Il peccato originale e… la redenzione

Il peccato originale e… la redenzione
di Stefano Santomaso

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Storia di un misfatto! Nell’autunno 1990 ho diciotto anni… L’estate è stata alpinisticamente molto proficua; ho iniziato presto quest’anno effettuando nei primi mesi alcune “dure” invernali in Moiazza, naturalmente rigorosamente e spudoratamente al sole. In primavera, per perfezionare lo stato di forma, con Daniele Costantini ci siamo recati in Jugoslavia a Paklenica; per pura casualità in quei giorni c’era un raduno alpinistico, l’intero stato maggiore alpinistico slavo era presente all’evento… alla base dello sperone sud dell’Anića Kuk mi si è avvicinato timidamente un signore consigliandoci la salita di alcuni suoi itinerari sulla grande parete… scoprii tardi che costui era Franček Knez! Ci sparammo dunque le più abbordabili di quelle salite: logiche, bellissime, attrezzate con parsimonia. Ebbi l’impressione che gli Slavi fossero molto più avanti di noi arrampicatori occidentali, se mai è possibile il paragone con noi poveri alpinisti normali!

La falesia notata da Stefano Santomaso

Ormai eravamo pronti! In quell’estate superammo in velocità i due diedri di Renato Casarotto allo Spiz di Lagunaz, ognuno in poco più di mezza giornata. La via Cassin alla Torre Trieste? In poco più di cinque ore.

Cercando una “molto vaga” imitazione ai concatenamenti di Profit, Boivin e Berhault con Gianni Del Din effettuammo un concatenamento “nostrano” in Moiazza: vie Benvegnù e Bonetti alla Croda Spiza, vie Costantini e Super Soro alla Torre Jolanda con ritorno obbligato in arrampicata e slegati per la via Da Roit visto che i pendii dietro la torre erano ancora innevati. In sette ore circa 1500 metri di arrampicata con difficoltà spesso di Vi e VII. In una nota scritta in quella ormai lontana giornata trovo queste parole “concatenamento in una giornata dal tempo incerto, Gianni è bravo e veloce.. Io sono un po’ più lento comunque andiamo bene, potevamo farne ancora un paio di vie, ma non abbiamo più voglia”.

L’idillio con Gianni durerà purtroppo ancora per poco, incomprensioni e ridicole invidie ruppero la “cordata d’oro”, ma forse più di tutto vale la semplice regola di non mettere mai due galli nello stesso pollaio!

Peccato originale

… È ormai la fine dell’estate, il bosco timidamente inizia cambiare colore preparandosi all’inverno e io inizio a sentirmi un po’ stanco, demotivato… non ho più voglia di grossi impegni mentali in montagna!

Una sera, dalla palestra di roccia di Càleda vicino a Passo Duran, appena inaugurata, noto dall’altra parte della valle una bella fascia rocciosa, non ci sono notizie di altre salite su quella falesia anche perché è “alpinisticamente irrilevante” in quanto non c’è vetta, solo una distesa sconfinata di mughi. C’è un bel pilastro e individuo al centro un itinerario che potrebbe diventare molto interessante; il sole del tramonto mi evidenzia le sottili fessure che lo incidono e soprattutto l’avvicinamento è comodo e immediato. Una via per svaccati, ma ideale per i miei poveri doloranti menischi logori da un’estate di fuoco. Con Paolo Zasso, buon compagno di tante avventure, salgo quindi la via in stile trad, l’arrampicata è molto bella, il pilastro è verticale, l’impegno della scalata elevato. Sette lunghezze corte in tutto, le difficoltà sono di VI e VI+, un passaggio di VII e uno di A2, una decina di chiodi usati, più numerosi dadi e friend. Siamo soddisfatti!

Capitolo chiuso! No anzi, qualche settimana dopo Paolo, che è istruttore di roccia, mi contatta e mi chiede se ero favorevole ad attrezzare l’itinerario rendendolo sicuro per un’eventuale frequentazione dei corsi roccia; nel circondario di Agordo non esisteva ancora alcuna via a più lunghezze e spesso i corsi primaverili dovevano muoversi in trasferta in quel di Belluno. Senza pensarci più di tanto, o meglio senza avere la maturità necessaria per comprendere fino in fondo le conseguenze del fatto, acconsento alla proposta.

Stefano Santomaso (a sinistra) e Paolo Zasso a Malga Càleda, 1990

Qualche giorno dopo, in un pomeriggio quindi scaliamo di nuovo la via, siamo un po’ appesantiti, nello zaino abbiamo un trapano a batteria con numerosi tasselli, piastrine e bulloni. Infine Paolo mi cala per la via; così trapano alla mano, inizio ad “addomesticare” la salita; tolgo qualche chiodo che avevo lasciato in apertura e li sostituisco con altrettanti spit. In fondo, alla base della parete, sono totalmente ricoperto di polvere bianca da sembrare un manovale al termine della giornata di lavoro nei cantieri e abbiamo esaurito oltre che le batterie del trapano anche le buone idee, se mai le abbiamo avute!

Ma la via è in sicurezza; non ci sono più i chiodi arrugginiti nelle fessure, dadi e friend non servono più e piastrine luccicanti, anche se rade, messe ordinatamente fanno bella mostra di sé e hanno preso il loro posto, tutto è pronto per gli allievi del prossimo corso roccia!

Rapito com’ero dal macinare vie in montagna negli anni a seguire mi dimenticai completamente di quella piccola via sul pilastro di Càleda, ma non credo che nessun corso roccia si sia avventurato su quella salita, comoda e accessibile, ma anche discretamente impegnativa, anzi troppo impegnativa anche per molti istruttori, figuriamoci i poveri allievi!

Stefano Santomaso

Intanto, col passare degli anni, l’arrampicata sportiva inizia a dilagare e ad affermarsi anche nelle nostre valli di montagna. Personalmente sarei stato fisicamente molto portato per questo sport, ma non sono mai stato rapito dall’arrampicata sportiva. Non c’è confronto con l’alpinismo: spesso manca una vetta, si arrampica sempre su itinerari preparati, omologati e forse ormai globalizzati. Soprattutto la logica della scalata si è modificata; niente più traversatine alla ricerca del passaggio più facile ma si scala verticalmente spingendo e tirando con forza raggiungendo infine una catena messa lì, in un posto molte volte indefinito e che ti dice “ecco, hai finito la fatica, ora puoi scendere”.

Credo che al giorno d’oggi l’arrampicata sportiva sia un’attività che ha smarrito le proprie radici! Basta osservare una qualsiasi falesia per rendersene conto: congestione di vie, appigli resinati, buchi scavati o appoggi migliorati… L’arrampicata libera o “free climbing” era nata come contrapposizione all’arrampicata artificiale e aveva un’identità purista, minimalista nella scalata e di salvaguardia della roccia, dove poteva… tutto sembra ora inadeguato!

No, il mio amore è stato sempre rivolto all’alpinismo, con l’arrampicata sportiva ho sempre avuto un rapporto che potrei definire come da “separati in casa”, nel senso che “ci vado perché devo, ma certo non l’amo”!

L’idea di aver riattrezzato la salita che avevo aperto in maniera così bella pulita pian piano col passare degli anni mi stava un po’ rodendo; neanche tanto per gli spit aggiunti; ci potevano anche stare in una parete così defilata dalle montagne circostanti, ma perché percepivo che l’itinerario aveva assunto così un carattere totalmente diverso dalla salita originaria. Una nuova visione pian piano mi fece pensare di rimettere in libertà la roccia togliendo la ferraglia di troppo.

Stefano Santomaso su Peccato originale nel 2010

Ma se ora avessi tolto gli spit probabilmente più nessuno sarebbe salito su di là e la via sarebbe finita nel dimenticatoio; all’opposto, chi aveva ripetuto l’itinerario lo aveva reputato bello e difficile e più di un arrampicatore mi pregò di lasciare gli spit affinché la via si potesse fare senza rompersi le ossa.

Ma, come potevo rimediare dunque, non è che non ci dormissi la notte ma sentivo che era un fatto di coscienza che desiderava in qualche modo avere rimedio.

Con un escamotage placai la mia sete di giustizia… “lascerò la via così com’è, a testimonianza di come assolutamente non si devono fare le cose” sentenziai, forse un po’ lavandomene le mani!

E in effetti la lezione personalmente mi servì e adottai in tutte le mie ascensioni uno stile tradizionale piuttosto minimalista che mi permise, seppur sacrificando un paio di gradi, di poter dire orgogliosamente: finora ho sempre fatto le mie vie senza spit… ah, tranne una però!

Ribattezzai la via Il peccato originale perché gli spit per gli alpinisti sono un po’ come il peccato della “Mela di Adamo”. Sostituiscono in montagna l’audacia e la voglia di mettersi in gioco, un antidoto alla paura di cadere che alla lunga assopisce i sensi e impigrisce il povero alpinista…

Una decade più tardi mi ritrovo sotto alla parete; “buon segno, sei ancora vivo” mi dirà qualcuno. L’intenzione è di salire usando sui tiri solo materiale rimovibile come nella prima salita… Se ne sono ancora capace. Mi trovo in quel luogo portando mio figlio ad arrampicare e per un po’ di didattica: perché impari l’arte di salire le pareti con semplicità e naturalezza, che sappia leggere le pieghe della roccia senza il bisogno spasmodico della ricerca di un tassello o di un chiodo per progredire, insomma che impari l’arte di salire arrangiandosi con quello che trova.

Alla base della parete rimango sconcertato! Recentemente qualcuno ha chiodato due vie accanto alla mia, nuovi spit ben luccicanti sono vicini, nati sulla roccia come i funghi; nessun chiodo infisso nelle generose fessure!

Il messaggio che avevo voluto rimarcare sul rispetto verso la roccia e verso lo stile di apertura di un itinerario di certo non è andato a segno. I tempi ora sono cambiati, in peggio naturalmente, certi valori sono “andati a farsi benedire”: trapanare la roccia per un nostro qualsiasi scopo è visto come un fatto naturale. La storia anziché condannare la mia azione come credevo un tempo, l’ha invece giustificata.

Ma che tristezza quando dalla base delle rocce osservo la parete; ci sono tre vie tracciate, gli spit infissi le fanno sembrare apparentemente simili.

Solo io e Paolo sappiamo che non è così: la via centrale, il “Peccato originale”, ha una concezione e una logica diversa e un carattere più audace e spregiudicato.

Ogni tanto dalla fessura centrale che taglia gli strapiombi è evidente anche da lontano una lunga rigola bagnata; di solito è per l’esposizione a nord della parete e per l’umidità della roccia che si lamentano gli arrampicatori!

Ma non è così…

E’ la parete che piange per tutto quello che gli ho inferto in gioventù, come un leone selvaggio che messo in gabbia col passare degli anni appare triste e mansueto ma nel fondo dei suoi occhi sopravvive l’istinto primordiale… Provate ad aprire la gabbia!

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Il peccato originale e… la redenzione ultima modifica: 2018-07-17T05:43:25+00:00 da GognaBlog

9 pensieri su “Il peccato originale e… la redenzione”

  1. 9
    Dino M says:

    A me, le vie a spit piacciono. Alcune sono assolutamente eccezionali ( grazie Roly).

  2. 8
    paolo panzeri says:

    Alberto, non infierire!

    Mi sono convinto che dovunque nella società attuale a molta gente “piacerebbe”, ma non ne ha il coraggio, nemmeno piccolo piccolo, e allora per sentirsi bene deve trovare delle scusanti per loro rasserenanti. 🙂
    E’ umano, fra Preuss e un Torti presidente alpinista di turno c’è una differenza abissale, tutto sta da chi una persona prende esempio e dove vuole provare ad arrivare. 🙂
    Poi di solito sono quelli “in basso” che limitano quelli “in alto” quindi meglio allontanarsi. 🙂

  3. 7

    Aprire una via pensando ai ripetitori é egocentrico. La via si dovrebbe aprire con il massimo egoismo, trad (come si dice ora ma senza avere inventato nulla) o con gli spit.

    Conosco vie a spit dove bisogna essere alpinisti e vie “trad” adatte ai principianti. Quindi non mi farei tante seghe, anche se il racconto é carino e commovente.

  4. 6
    Alberto Benassi says:

    Ha forse Stefano Santomaso tolto gli spit?

     

    NO!

    Quindi di che razzismo lo accusi? solo di avere espresso la sua opinione?!?!

  5. 5
    paolo panzeri says:

    Stefano ha commesso un peccato che mai gli verrà perdonato!
    Si è redento, ha espiato, ma mai otterrà il perdono 🙂
    Lui non capisce l’etica moderna e non sa ancora scalare nella “giusta” sicurezza, quella affidata alle cose, ad altro da se: Lui scala ancora fidandosi di se stesso.
    Io lo condanno fermamente.

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    ma che problema c’è, se a qualcuno a cui danno noia gli spit  lo scrive?

    Libertà di pensiero e di esprimerlo. Mi sembra un diritto.

    Lui dirà che gli danno noia e te risponderai il contrario.

    Due opinioni diverse e due diritti salvaguardati.

    Stefano Santomaso, forse convinto dal suo amico,  li ha usati ma poi si è reso conto di essere andato contro al suo pensiero. Ha ritenuto giusto farlo presente.

    Cosa c’incastra il razzismo?!

    Se così fosse si potrebbe dire che anche voi siete razzisti.

    Libertà di pensiero e di azione. E’ questo che va salvaguardato. E non essere omologati.

  7. 3
    Marco Provasi says:

    Mah, in Francia ci sono tantissime vie definite di «mezza montagna»… e molta gente impara, ci si diverte e diventa forte, per poi affrontare le vie cosidette di «montagna». Io sono solo un umile appassionato… ma sentire certi ragionamenti legati alla purezza, denigrando chi in montagna va anche solo per togliersi dai mille pensieri della vita, magari cercando anche di stringere un rapporto sano con la natura, senza trascurare la sicurezza… beh, fa pensare che siete un filo «razzisti» nei confronti di questi ultimi. Ok, abbassi il grado e vai dove ti senti sicuro, proteggendoti «trad»… ma che fastidio vi da’ vedere chi usa gli spit? Mah, mi pare la gara a chi lo ha piu’ lungo…

  8. 2
    Roly Galvagni says:

    Eravamo animati da ingenui entusiasmi, consapevoli della trascurabilità del nostro agire, e ci troviamo bollati come “misfattisti”… E pazienza, come diceva Brecht, “ci sediamo dalla parte del torto perché gli altri posti sono sempre occupati”.

  9. 1
    Alberto Benassi says:

    ma guarda un pò. Anche in Apuane sulla parete della Vetricia che delimita ad est il Vallone della Borra di Canala nel gruppo delle Panie, dopo la bella Torre Oliva, c’è una via che hanno aperto due “amici miei” (come il famoso film) , che a causa dell’unico spit che si sono sentiti  costretti a mettere, l’hanno chiamata via del PECCATO. Questa via però è molto più recente.

    Riporta quanto scritto dai primi salitori Almo Conti ed Emanuele Cesaroni:

    Fessura del peccato alla Borra di Canala, Gruppo della Pania della Croce, Alpi Apuane

    Breve ma interessante itinerario alpinistico sito sulla destra orografica della Borra di Canala. Aperto dal basso da Emanuele Cesaroni e Almo Conti il 7.6.2012 in circa 5 ore.

    La linea sale l’evidente diedro-fessura per due lunghezze e prosegue per fessura e placca nel terzo ed ultimo tiro. La linea è stata salita in stile pulito con dadi, friends e chiodi e si sarebbe potuta definire totalmente ‘trad’ se non fosse stato per quell’unico spit piantato (in un tratto in placca del terzo tiro) al fine di non imbrattare ulteriormente le braghe dei due apritori già abbastanza provati dalla mole considerevole di roccia marcia presente in via; dal vile gesto ne  deriva il nome della via.
    Durante la salita abbiamo comunque pesantemente disgaggiato tutto il tracciato; tanta e tale è stata la mole di sassi, macigni e interi pilastri tirati giù a son di imprecazioni e moccoli che siamo persino riusciti a disturbare il quieto vivere di alcuni avventori stranieri presenti al vicino rifugio Rossi alla Pania. Si può quindi attualmente dire che, a parte qualche presa da verificare e un pò di terra, la roccia si dovrebbe ora presentare sana, bella e godibile. Comunque attenzione!
    Abbiamo lasciato in totale 4 chiodi, un dado incastrato e uno spit. Le soste sono tutte da costruire con friends e dadi. La roccia ben si presta a tale fine. Sono quindi utili dadi e una bella serie di friends fino al n. 4 camalot (provvidenziale per la fessura terminale del II tiro). E’ consigliabile raddoppiare le misure medie e piccole e portare anche frinds micro. Si consiglia anche una nutrita scelta di chiodi vari. La via è quindi facilmente integrabile e sono presenti poche ma provvidenziali clessidre.

     

    Comunque a parte il vile spit… dopo la nostra che forse è stata la prima e ancora più forse l’unica ripetizione , BELLA VIA!

    “No, il mio amore è stato sempre rivolto all’alpinismo, con l’arrampicata sportiva ho sempre avuto un rapporto che potrei definire come da “separati in casa”, nel senso che “ci vado perché devo, ma certo non l’amo”!”

    E qui, nelle parole di santomaso, mi ci rivedo proprio.

    Alpinismo…magari il Panzeri avrà sicuramente da ridire…:

    “Alberto, sei sicuro che il tuo sia alpinismo… ? ”

     

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