Il lato oscuro

Il lato oscuro sul Grand Combin
Nel meteorologicamente pazzo mese di agosto 1999 per una settimana intera le previsioni del tempo svizzere non furono in grado di dare indicazioni valide sulle brevi schiarite che continuavano a susseguirsi. Esitavo a mettere in atto il mio programma di salire al Combin de Corbassière perché temevo la classica giornata nera. Così in alternativa, da solo o in famiglia, avevo raggiunto il Lac de Louvy, la Pierre a Vire, la Pierre Avoi; mi ero anche massacrato le gambe con la mountain bike perché, nel tentativo di raggiungere in minor tempo la Cabane de Chanrion, mi feci prestare dal mio albergatore l’attrezzo che presto si rivelò una vera tortura. Mai avrei pensato che i polpacci e le cosce potessero dolermi così dopo soli pochi chilometri di saliscendi lungo l’eterno Lac de Mauvoisin. Nella fretta di cogliere l’alba dal Col de Tsofeiret, a primi tornanti di vera salita al rifugio abbandonai la bici per proseguire con i miei ben più allenati muscoli che normalmente uso camminando.

Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin
Dalla Tête de By veduta sul Grand Combin. Ollomont, Valle d'Aosta.
Finalmente il tempo dava un po’ di speranza, così un pomeriggio mi avviai da solo dalla Cabane Brunet verso la Cabane de Panossière dove alla sera m’incontrai con Bernard Corthay, un amico del solito albergatore che aveva accettato di accompagnarmi. La mattina dopo il tempo faceva schifo, una nebbia grigia e neanche troppo spessa non faceva neppure sperare in una rapida dissoluzione oppure in una fuoriuscita alle stelle. La marcia sul ghiacciaio fu quindi rapida ma penosa, per via del caldo umido che dopo un po’ si trasformò in nevischio. Un vago chiarore lasciava però sperare in una schiarita, ormai eravamo in ballo e quindi non ci fermammo ad aspettare. Invece di seguire la via normale per la cresta ovest del Combin de Corbassière, salimmo per la più articolata cresta sud, normalmente una bella e facile arrampicata su solida roccia, che però ora era del tutto incrostata di nevischio. Ramponi ai piedi e legati in cordata giungemmo quasi alla vetta. Al di sotto sfuggiva l’esile cresta, nel grigio di un’alba livida e triste. Qualche raffica di vento neanche troppo freddo spazzava ogni tanto il grigiore e la cresta appariva veramente selvaggia. Decisi che ci saremmo fermati ad aspettare, volevo fare la foto al Grand Combin e al grandioso Glacier du Grand Combin proprio da lì. Mi aspettavo di minuto in minuto di vedere la grande parete glaciale, il famoso e tragico Corridor della via normale a questa grande montagna, ma non succedeva nulla. Bernard a quel punto estrasse a sorpresa una bottiglia di vino bianco del Vallese che stappammo religiosamente e sorseggiammo fino all’ultima goccia, sempre sperando nella ormai remota possibilità di schiarita. Alla fine rinunciammo all’attesa e alla sosta che ci aveva infreddoliti a dispetto dell’alcool bevuto: un po’ debolucci di gambe e rigidi di membra affrontammo gli ultimi metri di cresta e giungemmo in vetta, dove peraltro sostavano già altre comitive giunte per la via normale. Attendemmo ancora, ormai eravamo gli ultimi rimasti lassù e continuavamo a non vedere nulla. Verso le 10,30 decidemmo di scendere, anche se io ero un po’ timoroso di beccare l’ultima fregatura. Me la sentivo che ci sarebbe stata la schiarita, però pensavo che ormai il sole era troppo alto e che comunque la foto non sarebbe riuscita come volevo. Scendemmo velocemente quindi e, come quasi previsto, non appena giunti sul ghiacciaio, proprio nel cuore di questo stupendo ambiente di crepacci e di seracchi giganteschi, ecco che il cielo diventa azzurro, il sole ci colpisce subito, il panorama si apre su ogni montagna visibile ad eccezione di una sola: il Combin de Corbassière. Se fossimo rimasti sulla cima quel giorno non avremmo visto nulla, perché un’ostinata ed impertinente nuvola rimase per l’intera giornata a circondare proprio quella vetta.

Il sole splendeva radioso, come al solito accecante: qualche sbrendolo di nebbia giocava a drappeggiare qua e là il versante ghiacciato. Ma il sole era sempre visibile. Improvvisamente, mentre scattavo le fotografie, mi accorsi che a parità di tempo l’esposimetro mi segnalava la necessità di una maggiore apertura: prima un diaframma, e non ci volli fare caso, poi due, e lì fui costretto a cercare di capire perché. Al terzo diaframma in più richiesto, esclamai: ma c’è l’eclisse! E del resto il fenomeno era ormai evidente, perché un’ombra innaturale per quell’ora e per un sole così evidente e neppure un po’ velato si stava impadronendo del nostro mondo visibile. Sapevamo dell’eclisse, ma nessuno di noi due aveva pensato che proprio quello era il giorno e proprio quella era l’ora. Durò poco, ma fu emozionante: avevamo l’impressione che, sia pure solo per pochi attimi, il regolare corso delle cose d’alta montagna si fosse alterato. Dopo qualche minuto era come prima, ma io mi sentivo appena scosso e non era una sensazione spiacevole.

Traversata sul Glacier de Corbassière, con lo sfondo di Tournelon Blanc a sinistra, Grand Combin al centro e Combin de Corbassière a destra
Traversata su innocui crepacci del Glacier de Corbassière, con lo sfondo di Tournelon Blanc a sinistra, Grand Combin al centro e Combin de Corbassière a destra.

postato il 3 novembre 2014

 

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Il lato oscuro ultima modifica: 2014-11-03T07:30:37+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Il lato oscuro”

  1. 1
    Luca Bertollo says:

    Alessandro, grazie per avermi fatto scoprire questo gioiello. Complice il tuo articolo sulla rivista del CAI, nell’ estate del 2010 ho trascorso, nell’ unico alberghetto di Fionnay, alcuni giorni baciati da tempo splendido. Il grandioso lato oscuro del Grand Combin…

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