Il Naso di Zmutt in solitaria

Solitaria alla Gogna-Cerruti sul Naso di Zmutt (12-13 luglio 1982)
di André Georges

Michel Vaucher nel suo libro Le 100 più belle salite delle Alpi Pennine la descrive così: «Centesima salita della nostra scelta di difficoltà progressiva, la via del Naso di Zmutt è eccezionale per numerose ragioni. Via d’eccezione il Naso di Zmutt lo è per l’insieme e il cumulo di problemi che pone all’alpinista. Essa comincia per una severa scalata mista, roccia e ghiaccio, che si svolge al riparo da pericoli oggettivi poiché è protetta dalla grande parete verticale o strapiombante del “Naso”. Superare la parete del “Naso” è un’impresa lunga e difficile, a causa dell’esposizione e per il fatto che la roccia non molto solida non si lascia chiodare facilmente. L’uscita infine è senza dubbio meno esposta, ma si svolge in un ambiente da parete nord nei paraggi della Cresta di Zmutt. Il dislivello importante, la configurazione del terreno, l’altitudine, le difficoltà varie e sostenute, l’impegno totale: queste sono le caratteristiche della via Gogna e Cerruti che non può ammettere che alpinisti molto competenti e agguerriti, capaci di far fronte a tutte le situazioni possibili. Un’azione di salvataggio in parete sarebbe in effetti molto aleatoria. Per tutte queste ragioni il Cervino per la Gogna-Cerruti regge il confronto con i più grandi itinerari aperti in montagna».

André Georges con la compagna Rosula Blanc e il loro cane Anuun
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Ci furono numerosi tentativi prima del successo di Alessandro Gogna e Leo Cerruti nel luglio 1969. Fu al prezzo di più giorni di sforzi e con installazione di corde fisse che essi vennero a capo della loro salita. E fu la stessa cosa per la prima invernale. Le prime ascensioni del Naso di Zmutt sono state sempre fatte con delle corde fisse. Bisognerà aspettare un buon numero di anni perché la salita sia compiuta da una cordata tradizionale.

Nota di Alessandro Gogna: l’affermazione di Georges è falsa per ciò che riguarda la mia salita con Leo Cerruti. Nel tentativo con Gianni Calcagno del 1968 arrivammo in cinque ore a superare il terreno misto di 400 m. Nessuno ci aveva mai messo piede. Nell’ottobre successivo la squadra di Minuzzo, Mauro, Albertini e Patrile lavorò sullo stesso terreno ricoprendolo di corde fisse e arrestandosi all’inizio della parete verticale, esattamente dove eravamo arrivati noi in cinque ore. Nel luglio dell’anno dopo, quando effettuammo la prima ascensione, vedemmo bene gli spezzoni delle corde lasciate dai valdostani ma non ce ne servimmo per via del deterioramento subito nell’inverno e nella primavera. Poi, in tutta l’ascensione vera e propria, noi non usammo alcuna corda fissa, non avevamo altro che due corde e un cordino. Tutto ciò è ampiamente documentato nel mio libro Un alpinismo di ricerca, che evidentemente André Georges non ha letto, sicuramente per questioni di lingua. Se poi lui ha trovato altre corde fisse, allora deve attribuirle esclusivamente ai salitori invernali, Edgar Oberson e Thomas Gross.

Il dislivello è di 1050 metri per tre zone ben distinte, 400 metri di terreno misto, 400 metri di parete  verticale o strapiombante e 200 metri sulla parete nord vicino alla Cresta di Zmutt. Difficoltà ED+, salita di ampio respiro che richiede qualità alpinistiche molto complete. La relazione da un decina di passaggi di sesto grado e in più della scalata artificiale a volontà. Leggendo la descrizione dell’itinerario ci si pone delle domande. Per l’orario, Michel Vaucher dice: «La salita deve essere possibile in tre giorni con due bivacchi poiché molto materiale è rimasto in posto dopo la prima invernale».

André Georges ed Erhard Loretan
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Con tutte queste indicazioni si è un po’ scettici. Oso andarci?
Sono sempre stato attirato da questa parete austera e impressionante. E ogni volta che passavo in zona la guardavo col binocolo. Soprattutto dalla capanna Schönbiel, passavo lunghi momenti ad osservare tutti i dettagli della parete. Avevo una visione completa dell’ascensione. Tutte queste osservazioni erano soprattutto una preparazione psicologica. Quando si è sulla via, il percorso si individua difficilmente a causa della verticalità e dell’ampiezza della parete. Col passare delle osservazioni e delle riflessioni, mi familiarizzavo con questa parete. All’inizio, quando pensavo a questo progetto, mi pareva del tutto pazzesco e invece, col passare del tempo, è diventato qualcosa di realizzabile nella mia mente.
Avevo ragione, e l’ho realizzato. Poco a poco, l’idea è maturata e sono partito per il Cervino.

L’ultima funivia mi conduce allo Schwarszee. Salgo alla capanna Hörnli; questa volta vado. Alla capanna sono invaso a momenti da una sentimento d’inquietudine. Dormire è impossibile, non smetto di andare e venire. Il mio sacco è pronto, tutto è sistemato con precisione per il primo mattino, ma salgo e scendo le scale per un nuovo controllo. Il pensiero di questa ascensione ha distrutto il mio equilibrio. Che ora è? Il tempo passa lentamente, poi più veloce. Ne succedono di cose nella mia testa durante la sonnolenza: salgo tre volte la Gogna nella notte. Le idee girano in un totale disordine. Improvvisamente il piccolo rumore del mio orologio-sveglia mi tira via dai miei sogni. Rimbalzo dal letto come una molla. Mi vesto, mi carico il sacco sulle spalle e scivolo fuori nella notte. Dopo appena una mezz’ora di marcia, una grande caduta di pietre davanti al mio naso viene a disturbare la mia tranquillità. Grazie per l’accoglienza! Questi blocchi venivano dalla via normale e sono scivolati giù dal pendio di neve che si utilizza per raggiungere la base della parete nord. Fortuna sfacciata, cinque minuti prima mi sarei trovato sull’asse della caduta. Aspetto un momento, tutto ha ripreso la sua calma, esito, qualche passo incerto e mi lancio più velocemente possibile in queste due lunghezze di ghiaccio ripido che portano sul Matterhorngletscher, sempre pronto a mettermi il grande zaino sulla testa a guisa di protezione. Attraverso il ghiacciaio evitandone i crepacci e raggiungo la terminale alle sei di mattina. Il morale è super, ora andrei in capo al mondo! La terminale è difficile, un muro di ghiaccio verticale dove progredisco grazie all’ancoraggio delle mie piccozze. Un pendio glaciale e le prime rocce si raddrizzano in modo inquietante al di sopra. Qualche passaggio è difficile ma riesco a progredire lentamente senza assicurazione. Il pendio si addolcisce: bei passaggi misti. Da qui il muro del Naso di Zmutt è impressionante; lo strapiombo al termine del muro è in alcuni punti di cento metri, a tal punto che le rare pietre che cadono dalla cima della parete fanno una caduta di 500 metri senza toccare la roccia. Qui almeno non ho più preoccupazioni per la caduta di pietre. Poso lo zaino, fisso la corda e salgo regolarmente tirando il prusik sulla corda per autoassicurarmi. Salire, scendere in doppia e risalire col sacco recuperando il materiale lunghezza dopo lunghezza. Arrivato su una bella piattaforma, mi ci installo, sono già le diciotto. La fatica comincia seriamente a farsi sentire, mi preparo il bivacco, un bel raggio di sole viene a sfiorarmi – il solo della giornata – ed è ben piacevole. Con l’amaca ben tesa, la notte sarà buona. Sono appollaiato come un’aquila con 700 metri di vuoto sotto le chiappe. Mi sento bene in questo mondo da pazzi. Dal mio nido osservo alcune colate che cadono nel vuoto a cinquanta metri dalla parete. Il grande strapiombo è proprio sopra di me. Sveglia alle sei, un panino e partenza! La nozione della verticalità è persa. I passaggi sopra di me mi sembravano semplici ma quando ci arrivo è il contrario, tutto è strapiombante e complicato. Marcia o compatta, con o senza fessure, la roccia non smette di cambiare lunghezza dopo lunghezza. L’uscita del Naso è veramente spettacolare ed esposta. Là il solitario non ha interesse a fare delle errate manovre di corda poiché potrebbe restare appeso nel vuoto e attendere il disgelo. Tre volte la manovra acrobatica per venir fuori da questo grande tetto. Ho avuto ben più filo da torcere del ragno. Ho sì cercato di imitarlo, ma in modo vergognoso…

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All’uscita del Naso, il terreno è più facile: lo stesso della parete nord classica. Posso progredire di nuovo senza assicurazione. Alle undici calco la cima del Cervino.

Mi sono impegnato al massimo lungo tutta la salita ma non arrivo a credere di essere riuscito a realizzare la Gogna in solitaria. Una salita di questa importanza è un’altra vita, una storia che non so più se fa parte di me. La concentrazione era talmente grande che io ero in un altro mondo in quei due giorni. Comunque il mio chiodo fisso si era concretizzato.

Per notizie su André Georges vedi http://www.andregeorges.ch/

postato il 14 ottobre 2014

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Il Naso di Zmutt in solitaria ultima modifica: 2014-10-14T07:30:47+00:00 da Alessandro Gogna

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