Il Roccione di Cravasco e la Rocca Maccà

Il Roccione di Cravasco e la Rocca Maccà (AG 1964-008)
(dal mio diario)

Di roccia serpentinosa, il grande masso di Cravasco, una piccola frazione in Val Polcévera, si erge in mezzo a un prato per una ventina di metri. Sul lato est si può salire in cima per una traccia e per una breve placca inclinata; a ovest, uno spesso strato di edera abbarbicata alla roccia rende pressoché impossibile l’arrampicata; a nord e sud invece si può arrampicare.

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18 luglio 1963. Gianfilippo Dughera e io partiamo da casa e arriviamo con la «C» a Pontedecimo verso le 9. Prendiamo la corriera per Isoverde e da lì tiriamo su verso Cravasco, poi dopo la chiesa verso le Case Molino Alto. Ci sediamo alla base nord-ovest del masso e mangiamo qualcosa. Per prima cosa ci rivolgiamo all’it. 15b, il cosiddetto Spigolo dei Gigli, lo spigolo sud-ovest, proprio sopra le Case Molino Alto. Attacchiamo da un piccolo becco roccioso staccato. Gianfilippo non ha mai messo piede su roccia e perciò lo devo aiutare. Qui è II grado, rocce articolate e blocchi. In breve siamo in cima. Scesi per la stessa via, ci rivolgiamo all’it. cIII. Raggiungo l’intaglio tra il Roccione dell’Edera e il Roccione di Cravasco. Gianfilippo fa il giro e mi raggiunge mentre intanto io conquisto il Roccione dell’Edera. Da lì superiamo direttamente la sovrastante paretina di rocce gradinate saldissime e in breve siamo ancora in vetta (II grado). Scendiamo per lo Spigolo dei Gigli e io tento di far fare a Gianfilippo l’it. 15cV. Seguiamo per alcuni metri la cengia erbosa ascendente verso destra, quindi appoggiamo a sinistra e superiamo direttamente le prime rocce. ma presto lui si ferma mentre io continuo sulle rocce lastronate che adducono a un terrazzino e alla cima (III grado). Prima di andare a mangiare tento un attimo il 15 cIV che presenta un passaggio di V-, ma non ci riesco. Mangiamo come lupi e poi ritorniamo in azione sul Torrione di Sinistra, per l’it. 15cI. Attacchiamo nel punto più basso dello spigolo tondeggiante di roccia liscia e compatta e superiamo una placca di 8 metri (II+). Poi scaliamo un breve risalto e per una seconda placca, scarsa di appigli (III+) tocchiamo la sommità del torrione. Lui si ferma lì, io scendo all’intaglio, risalgo una placca liscia diagonalmente verso destra fin sotto un tetto (5 m, IV+) e, per una fessurina a destra del tetto, in breve sono in cima (III+). Poi io tento la 15 cII e non riesco perché il primo passo è di V grado.

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E’ ora di ritornare. Tra Cravasco e Isoverde ci sono molte grotte e quasi per gioco andiamo a visitarne una, la N12Li. Davanti all’entrata prepariamo le fascine cui daremo fuoco per poterci vedere. L’ingresso è angusto, poi la grotta si allarga un po’, si aprono alcune deviazioni a sinistra e a destra. Alla fine arriviamo a un pozzo che non ci arrischiamo a visitare. Ma sarà per una prossima volta, attrezzati di pile e di cordini: questo è il nostro progetto. Intanto torniamo alla superficie e scendiamo a Isoverde. Di lì a piedi fino a Pontedecimo (5 km) e da lì con la «C» a Genova.

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La Rocca Maccà è una notevole prominenza di roccia serpentinosa a nord-ovest del Monte dei Torbi 743 m, immediatamente a nord della Cappella di Rocca Maccà posta sul quadrivio Lencisa-San Carlo di Cese-Praglia-Torbi. Sul versante nord, l’unico alpinisticamente interessante, ci sono varie possibilità di salita che la guida non ritiene necessario descrivere, potendo salire a proprio piacimento. Per la conformazione a gradoni, le difficoltà sono concentrate in brevi risalti e si può scegliere la difficoltà che si desidera.

26 luglio 1963. Gianfilippo ed io partiamo al mattino e alle 8.05 a Pegli prendiamo l’autobus per San Carlo di Cese. Qui scendiamo, continuiamo per la rotabile che esce a nord del paese e che di mano in mano rimpicciolisce fino a diventare mulattiera. Passate le case di Vaccarezza raggiungiamo un valico e la vicina Rocca Maccà, alle 9.15. Ci rivolgiamo subito alla parete ovest, per l’it. 12aI, variante del 12a. Raggiungiamo la base del gradino verticale del 12a attaccando a destra della prominenza rocciosa tondeggiante e seguendo verso sinistra una piccola cengia ascendente (II). Riscesi, mi rivolgo al 12a. Attacco al centro di una prominenza rocciosa semi-tondeggiante caratteristica e salgo una piccola fessura verticale (IV) raggiungendo con molta fatica dopo 4 m un pulpito a sinistra. Traverso qualche metro a destra e, superando un gradino verticale (III) mi porto per facili rocce sul pendio superiore quasi erboso. Poi scendo per attaccare il 12aII. Arrampico direttamente la paretina in leggero strapiombo posta 8-10 m a destra della prominenza rocciosa semi-tondeggiante, fino al pendio superiore di rocce e gerbidi (IV-). La trovo più faticosa della parete precedente. Poi cambiamo zona e ci dirigiamo verso lo spigolo nord. Arrampichiamo per 15 m un dirupo di rocce frammiste a erba, poi una placca di circa 8-10 m, sovrastata da un grosso blocco (che si sormonta). Tra l’altro noto un chiodo infisso in una fessura e lo tolgo. Seguiamo la facile crestina in qualche tratto molto affilata e, con bella ginnastica, raggiungiamo (II con passi di III-) la cima della Rocca Maccà 698 m. Ci spostiamo sotto la parete est, per tentare la via dei Diedri. Di questi, il secondo e il terzo sono facili, ma il primo è di V-. Infatti tento ma non ci riesco, così facciamo i bagagli e ce ne andiamo. Scendiamo verso Garzolo, per poi andare alla Càmpora e da lì a Isoverde. Però sbagliamo strada e finiamo sotto San Martino di Paravanico. Prendiamo una corriera che ci porta quasi a Campomorone. Scendiamo e ci facciamo quasi 4 km per arrivare a Isoverde. Da qui saliamo alla grotta n.12Li. Prima di entrare mangiamo e ci cambiamo. Facciamo i preparativi con i cordini e la pila. Entriamo, percorriamo il lungo corridoio già esplorato  la volta scorsa e c’inoltriamo nel pozzetto che l’altra volta non avevamo oltrepassato. Strisciando percorriamo circa 5 m, poi la volta si allarga e sotto di noi si apre un altro buco, lungo circa sei metri e profondo due e mezzo. Dopo un po’ d’esitazione scendo io. Vado avanti, ma un muro di roccia non mi permette di proseguire; torno indietro, passo sotto a Gianfilippo e mi avvio verso un altro pozzo, dall’orefizio tanto stretto che non mi fido a forzare. Facciamo qualche foto col flash e poi torniamo in superficie. Cerchiamo anche di forzare i buchi laterali del corridoio iniziale, senza successo. Così pure non riusciamo a salire sulla volta del corridoio, dove abbiamo notato un’altra apertura. Ce ne andiamo abbastanza soddisfatti. A Isoverde prendiamo la corriera alle 17 per Pontedecimo. E da lì con la «C» fino a casa.

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12 aprile 1964. Nella prima uscita del Corso di Alpinismo (5 aprile 1964) avevo fatto notevoli conoscenze.  Gianni Calcagno oggi mi è apparso molto più simpatico che l’altro giorno: anzi, ormai siamo amici!

Alle 7.00 ci troviamo lui e io a Pegli, al capolinea del «71». Dopo un po’, con una ‘500, arrivano Giuseppe Banchero, un simpaticissimo ragioniere, con due ragazze, pure loro simpatiche. Anche loro partecipano al Corso, ma qui siamo in uscita “privata”. Ci dirigiamo verso San Carlo di Cese con il «71» e di lì a piedi verso Rocca Maccà. Una marcia che passa veloce, viste le tante scemate detta da Giuseppe, detto Pinuccio: da morire dal ridere. Dopo aver mangiato qualcosa, andiamo ad arrampicare. Ornella per oggi non farà nulla, anzi se ne starà tutto il giorno a dormire in cima. Intanto noi, molto più attivi, ci dirigiamo alla base di una paretina, 20 m a sinistra del primo diedro della via dei Diedri sul versante est. Parte Gianni Calcagno e ci assicura dall’alto. Lo segue la Franca Simondi, poi io e Pinuccio. Proseguiamo infine per il terzo diedro della via dei Diedri. L’estate avevo tentato questa via con Gianfilippo Dughera, ma senza corda non c’era niente da fare… Oggi la corda c’è, e anche i chiodi e il resto. La giornata è molto utile per me, non tanto per la tecnica di arrampicata quanto per l’acquisizione delle nozioni di sicurezza: ho imparato più oggi sul come bisogna assicurarsi in montagna che in due anni. Ci portiamo alla base della via dei Diedri. Attacca Gianni e a metà del primo diedro (V-) pianta un buon chiodo. Io l’assicuro dal basso. Franca e Pinuccio stanno a vedere. Von la massima circospezione Gianni procede e si assicura al chiodo d’uscita del diedro, lì da tempo. Va un po’ più alto per fare sosta e assicurare Franca che vuole partire per seconda. Ma Franca finora ha fatto solo le roccette del Monte Pennone e non si può pretendere che di punto in bianco vada su un V-. Cosicché, dopo essere arrivata a metà, scende, dando il posto a Pinuccio. Questo ce la fa abbastanza bene, evitando perfino di attaccarsi ai moschettoni. Poi parto io e schiodo. Questa è un’arrampicata magnifica perché la si deve fare elegantemente, con passettini brevi e abili. Però, quando sono quasi fuori, vorrei togliere un chiodo che ho visto sulla destra che non serve a niente. Faccio fatica perché i piedi non hanno appoggi sufficienti per questa manovra supplementare. Comunque alla fine ci riesco, quindi tolgo anche il moschettone dal chiodo di uscita e raggiungo i compagni. Proseguiamo e arriviamo in vetta.

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Dopo un po’ arriva Gianni Pàstine, altro istruttore del Corso, con la moglie e parenti vari. Ci diamo da fare sul versante ovest e ci divertiamo. Con Gianni ripeto le vie che avevo già fatto, la 12a e la 12aII. E poi facciamo anche delle corde doppie. Imparo che un buon metodo di assicurazione in doppia è quello di legarsi attorno alla vita  un cordino e collegarlo alla corda con un nodo Prusik. Per scendere basta tenere il nodo in mano ed evitare che si stringa. Così si evita tra l’altro che la mano venga a bruciare. Dopo mi faccio anche una salita a nodi Prusik, mentre i due Gianni vanno per conto loro. Finiti i Prusik io e la Franca arrampichiamo per conto nostro sul versante nord-est. Questa ragazza mi è decisamente molto simpatica. Dopo un po’ sbuchiamo in cima, sotto gli occhi di Gianni Calcagno che, caso strano, non ha nulla da rimproverarci. Pàstine e la sua compagnia se ne vanno: io, Gianni Calcagno e Pinuccio continuiamo su una placca a nord-est e quindi ancora in vetta. Bella quella placca: un bel IV+. E’ finita, dobbiamo scendere a San Carlo di Cese. Poi Pegli, poi casa (in auto!).

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2 giugno 1964.  Oggi dovevo andare con Piergiorgio Ravajoni, ma invece vado con Chicco De Bernardinis al Roccione di Cravasco. Comodo, in auto con suo padre e sua madre. Giunti là alle 15.40 vediamo che c’è gente: Euro Montagna (l’autore della Guida di arrampicata, la mia bibbia), Stefano Sironi e poi alcuni allievi del Corso, come Lorenzo Morchio e Carlini. Ci sono anche due ragazze che non conosco. In seguito arriverà anche Giorni Noli con altri due allievi. Cominciamo subito ad arrampicare, mentre Euro picchia sul punteruolo per mettere alcuni chiodi a pressione: vuole fare la direttissima della parete sud. Noi invece andiamo al Diedro Nicolino, a destra della grande placca. Questo diedro non è segnato sulla Guida, sappiamo però che è di V grado. Parto. Ho gli scarponi vecchi e per giunta la roccia è umida, perché c’è forte scirocco. Pianto un chiodo e poi un altro. E millimetro per millimetro passo. E’ proprio di V grado e sarà alto sui 6 m. E’ un diedro per modo di dire, perché il fondo è molto curvo. Arrivato in cima vedo Sironi che mi guarda stranamente. Ci faccio appena caso e, dopo essermi auto-assicurato, chiamo Chicco. Lui ha gli scarponi nuovi e duri: viene su d’incanto. Leva i due chiodi in un attimo e un minuto dopo le martellate mi ha raggiunto. Sorride contentissimo. Io mi convinco che devo venire in palestra con gli scarponi rigidi. Scendiamo e andiamo all’attacco del 15cII, presso una fessura strapiombante. Essendovi un forte scolo d’acqua, perché nei giorni scorsi è piovuto assai, la roccia è viscida. Non mi sembra d’essere in perfetta forma quando mi accorgo di non passare: tra l’altro non mi sembra l’itinerario giusto. L’it. 15cII è di IV+ con un passo di V, ma io lo vado a cercare più a sinistra. Poi mi accorgo dell’errore… ma lì è tutto bagnato, perciò ce ne andiamo a fare l’it. 15 cIII, già salito con Dughera il 18 luglio 1963, di II grado. Va per primo Chicco e se la cava molto onorevolmente. Dalla cima scendiamo all’attacco del 15cIV, cioè della via diretta alla parete nord-ovest, già tentata con Dughera. All’inizio c’è un passo di V-. Però non avendo iniziato nel punto esatto cui la Guida si riferisce, mi trovo incrodato su un passaggio da artificiale. Così scendo, traverso e mi applico sull’itinerario corretto. Non dico che non sia bello, ma non mi piace. E con questa sensazione di delusione faccio venire su Chicco, che invece è contento e felice. Assieme a Lorenzo e al suo amico Carlini facciamo poi la 15cI, cioè la via del Torrione di sinistra e della seguente placca di IV+. Vado per primo e, dopo la placca, traccio una piccola variante sullo strapiombetto superiore. Sarà un IV+. Dopo essere scesi in doppia, visto che sono le 18.15 andiamo all’auto con dentro i genitori di Chicco. Alle 19.35 arriviamo a casa.

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Il Roccione di Cravasco e la Rocca Maccà ultima modifica: 2017-02-26T05:55:15+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Il Roccione di Cravasco e la Rocca Maccà”

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    Paolo Sebastiani says:

    Molto gradito! Ricorda le forti emozioni delle prime avventure su roccia.

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