Il Sistema Falesie Lecchesi

Il Sistema Falesie Lecchesi
di Pietro Corti
Il presente post è tratto dalla relazione che Pietro Corti fece a Lecco, il 14 dicembre 2013, in occasione del convegno L’Arrampicata sportiva, un’opportunità per il territorio.

L’arrampicata sportiva è un fenomeno che ha rivoluzionato il mondo verticale, dunque anche quello del Lecchese. Espongo in estrema sintesi cos’è l’arrampicata sportiva, mettendola a confronto con l’arrampicata classica per meglio comprendere la portata di questo fenomeno.
E’ importante capire di cosa si sta parlando perchè le differenze tra queste due attività hanno cambiato radicalmente l’approccio all’arrampicata in tutto il mondo, con sviluppi di ordine tecnico ed economico, impensabili all’epoca in cui tutto ha avuto inizio.

La Bastionata del Lago di Lecco con evidenziato il Lariosauro. Foto: Larioclimb

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L’arrampicata classica si basa sull’avventura, e la salita di una parete o di uno spigolo roccioso non si esaurisce nel gesto tecnico, necessario per superare la difficoltà. Bisogna fare i conti infatti con altre variabili, spesso incontrollabili o difficilmente gestibili, che obbligano al superamento dei propri timori e chiamano in gioco l’esperienza individuale. L’aspetto psicologico diventa quindi un elemento determinante per la buona riuscita dell’ascensione.
Alcuni esempi: gli ancoraggi presenti in parete, di solito chiodi tradizionali da fessura, possono essere di dubbia affidabilità e spesso lo scalatore deve decidere in pochi attimi se aggiungere altri punti di protezione, o se assumersi il rischio di avanzare, cosciente di non essere adeguatamente “protetto”.
L’ambiente in cui ci si muove inoltre (pareti di qualche centinaio di metri di dislivello in ambiente alpino) obbliga ad affrontare pericoli oggettivi di vario genere, quali principalmente: la caduta di pietre od il sopravvenire del maltempo, che può rendere necessarie complicate ritirate. Altri elementi caratteristici sono l’isolamento, la lunghezza dell’itinerario, la possibilità di dover affrontare sezioni di roccia friabile: tutte situazioni che aumentano lo stress fisico e psicologico.

L’arrampicata sportiva, la cui filosofia originale si fonda sull’innalzamento della difficoltà, ha invece un contenuto quasi esclusivamente tecnico che consiste nel superamento di un itinerario nel miglior stile, cioè “in libera”. Questa attività rappresenta una evoluzione della breve epoca del Free Climbing, con il quale ha in comune il concetto di base che l’ancoraggio serve solo per fermare un’eventuale caduta e non va usato come appiglio/appoggio per la progressione.
L’aggettivo “sportiva” si riferisce alle poche ma precise regole che determinano con chiarezza il livello della prestazione.
Lo scalatore deve concentrarsi sui movimenti per trovare il giusto mix di forza/resistenza per salire la parete utilizzando le asperità naturali, accettando il “volo”, uno dei principali tabù dell’arrampicata classica, come normale eventualità. L’ancoraggio deve essere quindi affidabile al 100% per non costituire un freno psicologico. Oltre a questo, vengono ricercate le condizioni per eliminare i pericoli oggettivi, quali la roccia friabile e il rischio del maltempo.
Anche il metodo di “apertura” della via è radicalmente diverso; nell’arrampicata classica il nuovo itinerario viene salito dal basso, affrontando di volta in volta le incognite della ricerca della via migliore, invece, in arrampicata sportiva, il tiro viene “chiodato” od “attrezzato”, calandosi dall’alto e fissando le protezioni (ancoraggi ad espansione, Spit-Fix, o chimici, i Resinati).

Questo gioco delle differenze, comunque, non vuole certo stabilire una classifica tra quale delle due attività sia la più importante. Anche perché le salite negli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso di alcuni giganti della “libera” lasciano ancora oggi tutti a bocca aperta.

Con il passare del tempo, inoltre, si è molto diversificato il pubblico che frequenta la falesia, il tipico terreno dove si svolge l’arrampicata sportiva. Nel primo periodo, fino alla fine degli anni ’80, gli scalatori sportivi provenivano prevalentemente dall’alpinismo e dall’arrampicata classica e dovevano così affrontare il radicale cambio di mentalità imposto dall’arrampicata sportiva. Per molti, soprattutto alcuni famosi alpinisti dell’epoca, non è stato facile rimettersi in gioco per misurarsi con itinerari di lunghezza ridicola rispetto alle severe salite alpine, ma con difficoltà tecniche di gran lunga superiori.

Costoro dovettero cercare dentro di sé una motivazione del tutto nuova, per riuscire ad acquisire una mentalità sportiva che imponeva rigore e rispetto delle regole del gioco. Ecco quindi il principale elemento psicologico (oltre al superamento della naturale paura del volo) che ancora oggi rappresenta una discriminante tra gli scalatori normali ed i migliori.

In seguito le falesie accolsero visitatori nuovi e, soprattutto, con l’avvento di un’etica di chiodatura meno severa come vedremo più avanti, il numero dei frequentatori è aumentato a dismisura, con provenienze dagli ambienti più disparati tanto che, ormai moltissimi scalatori, non conoscono la montagna, ed alcuni non hanno mai toccato nemmeno la roccia, scalando solo sulle grandi strutture artificiali indoor.

Nel frattempo, grazie anche allo sviluppo delle conoscenze sull’allenamento specifico, il livello tecnico si è alzato fino al 9b+, traducibile più o meno come XII grado e si è potuto constatare quanto questo sport sia praticabile con ottimi (ma anche strabilianti) risultati da persone “over 50” o da ragazzini di 10 anni che già riescono a muoversi sull’8a, il X grado.

Morcate, Sponda orientale Lago di Lecco. Foto: Pietro Buzzoni

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I protagonisti della storia dell’arrampicata lecchese
La tradizione dell’arrampicata, prima che dell’alpinismo, è molto radicata nel nostro territorio, e un filo diretto unisce gli scalatori del passato a quelli di oggi. A moltissimi di noi è capitato di stringere gli stessi appigli afferrati con forza ed eleganza dai nostri predecessori sulle rocce delle montagne lecchesi, ma con loro abbiamo in comune soprattutto l’emozione che proviamo alzando lo sguardo verso le pareti.

Con l’avvento dell’arrampicata sportiva è nata anche una nuova figura, quella del “chiodatore”, che disegna con la fantasia i movimenti sulla roccia vergine, per poi realizzare i nuovi itinerari pulendo erba e sassi mobili e fissando gli ancoraggi. Questo convegno ci sembra quindi un’ottima occasione per rendere omaggio pubblicamente a tutti i chiodatori del territorio, alcuni dei quali hanno dedicato anni a questa attività. Ringraziamo la categoria attraverso il veterano Delfino Formenti, che opera a livello di volontariato da quasi 30 anni; a lui e ad Alessandro Ronchi, quest’ultimo sostenuto a suo tempo dal CAI di Vimercate, si deve l’attrezzatura di 16 falesie in Provincia di Lecco per un totale di 830 itinerari: circa il 45% del totale attuale.

Oltre a loro vogliamo ricordare anche gli altri, iniziando dai pionieri che hanno attrezzato le prime falesie della Provincia fin dall’inizio degli anni ’80: Marco Ballerini e Stefano Alippi, e poi Giuseppe Bonfanti, Christian Brenna, Pietro Buzzoni, Valerio Casari, Pierantonio Cassin, Domenico Chindamo, Paolo Crippa, Roberto Crotta, Beppe Dallona, Flavio De Stefani, Saverio De Toffol, Lele Dinoia, Massimo Disarò, Rino Fumagalli, Marco Galli, Lele Gerli, Claudio Gorla, Roberto Lainati, Matteo Maternini, Christian Meretto, Gino Notari, Luca Passini, Virgilio Plumari, Norberto Riva, Gianni Ronchi, Aldo Rovelli, Giacomo Rusconi, Adriano Selva, Andrea Spandri, Paolo Vitali.

Il nuovo terreno di gioco: le falesie
L’aver ricordato i chiodatori ci porta a presentare le falesie della Provincia di Lecco. Per quanto accennato sopra, l’avvento dell’arrampicata sportiva ha portato non solo una rivoluzione tecnica ed etica, ma ha stimolato la ricerca e lo sviluppo di un terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori.

L’arrampicata classica si svolge infatti prevalentemente in montagna, e il territorio della Provincia di Lecco è famoso per le guglie della Grigna Meridionale e le grandi pareti della Grigna Settentrionale, che rappresentano il tipico ambiente “alpino” severo, isolato ed impervio. Alcune strutture di più comodo accesso venivano invece utilizzate in primavera, in vista delle “campagne” estive, per rifarsi la mano e l’occhio sull’arrampicata. Erano le rare “palestre di roccia”: il Nibbio, la Corna di Medale, le torri al Passo del Fo’ al Resegone, alcune paretine nei dintorni di Valmadrera e Civate o, fuori Provincia, il Sasso d’Erba.

L’arrampicata sportiva nasce invece proprio sulle strutture considerate “minori”: comode da raggiungere, di roccia compatta, quasi del tutto prive di pericoli oggettivi. Gli itinerari sono brevi, in genere una singola lunghezza di corda dai 20 ai 30/35 metri, ma mettono a dura prova lo scalatore che talvolta per venirne a capo deve effettuare diversi tentativi. La scalata diventa un appassionante rebus per individuare la giusta sequenza di movimenti mani/piedi o le posizioni di riposo e richiede intuito, grinta e determinazione nell’affrontare sezioni particolarmente intense, al limite del volo. Una pratica troppo scomoda da realizzare su una via di più “tiri”.

Il Sasso d’Introbio

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Questa ricerca è iniziata anche da noi intorno al 1979/1980, quando Marco Ballerini (alpinista e maestro di sci e raffinato scalatore lecchese) intuisce che, le piccole pareti alte poche decine di metri di cui è disseminato il territorio, possono diventare il terreno ideale per alzare il livello tecnico delle difficoltà, senza dover fare troppi chilometri. La prima struttura della Provincia (ed una delle prime in tutta la Lombardia) ad essere interpretata in ottica sportiva è il Sasso di Introbio in Valsassina, a pochi chilometri a nord di Lecco.
Proprio al Sasso Marco Ballerini “Bàllera” attrezza con fix ad espansione e trapano, calandosi dall’alto, i primi itinerari sportivi, raggiungendo subito l’VIII grado inferiore.

Dopo il Sasso di Introbio è la volta della Bastionata del Lago e dell’Antimedale, anch’essi chiodati con criteri molto selettivi, cioè protezioni assai distanziate tra loro, che rendono i passaggi più difficili sempre “obbligati” e richiedono di mettere in conto voli di discreta lunghezza. Un forte deterrente per chi proveniva dall’arrampicata classica … Infatti in queste prime falesie non c’era mai troppa ressa! L’arrampicata sportiva esplode invece come fenomeno di massa intorno ai primi anni ’90 quando, accanto all’apertura di “tiri” sempre più difficili, un ristrettissimo numero di scalatori/chiodatori inizia con passione e competenza a pulire da erba e sassi mobili nuove falesie, attrezzando anche itinerari su difficoltà più contenute e con ancoraggi un po’ più ravvicinati. E’ un ulteriore, radicale cambiamento di approccio alla scalata, che porta migliaia di persone sulle falesie.

La storia dell’arrampicata sportiva nel Lecchese inizia sul Sasso di Introbio in Valsassina, frequentato fin dal 1974 da un sacerdote scalatore, Don Agostino Butturini, con un gruppo di ragazzini della scuola media del collegio Volta di Lecco: i mitici “Condor”. Dopo pochi anni il milanese Ivan Guerini, quello del settimo grado sul Precipizio degli Asteroidi in Val di Mello, sale le vie del “Don” al Sasso senza utilizzare i chiodi per la progressione.

Poi arriva il “Ballera”, e questo merita un capitolo a sé.

Il Sistema Falesie Lecchesi
Oggi in provincia di Lecco, dopo poco più di 30 anni, oltre alle 20 aree di arrampicata di carattere alpino con circa 300 itinerari, considerando quelli più frequentati, si contano una cinquantina di falesie. Dovessimo tracciare una carta di identità del SISTEMA FALESIE LECCHESI, potremmo scrivere (Fonte:http://larioclimb.paolo-sonja.net/index.html; non è stato conteggiato un ristretto numero di falesie non ancora completate od in stato di abbandono):
– 47 falesie, alte dai 20 ai 150 metri circa. Su queste ultime si sviluppano vie fino a 4, 5 lunghezze di corda, ma perlopiù si scala su “monotiri” di 20/35 metri. Negli ultimi anni la tendenza è quella di allungare il più possibile l’itinerario, sfruttando la lunghezza media della corda da falesia, generalmente di 70 – 80 metri.
– 1.850 itinerari di arrampicata sportiva, per circa 2.100 lunghezze di corda.

La situazione comunque è in continua evoluzione e mentre stiamo scrivendo siamo al corrente di numerosi lavori in corso.
La roccia è di buona/ottima qualità, spesso molto diversa da una zona all’altra.
Lo “stile lecchese” è la scalata su muri verticali o leggermente strapiombanti a liste e tacche, gocce e buchetti dove predomina una arrampicata tecnica e di continuità, spesso di difficile lettura, che richiede forza nelle dita e precisione di piedi. Ogni tanto si incontrano brevi sequenze esplosive per le dita, mentre non sono molto diffusi gli strapiombi. Quindi, anche se non del tutto assente, la caratteristica principale del territorio non è certo l’arrampicata atletica.
Lo spettro delle difficoltà tecniche è molto ampio, compreso tra il livello 4 ed il livello 8. Ogni scalatore sportivo, dal principiante al più preparato, può così trovare validissimi obiettivi. Mancano solo, per ora, gli itinerari sul livello 9, oggi considerati “di punta”. E questa è una sfida per le nuove generazioni che avranno il compito di individuare linee naturali che possano alzare anche nel lecchese l’asticella delle difficoltà.
Gli avvicinamenti sono comodi e generalmente brevi, da un minuto ad un massimo di tre quarti d’ora di cammino. La caratteristica prevalente delle falesie lecchesi è quella di essere inserite in un contesto paesaggistico di prim’ordine con cime dalle quote modeste (tuttavia scoscese e disseminate di formazioni rocciose) che creano ambienti selvaggi quasi incontaminati a brevissima distanza dai centri abitati e il lago, che si insinua tra le montagne come un fiordo norvegese.
Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.
La distribuzione delle falesie è caratterizzata da una maggiore densità di strutture rocciose nelle vicinanze di Lecco e Valmadrera, tutte con vista a lago, mentre la Valsassina offre situazioni più alpine, oltre all’area di arrampicata più grande del territorio: lo Zucco Angelone-Sasso di Introbio, con circa 350 itinerari distribuiti in diversi settori.
Altra caratteristica delle nostre falesie è quella di non essere particolarmente estese, a paragone di alcuni enormi complessi rocciosi in Italia ed in Europa, ma il visitatore è abbondantemente ripagato da un menù minerale molto ampio e variegato.
Ogni falesia presenta comunque particolarità specifiche, ed ognuna è in grado di “interagire” con il territorio. Per esempio il Comune di Galbiate ne ospita una sola a Camporeso, ma in questa specie di stadio naturale adatto alla scalata contiamo ben 162 itinerari.

Le principali criticità delle falesie del territorio
Voglio accennare alle principali criticità delle falesie in Provincia di Lecco. Ogni eventuale progetto turistico legato all’arrampicata (ed in particolare all’arrampicata sportiva) non può ignorare la situazione attuale.

Da qualche stagione si assiste a un notevole incremento della frequentazione di alcune falesie; infatti il maggiore interesse verso le attività outdoor e la proliferazione delle sale indoor cittadine ha portato migliaia di persone ad avvicinarsi all’arrampicata (che spesso viene vista come un economico diversivo). Le falesie più popolari in certi periodi sono quindi ben oltre il loro limite di capienza.
Questa situazione genera un impatto ambientale negativo.

Il problema sarebbe modesto in quanto l’arrampicata è una attività poco invasiva, a patto che il comportamento individuale sia rispettoso del territorio. Cosa che purtroppo non sempre si riscontra.

Altre questioni emergenti sono la manutenzione dei sentieri d’accesso, il rapporto con i proprietari dei fondi privati e, non ultima, la questione dei parcheggi.

Il problema più urgente tuttavia è rappresentato dall’obsolescenza del materiale in parete, che in certe falesie, può rappresentare un potenziale pericolo. La manutenzione, o addirittura la completa riattrezzatura è una questione sempre più attuale e la richiodatura è comunque un intervento tecnicamente complesso che va effettuato da operatori di grande competenza (condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori).

La Parete Stoppani

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Riattrezzare una falesia, infine, non può limitarsi agli itinerari di arrampicata, ma deve considerare anche lo stato della base delle pareti. Dove il terreno è particolarmente sconnesso e scosceso si possono creare occasioni di incidenti perchè chi sta “assicurando” il compagno che scala si trova in posizione precaria. Si rendono allora necessarie opere di vario genere, soprattutto piccoli terrazzamenti, per correggere le situazioni più a rischio.

Non ultimo, segnaliamo anche l’importanza di una adeguata informazione, sia sul posto che in Rete, per dare una completa visuale sulle possibilità nel territorio.

Le relazioni vanno inoltre costantemente aggiornate, sfruttando le possibilità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione, per far “vivere” l’informazione stessa mantenendola sempre attuale.

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postato il 9 giugno 2014

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Il Sistema Falesie Lecchesi ultima modifica: 2014-06-09T08:38:58+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Il Sistema Falesie Lecchesi”

  1. 4

    A me sembra che molta gente che si lamenta a priori per come vanno le cose soffra di un “Complesso di Edipo “… irrisolto.
    Ci si lamenta per la morte dell’Avventura ma ci si guarda bene dal coltivarla.Personalmente.
    Nel Lecchese,perché è di questo che si parla, negli ultimi vent’anni l’arrampicata “Non-Sportiva” è sparita quasi completamente e non perché non ci sono siti dove praticarla.(Non sono io a doverli citare. Potrei. Ma vi rispetto!) Semplicemente perché non c’è,quasi,più nessuno che la pratica …se non con la bocca. Sono molti i siti “abbandonati” non perché, solo,caratterizzati da roccia vergine (non bonificata), con chiodature arcaiche così splendidamente conservati tali per la gioia degli inesistenti alfieri dell’Alpinismo con la A maiuscola.
    Ne si vede mai alcuno di tali personaggi mitologici ripercorrere le vecchie gloriose tracce,bonificate ed attrezzate (ahiloro, a resinati!) senza fare uso degli ancoraggi in loco come se il loro utilizzo fosse normativamente obbligato e non potessero utilizzare gli stessi identici artifici con cui si adoperarono, alla conquista dell’inutile, i gloriosi Primi salitori, quelli del tempo del nirvana buono.Non possono forse ascendere, Ignorando con disprezzo altezzoso…questi orpelli degenerativi chiamati talvolta “infissi geotecnici”?
    Personalmente provo molta simpatia per quei pochi che ancora praticano quel “Alpinismo di ricerca” e/o di rivisitazione,by fair means,ma corigetemi se sbajo…..mi stanno sulle dita di una mano e non faccio fatica ad aggiornarmi sulle loro sporadiche gesta (quando condivise.).Mentre mi stanno inesorabilmente su cojoni coloro che parlano a vanvera pontificando di cose inconcludenti.

  2. 3

    Personalmente quando sento odore di carriere politiche (e ha ben ragione Carletto) non mi entusiasmo. Il tamtam sulla “necessità” di “rendere sicuro” promette di essere un discreto trampolino per chi saprà cavalcarlo. Vabbeh. Tanto io sono vecchio e tra un po’ muoio ma sono contento di aver scalato tanto in tempi in cui scalare era una beata attività marginale per sfigatoni quale sono. E confido che qualche angoletto altrettanto sfigato di me sopravviverà fino all’età della mia definitiva rottamazione.

  3. 2
    Dario Bonafini says:

    Condivido in larga parte quanto scritto dal Sig. Bonardi Carlo, Forse sarò un po’ radicale ma personalmente sono stanco di sentire sempre più spesso che il maggior afflusso di arrampicatori nelle Falesie debba per forza comportare una diversa tutela e la massima sicurezza per persone che essendo “nate” come Scalatori nelle sale Boulder spesso non sanno distinguere se un ancoraggio è solido, usurato o richieda una piccola integrazione. Credo sarebbe ora che chi frequenta l’ambiente anche se di “palestra” sia egli stesso chiamato ad adeguarsi, prepararsi… e non viceversa, intervenire sull’ambiente che andiamo a frequentare. Sono sicuro che verrò criticato per questo mio modo di vedere la questione, per esperienza ritengo che saranno soprattutto quelle persone che vedono nell’arrampicata un bel modo per fare turismo, soldi e in alcuni casi illegittimi istruttori che non hanno i requisiti nel portare gente in falesia ricavandone un utile del tutto illegalmente e del resto anche le Guide Alpine che portano i clienti nelle falesie facendosi pagare mi fanno un po’ sorridere, di certo è molto facile andare in falesia, meno impegnativo che “trascinarsi” a volte il cliente su per una parete Alpina (sono solo una minoranza ma ci sono). Io personalmente ho attrezzato vari itinerari in falesie molto frequentate in Lombardia, sempre a mie spese perché vedo questa Attività come una passione…. Sempre di più sono quelli che ci vedono una fonte di proventi e a parte i legittimati a farlo vorrei tanto allontanare gli “interessati” non tanto alla pratica quanto al becero tornaconto. Comunque passata la moda, rimarrà pur sempre una attività di nicchia o almeno io me lo auguro per il bene (in parte già compromesso) di spazi di libertà con poche regole, divieti e amenità varie che questa società cerca di imporci ogni giorno. Dario

  4. 1
    Bonardi Carlo - Brescia says:

    Il racconto/programma (come quelli appena comparsi sul Gogna Blog a proposito del parallelo sistema trentino, specie per Arco) vuole convincere, e quasi commuove per la sua lineare semplicità.
    Eppure, a me piuttosto richiama alla mente ciò che Claude Lévi- Strauss scriveva a proposito di certe operazioni dei salesiani: “… Questi missionari… hanno condotto nello stesso tempo eccellenti inchieste etnografiche… e un metodico sterminio della cultura indigena”. .. “… il mezzo più sicuro per convertire i bororo consisteva nel far loro abbandonare il villaggio per un altro in cui le case fossero disposte in ranghi paralleli [nota mia: prima e da sempre i villaggi erano stati realizzati in altra disposizione, conformemente ad una tradizione fondata su altri significati]. Disorientati in rapporto ai punti cardinali, privati del piano sul quale si basavano tutte le loro nozioni, gli indigeni perdono rapidamente il senso delle tradizioni…” (da Tristi tropici, 1955, ed. Il Saggiatore 2008, pagg. 183-186).
    Venendo a noi, il problema sarebbe nel rapporto con l’alpinismo (tradizionale): per Lecco, come per Arco, narrano bene (avranno fatto rete…), ma non è un caso che tanto per cominciare nel “nuovo” si siano accaparrati il vecchio Nibbio (anche lui “… terreno di gioco nuovo, quasi del tutto ignorato dalle generazioni precedenti di scalatori”?) , dopo che ne era già stato cambiato il nome (ora è “falesia”), cioè identità, anche dei suoi frequentatori.
    Sarebbe importante almeno non prenderle tutte per buone: ad esempio Oggioni ed Aiazzi (vd. filmato in “Il Corno del Nibbio”, Gogna Blog) col nuovo non hanno a che fare, eppure in esso sono reclutati con la scusa della storia (chi appena si intende di mercato sa bene quale nell’attuale è il valore economico estratto dal pregresso).
    Ulteriori discorsi hanno analogo senso: dall’ormai onnipresente sottolineatura/scusa sull’obsolescenza/pericolo del materiale presente in parete (per me chi preferisce sentirsi “protetto” almeno lì potrebbe non andare; ora però trattasi di legittimare eticamente ed economicamente i nuovi “… operatori di grande competenza” ma – tante grazie – “… condividendo il più possibile i criteri di azione con la comunità degli scalatori”…), invero altro sistema per sopprimere il passato e la sua cultura; alla solita manifestazione di preoccupazione ambientale (“… Sottolineiamo allora con vigore l’importanza della salvaguardia di questo preziosissimo patrimonio ambientale, già abbondantemente intaccato da insediamenti urbani, strade, complessi industriali, cave.”), come se non fossero queste innovazioni a costituirne la causa e con metodo da avvisi alla moderazione sui pacchetti di sigarette (Comici, Cassin e c., in Grignetta non facevano “… una attività poco invasiva…”?).
    Nè basta il “ricordo” di facciata dei vecchi chiodatori (tra l’altro, non sono mica tutti morti).
    Diciamo la verità: ora interessano soldi e posizioni, per cui l’alpinismo di una volta, che si sono trovati sulla strada, o se lo prendono o lo buttano da parte o lo eliminano, senza riguardi o con qualche finta; a me piacerebbe vederlo tutelato, prima di tutto da quelli che stanno sui territori.

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