“Imprevedibilità” in alpinismo: ma mi faccia il piacere!

A volte – commentando una disgrazia – alcuni addetti ai lavori attestano: “imprevedibile”.
di Carlo Bonardi

Secondo me, di tale e quale in alpinismo c’è poco: se l’uomo per natura sta coi piedi sul piano ed in ambienti favorevoli, significa che, ove ciò non sia, si prospettano guai (per sintesi, derivano: o dalle possibilità di precipitazione, propria o di qualcosa/qualcuno che ci viene addosso, o da situazioni di tempo, luogo o condizioni più severe delle consuete, nonché da problemi circa la persona dei praticanti o i mezzi. Il risk manager, invece, scopritore ed inventore di casi specifici, li “pre-vede” e “misura” per elenchi, sempre – come dice – da “implementare”, ed anche con varianti, combinazioni e novità).
Eppure, la suddetta parola ritorna – per fare un esempio – quanto alla via normale al Monte Bianco dal Col du Midi, affollata anche se, di frequente, uno o più ci hanno lasciato la pelle.

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Per tratti di questo itinerario ero sceso decenni fa, quando, oltre al risk manager, non c’erano nemmeno ARTVA (una che ho sentito dire è che le vittime, seppellite d’estate da “cinquanta metri di ghiaccio”, erano state prudenti perché ce l’avevano), airbag, sindaci proibizionisti, controllori, norme particolari, ecc.: io avevo fregato a Papà la Guida Vallot (1947, vol. I, pag. 113), ove era scritto “Dans certaines conditions, les pentes du Mont Blanc du Tacul et du Mont Maudit peuvent présenter des risques sérieux d’avalanches”; e, comunque, anche un somaro passante sotto a un seracco può intuire cosa conviene fare. Così, nei punti cruciali, la modesta ricetta di cui disponevo era sempre la stessa: farsela addosso + darsela a gambe.
Dunque, perché “imprevedibile”?
A parte chi dice quel che gli viene, il termine è usato – per riguardo di morti o scampati – come sinonimo di “non colpevole” o “non responsabile”.
Nel giuridico, infatti, è proprio il criterio della “prevedibilità” dell’evento negativo, unito a quello della sua “evitabilità”, a far per primo inquadrare un accadimento nel “colposo” alias generatore di “responsabilità”.
Quanto alla legge, il riferimento è nell’art. 43 del Codice penale, “Il delitto è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia… (ecc.)”, e l’aggravante nell’art. 61, al n. 3, “l’avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento”.
Quanto alla loro applicazione ad un caso concreto, “negligenza o imprudenza o imperizia” consistono nel non avere evitato qualcosa di prevedibile (qui necessiterebbero approfondimenti, che investono pure altri piani di ragionamento e normativi, cose intrecciate. Una era nella Relazione ministeriale in vista del Codice penale Rocco 1930: “E’ da ritenere che le lesioni che si producono durante gli esercizi sportivi non costituiscano reato, finché non si vada al di là delle regole fissate per l’esercizio sportivo medesimo: si tratta di fatti che costituiscono esercizio di un’attività lecita, giustificata dalla consuetudine”. Stranezza: per trovare scuse, ci tocca cercarle in reperti fascisti!).
E allora?
Due sono i motivi per i quali non si dice la verità (si sa che la montagna è pericolosa sempre e per tutti).
Il primo, al solito, è economico (ho la fissa, vabbeh!).
Ve lo immaginate dover chiudere quella via normale o simili? o sempre dover maledire morti o feriti e processare scampati? E quale fine farebbero i gestori degli impianti che ne procurano gli accessi, le Guide che vi portano i clienti, chi organizza corsi e gite o vi partecipa, chi vi fa il cinema? Tutti, prima e dopo, passati per ristoranti ed alberghi della zona, oltre che nei negozi di attrezzature sportive.
E’ un po’ come per gli “ubriachi” al volante (la legge dice “in stato di ebbrezza”, ma sui giornali e nella politica l’altra suona peggiore): per costoro propongono almeno la “morte della patente” o peggio ma, accortisi che con quella c’è anche chi lavora, è sopraggiunto l'”emendamento grappino” (puoi guidare… tre ore al dì), e, poi ancora, tramite circolare ministeriale, il non-per-chiunque (occorre distinguere tra chi aveva bevuto di più e chi di meno!).
Il secondo motivo si assomma, non dichiarato.
In una società securitaria serve avere un nemico e, pertanto, pigliarsela con delinquenti certificati (meritatamente o no) dal guaio stesso che li ha visti in azione; però, poiché in non pochi casi il morto o scampato era uno Titolato (Guida, Istruttore, Soccorritore, ecc.) o un amico, lui va sottratto all’infamia, e, se possibile, anche al giudice.
Pure qui, come per gli incidenti stradali: quando l’uccisore è torvo, intanto deve andare in prigione; se è una Mamma, uno che era in servizio pubblico, un lavoratore, o simili (magari l’aveva predicata per altri), c’è spazio per i pianti ed anche per la comprensione.
Concetti e leggi, li usa o fa il legislatore; il magistrato li applica (quando non li crea da sé); noialtri li gestiamo, alla bisogna.
Ripetesi, in montagna il pericolo c’è. Per tale va trattato, senza che questo equivalga a licenza di uccidersi o uccidere (nel giuridico, piuttosto, va ben valutato il caso concreto), e forse finirà male, senza che ci si debba dolere; diversamente, si sta a casa (chi opina che anche lassù ci si possa comportare da buon padre di famiglia, non ha chiare le idee).
Il resto ne ricorda una di Giovanni Giolitti, che di affari e politica s’intendeva: “Le leggi con i nemici si applicano, con gli amici si interpretano”.

Carlo Bonardi
12 febbraio 2014

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“Imprevedibilità” in alpinismo: ma mi faccia il piacere! ultima modifica: 2014-02-15T12:30:23+00:00 da Alessandro Gogna

9 thoughts on ““Imprevedibilità” in alpinismo: ma mi faccia il piacere!”

  1. 9
    Dario Bonafini says:

    Se parliamo di Alpinismo i pericoli “soggettivi” si possono abbassare con l’Esperienza, mentre per quelli “oggettivi” a volte anche l’esperienza può non bastare. Un esempio per tutti, Casarotto non era certo inesperto, ma la montagna è “viva” in continuo mutamento…. Preparazione e rispetto anche per chi è caduto.. ed era Grande!

  2. 8
    riccardo says:

    Gli articoli di Carlo Bonardi, oltre che palesare il concetto di società ” sicuritaria”, evidenziano e denunciano la mercificazione della montagna. Su questi aspetti mi trovo d’accordo con Bonardi. Solo è davvero singolare che da un lato si sguaini la spada in difesa della libertà di andare per i monti anche quando sarebbe prudente non andarci, e dall’altro si prospetta il rischio d’infrangere la legge in caso d’incidente, dove previsto.
    Sono istruttore d’alpinismo e questi argomenti mi assillano ogni qualvolta mi trovo in situazioni di accompagnamento(affidamento); perché al di là di quello che dice Bonardi sulla ” imprevedibilità”, sono del parere che con tutte le precauzioni che si devono mettere in atto quando si è su un terreno d’avventura l’imprevisto può comunque succedere. Cito la frase di apertura dell’articolo di Bonardi:”Secondo me, di tale e quale in alpinismo c’è poco: se l’uomo per natura sta coi piedi sul piano ed in ambienti favorevoli, …..)
    Quel” poco” sta ad indicare che qualcosa d’imprevedibile esiste.

  3. 7
    Paola says:

    L’alpinismo è un’attività umana quindi è più o meno rischiosa.
    Io rischio mentre svolgo l’attività.
    La montagna, il luogo, è più o meno pericoloso (“il pericolo non si lascia mai vedere per intero”).
    Se un pendio è ghiacciato possiamo prevedere di cadere senza l’uso di ramponi. La possibile caduta e l’incidente è prevedibile.
    Se dalla montagna si staccano dei massi e rovinano sul sentiero sottostante al passaggio di un’ipotetica comitiva causando un’incidente agli escursionisti, l’incidente è imprevedibile.
    Quindi se alcuni addetti ai lavori commentando una disgrazia usano il termine “imprevedibile” può essere giusto se rivolto al luogo, non esatto se rivolto all’attività e nel nostro caso specifico all’alpinismo

  4. 6
    Paola says:

    E’ esatto dire “pericolo valanga” e non “rischio valanga” altrimenti si crea confusione tra rischio e pericolo che sono due cose ben differenti.

  5. 5
    Fulvio Tagliaferro says:

    Su youtube si trova questo interessante video.
    http://www.youreporter.it/video_Video_shock_valanga_Moso_in_Passiria_versione_ingrandita
    Farei delle considerazioni:
    1. la valanga “qui ed ora” era inattesa ma le case erano costruite in modo fondamentalmente sicuro: in qualche modo si era previsto il rischio
    2. di fronte ad un simile rullo compressore il soccorso può servire difficilmente
    3. anche se raramente si hanno riprese così accurate di tali fenomeni mentre avvengono, chi va in montagna ne vede spesso le tracce
    Chiaramente il rischio valanga è una cosa seria, un discorso centrato solo su ARTVA-sonda-pala è un pochino semplicistico

  6. 4
    Fulvio Tagliaferro says:

    Non è forse solo una questione di scagionare da una colpa: l’immagine pubblicitaria della montagna invernale è data dal fuoripista assai più che dalla pista nera. Bisogna suggerire che chi va fuori pista facendo il bravo (ARTVA, airbag, guida…) non corre rischi, altrimenti chi ci va, tolti gli appassionati? Poi capita un inverno con la neve e la gente muore.

  7. 3
    Vinicio Vatteroni says:

    “Vivere, in generale, vuol dire essere in pericolo.” (Friedrich Nietzsche, 1874)
    Dovremmo sempre tener presente questo aforisma del filosofo tedesco.
    L’essere umano è sempre in pericolo ovunque si trovi – anche nei cosiddetti ambienti favorevoli – e qualsivoglia attività svolga.
    La cosiddetta società securitaria malgrado gli sforzi tesi non potrà mai eliminare il pericolo.
    Perché?
    La risposta ce la dà il filosofo: “Si è maggiormente in pericolo di essere investiti quando si è appena scansata una vettura.” (Friedrich Nietzsche, 1878)

  8. 2
    Paola says:

    Leggo: “Ripetesi, in montagna il pericolo c’è.”
    Certo che il pericolo c’è. Ma questi è dappertutto: mare, pianura, collina ed anche negli “ambienti favorevoli”.
    Il cosiddetto pericolo oggettivo: imprevedibile.
    Leggo: “diversamente, si sta a casa (chi opina che anche lassù ci si possa comportare da buon padre di famiglia, non ha chiare le idee).
    Qui si confonde il luogo ovvero la montagna, con delle specifiche attività che si esercitano nel luogo quali alpinismo, sci-alpinismo, sci, ecc.
    Penso che ci si possa comportare da buon padre di famiglia anche lassù poichè anche il buon padre vuole difendere la sua “libertà”.
    Riguardo al prevedere essa è una nostra facoltà che paragona situazioni passate con nuove situazioni che potranno accadere.
    Diceva Goethe: “A che cosa serve la previdenza? Il pericolo non si lascia mai vedere per intero.”
    Sono daccordo con lui riguardo al pericolo che non si lascia mai vedere per intero.
    Ma la previdenza può servire ed esserci utile per la sopravvivenza.
    Prediamo ad esempio un annunciato “pericolo valanghe”.
    Qui il pericolo non si lascia mai vedere per intero. La valanga può staccarsi dalla montagna oppure no.
    Non possiamo essere certi del momento del distacco nevoso, essa è “imprevedibile”.
    Se io sono una persona previdente faccio tesoro dell’annunciato pericolo e non mi cimento in un’attività che può causarne il distacco. Rimango lontano dal luogo e scelgo altri luoghi per scampare all’imprevedibilità dello staccarsi della massa nevosa.

  9. 1
    Alessandro Gogna says:

    Per un accanito difensore della libertà in montagna come Carlo Bonardi, è molto coraggioso da parte sua mettersi a dissertare sulla finta imprevedibilità. Partendo dalla constatazione che il motivo per cui si usa quella parola è proprio per scagionare da eventuale colpa, diventa pericoloso difendere la libertà e sostenere che colpa non c’è anche se l’incidente era prevedibile…
    Trovo anche io divertente che per toglierci tutti da questo impaccio, oltre ad altre considerazioni, si debba ricorrere al Codice penale Rocco 1930: “E’ da ritenere che le lesioni che si producono durante gli esercizi sportivi non costituiscano reato, finché non si vada al di là delle regole fissate per l’esercizio sportivo medesimo: si tratta di fatti che costituiscono esercizio di un’attività lecita, giustificata dalla consuetudine”.

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