In quali mani siamo?

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Che cos’è l’Earth Overshoot Day? E’ il giorno di un determinato anno in cui il consumo di risorse naturali supera la capacità rigenerativa del Pianeta. Questo è un dato importante per capire lo stato di salute della Terra e per farci riflettere su quello che possiamo fare per posticipare questa data.

L’Earth Overshoot Day (EOD), precedentemente noto come Day Ecological Debt Day (EDD), è la data in cui il consumo di risorse dell’umanità per l’anno supera la capacità della Terra di rigenerare quelle risorse  per quell’anno. Il Giorno di Overshoot della Terra è calcolato dividendo la biocapacità mondiale (la quantità di risorse naturali generata dalla Terra in quell’anno), per l’impronta ecologica mondiale (consumo umano delle risorse naturali della Terra per quell’anno) e moltiplicando per 365 (numero di giorni di un anno):
(World biocapacity/World ecological footprint) x 365 = Earth Overshoot Day
Visto in prospettiva economica, EOD rappresenta il giorno in cui l’umanità genera una spesa in deficit ecologico. In ecologia il termine Earth Overshoot Day esprime il limite oltre il quale la popolazione umana supera il suo ambiente.

Il Giorno di Overshoot della Terra è calcolato dalla Global Footprint Network, una campagna supportata da decine di altre organizzazioni senza scopo di lucro. Informazioni sui calcoli della Global Footprint Network e sulle Footprints ecologiche nazionali sono disponibili online.

Vent’anni fa l’Earth Overshoot Day è stato il 10 ottobre, nel 1975 il 28 novembre, nel 1970 il 23 dicembre. Nel 2016 è stato l’8 Agosto. Nel 2017 è stato il 2 agosto!

Quello che offre il pianeta non basta a soddisfare i bisogni, sempre crescenti, della popolazione globale: secondo il report, se avessimo lo stile di vita degli americani, avremmo bisogno delle risorse naturali di almeno 4,8 pianeti mentre se vivessimo come gli australiani ne servirebbero almeno 5,4. Lo stile di vita di noi italiani necessiterebbe di 2,7 Terre mentre servirebbero 4,3 Italie per soddisfare il fabbisogno nazionale con le sole risorse territoriali.

Tuttavia, nonostante il dato davvero allarmante, si è notato un lieve rallentamento di questa tendenza negli ultimi 5 anni, anche grazie all’aumento dell’utilizzo dell’energia proveniente da fonti rinnovabili. Grazie alle tecnologie disponibili e con un piccolo sforzo da parte di tutti, sarebbe possibile invertire la rotta.

Alessandro Lauro

In quali mani siamo?
di Alessandro Lauro (Movimento decrescita felice)
(pubblicato da Ariannaeditrice.it il 13 giugno 2017

Charles Bukowsky, dall’alto della sua saggezza, soleva dire che : “La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto.” Ed aveva ragione.

Da alcuni giorni per svariati motivi ho del tempo a mia disposizione e una parte di esso l’ho utilizzato per fermarmi ed osservare. Cosa? la vita e chi la costruisce.

Estraniarsi per qualche minuto o qualche ora durante la giornata e semplicemente osservare come prosegue la vita mia e altrui, dal di fuori, è un sano esercizio per rendersi conto in quale circo ci siamo cacciati.

In queste ore ho osservato traffico infernale anche in piccoli centri. Dalle prime ore della giornata fino a quelle pomeridiane. Per quelle di punta meglio non parlarne. Ho visto gente correre avanti e indietro su auto e motorini e nel mentre sbirciare anche qualche notifica al cellulare.
Ho visto persone affannarsi e urlare per la propria azienda o attività lavorative, litigare per uno sconto non dato o un prezzo di vendita troppo basso.

Ho visto persone vantarsi della propria attività commerciale senza rendersi conto della totale inutilità di tale attività.

Ho osservato persone lavorare otto, nove ore al giorno per vendere oggetti e servizi poco utili o totalmente inutili o superflue. Persone alienate da tale attività ma costrette a farlo perché “si deve pur campare”. E vai a dargli torto. Nonostante ciò perdere interi mesi di vita che non torneranno mai più indietro. Persone che hanno smarrito l’entusiasmo del vivere e che coltivano solo la speranza in un futuro sempre più lontano. Vite rimandate.

Ho visto file chilomentriche di persone, farsi due, tre, quattro ore di traffico solo per vedere un paesaggio, pagare un parcheggio salatissimo, visitare un’ora o più un posto turistico e svenarsi per un pranzo o un souvenir, per poi tornare a imbottigliarsi nel traffico a senso inverso. Così, per regalarsi qualche ora di “svago”.

Ho visto persone spendere una vita intera per guadagnare soldi spesi in cose poco salutari o in medicine che servirebbero per tentare di riparare quello che una certa vita ha danneggiato.

Ho visto mari inquinati dall’uomo, terre bruciate dalla mano dell’uomo e ambienti distrutti dalla volontà di possesso e potere che abitano la razza umana.

Poi siccome rischiavo di entrare in pericoloso vortice di depressione ho deciso di fermarmi altrove. Di provare a capire se esistesse qualcosa di diverso, se fosse possibile auspicare almeno una soluzione migliore. Sono andato da coloro che da almeno 250 anni sono sotto assedio e ridotti alla quasi impotenza: i contadini. Ne ho trovato uno dalle mie parti. Una persona buona, verso la terra, gli animali e gli uomini.

Poi mi ha mostrato dove lavora e come lavora e vi ho intravisto non una certezza (non esistono) ma una possibilità di futuro. Nessuno sconto alla fatica o all’impegno ma tanto senso e bellezza. E l’ho scorto non solo nei suoi occhi ma anche nella sua terra coltivata come un figlio, negli animali che cura, nei prodotti del suo orto (senza pesticidi) che ha voluto regalarmi.

Parlando poi della vita giù a valle (5 minuti di auto) dall’alto della sua saggezza mi ha detto una cosa tanto ovvia quanto troppo dimenticata: “Ogni volta che entra il profitto, tutto è destinato a rovinarsi. Anche io se ho tremila metri quadri di terreno per la mia autoproduzione e sussistenza, sono costretto a pagare tasse e spese come se ne avessi trentamila. L’obiettivo è annientarci perché non siamo utili alla grande produzione.

Ed è vero. Anche la più lodevole delle iniziative quando diventa schiava della crescita del profitto finisce per pervertirsi e da mezzo diventa fine pericoloso.

Tutti noi siamo schiavi del potere e del denaro. Facciamo parte di un sistema talmente marcio e malato che abbiamo finito per amarlo e giustificarlo, nonostante il male quotidiano che ci offre.

Ne soffriamo se non riusciamo a farne parte. Soffriamo lo stesso quando ne facciamo parte e ne subiamo le pressioni e i ritmi infernali ed alienanti.

E’ l’assurdità di questo sistema della crescita, che ha messo al centro il profitto e il guadagno. Un vortice sempre più veloce che non ammette cedimenti. Se rallenti sei fuori ed è difficile rientrarvi. Se rallenti, inneschi perversi meccanismi per i quali diventi sempre più schiavo e sempre più nevrotico.

Una società fondata su questo e che persegue quotidianamente questo, quale frutto positivo può dare? A chi giova tutto questo? Dove ci sta portando?

Credo che stiamo vivendo una forte schizofrenia collettiva. Da un lato abbiamo bisogno di lavoro salariato per vivere e da un lato facciamo di tutto per uscirne (giustamente). Nel mezzo abbiamo il pianeta terra, che subisce tutto questo fin quando riuscirà a farlo.

Per quest’anno ad esempio, l’overshoot day (il giorno cioè il cui il pianeta va “a riserva” e deve usare le sue risorse nascoste) è anticipato al 2 agosto. Mentre fino a qualche anno fa era fine agosto o ferragosto. Ma tutto è concesso se la grande industria cresce, anche dello zero virgola qualcosa…

Tutto questo quindi giova soltanto nel breve periodo ai pochi miliardari che governano il mondo e che ci stanno conducendo verso un baratro senza possibilità di ritorno. E questo non lo dice una cassandra di turno, ma i dati scientifici sul riscaldamento globale. Ma ancora di più lo urlano le nostre vite che non trovano più il giusto senso nel fare qualcosa di veramente utile per sé e per il pianeta e per chi lo abiterà dopo di noi. Sempre che un dopo vi sia e che comprenda anche la nostra razza.

Lo grida la voglia – sempre maggiore – di cambiare vita, di avere stili diversi, più umani e umanizzanti; recuperare ritmi migliori, mettere al centro gli affetti, la propria anima, il proprio talento e creatività. Vivere insomma.

Credo che oggi risuonino forti e attuali le parole contenute nel vangelo di Luca, nel passo in cui il demonio tenta Cristo nel deserto e parlando fa una interessante e spesso taciuta rivelazione: ”Il diavolo lo condusse in alto e, mostrandogli in un istante tutti i regni della terra, gli disse: Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni, perché è stata messa nelle mie mani e io la do a chi voglio. Se ti prostri dinanzi a me tutto sarà tuo (Vangelo di Luca, capitolo 4, versetti 5 – 7)”.

Credo sia giunto il momento di capire in quale mani stiamo. E di uscirne.

       
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In quali mani siamo? ultima modifica: 2017-10-27T04:40:40+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “In quali mani siamo?”

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    lorenzo merlo says:

    Ok siamo tutti diversi. Ognuno di noi procede, evolve a propria misura. Giusto.

    Tuttavia mi sembra ci sia un passaggio  affinchè questo articolo divenga parte di noi non solo intellettualmente.

    Si tratterebbe di prendere coscienza che ci identifichiamo con un nome, una biografia, una posizione, un ruolo.

    Tanto più questa identificazione è tenace tanto meno potremo andare oltre la modesta comprensione/condivisione intellettuale del dramma del progresso.

    Tanto più la presa di coscienza (allenabile) sarà profonda, tanto più potremo riconoscere che le diversità di biografie e forme sono un velo di Maya che ci impedisce di percepire la natura comune. Anche con la Terra.

    A quel punto modificare l’inerzia della rotta della motonave della storia tenderà a divenire possibile.

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