Il tramonto del free climbing

All’inizio il passaggio fu inavvertito, ma poi acquistò presto velocità e la «cosa» prese forma, si staccò dalla matrice; poi fu ben chiaro che avrebbe con sicurezza tenuto una sua direzione au­tonoma e che questa, come spesso accade nei fenomeni nuovi, a­vrebbe anche portato alla negazione delle origini per affermare indipendenza e superiorità.

Certi meccanismi sono automatici e scontati, anche se possiamo dire questo solo ora, e dopo un primo momento in cui si è cercato di capire quel che stava succedendo, magari rammaricandoci della perdita di alcuni «valori», oggi non dispiace più che i climber abbiano trovato un loro spazio su certe falesie e vi si concen­trino in gran numero.

Ivan Guerini, fine anni ’70

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Tutto era partito dalla guida di Ivan Guerini Il gioco-arrampicata in Val di Mello: il gioco aveva coinvolto i sassi grandi e piccini che occupano i prati del Màsino, si era esteso alla Sirta, all’Antimedale, alla Bastionata del Lago; solo a fatica, e forse non senza qualche com­promesso con il proprio orgoglio, gli ambienti dell’alpinismo classico (come quelli di Lecco e Monza, ma anche Bergamo, Brescia e Milano) si accorsero della novità e i migliori decisero che era il caso di andare a vedere che diavolo stesse succedendo.

Contemporaneamente dalla Francia si importava il mito della dif­ficoltà pura, della bellezza e dell’armonia del gesto, tutte cose che si ottenevano meglio con protezioni sicure e già in loco an­ziché affidarsi a incerti aggeggi incastrati, a volte dopo lotte eterne con le fessure. C’era poi chi diceva già allora che l’ar­rampicata doveva essere sicura e senza pericoli: solo così si sa­rebbe finalmente visto chi era il migliore, solo così ci sarebbe stato progresso. Era la nascita dell’atletismo, quindi dell’ar­rampicata sportiva, sembrava la fine dello spirito creati­vo, o quanto meno un suo letargo.

Alla naturale spontaneità del movimento arrampicatorio originale, si sostituirono gradualmente, ma non del tutto, la ripetitività dei gesti al fine di ottenere una concatenazione che rispondesse a nuove regole di gioco (rotpunkt) e un allenamento apposito per «quei» gesti.

Alla competizione indiretta che affiorava nel comportamento degli alpinisti sulle grandi pareti si affiancò (e qui fu grande il contributo della stampa e degli altri media) una competizione più diretta, alla ricerca di notorietà e successo conquistati su pic­coli frammenti di roccia.

L’opinione pubblica, che fino a quel momento sapeva solo di Bo­natti e di Messner, si trovò di fronte a uno «sport emergente», a un gioco per il quale la vita era «sulla punta delle dita». Le nuove avventure di un genio come Patrick Edlinger furono presto traslate a tutte le altre attività su roccia e ben pochi si ri­bellarono all’inevitabile mito emergente che affondava e affonda le sue radici nell’equivoco di un’avventura che ora sembrava a portata di tutti.

Quindi niente più veloci scorribande sulle rocce, liberi di fare e di raccontare come si voleva. Bensì performance su corsie sepa­rate, sotto l’occhio attento di giudici se si arrampicava in ga­ra.

Senza dubbio i migliori, quelli che dopo l’esperienza della Val di Mello e della Valle dell’Orco iniziarono a portare avanti l’arrampicata estrema sulle pa­reti vicino a casa, avevano e hanno ancora forti radici che in qualche modo li legavano al vecchio mondo del Nuovo Mattino. Ma questo mondo era condannato a un lungo periodo di assopimen­to: non servì ad evitarlo neppure l’esportazione dei 100 Nuovi Mattini che feci nel Mezzogiorno di Pietra. Ci fu un momento in cui sembrava, per restare solo in Lombardia, che null’altro esistesse se non la Bastionata del Lago, Cornalba, il Nibbio, l’Antimedale. Trascurata, a volte ripudiata la Val di Mello, col­pevole di presentare solo vie «da suicidio» e «tutte uguali su placche monotone»; dimenticata la gloriosa Grignetta, bol­lata per la roccia «marcia» e per i chiodi «da schifo»; le corag­giose esplorazioni di Guerini, di Andrea Savonitto e di qualche altro neppure prese in considerazione, a tal punto che oggi molti loro itinerari sono stati ripercorsi con chiodatura dall’alto e rinomi­nati con indifferenza.

Ivan Guerini con le Superga ai Denti della Vecchia (Canton Ticino), 10 giugno 1980

Denti della Vecchia (Canton Ticino, Svizzera), I. Guerini in posa con scarpe da tennis. 10.06.1980

postato l’8 luglio 2014

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Il tramonto del free climbing ultima modifica: 2014-07-08T06:06:53+00:00 da Alessandro Gogna

5 thoughts on “Il tramonto del free climbing”

  1. Che l’evoluzione passi attraverso momenti positivi e negativi non ci sono dubbi. Anche l’epoca delle superdirettissime a goccia d’acqua ha rappresentato per certi versi un cambiamento magari in negativo ma forse per capire certe cose ci si doveva passare.

    Ma questo non vuol dire che non si debbano criticare certe iniziative che tendono a cancellare o modificare quello che è stato fatto solo perché si vuole favorire soprattutto l’aspetto sportivo e gioioso della libera. Di che libera poi si parla quando si modifica la chiodatura a suon di trapano posizionando fix magari messi in posizioni strategiche, appesi a una corda, per favorire il moschettonaggio o solo perché nel tracciato originale la corda tirerebbe creando fastidio all’arrampicatore… libero…

  2. Lungi da me il “guardare all’arrampicata sportiva come un qualcosa di completamente negativo o fallimentare”. Mi dispiace di aver suscitato quest’impressione. Nel mio piccolo oggi pratico forse più arrampicata sportiva che d’avventura. So molto bene come l’evoluzione passi attraverso moti ondosi e non lineari, l’ho scritto più volte altrove. Grazie comunque a Maurizio di averlo puntualizzato.

  3. D’accordo. Ma attenzione a guardare all’arrampicata sportiva come un qualcosa di completamente negativo o fallimentare. Ad esempio, quando agli inizi degli anni novanta si sono incominciate a scavare le prese (ma già era stato fatto tranquillamente per le seconde gare a Bardonecchia) in molti ci siamo indignati. Ci sembrava veramente che si stesse andando alla deriva. Tuttavia agli inizi degli anni 00 questi fatti portarono ad una rinascita del sassismo (boulder) in cui i giovani hanno (re)imparato un maggiore rispetto della roccia e della difficoltà, nonchè dell’accettazione del concetto di inscalabile (lasciare ciò che non si riesce a salire per chi un giorno, forse, ce la farà). Questo ha poi rilanciato la trad climbing e così via. Chi ha vissuto il Nuovo Mattino può pensare che tutti questi anni siano dunque stati sprecati per ritornare al punto di partenza, ma non è così. L’evoluzione, per usare un termine spesso abusato, non si muove linearmente ma ad onde. Ho sentito un’intervista a Joni Mitchell che diceva le stesse identiche cose a proposito del rock degli ultimi 40 anni, mi sa dunque che è un processo comune alla storia, in cui l’umanità continuamente si arricchisce di nuove esperienze, “giuste” o “sbagliate” che siano

  4. Posso portare l’esempio del monte Procinto in Apuane. Sulle sue pareti è stata scritta al storia dell’arrampicata apuana. Diversi itinerari aperti dal basso, oggi sono stati richiodati modificandone lo stile della chiodatura e anche il tracciato, all’insegna del solo divertimento sportivo, ma nella totale mancanza del rispetto se non vogliamo dire etico (io lo direi) possiamo senza dubbio dire storico.

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