Il professionismo non esiste

Il professionismo non esiste
(presente nella prima edizione di Un Alpinismo di Ricerca, 1975, questo scritto è stato cassato nella seconda, 1983, perché da me allora ritenuto superato. Lo si ripropone qui come documento del marzo 1971, per i dovuti paragoni con il variegato mondo moderno)

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(3)

In questi mesi, dopo la nostra sfortunata galoppata sulla cresta integrale di Peutérey al Monte Bianco, e soprattutto dopo la tragica vicenda di Serge Gousseault e René Desmaison sulla Nord delle Grandes Jorasses, si sono acuite le polemiche sull’alpinismo nei suoi rapporti con la stampa e la radiotelevisione.

È incredibile come, da parte di alcuni giornalisti perfetta­mente ignari degli avvenimenti, delle cause, delle ragioni morali, si possa arrivare a delle conclusioni così avventate e, sotto un certo profilo, «cattive». È inammissibile che giornalisti, più esperti in alpinismo in generale, ma comunque assolutamente a digiuno per ciò che riguarda i fatti in questione, possano giungere a far passare per verità la loro ignoranza.

È ancora di più inaccettabile che i cosiddetti «esperti» pronuncino giudizi che, generati nel più assoluto distacco psi­cologico tra l’alpinismo vegetativo e l’alpinismo vero, quello di ricerca (scambiata spesso ingiustamente per “rottura”), cresca­no in una più o meno latente invidia, si esasperino nel sospetto che possa essere tutta una speculazione commerciale, e che muoiano pochi mesi dopo, quando la storia darà il giusto giu­dizio su tutte le questioni.

A questo punto sono necessarie delle spiegazioni e delle precisazioni. L’alpinismo non è uno sport ma, avendo in sé­ una notevole componente agonistica, sta subendo le trasfor­mazioni che interessano la totalità delle discipline sportive. Il problema per cui alle Olimpiadi non vi è più un vero dilettante riguarda anche l’alpinismo.

Achille Compagnoni impegnato in una conferenza tenuta il 15 aprile 1956. Da notare il proiettore di diapositive. Archivio hotel Compagnoni, Cervinia.

È un dato di fatto che, nello stesso ambiente di monta­gna, nessuno si scandalizza se oggi un Gustavo Thoeni può va­lere un miliardo di lire e passa. Nessuno si scandalizza se a un cocktail commerciale viene usato Jean-Claude Killy come in Carosello e poi tutti alla fine fanno una coda di almeno un’ora per avere un autografo. Nessuno si scandalizza e tanto meno si offende quando, acquistando uno sci di marca sulle 80.000 lire, ne paga almeno 35.000 di pubblicità che la casa costruttrice ha dovuto affrontare.

Molti invece credono a uno svilimento della passione per la montagna se, acquistando un settimanale da 180 lire, trovano un articolo su un’impresa alpinistica. Questa è ipocrisia, o in­coerenza.

Per trattare questo argomento con metodo organico e un minimo di competenza, occorre distinguere tra la stampa spe­cializzata e gli altri mezzi di diffusione, cioè stampa e radiote­levisione.

Tutti gli alpinisti, chi più chi meno, scrivono o hanno scritto le loro relazioni sulle colonne della stampa specializza­ta, pubblicando anche fotografie. Purtroppo si è assistito e si assiste a fenomeni ben tristi. Tralasciando i casi in cui vi è l’incapacità assoluta di esprimersi, abbinata però all’unico sco­po, mai confessato, di far conoscere le proprie gesta, corro di­rettamente ai casi in cui la buona fede dello scrittore non riesce a chiarire l’impresa. Mi spiego dicendo che in molti casi la mo­destia è cattiva informatrice. Per questo tante imprese valide non sono sufficientemente apprezzate o addirittura dimenticate. Se un alpinista scrive un articolo, pur non pretendendo che lo scriva bene, si deve richiedere la chiarezza e la completezza delle informazioni. Altrimenti si avrà sempre un’immagine ne­bulosa, e con ciò sempre trascurando i casi in cui questo arti­ficio è voluto.

Concludendo, ci vogliono relazioni tecniche chiare, racconti completi e non timidi. Altrimenti la confusione esisterà sem­pre, soprattutto per quanto riguarda i metodi e i mezzi usati in relazione alla descrizione tecnica del problema, che spesso è evitata, accontentandosi di precisare nozioni come il dislivello e l’altezza della cima, che da sole non possono dire niente. Solo con l’esposizione completa dei dati del problema e dei mezzi usati si può avere un’inquadratura dell’impresa. Altrimenti è inutile scrivere, ragionando quindi come coloro che di scrivere non ne vogliono sapere, ma almeno sono coerenti.

Alessandro Gogna e il suo proiettore di diapositive durante una conferenza a Pordenone il 22 maggio 1969

È indispensabile che chiunque pratichi l’alpinismo, abbia le sue idee e i suoi principi. Colui che dice e pensa veramente «io vado in montagna per il mio piacere, non mi interessa l’im­presa» è senza dubbio coerente e non lo si può certo accusare né di esibizionismo né di sfruttamento commerciale. Molto spesso però alcune di queste persone, non contente di essere inat­taccabili, si scagliano contro chi invece può essere accusabile perché non la pensa come loro. E allora si ha incoerenza o ipo­crisia perché a chi non interessa la divulgazione del proprio al­pinismo non deve interessare neppure l’alpinismo degli altri.

Molti alpinisti hanno avuto la fortuna di partecipare a spe­dizioni extraeuropee, rese possibili sempre dai contributi di mol­ti enti, anche commerciali, tra cui ditte di medicinali, alimen­tari, equipaggiamento e articoli sportivi. Ora ci sono anche le Compagnie Aeree che contribuiscono all’effettuazione di queste spedizioni. Questi alpinisti, in seguito, devono ripagare il favore con la pubblicità, più o meno velata. E nessuno si scandalizza. Ma tra coloro che gridano allo «sconcio» e all’«immorale» di fronte a un’impresa sulle Alpi di cui si è parlato in tele­visione, chi troviamo? Guarda caso, tanti e tanti nomi di alpinisti che sono andati in spedizioni extraeuropee. E questa è ipocrisia o incoerenza.

La vera coerenza sta nel perseguire le proprie idee, che non devono essere di rottura, ma di perfezionamento di ciò che esi­ste già. Conoscere la differenza tra metodi e mezzi, scegliere quelli che sono compatibili con i propri principi base dell’al­pinismo. Si è parlato tanto di chiodi a pressione, trapani, corde fisse e radio senza neppure sapere cosa siano il principio dell’e­nergia, dell’autosufficienza, della continuità.

Marzo 1989, Reinhold Messner alla conferenza stampa di presentazione della spedizione Lhotse 1989. Fotocronache Olympia.

Si è parlato tanto di alpinismo commerciale senza conoscere le persone che lo praticherebbero, senza averle mai viste, anni prima, sforzarsi di fare le salite più facili, con la passione di tutti, senza averle seguite nelle loro ascensioni, nelle loro paure, nei loro principi. Io sono del parere che la validità di un’impresa sia stabilita a tavolino. La cosa più difficile per compiere un’impresa valida è la scelta dei mezzi e dei metodi in rela­zione ai dati del problema. Occorre limitare i mezzi e i metodi, come ebbi già a dire in altra occasione, esattamente al punto al di qua del quale l’impresa verrebbe sminuita con un abuso e al di là del quale si correrebbero troppi rischi assurdi e com­pletamente ingiustificati. La scelta è soggettiva e qui sta la bel­lezza e la libertà dell’alpinismo. L’unico vincolo da interporre in questa scelta è la coerenza con i propri principi. Una cosa do­vrebbe essere secondo me indiscussa, il principio dell’energia: questa deve essere solo muscolare. Quando per la progressione si usano strumenti meccanici alimentati da forze che non siano la muscolare, non si fa più alpinismo, ma un’attività ben di­versa che si potrebbe chiamare magari «motoalpinismo». Tutto il resto può essere messo in discussione.

Non sarebbe necessario qui che io dicessi le mie opinioni, ma è opportuno che ne dia un brevissimo cenno, anche per comprendere meglio ciò che dirò in seguito. Esporrò mezzi e metodi presi in esame secondo il loro ordine cronologico di comparsa nella storia dell’alpinismo.

1) Cordino di collegamento (usato per la prima volta nel 1938 da Riccardo Cassin e Vittorio Ratti sulla Cima Ovest di Lavaredo). Sono contrario e non l’ho mai preso in considerazione, perché romperebbe il principio dell’autosufficienza della cordata.

2) Chiodi a pressione. Hanno indubbiamente permesso di vin­cere pareti altrimenti impossibili, ma l’alpinismo non ha fatto alcun passo avanti. Perciò non essendo utili per il vero perfezionamento dell’alpinismo, li escludo dal mio zaino.

3) Radio. Non è un mezzo di progressione, perciò si può ac­cettare. Ovvio che il suo uso deve essere limitato alle im­prese con certe caratteristiche.

4) Metodo himalayano. La sistemazione di corde fisse, con un ritorno alla base di più elementi della cordata, rompe evi­dentemente il principio di continuità della salita. Questo metodo però è valido su montagne che hanno dimensioni e ambiente himalayani, specialmente quindi d’inverno. Spesso nel giudicare negativamente questo metodo si guarda esclusivamente alle «misure» della parete, cioè di­slivello e altezza della cima, non paragonabili alle «mi­sure» himalayane. Però esistono altre «misure» date dal­le difficoltà, dall’isolamento, dall’ambiente e dalla continui­tà. Queste a volte nelle Alpi sono enormemente superiori a quelle di molte montagne extraeuropee su cui abitual­mente si usa il metodo in questione. Per questo giusta­mente si parla di introdurre i metodi alpini sulle monta­gne extraeuropee, prospettiva senza dubbio allettante, ma che non ci deve far dimenticare che anche il contrario è valido quando ce ne sia bisogno.

Molti alpinisti pensano che sia immorale vendere fotografie a un settimanale, tenere conferenze e comunque commerciare sull’alpinismo. Poi si spingono anche a pensare che chi agisce così lo faccia solo per soldi. Ora io vorrei dire, essendo pur­troppo parte in causa, che si sono verificati alcuni casi di que­sto genere, ma anche che: 1) sono rare eccezioni; 2) le ec­cezioni confermano la regola e cioè che il dilettantismo puro, a un certo livello, non può più esistere (fenomeno che investe tutti gli sport).

Voglio citare il caso del mio amico Reinhold Messner. Il suo alpinismo è rimasto regolarmente dilettantistico fino a tutto il 1968. Ma nell’estate 1969 le cose sono cambiate: come avrebbe potuto altrimenti compiere il numero impressionante di splendide imprese sulla catena alpina e fuori? Come avrebbe potuto dedicarsi completamente, nel 1970, alla sfortunata spe­dizione al Nanga Parbat? Me lo spieghi chi può. E così la stes­sa persona, che nel 1968 mi scriveva delle bellissime lettere in cui mi chiedeva perché non avessi mai reso pubblico il guadagno che ottenevo con i settimanali, ha subito delle trasforma­zioni radicali non appena si è reso conto di come stanno le cose. E così eccolo abbandonare gli studi e darsi alle conferenze, articoli, servizi, libri. Tutto ciò è naturale, deve succedere. È successo a Bonatti, Maestri, Mauri e a tanti altri, anche a me e a Messner. Per non parlare degli alpinisti di altri paesi.

Tuttavia per tutti questi casi ci sono state delle ragioni di­verse. Molto spesso non è stata scelta una professione, ma una missione. Io personalmente voglio che l’alpinismo sia sempre più conosciuto dalla massa e nello stesso tempo voglio che progredisca, che si facciano imprese sempre più grandi, sempre più belle. E sento necessità di comunicare e non di chiudermi nel mio io. È bello vedere le persone che ti capiscono, che vorrebbero fare anche loro qualcosa, che presto sapranno quanto sia esaltante andare in montagna. Ma per poter svolgere questa meravigliosa attività di «predicatore», occorre anche mangiare e poter spostarsi con l’automobile, a meno che non si abbiano mecenati o padri ricchi. E soprattutto occorre non avere un lavoro d’ufficio, di quelli che portano via tutto il tempo. E ci si accontenta quindi di piccoli lavori, scarsamente remunerati, tanto per tirare avanti.

Per fare un esempio, sapete quanto è costato in tempo e denaro il nostro tentativo invernale alla Integrale di Peutérey? Nessuno ha mai fatto questi conti, ma è giunta l’ora di farli. Tempo trascorso a Courmayeur, sulle spese, in attesa delle con­dizioni favorevoli: 30 giorni, più 10 giorni in arrampicata e sono 40 (questo per fortuna riguardava solo due di noi). Il tempo impiegato per l’organizzazione del materiale e dell’equi­paggiamento è semplicemente incalcolabile. Tralascio le spese dei viaggi, pure incalcolabili. Il materiale deve essere tutto nuo­vo, non ci si può servire di roba usata, per ovvi motivi.

Il materiale di arrampicata è costato circa 500.000 lire, più 600.000 di vestiario, 300.000 di materiale da bivacco. Gli ali­mentari, tutti in polvere e confezionati in maniera speciale e i medicinali aggiungono 600.000 lire. Quanto fa? 2 milioni cir­ca, da dividere in quattro persone.

Sapete quanto sono disposti a tirar fuori in anticipo i set­timanali per l’esclusiva? Neppure una lira. E se qualcuno riesce a trovarne uno, lo pregherei di darmi il nome della testata, così da approfittarne eventualmente. È semplicemente ridicolo e ingenuo pensare che per un settimanale sia una buona specula­zione pagare in anticipo, e gli editori di periodici, almeno quelli italiani, non rischiano neppure un soldo per gli alpinisti. Ep­pure chi pratica questo alpinismo non è professionista. Lo di­venta, quando, nell’affrontare un’impresa, sia sicuro che questa riesca, perché si è organizzato in modo da poter escludere il contrario. Lo diventa quando si ferma più giorni del necessario in parete per sfruttare la suspense. Ma allora questo è imbro­glio, è barare, e il professionismo alpinistico sarebbe una ben squallida cosa. E quanto pensate che durerebbe una montatura del genere? Ben poco credo, presto sarebbe tutto scoperto, la dignità andrebbe a farsi benedire.

Molto spesso chi dubita della genuinità di un’impresa al­pinistica non sa che le idee non sono sue. Sono dei giorna­listi di cui ha letto gli articoli, scritti apposta per ingenerare polemiche scabrose, in cui sguazzare. Se poi c’è il morto o il congelato, meglio ancora.

Allora per evitare questi pericoli occorre cercare di conoscere l’ambiente giornalistico, educarlo su ciò che riguarda la mon­tagna. E per far questo non ci si può limitare ad articoli sul bollettino sezionale, ma occorre scrivere su quotidiani a scala nazionale. Altrimenti l’opinione pubblica continuerà a pensare che tutti gli alpinisti sono degli scriteriati o sono astuti specu­latori, con quale progresso dell’alpinismo si può facilmente im­maginare.

Ho quasi finito, ma mi resta ancora un argomento. Ho par­lato prima delle spese che si devono affrontare, pronta cassa, per certe imprese. E poi ho anche aggiunto che tutto ciò non riguarda il professionismo. Ed ecco il perché. Chiunque pensi che di alpinismo si possa vivere, cerchi di convincersi che non ha la più pallida idea di come stanno le cose. E lo dico per diretta esperienza, perché ho provato e ho concluso che è im­possibile, ed è giusto che sia così. Così il professionismo al­pinistico non potrà mai esistere. Così l’alpinista estremo farà le acrobazie per sbarcare il lunario come il domenicale che va in un negozio a comperare un chiodo alla volta. Da Mummery in poi è sempre stato così per tutti ed è forse uno dei fili che più ci lega.

0
Il professionismo non esiste ultima modifica: 2018-08-11T05:00:00+00:00 da GognaBlog

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.