Il rischio è il mio destino

Prima ascensione della parete sud del K2 (1986)

Fu con grande piacere che il polacco Jerzy (Jurek) Kukuczka nel 1986 ricevette dall’anziano Karl Maria Herrligkofer l’invito a partecipare ad una spedizione internazionale al Broad Peak e al K2. Finalmente poteva riprovare a risolvere il grande problema della parete sud, da lui già tentato nel 1982, in stile alpino con Wojciech Kurtyka. Altri polacchi, diretti da Janusz Majer, volevano salire la Magic Line e lui non era tra di loro.

Il gruppo di Herrligkofer si rivelò non omogeneo, le aspirazioni dei singoli erano troppo diverse, in ogni caso nessuno voleva veramente tentare qualcosa di nuovo. Quelli che misero tenda al campo base del K2 furono solo sei, assieme alla folla di alpinisti che quell’anno si assiepava alle falde del gigante, gli altri polacchi, e poi italiani, francesi, americani, inglesi, austriaci e coreani. Assieme al suo compagno Tadeusz Piotrowski, erano il tedesco Toni Freudig e gli svizzeri Beda Fuster, Rolf Zemp e Diego Wellig, quest’ultimo compagno di Hans Kammerlander in tante scalate. Il resto del gruppo tentava il Broad Peak.

La parete sud del K2 con il tracciato della via dei Polacchi (Kukuczka-Piotrowski)

K2,parete sud_Ruta-de-Kukuczka-en-K2-Janusz-Kurczab

Herrligkofer non aveva il permesso per lo sperone Abruzzi, quindi espressamente proibì loro di tentare per quella via. Il 9 giugno iniziarono a salire al centro della parete per un evidente sperone nevoso e giunsero a 6000 m. Lì fissarono il C1. Fuster e Zemp non avevano davvero voglia d’impegnarsi in quella parete mostruosa, già il mattino dopo se ne tornarono al campo base, decisi a salire per lo sperone Abruzzi, anche senza permesso. Cosa che poi infatti fecero il 5 luglio. Gli altri quattro sistemarono corde fisse per altri 200 m, quindi anche Wellig decise di abbandonare. L’itinerario dimostrava di essere esattamente quello che sembrava dal basso, una pazzesca avventura in un ambiente impressionante, dove tutto sembra essere appeso ed instabile, dove ogni sguardo cade su minacce e formazioni ostili.

In particolare era temibile un canalone battuto da valanghe ove o si passava di gran corsa e senza sapere come sarebbe andata a finire, oppure si tornava subito indietro. Chi ha visto da vicino quel luogo può ben dire di aver compreso dove l’alpinismo può arrivare a portare. Reinhold Messner, che nel 1979 era salito poco sotto assieme a Friedl Mutschlechner, l’aveva definita una “via suicida”. Sono passati 27 anni, e nessuno ha mai neppure tentato una ripetizione…

Il 19 giugno furono in tre a partire dal campo base, ognuno con 25 kg addosso. Piantarono il C2 sotto il primo grande seracco, a 6400 m, e il giorno dopo lo rifornirono di viveri e di corde. Avevano notato che a lato del seracco una ripida cresta dava speranze di prosecuzione. Così il 21 fissarono altri 500 m di corde ma dopo quel lavoro massacrante Freudig decise di scendere. Kukuczka e Piotrowski, dopo qualche esitazione, vollero continuare. I due facevano una cordata molto affiatata. Tadeusz era anche lui uomo di grande esperienza: il 13 febbraio 1973 con Andrzej Zawada era in cima al Noshaq (Hindukush), il primo Settemila ad essere salito d’inverno.

Jerzy Kukuczka

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I due polacchi partirono il 22 con il materiale da bivacco e cibo per due giorni. A mezzogiorno erano alla fine delle fisse, all’inizio dei giganteschi pendii che caratterizzano il fianco destro della grande nervatura. Kukuczka ricordò come una grande pena lo sprofondare nella neve nella calura del pomeriggio. Bivaccarono a 6950 m e poi ancora bivaccarono a 7400 m. Il 24 si accorsero che il tempo cambiava, lasciarono tutto lassù e scesero al campo base in quella stessa bufera che fu fatale ai coniugi Barrard.

Tadeusz Piotrowski a 7400 m sulla parete sud del K2

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Il 3 luglio in un solo sforzo raggiunsero il C2 e il 4 il luogo a 7400 m dove avevano lasciato il materiale. Gli ultimi mille metri in una tirata li avevano stancati, ma la notte in bivacco riuscì comunque a riposarli. Il 5 salirono su nevai che portavano all’enorme couloir che avevano battezzato la “mazza da hockey”. Dopo il secondo bivacco (7800 m) percorsero l’intero couloir fino ad una barriera terminale inaspettata di un centinaio di metri. Terzo bivacco a 8200 m, sotto un ostacolo che per tutta la notte non smise di tormentarli. Eppure bisognava passare di lì, i più difficili sembravano i primi 30 m… Il 7 si prepararono, con la convinzione che quello doveva essere il giorno: ma ben presto le difficoltà fino al V+ dovevano ridimensionare le ambizioni. Salire sul V+ richiede concentrazione già a bassa quota: a 8200 m è uno sforzo di volontà e di equilibrio sovrumano. Avevano preso solo 4 chiodi e una corda da 30 m e ne ebbero per tutto il giorno, ribivaccando poi nello stesso posto. Erano nei pressi del punto massimo raggiunto nel 1939 da Fritz Wiessner e Pasang Dawa Lama, provenienti dallo sperone Abruzzi. Il gas era finito, al mattino dopo si sciolsero un po’ di neve con la candela! Presero la drastica decisione di lasciare lì la tenda, i materassini, cibo e perfino i sacchipiuma. Solo i sacchi da bivacco e le macchine fotografiche tennero con loro. Sfruttando la corda fissata il giorno prima, e ormai su difficoltà inferiori, per un ultimo canale di neve a mezzogiorno erano a 8350 m, ricongiunti alla via normale. Qui però la neve era inconsistente e li rallentò ancora. Verso le 18 Kukuczka notò sotto un seracco una bustina di minestra francese: che fosse roba dell’ultimo bivacco dei Barrard? Se era davvero così allora erano ancora a 8300 m, dunque ben distanti dalla cima… e avevano sbagliato tutti i conti…

E’ solo la speranza che quel dubbio fosse erroneo che spinge Jerzy a continuare. Entrambi sono in uno stato di spossatezza tale da non farli distinguere neppure se sono a 8300 o a 8600 metri.
Alle 18,25 Jerzy era in vetta, dove fece a tempo ad appendere alla piccozza, assieme alla bandiera, due strisce di stoffa che il figlio gli aveva dato prima della partenza: ed ecco arrivare anche Piotrowski. Dopo alcune foto, in fretta e furia i due iniziarono la discesa. Il tempo stava cambiando. A 8350 m arrivò il buio, Kukuczka accese la lampada frontale ma questa smise subito di funzionare. Furono costretti ad un’altra gelida notte, senza tendina e con il solo sacco da bivacco. Non chiusero occhio, tremando per ore interminabili. Il mattino dopo iniziarono una discesa su un terreno a loro sconosciuto, con scarsa visibilità. Furono costretti a fare delle corde doppie e riuscirono a calarsi solo di 400 m fino alla Spalla. Ormai su terreno facile furono però costretti dall’oscurità a fermarsi per un altro doloroso bivacco, nell’assillante timore di non farcela. Da due giorni non bevevano una goccia d’acqua e a quella quota non bere significa avere scarse possibilità di sopravvivere. Fu una tortura terribile, la peggiore. Al mattino del 10 luglio il cielo si era un po’ schiarito, ma sembrava un miglioramento passeggero. Kukuczka scendendo vide le tende coreane del C3, capì di essere sulla via giusta. Lo raggiunse Piotrowski, circa alle 10, più o meno nel punto dove morì Art Gilkey. Incontrata una placca di ghiaccio, Kukuczka chiese la corda: Piotrowski rispose d’averla dimenticata all’ultimo bivacco. Jerzy scese lo stesso, avvertì Tadeusz di passare un po’ più a sinistra. D’improvviso a questi si sfilò un rampone, forse per i cinturini male allacciati, e nel tentativo d’arresto con l’altro piede, anche l’altro rampone si staccò. Piotrowski cadde senza più controllo addosso all’amico che fece un tentativo di bloccarlo ma riuscì appena a conservare il proprio equilibrio. Scomparve alla vista, oltre un bordo di ghiaccio. Kukuczka impiegò nello shock più di cinque ore per scendere gli ultimi 200 m che lo separavano dalle tende coreane. Aveva la strana illusione di trovare lì il compagno vivo. C’era una radio, ma non funzionava. Trovò modo di bere e mangiare qualcosa. Quindi cadde in un sonno profondo e vi rimase fino al pomeriggio dell’11. Aveva dormito 20 ore! Alle 16 iniziò la discesa e incontrò due coreani che stavano salendo dal C2, dove Kukuczka arrivò la sera. Da lì finalmente poté parlare con Majer, che però già sapeva da un contatto radio con i due coreani della vittoria e della tragedia. Il 12 finalmente arrivò al campo base dove ebbe le attenzioni di tutti. Ma con in fondo al cuore un enorme velo di tristezza, quel dolore che non si attenuava neppure con il rumore dell’elicottero che quattro giorni dopo lo portò a Skardu.

 

Jerzy (Jurek) Kukuczka

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Era nato a Katowice il 24 marzo 1948. Dal 1979 al 1989 si dedicò esclusivamente all’Himalaya, dieci anni di vita agli Ottomila, che terminò di scalare il 18 settembre 1987, con la prima discesa con gli sci dallo Shisha Pangma. Era così il secondo uomo ad aver salito i quattordici giganti della Terra, e principalmente per nuove vie (5 in stile alpino, 4 prime invernali, inclusa la solitaria al Makalu), utilizzando l’ossigeno solo per l’Everest, salito per l’inviolato pilastro sud con Andrzej Czok. Il 4 ottobre 1979 il Lhotse, nel maggio 1980 l’Everest, nell’ottobre 1981 il Makalu, solitaria per nuova via. Nel luglio 1982 il Broad Peak in solitaria. Nel luglio 1983 concatenò per nuove vie il Gasherbrum II e Gasherbrum I (con Kurtyka). Nell’ottobre 1984 traversò le tre cime del Broad Peak. Nel 1985 fece le prime invernali del Dhaulagiri, il 21 gennaio con Andrzej Czok, e del Cho Oyu, il 15 febbraio; e poi a luglio il Nanga Parbat per il pilastro sud ovest. Nel 1986 era reduce dalla prima invernale del Kangchenjunga, 11 gennaio (con con Krzysztof Wielicki). Lo attendevano a novembre il Manaslu e il 3 febbraio 1987 l’Annapurna, prima invernale con Artur Hajzer.

Il 18 settembre 1987 è divenuto il secondo uomo, dopo Reinhold Messner, a scalare tutte le quattordici vette che superano gli 8000 metri sul livello del mare e quello ad aver compiuto l’impresa nell’arco di tempo più breve (otto anni, dal 1979 al 1987). Durante la sua vita non raggiunse mai un adeguato riconoscimento mediatico a livello internazionale, nonostante avesse compiuto l’impresa nella metà del tempo impiegato da Messner (e in alcuni casi lungo vie di difficoltà maggiore).

È morto tentando di scalare la parete sud del Lhotse in Nepal, il 24 ottobre 1989, a 8250 metri di altezza. Una corda usata che aveva comprato in un mercato di Katmandu si è rotta di colpo durante la salita. Nulla poté il compagno Artur Hajzer.

Il compagno Artur Hajzer mostra il chorten (Valle del Khumbu) con la lapide a ricordo di Kukuczka

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Wojciech Kurtyka, il suo compagno di tante imprese, scrisse: «Jurek è stato l’alpinista più somigliante ad un rinoceronte, dal punto di vista psicologico, che io abbia mai incontrato, ineguagliabile nella sopportazione della sofferenza e nella capacità di ignorare il pericolo. Al contempo possedeva le qualità più caratteristiche di tutti quelli nati sotto il segno dell’Ariete, un’incontrollabile e cieca spinta interiore ad andare avanti. Questo tipo di caratteri quando incontra un ostacolo gli si avventa contro fino a che lo distrugge o viene distrutto. La conoscenza di queste due componenti “bestiali” del carattere di Kukuczka consente di spiegare i suoi successi, gli eventi tragici che lo colpirono e infine anche la sua morte».

kukuKukuczka 2014

 

postato il 16 marzo 2014

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Il rischio è il mio destino ultima modifica: 2014-03-16T08:34:29+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Il rischio è il mio destino”

  1. scartabellando tra vecchi numeri della rivista del CAI trovai recentemente diverse interviste a Jerzy e rimasi colpito dall’incredibile grinta che traspariva dalle sue parole: davvero dava l’idea di un rinoceronte legato con una corda. Fumava, lui stesso lo disse, oltre 10 sigarette al giorno, salvo poi in montagna vivere di nulla o quasi. Per pagarsi le spedizioni dipingeva ponti e ciminiere, come anche altri polacchi della sua epoca. Nelle sue parole anche semplicità, parlare del figlio e della moglie che lo attendevano a casa impazienti, il logorio dei soldi sempre troppo pochi, le aspirazioni. Ero curioso di sapere la storia della “linea polacca” e sono contento di averla trovata.
    Un personaggio forse troppo selvaggio per le copertine ed una dipartita troppo rapida per avergli dato tempo di dedicarsi alla scrittura ed alla divulgazione delle sue imprese, in anni ricchi di spirito ma poveri di mezzi. Dispiace leggere di queste tragedie, sempre. Ciao Jerzy.

  2. Il più grande Himalaista di tutti i tempi, nonostante provenisse da un paese povero, che dovesse lavorare per vivere. Un uomo “vero” e un grande Alpinista che non ha mai messo davanti gli Sponsor ai suoi sogni.
    Forse non esattamente conforme per essere cercato dai media e proprio in questo vedo la sua grandezza,
    Ha fatto cose grandi sicuramente non spinto dall’ambizione di apparire, di diventare famoso per vendere libri.
    Sono questi personaggi che mi mancheranno di più.

  3. Non credo sia “centrato” dire che Kukuczka non è un esempio, sembra quasi un volersi parare, ma inutilmente.
    Di persone del genere ce ne sono, anche fuori dall’alpinismo: la gente normale non è neanche in grado di cercare esempio da loro; quelli che fanno cose simili presumo lo facciano perchè lo vogliono loro stessi, l’imitazione non basta a spiegare.
    Jurek è un mito ed un esempio perchè era povero e per determinazione e capacità, sul resto ognuno può prenderlo come vuole, se vuole.
    Comunque egli ha rappresentato bene quale è il rapporto tra pericolo e alpinismo: casomai sarà questione di porsi limiti.

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