“Il ritorno ai monti” di Heinz Mariacher

Ritorno ai monti
di Heinz Mariacher
Da ALP n. 27 (luglio 1987) riprendiamo questo articolo, scritto dopo che Heinz Mariacher aveva portato il IX grado sulle Dolomiti, chiodando dal basso nel settembre 1986 la via dei Tempi Modernissimi, 300 metri di difficoltà estreme al Sasso delle Undici. Rappresentava la sfida per il “ritorno ai monti”? In ogni caso, è indubbia l’importanza di questo scritto.

Solo qualche anno fa, la realizzazione del IX grado su una parete alpina era considerata un obiettivo molto importante. E invece le imprese che avrebbero dovuto costituire delle pietre miliari della storia alpinistica hanno perso il loro fascino ancor prima di essere realizzate. Un motivo sono stati i troppi annunci di successo, che promettevano più di quello che c’era effettivamente dietro. Troppo spesso, si è letto di grandi vie nuove di IX grado sulle Alpi, che non erano poi nient’altro che arrampicate sportive chiodate e provate dall’alto, come ne esistono da anni in Verdon.

Heinz MariacherMariacher-HMritr84_1

Ancora peggio fanno i rigidi avversari dei chiodi a pressione, che si calano dalla cima su pareti di 300 metri, per provare con la corda dall’alto passaggi mal protetti. Solo dopo giorni di queste ispezioni salgono la via dal basso. Questa usanza non è negativa solo per lo stile in se stesso, ma soprattutto per la maniera con la quale queste “grandi imprese” vengono vendute. Chi non ha avuto occasione di osservare, per caso, i primi salitori, andrà a fidarsi di una cronaca dove non si fa parola di questo “stile particolare”. I poveri ripetitori andranno dunque a rischiare l’osso del collo, non sapendo che per arrivare all’attacco bisogna prima andare in cima!

Luisa Iovane alla base della via dei Tempi Modernissimi, Sasso delle Undici
Luisa Iovane all'attacco di Tempi ModernissimiLuisa Iovane alla base del Sasso delle Undici (all'attacco di Tempi Modernissimi)

Anche quelli che salgono con la tecnica artificiale tradizionale e poi parlano di IX grado invece che di A1 o A2, sembra non abbiano capito bene le regole del gioco.

Alla Kirchlispitze, invece di tante contraddizioni ci sono solidi spit. Martin Scheel è uno dei pochi che riconosce onestamente il proprio stile, e ciò è molto più importante dell’etica più raffinata. Le sue vie non sono solo protette da spit, ma anche da credibilità.

La Via dei Tempi Modernissimi
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Quando nell’82 abbiamo fatto
Tempi moderni, mi era parso un brutto stile aver messo tre chiodi per la sicurezza in artificiale (nonostante avessi ripetuto il tiro, subito dopo, “rotpunkt”.

Le mie regole erano infatti: 1) niente spit; 2) vie nuove solo in pura arrampicata libera (e ciò significa anche sistemare le protezioni dalla posizione di arrampicata libera); 3) vie nuove dal basso e senza alcuna preparazione dall’alto.

L’importanza che davo allora a un’onesta e precisa descrizione dello stile, si legge nella mia relazione di Tempi moderni nella guida della Marmolada. Purtroppo i tempi non erano (e non sono) maturi per principi etici così rigidi. Nessuno avrebbe rinunciato a una via nuova per qualche passaggio in artificiale.

Oggi l’arrampicata libera viene generalmente accettata, tutti sanno cosa vuol dire “rotpunkt” e le montagne non sono più campo d’azione solo per gli alpinisti classici. Sulle falesie si parla sempre più spesso di problemi alpini e ci si può a aspettare che le grandi pareti tornino al centro dell’interesse. L’arrampicata alpina del futuro sarà soprattutto caratterizzata da un aumento della prestazione sportiva dei protagonisti. Chi ci tiene a far parte dei migliori, non si potrà permettere di essere un arrampicatore di seconda categoria neanche in questa disciplina. Sono ormai passati i tempi in cui si poteva rimediare alla mancanza di muscoli con più coraggio. Il moderno alpinista dovrà possedere entrambi.

C’è ancora però un’incertezza generale sullo stile di domani. Pochi hanno le idee chiare, ma l’arrampicata sportiva moderna, che sembra non riconoscere più altri principi etici e limitativi a parte il “rotpunkt”, alletta con le sue infinite possibilità. Molti arrampicatori, attirati dalle montagne, non considerano la scalata su grandi pareti alpine come disciplina a se stante, o direzione propria dell’alpinismo, bensì come una semplice concatenazione di più tiri in arrampicata sportiva. Non hanno forse considerato che questo tipo di arrampicata si può praticare molto più comodamente nella gola del Verdon e che l’espressione “arrampicata alpina” non si riferisce solo all’ambiente, ma indica anche una particolare filosofia dell’arrampicata. Il gioco non consiste solo nel tenere appigli di 5 mm; non è puro sport, ma almeno per il 50% si tratta di avventura. Non tanto per rispettare i valori di una lunga tradizione, quanto per lasciar aperta la possibilità a un gioco diverso, a un’avventura fatta di incertezza e anche di rischio. Chi si cala dall’alto sulle pareti, mette uno spit ogni due metri o prova i passaggi, pratica al massimo, in maniera molto scomoda, l’arrampicata sportiva, ma non l’arrampicata alpina. Solo un nuovo orientamento generale e un’osservazione più realistica dell’arrampicata moderna possono rendere l’arrampicata alpina, ancora una volta, una sfida interessante per le nuove generazioni, con maggiore attenzione al valore sportivo delle imprese stesse.
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Miro Pet’o su Tempi Modernissimi, 20 settembre 2013. Foto: Jožo Krištoffy

Finché solo gli assoluti “insider” saranno in grado di valutare le condizioni reali, l’arrampicata sportiva resterà esclusa dall’interesse del grande pubblico. L’altezza di una montagna è un concetto chiaro per tutti: per questo le vie normali agli Ottomila sono sempre più considerate di qualsiasi via, anche difficilissima, di arrampicata. Sarebbe ora che i protagonisti in Himalaya e in Patagonia si accorgessero che i tempi sono cambiati. Oggi c’è da cercare qualcosa di più che il semplice raggiungimento della vetta.

Non è necessario essere stati in Himalaya per capire che l’impresa di Compagnoni e Lacedelli sul K2, ripetuta dopo trent’anni, non può più avere lo stesso valore di allora. Potrà cambiare qualcosa se la nuova generazione comincerà a praticare, con costanza, un nuovo stile. Secondo me l’arrampicata alpina è in crisi proprio perché nessuno dà il giusto valore allo stile.

Tempi modernissimi di sicuro non è il grande passo avanti che avevo sempre sognato. Sono sempre convinto che questo passo sarebbe da fare nello stile di Tempi moderni. Tempi modernissimi è stato solo un tentativo, un esperimento per vedere se lo spit dal basso possa rappresentare uno stile accettabile sulle pareti alpine. Per questo ho scelto una parete che non avesse una tradizione alpina: la parete est del Sasso delle Undici era totalmente “integra’ e non avrei potuto infrangere regole del gioco preesistenti, Nonostante la protezione con gli spit, l’impegno morale richiesto è stato pari a quello delle mie altre vie nuove in montagna. Non ho rischiato la vita, ma ho superato i passaggi per me più difficili su una parete così alta.

Anche chiodare dal “cliff-hanger” è stata spesso un’azione al limite del volo. Alla fine Tempi modernissimi è stata più avventura che freeclimbing e mi ha portato alla convinzione che questo stile potrebbe far rinascere l’arrampicata alpina a nuova vita. Bisogna saper accettare le limitazioni necessarie, per dare ancora una chance anche in futuro, alla parola impossibile.

Una regola di fondo dovrebbe essere sempre valida: tanto maggiore è la rinuncia, tanto migliore risulta il gioco.

Per maggiori dettagli su Heinz Mariacher, vedi http://it.wikipedia.org/wiki/Heinz_Mariacher.

postato il 26 settembre 2014

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“Il ritorno ai monti” di Heinz Mariacher ultima modifica: 2014-09-26T07:30:10+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on ““Il ritorno ai monti” di Heinz Mariacher”

  1. 3
    sandro says:

    Tutti di Brescia, qui, eh? Ho evitato il dialetto per l’impossibilità a usare la dieresi nella form di commento e per rendere il messaggio comprensibile a tutti. A quello che scrive Gianni aggiungo solo che poco è cambiato non solo dai tempi di Tempi Moderni, ma anche da quelli dei classici degli anni Trenta e Quaranta: Vinatzer, Eisenstecken, Gilberti, Cassin, Comici, Detassis… O degli esploratori della beat generation nostrana: Casarotto, Massarotto, ecc… O dei coevi di Mariacher: Mazzilis, Roversi [per Brescia], atque similes… Bella la notazione di Mariacher: lo stile [dichiarato o meno] è molto. E fondamentale la regola: “Tanto maggiore la rinuncia, tanto migliore il gioco”…

  2. 2
    Gianni Baratti says:

    Sempre attuale la sostanza delle considerazioni di Mariacher; considerazioni espresse 27 anni fa.
    Se si ammette che ancora oggi sono da valutare attentamente, probabilmente credo sia onesto affermare che in questo non breve lasso di tempo non si sono fatti grandi passi avanti circa l’approfondimento di tali riflessioni.
    Approfondimento che dovrebbe poi portare concretamente a “qualcosa di nuovo”, ad una nuova cultura generalizzata e non solo, quindi, ristretta ad una cerchia eletta. Solo così il movimento evolve.
    Io, comunque, non dispero. Anzi

  3. 1
    Giuseppe says:

    Complimenti e complimenti ancora per la sua grande capacità e preparazione atletica . Sono solo un modesto arrampicatore di Brescia. Mi è molto piaciuto il suo commento dedicato al giusto valore dello stile . Prova , che sia anche , un alpinista con il cuore. Purtroppo è vero che gli alpinista di “ricerca” siano sempre meno. Lo vediamo sulle pareti sempre più spesso deserte. Credo anche però, che il mondo dell’avventura verticale non stia morendo. Il tempo e il lavoro di inossidabili alpinisti come lei, lasciando il segno sulle nostre pareti, aprono possibilità al futuro che ora non riusciamo a immaginare. E il valore e lo stile di questi approcci resta inossidabile come esempio per i prossimi arrampicatori.

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