorn ogni par­ticolare sembra pensato apposta per il piacere del turista. Anche qui temperatura fresca rispetto alle soffocanti pianure e masse di neve più assestata e affidabile attirano un gran numero di persone in uno dei tanti e ben organizzati rifugi della Svizzera centrale.

Bocca dello Steingletscher, Steinsee (zona Sustenpass), Svizzera, Alpi di Uri
Bocca dello Steingletscher, Steinsee (zona Sustenpass), Svizzera, Alpi di Uri
Tutto è qui preordinato, dall’esatto numero di franchi che occor­re spendere per un ben preciso servizio alla scelta di una delle tre sveglie previste a seconda delle diverse destinazioni, dalle file geometriche di zoccoli da rifugio con tanto di colorati nu­meri del piede agli avvisi di ogni genere, frecce obbligatorie, verboten, ecc. Il disciplinato esercito di alpinisti di lingua tedesca si muove a perfetto agio tra regole che a noi possono ap­parire eccessive e pedanti: si sa che il metodo non è il nostro stile. Però, una volta accettato il rigore e la mancanza di ela­sticità, ecco che improvvisamente anche noi italiani siamo in grado di apprezzare i vantaggi dell’inquadramento sistematico. Giorni e giorni di allenamento, sopportato bene quando i custodi sono gentili e premurosi ma con un vago fastidio quando l’acco­glienza è più rude, portano ad una gestione delle proprie gite assai razionale e soddisfacente.

Ma gli effetti dell’improvvisazione sono sempre in agguato e an­che la più bella gita, rigidamente indirizzata, può diventare un calvario se si dimentica a casa un oggetto preziosissimo: gli oc­chiali. Parlo apposta di dimenticanza, perché non reputo nessuno così incosciente da andare su montagna innevata deliberatamente senza occhiali: credo infatti di essere stato uno dei pochi ad averlo fatto una volta, di ritorno dalle Rocce Nere dei Breit­horn, tanti anni fa. Con risultato catastrofico per l’amico generoso che se ne privò per me: Piergiorgio Ravajoni.

Una buona norma per una comitiva è poter disporre di almeno un paio di occhiali di riserva, ma noi siamo solo in due, così in stentato tedesco e pieno di vergogna mi rivolgo al custode del rifugio per avere un prestito. La risposta è cortese ma senza possibilità di replica: Nein. Allora chiedo una scatola di carto­ne che intravvedo sotto il tavolo della cucina e anche un po’ di nastro adesivo: questi mi vengono forniti con sollecitudine, ma con sguardo interrogativo. Mi allontano per andare a sedermi in sala. Fuori, una nebbia luminosa confonde ogni profilo: qualcuno sta rientrando dalle salite, altri dispongono scarponi e calzet­toni sulle ringhiere ad asciugare, degli slavi parlano ad alta voce accanto al loro fornello a benzina. L’odore di fagioli rie­sce a penetrare nel rifugio attraverso i doppi vetri. Tutta que­sta gente non avrà dimenticato nulla? Come si può essere così su­perbi da dimenticare il principale simbolo di umiltà nei confron­ti dei giganti di luce?

Il Breithorn Occidentale dalla vetta del Klein Matterhorn
Da Klein Matterhorn su Breithorn Occidentale
Dopo dieci minuti di lavoro con il coltellino torno dal custode per rendergli il nastro adesivo e gli mostro con fierezza i miei nuovi occhiali di cartone muniti di due bellissime fessure. Ci sono persino delle rudimentali protezioni laterali e un cordino di sicurezza in kevlar. Mi guarda incredulo, me li chiede in pre­stito per provarli alla finestra della cucina, mentre anche la moglie interrompe per curiosità il lavoro. Sono così divertiti e a loro modo colmi di ammirazione che gli prometto di regalarglie­li domani, quando non mi serviranno più.

Quella volta alle Rocce Nere feci due grossi errori. Prima di tutto lasciai a casa di proposito gli occhiali, ero proprio gio­vane; poi accettai che uno della comitiva, apparentemente più in­sensibile al fastidio della luce, mi offrisse i suoi: da circa dieci minuti camminavamo nella nebbia ed io non riuscivo a resi­stere con gli occhi aperti. Piergiorgio me li prestò per due ore sen­za accusare alcun fastidio. Alla sera però si ritrovò colpito da una potente oftalmia che gli costò due giorni di sofferenze e di cecità. Ci rimasi proprio male, ebbi nei suoi confronti un di­screto complesso di colpa per molto tempo.

Ma al di là delle colpe e delle generosità, gli occhiali sono ne­cessari perché in quota v’è un’energia che c’invade e il veicolo principe è il nostro occhio: non ci sono solo le radiazioni ul­traviolette, c’è anche il lento e maestoso avanzare e regredire dei ghiacciai. Una velocità geologica che non possiamo percepire se non con le misurazioni scientifiche o con il ricordo a distan­za di anni. Un lento respiro di giganti di luce.

Sustenpass e Steinsee dal Vorder Tierberg, sulla destra Steingletscher e Sustenhorn, Svizzera Centrale
Sustenpass e Steinsee dal Vorder Tierberg, sulla destra Steingletscher e Sustenhorn, Svizzera Centrale

Penso alla moda di portare occhiali scuri anche dove sono del tutto inutili, sprezzanti modelli e modelle nascosti con alteri­gia dietro design studiati perché un timido possa stare al mondo a testa alta. Oppure al tattico occhiale scuro di chi ha abusato delle proprie notti stupefatte. Sullo Steingletscher invece la protezione scura è necessaria, normale come le cose antiche. Chi non la usa è un ribelle, forse uno stupido o semplicemente un ma­le informato sprovveduto. Ci sono dei momenti di gioia e di aper­tura di noi stessi all’universo in cui siamo strutturalmente più deboli, forze sconosciute hanno facile gioco su chi ha abbassato la guardia. Così succede per le terribili diarree che colpiscono il viaggiatore in terre esotiche, aperto a mondi che non pensava potessero appartenergli fino a quel punto, a uomini e culture di cui oscuramente subisce il fascino; così succedeva ai navigatori artici senza vitamine di ammalarsi di scorbuto.

postato il 7 settembre 2014

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Il gigante di luce ultima modifica: 2014-09-07T07:30:35+00:00 da Alessandro Gogna

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