Il più grande arrampicatore del mondo

Il più grande arrampicatore del mondo
di Gianni Battimelli (Batman)

Beh, questo è poco più che uno scherzo, ma tant’è… Ci sono affezionato perché è un omaggio a un amico… anzi a due amici, uno è quello di cui si parla, l’altro è Bernard Amy, al cui racconto Le meilleur grimpeur du monde si fa riferimento nel titolo (Bernard, poi, è stato così gentile da pubblicare la traduzione francese su Altitudes, qualche anno fa).

Ci sono alcuni – pochi, in verità – per i quali è fin troppo chiaro che l’arrampicata resterà sempre un gioco proibito, quelli di cui si dice che sono negati, impediti da qualche insuperabile forma di goffaggine o di deficienza motoria, o più spesso da blocchi di natura psicologica. Poi c’è la grande maggioranza di coloro che con un adeguato periodo di tirocinio arrivano a muoversi nella dimensione verticale con maggiore o minore confidenza, quelli che costituiscono la vasta schiera degli amatori e dei dilettanti, per cui il puro piacere dell’arrampicata è ricompensa sufficiente al moderato investimento che il raggiungimento del loro modesto livello tecnico ha richiesto. Quindi vengono quelli che possiedono una sorta di predisposizione naturale, per i quali tutto sembra semplice fin dall’inizio perché, come si suol dire, sono portati naturalmente, e che tra l’invidia malcelata degli altri raggiungono con irrisoria facilità le punte alte della prestazione sportiva, e veleggiano intorno al mondo esclusivo delle competizioni di alto livello. E poi ci sono quei rari esemplari che sfuggono ad ogni classificazione, per i quali le parole ordinarie non bastano a dire la qualità e l’eleganza del movimento, che possono solo essere collocati in una categoria separata in cui alla perfezione gestuale e all’efficacia atletica si uniscono per divinazione naturale una spontaneità e una leggerezza fuori della portata dei comuni mortali, cui si guarda come un dono naturale alle cui manifestazioni si è grati di poter assistere. Fin dai primissimi esordi, Max era tra questi.

Jonathan Siegrist a Smith Rock
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Si dice che da piccoli tutti abbiamo provato piacere ad arrampicare, a sfidare la gravità nello stesso momento in cui cominciavamo ad imparare a tenerci dritti e a camminare. Max esibì subito questa naturale predisposizione al movimento verticale in maniera del tutto speciale, trasformando fin dai primi passi quello che per i suoi coetanei era solo un apprendistato per la deambulazione in un esilarante gioco gratuito condotto con infinita capacità motoria e regolato da un principio di puro piacere per la dissipazione di un’energia fisica di cui sembrava possedere una riserva inesauribile. I suoi primi obiettivi furono quelli naturali per la sua età: sedie, tavoli e qualunque altro ostacolo disponibile entro le mura dell’appartamento, cui si aggiunsero rapidamente muretti ed alberi appena fu in grado di muoversi liberamente all’aperto. Nulla gli resisteva, né era per lui possibile resistere alla sfida presentata da qualsiasi struttura verticale che si prestasse ad essere salita, con tanto maggiore veemenza quanto più l’impresa si presentava all’apparenza complessa e difficile, e meglio ancora se qualcuno aveva l’imprudenza di dichiarare che si trattava di un’arrampicata impossibile, fuori della sua portata. La smentita giungeva immediata, in una folgorante esibizione di destrezza in cui l’invenzione del gesto necessario per risolvere il nuovo problema sembrava scaturire senza premeditazione, in modo del tutto naturale, nel momento stesso della sua impeccabile esecuzione. Il suo repertorio di tecniche e di movimenti si arricchiva continuamente, mentre cresceva di pari passo la lista degli ostacoli di cui aveva avuto ragione.

Non si trattava, evidentemente (non ancora) di grandi salite, e nemmeno di autentici problemi di arrampicata su strutture di un qualche respiro. Man mano che la sua naturale abilità si raffinava e si arricchiva il suo bagaglio motorio, Max soffriva della sua condizione di solitario e della limitata autonomia di movimento, che confinava le sue scorrerie arrampicatorie a quel tanto di ostacoli disponibili nelle vicinanze immediate dei suoi luoghi di residenza. Suo fratello si mostrava del tutto refrattario al contagio della passione verticale: le rare volte che aveva provato ad emularlo i tentativi si erano risolti in una serie di goffi fallimenti che avevano definitivamente smorzato in lui ogni residuo di improbabili iniziali entusiasmi. Le ambizioni di Max crescevano invece di pari passo con le frustrazioni del suo compagno di giochi. Le prime vacanze estive li avevano portati nella valle di Chamonix, al cospetto delle guglie granitiche del Monte Bianco. Mentre suo fratello razzolava nel giardino dello chalet, Max scrutava le alte pareti di granito inondate di sole, sognando i giorni che sarebbero venuti, in cui sapeva che avrebbe dato prova delle sue capacità salendo quelle lastronate gigantesche, tracciando itinerari arditi ed impensabili lungo le placche e gli strapiombi. Intanto, doveva contentarsi di sfogare la sua esuberante vitalità sui problemi che inventava quotidianamente nei dintorni più immediati.

Nei mesi successivi era stato condotto in altri luoghi che avevano acceso la sua fantasia: si era affacciato dalle terrazze dei belvederi nelle gole del Verdon, da dove aveva contemplato affascinato gli arrampicatori che risalivano le immense pareti di calcare, paragonando la fatica del loro incedere con la leggerezza con cui, ne era certo, avrebbe saputo muoversi su quello stesso terreno, beffandosi del vuoto e delle difficoltà; ed era stato accompagnato a conoscere la neve sugli altopiani dell’Appennino, al cospetto delle grandi montagne del massiccio del Gran Sasso nella loro severa veste invernale. Un giorno, Max sognava, tutto ciò sarebbe stato il suo regno, dove si sarebbe mosso con la signorile eleganza che segnava la sua presenza. Nella biblioteca di casa, aveva notato un libro il cui titolo lo aveva affascinato: “Il più grande arrampicatore del mondo”. Max non poteva leggerlo, ma sapeva ciò che quel libro non poteva sapere, cioè che in esso in realtà si parlava di lui, e che un giorno lo avrebbe dimostrato. Intanto cresceva; da piccola creatura diabolicamente agile si era trasformato in una splendida macchina motoria, una massa elegante e compatta di muscoli slanciati in un corpo liscio e asciutto. Continuava a farsi gioco delle difficoltà di qualsiasi problema; e se ne “faceva gioco” in ogni senso, non tanto per la derisoria disinvoltura con cui veniva a capo di una sequenza inedita di movimenti quanto per il carattere totalmente e gratuitamente ludico delle sue prestazioni. Alle esclamazioni di stupore che accompagnavano ogni sua nuova dimostrazione di abilità arrampicatoria, rispondeva senza parole con un’espressione vagamente sardonica e beffarda, che avrebbe potuto apparire arrogante, se non fosse che in realtà da essa emanava piuttosto la tranquilla coscienza di una superiorità che sarebbe stato ipocrita fingere di ignorare, quella di chi sa di possedere un sapere di fronte a cui non esiste ostacolo in grado di resistere. Finchè venne il giorno in cui Max incontrò il passaggio in grado di fermarlo.

Jonathan Siegrist su Le Rêve (Arrow Canyon, Nevada)
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Non era nemmeno una struttura particolarmente alta, o dalla conformazione radicalmente diversa da quella di tante altre di cui aveva avuto ragione con la sua usuale leggerezza. Ma era un ostacolo che sembrava costruito appositamente per opporsi specificamente alle sue possibilità, come se qualcuno avesse deliberatamente disposto le rare prese e gli appoggi della sezione terminale del passaggio in modo da renderlo morfologicamente impossibile per lui. Al primo tentativo, Max dovette accettare con stupore l’esperienza sconosciuta del fallimento. Al secondo, lo stupore si convertì nell’attonita constatazione che esisteva, dunque, qualche ostacolo capace di resistergli. Questa scoperta cambiò in modo percettibile il suo comportamento: la spavalda macchina da arrampicata che non conosceva sosta né interruzione di attività si incontrava sempre più spesso in momenti di pigrizia rilassata, sdraiata su un divano in apparente contemplazione del vuoto, refrattaria ad ogni stimolo, perduta in fantasticherie inafferrabili e sorda al richiamo dell’azione. Si pensò e si disse allora che crescendo Max avesse perso la disposizione e l’entusiasmo infantili per la scalata, assumendo con il passaggio all’adolescenza i caratteri più posati dell’età matura. Mai previsione si rivelò più errata. Nell’apparente indolenza dei suoi giorni di inazione, Max studiava: dietro quella che sembrava una rinuncia all’esercizio fisico si celava una totale concentrazione sulle più profonde modalità della pratica di quell’esercizio. I suoi lunghi periodi di inattività erano in realtà meditate fasi di ricarica, in cui accumulava energie e costruiva dentro di sé le regole per rilasciarle efficacemente al momento opportuno; e mentre giaceva ad occhi chiusi, sdraiato in orizzontale, montava e fissava nella memoria i gesti verticali che avrebbe dovuto compiere. Max non arrampicò mai tanto intensamente quanto in quel periodo in cui non fu mai visto arrampicare.

Accadde tutto in una manciata di secondi. Max si trovò alla base del passaggio proibito, e poi alla sua sommità, raggiunta con una sequenza di movimenti di ineguagliabile fluidità concatenati senza sforzo apparente, che nessuna analisi avrebbe saputo ricostruire e che pure erano, nello spazio di un attimo, diventati realtà. Ritto sul culmine dell’ostacolo superato, Max seppe con definitiva chiarezza di essere stato, per l’intervallo di un momento irripetibile, il migliore arrampicatore del mondo. Là in alto comprese che gli era stato concesso ciò che è negato a tutti coloro che amano la scalata, e che costituisce il loro tormento e l’alimento della loro passione: essere arrivati davvero in cima. E che tutte le altre cime, dunque, non avevano più importanza.

Max è ancora cresciuto. Arrampica ancora, ogni tanto, e nelle sue saltuarie esibizioni verticali non è difficile riconoscere le tracce dell’antica sapienza. Ma non ha più la determinazione unilaterale, la smania frenetica di un tempo. Passa spesso le serate sdraiato sulle mie gambe, agitando lentamente la coda, il peso compatto del suo corpo allungato in posizione rilassata, ronfando lentamente di un tremito profondo di energia contenuta, osservandomi con uno sguardo di grande saggezza. Sappiamo benissimo, tutti e due, che non ha più nulla da dimostrare a nessuno.

Il-più-forte-gatto Rufus

postato il 14 novembre 2014

 

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Il più grande arrampicatore del mondo ultima modifica: 2014-11-14T07:30:17+00:00 da Alessandro Gogna

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