Il Pilier dei Fiori

Il 14 e 15 luglio 1970, Gianni Calcagno, Leo Cerruti, Carmelo Di Pietro e Guido Machetto salirono in prima ascensione il pilastro sud-est del Picco Muzio, al Cervino.

Il Pilier dei Fiori
di Gianni Calcagno

Genova, sabato ore 13.30
“Ci vediamo lunedì pomeriggio alle tre a Cervinia. Io avverto Carmelo tu pensa a Leo “. Frettolosamente, come la teleselezione impone, la voce pacata del Guido interrompe il mio pasto alla prima forchettata di pastasciutta ridotta ormai a un ammasso semicolloso dal notevole ritardo al quale spesso il mio lavoro mi costringe.

Articolo su Picco Muzio, prima ascensione
Guido Machetto, guida, maestro di sci, rompitasche di professione, nonché ottimo alpinista; mezza dozzina di spedizioni all’attivo. Come l’ho conosciuto?
“Sai, non sono molto allenato… dopo otto ore di marcia devo fermarmi almeno 5 minuti a prendere fiato “. Già, ricordo: eravamo alla Grivola quest’inverno… con uno zaino enorme sulla schiena, arrancando su per il bosco che porta alle baite del Nomenon, trovava la forza di fare dello spirito per la discesa che avremmo “goduto” zig-zagando tra larici, abeti, sterpi e massi vari, a salita effettuata.

“Avverto io Carmelo”. Carmelo Di Pietro: perennemente in lotta con il suo rifugio Maria Luisa in Val Formazza, non ha niente del terrone anche se il nome tale vorrebbe relegarlo… Generosissimo, cordiale, in eterna discussione, a volte lite accesa, con l’inseparabile Guido.

Mi pare di sentire ì loro discorsi: “Carmelo: lunedì si va al Cervino, appuntamento alle 3 alle funivie!”. “Alle tre?!?! Non posso! Ma perché alle tre? Non potremmo partire più tardi?”, e poi giù tante scuse, impegni, lavoro straordinario… A sentire tutte le sue grane ci sarebbe da pensare ad almeno due settimane d’intenso lavoro. “Carmelo! Noi alle tre partiamo da Cervinia, se non ci sei andiamo soli”. Troncando ogni discussione, Guido è certo che non dovremmo aspettarlo più di un paio d’ore.

La seconda forchettata di pastasciutta non vuol saperne di andar giù: “Pensa tu ad avvertire Leo…”.
Leo Cerruti: dinamico proprietario di una piccola azienda di costruzioni elettromeccaniche. Fa i salti mortali per dividere il tempo tra lavoro, montagna e moglie fresca fresca.

Abbandono la pastasciutta diventata decisamente immangiabile per angosciare anche lui. Poi penso alla faccia inorridita del mio principale quando ascolterà la richiesta per quattro o cinque giorni di permesso: “Sai, è una cosa importante, una via nuova al Cervino”.

Leo Cerruti (in primo piano) con Andrea Cenerini, tentativo 1a invernale via delle Guide al Crozzon di Brenta, dicembre 1968
1968.12 Crozzon Cenerini e Cerruti
Una via nuova al Cervino! Quando, con tanto di fotografia alla mano, ti mettono sotto il naso sette od ottocento metri di pilastro inviolato che balza dritto dritto agli strapiombi di Furggen non puoi neanche dire che sia un problema secondario, un voler tracciare una via dove vie non ne esistono.

Cervinia, lunedì
“Prendi nota: alle quindici e ventisette primo temporale sul Cervino. Se Carmelo tarda ancora un po’, alle quindici e ventisette di domani non siamo neanche all’attacco!”.

Ore 17
Con le pronosticate due orette di ritardo arriva puntualmente Di Pietro. Inizia il rito: le tonnellate di materiale che di solito ci portiamo appresso sono vagliate, catalogate, divise in parte uguale e, a ognuno, tocca sempre il sacco più pesante.

Andiamo a bivaccare alla base…

Mi viene da pensare alla diversità enorme, eppure alla perfetta uguaglianza del rito del bivacco. Ormai li conto a decine: estivi, invernali, più o meno previsti, gelidi e pericolosi, insonni, calmi o pacifici, ma sempre meravigliosamente semplici. Un compagno vicino con cui parlare per sentirti protetto, difeso; cui stringerti per aumentare quel tenue calore che porta la vita; con cui dividere l’odio improvviso per le pene che il monte ti infligge; con cui gioire per l’immenso tesoro che la notte ti schiude.

Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno, 1a ascensione parete nord-est della Grande Rochère (Alpi Pennine), 1 luglio 1973
Gruppo del Monte Bianco, Carmelo di Pietro e Gianni Calcagno durante la prima ascensione della parete nord della Grande Rochère (1 luglio 1973)
“Carmelo! Prepara la colazione!”.
“Carmelo! Chiudi i sacchi!”.
“Carmelo! La candela!…”. “Carmelo!…. Carmelo!…. Muoviti sguattero!…”.

“Ma lasciatemi in pace!”.

“Senti! Ha anche il coraggio di lamentarsi…. E pensare che l’abbiamo raccolto su da un marciapiede per portarlo alle soglie della gloria alpinistica e lui ha il coraggio di lamentarsi!!!”.

“Vi farò vedere io chi vi tirerà fuori dagli strapiombi là a metà parete! Ve lo farò vedere io!” – risponde Carmelo fingendosi notevolmente adirato – “Sentili come starnazzano a parole, poi, quando saremo lassù, con gesto affettuoso nei miei confronti, quelli si tireranno da una parte e, con la scusa che vado bene sul delicato, gli strapiombi, me li dovrò sciroppare io”. Notte oscura rugata nella sua intimità dalle sciabolate delle nostre frontali.

Attacchiamo: primi ripidi pendii con… Steinbeck, superiamo la terminale con infervorata discussione su Hemingway, traversiamo la rigola con… Kerouac e raggiungiamo le prime rocce con “L’amante dell’Orsa Maggiore”.

Strano posto per strane discussioni, per strane persone con idee strane.

Il chiaro… il sole… Abbandoniamo i nostri libri per addentrarci nell’azione che obbliga a un linguaggio scarno e tecnico.

Guido Machetto
Muzio-machetto01


La fessura fiorita

Ti si para davanti ostacolo inatteso e sperato. Chiazzata di splendidi fiori gialli e cuscinetti di muschio di un tenue verde a fessura-diedro si drizza nel cielo con le placche levigate. Cercansi le difficoltà? Eccotele! Volevi dar sapore alla salita? Eccoti tutto il sole di cui hai bisogno… e forse anche di più.

… Un cuneo, qualche chiodo, una staffa: scintillano nel sole, e non resta che il ricordo di quei fiorellini splendidamente gialli.

Il pilastro appoggiato
Suona in modo strano, sembra tutto vuoto e l’unico modo per superarlo è in “Dülfer”. Col rischio di trovarti in aria con tutto il monte tra le mani. Il cuore inizia a starnazzare a ritmo elevato, conscio del pericolo e allora via con velocità e delicatezza prima che la posizione diventi insostenibile.

Lo strapiombo
L’ultimo chiodo è ormai qualche metro sotto. Le mani avvinghiate a quello che la mente rifiuta di credere un masso appena appoggiato al bordo dello strapiombo, cominciano a essere stanche di sopportare quasi tutto il peso del corpo. I piedi, su appoggi minuscoli, iniziano la loro esotica danza. La bocca si impasta sotto il respiro affannoso. Un attimo di concentrazione: tutti i muscoli vibrano e rispondono al comando di una mente ancora controllata… Colpisti ciò che prima era l’incognita… Ti ergi vincitore incurante sulle ferite del monte.

Leo Cerruti sul Pilier dei Fiori, 14 luglio 1970
I primi a vedere le grandi possibilità arrampicatorie offerte dal pilastro sud-ovest del Picco Muzio furono Guido Machetto, Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Carmelo Di Pietro (14 luglio 1970). Qui è in azione Cerruti. Archivio K3PhotoAgency/Beppe Re,


La placca

Qui il gioco d’equilibrio raggiunge vertici elevatissimi. La minima mossa deve essere il risultato di un severo controllo. Tutto vagliato: perdere il pedone per mangiare l’alfiere. Tessere delicatamente la ragnatela di movimenti che permette il lento progredire: piccoli passi, calmi regolari… Gioco d’astuzia… Scacco alla regina!

La vetta
Forse non è una vera vetta: è senza croce, è senza cartacce, senza orma di piede umano… Però non ha nulla da invidiare alle vere cime, ha il suo bel pendio di neve che sorregge l’aerea cresta che prende forza e si perde nella bruma della notte imminente; è circondata dal vuoto che fascia le sue esili forme. È la fine del nostro arduo cammino. Domani, dopo aver lasciato questa esile punta, spiccheremo un agile balzo, su terreno non più vergine sino a che l’occhio non incontrerà che vuoto e potrà spaziare su un mondo fatto tutto di cime: il nostro mondo.

Bivacco
Folate di neve accompagnano il nostro lavoro… il temporale delle quindici e ventisette viaggia con notevole ritardo. Volano via due ore per ridurre quel tagliente nevoso a una piattaforma capace di ospitare i nostri corpi desiderosi di riposo.

Non siamo ancora entrati nei sacchi piuma che si scatena l’inferno: quelle che prima erano quattro nuvole vaganti per il cielo, si addensano su di noi. Partoriscono il loro gravido carico sulle ali del vento che ci scuote e sconquassa nel nostro piccolo bivacco,

In balia degli elementi, aspettiamo che si plachino per poter ingoiare qualcosa.

In meno di un’ora il paesaggio impazzisce, le stagioni invertono il corso: l’estate cede il posto all’inverno che esplode in tutta la sua potenza. Bianchi spettri di neve si inseguono per la cresta di Furggen nascondendosi tra anfratti e strapiombi, assecondando il gioco del vento, aumentando il suo diabolico morso.

Carmelo di Pietro, 1a ascensione via Machetto allo Scoglio di Mroz, 8 ottobre 1972
Scoglio di Mroz, via Machetto, 1a ascensione, Carmelo di Pietro

 

Quattro persone, quattro pensieri diversi
Guido: Allungato all’estrema destra ha smesso da tempo di pensare che si tratti solo di un temporale estivo. Con puntate sempre più frequenti alla tragedia del Pilone Centrale, nel sito intimo non ha ancora deciso se dar la preferenza all’idea di forzare verso l’alto – costi quel che costi – o a quella di percorrere a ritroso la via di salita. Venti-venticinque corde doppie in un ambiente spietatamente intasato dalla neve fresca, nella bufera scatenata. Calmo solo apparentemente… il suo cervello lavorerà tutta la notte a cercare inutilmente la soluzione migliore.

Carmelo: I ripetuti spostamenti tradiscono il suo nervosismo però non dimostra affatto la paura che piano piano conquista l’animo dell’alpinista, cosciente dell’estremo pericolo, impotente contro la spietata legge della natura. Pensa al suo rifugio, alla moglie, al corso per maestri di sci che farà il prossimo inverno… a stanotte… a domani…

Leo: Costretto dalla neve abbondante a restare immobile su un fianco, schiacciato come una sardina, ripensa al suo lavoro, a tutte la grane che la dovuto (e che dovrà) regolare per potere “godere” questa prima. Si consola pensando che, se tutto va bene, giovedì potrà partecipare alla festa di laurea della sua adorabile mogliettina. Ogni tanto cerca di infondermi e infondersi coraggio: – La ritirata dal Naso di Zmutt sarebbe stata certo peggio!
Certo! Ma quella è acqua passata, appartiene alla categoria dei ricordi impolverati. Pericoli e pene, quando sono scoloriti dal tempo non possono essere di paragone col prossimo futuro… col presente.

Gianni: Data la forma particolare del mio cervello riesco raramente a fare bene più di una cosa per volta. Attualmente la migliore è quella di riposare recuperare al massimo quelle energie di cui domani avremo tanto bisogno, sia per proseguire verso l’alto sia per discendere verso la valle lontana. Arrabbiato con questo Cervino che non sa darmi che bufere e orribili condizioni e pericoli e ritirate allucinanti, cerco di infischiarmi di tutto il suo impegno per renderci le cose impossibili e dormo buona parte della notte. Sogno la mia ragazza lontana, che forse proprio oggi, con la sua bella laurea in mano, sarà venuta a cercarmi in negozio per festeggiare.

La nave affonda, si salvi chi può!
Il giorno non è che il seguito della notte: la bufera non diminuisce. Neve ovunque: sulle creste, sulle pareti, sotto gli strapiombi… sopra di noi, sotto di noi… dentro di noi…

Gianni Calcagno
Muzio-Calcagno
Non si parla più di salire o traversare. Unica direzione valida è il basso dove speriamo che la sferza del vento sia meno violenta, più umana… dove forse non nevica… dov’è la vita. Abbandoniamo nel nostro piccolo spiazzo tutto il superfluo.

“La nave affonda! Si salvi chi può!”.

C’è qualcuno che ha ancora voglia di fare dello spirito… Gli passerà non appena dovrà scendere in doppia su quella corda ancorata all’unico masso appoggiato sul pendio nevoso.

“La tragedia è al terzo atto, primo quadro!”.
E questo terzo atto durerà 15 ore con quadri allucinanti. Corde doppie: fili di ferro sui quali si scivola senza potersi frenare. Abiti gelati, come gelato è tutto quello che hai dentro, anima compresa. Fessure che scovi solo grazie all’istinto di conservazione. Il vento aumenta la prepotenza: spazza tutta la parete con impeto rabbioso e ci scaglia addosso masse di aghi sempre più acuminati, sempre più penetranti. Le ore sfuggono al nostro controllo, ci sfugge anche la dimensione del tempo: un attimo di attesa sembra eterno, ma ora pare un battito d’ala.

Il sasso
Si stacca dall’alto senza un sibilo. Guidato da forze immani, segue la via che è stata tracciata per lui… senza confine, né spazio, né sentimenti. Una voce che giunge come un sussurro: “Sasso…”. La leggera spinta di una mano amica. Poi è come se una mandria inferocita stesse galoppando sulla mia schiena, come se una sarta mi avesse adoperato come puntaspilli o uno squadra di giovani scatenati usasse la mia parte posteriore come pista per qualche ballo indiavolato.

“Se non ti spingevo un po’ più in là te lo prendevi in pieno in testa”.

La discesa continua… non è giorno né notte… una dimensione del tempo in cui t’affanni per non cedere, in cui ti muovi perché è ciò chi ti fa soffrire meno, è ciò che ti porta verso la valle, verso la vita…

Alla base
Una ripida tundra gelida dove il vento infuria in tutto il suo orrore: ti insegue, ti ghermisce, sconquassa, malmena… Si placa e ti lascia barcollante, stordito spossato. Riprende con foga, maggiore, con sadica gioia… infierisce. Ma ormai che importa?
Soffia, urla, strepita, accanisciti pure vento! La tua battaglia ormai è perduta. La volontà ha sempre il sopravvento!

postato il 30 agosto 2014

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Il Pilier dei Fiori ultima modifica: 2014-08-30T08:00:37+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Il Pilier dei Fiori”

  1. 3
    Alberto Benassi says:

    Gianni Calcagno veniva spesso in Apuane, sopratutto d’inverno. Dove ha salito diversi itinerari di misto assai difficili.
    Il giorno della prima ripetizione di “Doccia Fredda” , i tre continuarono fino al passo Fiocca e poi al monte Sumbra dove assieme al giovanissimo Roberto Piombo, aprirono un nuovo itinerario di misto sulla parete nord mentre Giustino Crescimbeni, evidentemente saziato dall’itinerario appena salito rimase ad aspettarli facendogli le foto.

    Un gran bel concatenamento.

  2. 2
    Alberto Benassi says:

    ho avuto anche da parte di Gianni con Giustino Crescimbeni e Roberto Piombo, l’onore della ripetizione del couloir “Doccia Fredda” , una via di ghiaccio da me aperta sul monte Fiocca in Apuane.

  3. 1
    Alberto Benassi says:

    quattro grandi personaggi.

    Ne ho conosciuto uno: Gianni Calcagno d’inverno in Apuane.

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