In su e in sé, parte 1

Intervista ad Alessandro Gogna (prima parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

L’alpinismo è sempre stato fatto di imprese e di sogni. Di limiti oggettivi e soggettivi da superare o da negare…
Nei decenni passati i media avevano occupato spazi dell’ambito alpinistico, con il bisogno di superare o di negare i limiti individuali attraverso le spinte della spettacolarizzazione di ogni evento. Si cercava di spingere più avanti, tramite l’altro, il limite personale.
Ricordo che Emanuele Cassarà, in quegli anni, era quasi risentito con me perché avevo trovato il mio limite. Una situazione analoga mi era capitata con Ambrogio Fogar. Mi aveva invitato più volte alla sua trasmissione televisiva. Ci eravamo incontrati anche in altre occasioni, alle conferenze di Messner, e lui mi ripeteva sempre le stesse parole: «Eh certo, Gogna, tu mi stupisci veramente! Perché ad un certo punto della tua carriera non sei andato avanti? E’ come se ti fossi fermato. Potresti anche adesso fare delle cose che, comunque, continui a non fare. Che cosa te lo impedisce?» Io lo guardavo e rispondevo: «Sai, ognuno ha il proprio destino. Io sto bene così! Non è che, non avendo fatto questo o quest’altro, sto male». E lui mi diceva, allora: «Eh sì, però sto male io!» Più chiaro di così…

Hermann Buhl
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Penso al riconoscimento del limite come riconoscimento di sé. Ciò che sta oltre la vetta. E poi c’è l’obiettivo mai raggiunto, il senso di incompiuto, la finitezza del confine, l’insoddisfazione che resta – come diceva Gervasutti…
La consapevolezza del limite si può avere in tanti modi. Sentirsi fermati da qualcosa di più forte, come la natura… Dopo di che non dico che siano state soddisfatte molte delle pulsioni che possono esserci dietro, ma qualcosa comunque è stato raggiunto. E’ stato raggiunto il limite e l’individuo si riconosce in questo; non vuole superarlo e quindi si ferma. A volte cambia sport, cambia attività. Si dà alla vela. Succede… Scopre improvvisamente che ci sono altri mondi…
Poi c’è la scoperta del limite attraverso la conoscenza. Ci si trova, improvvisamente, in un mondo che non è conosciuto. E cioè il mondo di tutte le cose che ci portiamo dentro. A vari stadi, a vari livelli. Io ho fatto un’analisi e ho conosciuto la psicologia junghiana. Di Adler so poco, ma qualcosa so.
Scoprire i propri limiti – punto e basta – può essere utile per la salvezza della persona fisica. Non credo possa essere utile da un punto di vista formativo. Scoprire i propri limiti invece nell’ambito di una ricerca interiore, ci porta di fronte a qualcosa che è dentro di noi e che non è propriamente “volontà”. Ci si trova in un mondo più grande, in una dimensione diversa. E questa dimensione è quella del proprio inconscio. Allora si guarda tutto ciò che accade intorno con criteri di valutazione che non sono solamente pratici, semplici o concreti (anche se questi sono, ovviamente, presenti), ma non sono neppure “psicologizzati”.
Se ho consapevolezza del limite in questo ambiente, posso avere la speranza che succeda qualcosa di positivo. Di fronte a certi sogni, ci si sveglia con la coscienza di aver vissuto qualcosa di veramente grande, non per merito, ma perché questo mondo intorno ci è stato aperto. Non solo. Diventa possibile anche intervenire, mettendo un piede qui e un piede là. A poco a poco, ci si avvicina a meccanismi interpretativi, a volte infiniti, ma comunque sempre importanti. Il fatto che ci sia un limite diventa, allora, assolutamente trascurabile. Diventa uno dei tanti limiti che abbiamo. In fin dei conti è una finzione anche quella.
Il vero limite è un altro. Non è circoscritto in un ambito di “gioco”, di “questo non lo so fare”. Da solo, in cima all’Everest senza ossigeno, non ci andrò, questo è sicuro. Non perché non ho più l’età, ma perché non l’avrei fatto neanche vent’anni fa. Perché è così! Oppure l’avrei fatto solo in determinate condizioni… Forse avrei potuto anche farlo, ma certamente non ho voluto. Questo è il limite di un gioco, nell’ambito di alcune regole ben precise.
Ecco perché il discorso dell’alpinismo può essere cacciato fuori dalla finestra: perché si riconosce che non è importante. Però poi ritorna. E’, in effetti, un meccanismo di ascesi, di chiara e lampante verità.
Nel momento in cui riesco a ritornare in montagna, senza idee di record, di cronometrare i tempi, senza l’idea di scrivere una guida, ma solo per andare così e basta… allora questa è una fotografia vera, vicina alla verità. Posso fare la stessa cosa sedendo anche qui, sotto un albero, in posizione yoga, aspettando che mi arrivi l’illuminazione… però non è nei criteri occidentali. Oggi, qui, bisogna fare qualcosa. Dobbiamo toglierci dalla città, dove c’è un sacco di violenza. La gente è come in trappola, perciò andare via, ogni tanto, è necessario.

Il riconoscimento dei limiti, e quindi anche di un senso lato di inferiorità, porta al bisogno di salire e di andare oltre l’umano. La conoscenza vera corrisponde a riconoscersi in una dimensione umana.
E’ un po’ la storia del puer aeternus. Sono molto contento che siano finite, da parte della stampa, le pressioni nei confronti dell’alpinismo. Dopo l’orgia degli anni Sessanta e Settanta fino a metà degli anni Ottanta, con la chiusura dei quattordici Ottomila di Messner, tutto è rientrato nell’ordine solito delle cose. Non si parla più di exploit o di salite. Di invernali o di solitarie. Sono contento: era solo una forzatura. Uno come Jerzy Kukuczka è morto perché, veramente, non aveva visto i suoi limiti: voleva andare ancora oltre. Si è trovato di fronte alla Sud del Lhotse. Eterno “secondo”, dietro a Reinhold Messner. Doveva fare qualcosa di più!
La sua immaturità, fin quando è stata fresca e genuina (l’immaturità del puer), gli è stata utile. Poi seviziata dalle vicende quotidiane: “tirare la carretta”, mantenere la famiglia, arrabattarsi. Per un polacco, figuriamoci! Per un polacco che non lavorava! Già quelli che lavoravano sono dei poveretti.
Kukuczka era uno “alla fame”. Come Hermann Buhl. Un disadattato. Usiamo pure le parole secondo il loro significato. Con tutto il bene che volevo a Kukuczka!
Per questo è andato a morire sulla Sud del Lhotse. Ovviamente l’incidente c’è sempre. Però era anche spinto da chi gli aveva fatto dei contratti e gli aveva detto: «Tu sei Kukuczka. Sei un grande alpinista! Usa la nostra roba. Noi ti facciamo pubblicità, ti diamo qualche lira. Neanche tante. Tu fai le tue spedizioni, e andiamo avanti così per tre anni». Nessuno ha colpa. Sono felice, comunque, che non si possa più vivere di sponsorizzazioni. Sì, si può vivacchiare un po’, ma non più a livelli alti.
Renato Casarotto ha fatto la stessa fine. Sponsorizzato e sfortunato: spinto a fare determinate imprese, sovrumane, senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio. Ciò che rimane oggi dell’alpinismo, è un fatto più personale. Se volontà di potenza ci deve essere, che sia mia e basta! Non mia, perché qualcuno mi costringe a fare!
Quando non avevo chiarezza di queste cose, mi stupivo moltissimo di una nazione come la Svizzera, che ha tanti alpinisti così bravi, come Loretan e Troillet. Gente fortissima con la montagna nel sangue. Apre la porta di casa e va… Mi stupivo che non avessero mai prodotto fenomeni alla Bonatti o alla Messner, nomi grossi, alpinisti da grandi imprese. Gli svizzeri, invece, sono rimasti sempre molto appartati: i loro protagonisti non sono mai stati messi in luce. Attribuiscono importanza all’andare in montagna, non all’eroismo…
Oggi io sono in grado di capire. L’alpinismo deve essere così! Un fatto individuale, tra amici. Ci deve essere passione, gioia nell’arrampicare, anche volontà. Però tutto deve restare contenuto in un modulo personale.
Nelle disgrazie degli ultimi decenni, invece, è contenuta la corsa alla vetta. Sul K2 nel 1986 e anche nel 1996. Gente che andava in cima approfittando delle tracce degli altri, dei campi degli altri, sorpassandosi, scavalcandosi, calpestandosi. Per che cosa? Non si capisce. Che esperienza poteva essere quella…? Non ho mai colto il senso di accalcarsi tutti insieme su uno stesso obiettivo. E poi la montagna, soprattutto, finiva in secondo piano. Quando la competizione assume questa importanza esagerata, la corsa alla vetta diventa la cosa più importante e la montagna diventa soltanto uno sfondo, un palcoscenico. E’ allora che diventiamo più esposti. Nel nostro interno si crea una defaillance, un’esposizione pressoché totale al pericolo. Così sono nati i problemi nel 1986 sul K2.
C’è sempre la morte a far da sfondo: la morte è sempre la prova di tutto. Non abbiamo altra meta: si tratta di come arrivarci. Se arrivarci come bambini o come adulti; se arrivarci avendo sofferto come bestie o dopo una vita serena. Di scelte ne abbiamo tante. Qualunque disgrazia in montagna ha una o più motivazioni profonde.
La volontà di potenza o il sentimento di auto-affermazione sono stati i fattori più importanti negli ultimi decenni. Prima era diverso: ci si trovava famosi in quanto veramente bravi e non c’era la corsa a diventare famosi.
La leggenda! L’alpinismo è parecchio leggenda. Mi preoccupava che lo stesse diventando sempre meno.
Non si può nemmeno parlare di alpinismo in termini di confronto sportivo. Perché le condizioni cambiano. Non cambiano solo gli alpinisti. Cambia il tempo, cambia la natura. Allora cosa pretendi? Come può l’alpinismo essere uno sport con tutte quelle convenzioni precise? E’ impossibile! Non si può neppure fare la storia di queste cose. I paragoni, poi! Non avrai mai la classifica! E’ assurdo parlare di classifica. Eppure c’è chi rifiuta tutto questo e vuole continuare nella finzione: i giornalisti sportivi… Sanno perfettamente che c’è chi va a tremila metri, si fa prendere il sangue e poi lo usa il giorno della gara. Si fanno le gare con il sangue rifatto. L’alpinismo deve restare un gioco e c’è chi sta barando… Allora è importante poter dire: questo non mi interessa più, voglio andare a fare le cose per conto mio.

Jerzy Kukuczka
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Quando è iniziato quell’alpinismo di ricerca di cui sei stato un grande protagonista e innovatore?

Quando abbiamo fatto la Nord-est del Badile nel ’67-’68. Eravamo tre Italiani con tre svizzeri famosi, incontrati per caso. Mentre arrampicavamo, ci siamo accorti che stava capitando qualcosa… elicotteri che giravano… Mai avremmo pensato che, senza aver informato la stampa, senza essere conosciuti, saremmo improvvisamente schizzati alla ribalta. Mai era successo prima. Un interesse collettivo di amore. Una cosa incredibile! Veramente magica. Prima, l’interesse era focalizzato solo sulle grandi imprese e sui grandi personaggi come Maestri e Bonatti, molto carismatici. Al di là di loro, non si andava. Con noi, hanno ritrovato dei protagonisti nuovi e da lì è nato tutto il resto…

Partendo da Un alpinismo di ricerca sei arrivato a La parete, il tuo lavoro più rappresentativo in questo senso. Per certi versi riconducibile a tre elementi principali: l’ambiente naturale, l’ambito sociale e la dimensione individuale. L’alpinismo di ricerca – potremmo dire – è iniziato con La parete. In particolare per quelle esperienze che hanno poi costituito, per te, una svolta. Mi riferisco all’Annapurna, al Lhotse e al K2. Ma comprendendo anche le vicende che si ritrovano in Rock Story: il “Nuovo Mattino”, l’alpinismo degli anni Settanta. Momenti cruciali che hanno dato forma a quello che è uno stile alpinistico, ma anche uno stile di vita.
Hai scritto che, attraverso l’alpinismo, si possono conoscere tutte le componenti che appartengono a quel fluire naturale degli eventi che costituisce il nostro destino. Riconoscendo però che l’ “alpinismo sociale” poteva anche essere una fuga dalla ricerca di sé.
L’alpinismo sociale per quanto mi riguarda è stato un periodo successivo a quello delle grandi conquiste, raccontate in Un alpinismo di ricerca. Possiamo definirlo periodo delle conquiste, in quanto sono stati gli anni in cui ho fatto le cose più importanti.
Nel mio cammino di montagna, fare le conquiste, le imprese, ha mantenuto un carattere di individualità. Al massimo divisa con un compagno, ma comunque sempre nella prospettiva individuale. Per un complesso di ragioni. Se vuoi, anche di crisi. Sono emersi aspetti che prima non vedevo e che ho un po’ tradotto, con un termine non mio, con alpinismo sociale. Improvvisamente ho capito di essere troppo individualista: intorno a me c’era una realtà che avevo tralasciato e dalla quale, più o meno volutamente, mi ero estraniato. Potrei dire una realtà non solo del sociale, ma anche degli affetti, di tutte le persone che avevo vicino. Ho vissuto nel mio mondo per un po’ di anni. Un sociale che si era cristallizzato su idee marxiste. Appena sfiorate, però. Ci credevo e le ritenevo interessanti, importanti: mi avevano colpito. Un’altra manifestazione dell’alpinismo sociale, seppur diversa, è l’attività svolta dal Club Alpino Italiano. In quanto club, è sociale per definizione. Organizza corsi, promuove una serie di attività tecniche, culturali che poi vengono spese sotto il nome di formazione, di diffusione della cultura alpinistico-montana, di salvaguardia, ecc. Non ho mai operato in associazioni di questo tipo, se non marginalmente: non mi andava di lavorare, più di tanto, con gli altri.
Quindi, da una parte l’alpinismo di conquista individuale e, dall’altra, la presa di coscienza del sociale mi hanno portato, insieme, a superare un gradino. Parliamo di evoluzione quasi dialettica alla Hegel. Cioè tesi/antitesi/sintesi. Sintesi che poi diventerà tesi o antitesi, e che verrà quindi ancora messa in discussione in un secondo tempo.
Le cose cambiano, per fortuna. Altrimenti tutto rimarrebbe fermo e sarebbe noiosissimo. La sintesi è diventata una tesi e mi sono reso conto che non bastava ancora. Oltre, c’era la ricerca individuale nell’ambito della propria sfera interiore: parliamo di inconscio, di analisi. Cose venute dopo. E’ stato un passaggio epocale per me. Trovarmi in un altro mondo, assolutamente affascinante, completamente sconosciuto.
La sintesi che poteva esserci stata prima è diventata immediatamente una tesi, che avrebbe avuto bisogno, a sua volta, di un’antitesi. Il mio rifugiarmi nella ricerca interiore era diventata la cosa più importante. Non era più la ricerca della “prima” o dell’impresa. E’ stato un salto notevole che però doveva essere bilanciato, per non correre il rischio di un altro, diverso, straniamento.
In quegli anni è stata fondata l’associazione Mountain Wilderness: mi sono impegnato. Abbiamo preso coscienza in molti di quel che era stato fatto all’ambiente. Il settore delle mie attività di pensiero “ambientale” ha fronteggiato e fatto da contraltare al mio impegno di ricerca interiore. E ora, sono ancora lì. Cerco di conciliare tutte queste diverse esigenze, comunicazioni, lettere, parole come una massa di informazioni da scartare o da far confluire in qualcosa. Che possiamo dipingere come la continua evoluzione di mondo interiore e di mondo esteriore, secondo un rapporto diverso e mutevole. Questa è stata l’evoluzione. Molto difficile, d’altra parte.
Nel 2003 ho diretto un confronto, in internet, che si chiamava Controscuola. Una specie di forum per trattare temi relativi alla montagna. Anche realtà individuali, problemi di crescita e di sviluppo interiore. L’esperimento è andato avanti sei o sette mesi, poi l’ho dovuto interrompere. Purtroppo qualcuno partecipava e più o meno inconsapevolmente ne alterava il significato. In un primo momento non mi sono sentito di intervenire d’autorità, pur essendone stato l’ideatore, ma ho ripetuto per un po’ di tempo: «Così non va, questa non può essere una ricerca della verità, stiamo dilaniandoci su cose che sono solo personali. E non può essere un motivo di interesse comune». Ho scritto poi una lettera a tutti quanti chiedendo di sospendere. Questo esperimento mi ha deluso, però faceva parte del sociale. Ho capito un’altra volta che la propria ricerca bisogna farsela da soli.

continua

postato il 18 ottobre 2014

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In su e in sé, parte 1 ultima modifica: 2014-10-18T07:30:36+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “In su e in sé, parte 1”

  1. Da meditare e contemplare…
    Jung, da questo pdv, è rivelatore. Cfr. in Ricordi, sogni, riflessioni, il brano nel quale racconta del tipo che gli aveva raccontato di aver sognato di essere sul punto di incamminarsi verso una montagna luminosa. Jung aveva tratto dal sogno l’indicazione che il sognatore sarebbe morto di lì a breve. E così era stato. Grazie per i contributi.

  2. Alberto, se ti riferisci al libro La Parete …. ti consiglio senz’altro di leggerlo: è un libro fondamentale che a me ha fatto molto pensare. E mi ha aiutato nella mia “svolta” della vita. Non ho mai trovato nessun altro libro di montagna scritto con questa cruda cristallina onestà.

  3. Ciao Alessandro,
    ho letto il tuo recente post su Banff, come i precedenti.

    Non avevo letto il libro, anche se è sempre rimasto tra le letture che ho nella pila dei libri “dubbi”, nel senso da leggere prima o dopo. A volte il titolo o l’approccio mi fa desistere dalla lettura. Non è mai successo con i tuoi libri.

    Interessante il tuo passaggio su Casarotto e Kukuczka.

    Lo trovo ingiusto, non tanto nel sottolineare un aspetto sicuramente importante delle pressioni che l’alpinista può subire – le sponsorizzazioni per tirare a campare – ma troppo riduttivo per spiegare la spinta motivazionale “dominante” nella complessità che ti porta a una grande ascensione o al suo fallimento.

    Io sono convinto che nessuno sponsor ti possa portare a fare scelte così radicali che mettono a rischio la tua vita. C’è qualcosa di più ed è tutto molto complesso. La motivazione dei vari Kukuczka, Messner, Casarotto era indubbiamente talmente elevata e superiore a quelli di tanti altri loro colleghi che avevano le stesse possibilità e capacità tecniche e di accedere agli sponsor – tu stesso – che gli hanno portato poi verso i loro personali e spesso contrastanti e competitivi alpinismi. Più che gli sponsor, sono questi in mano ai media che fanno paura. Infatti hanno succhiato denaro più le riviste e i media di settore… agli sponsor, che gli alpinisti stessi.

    Mi piace la tua definizione di modulo personale. Moduli personali che tuttavia “storicamente” condividi sempre con qualcuno e che i media possono adoperare a loro uso e consumo. Come è stato fatto negli anni 70-80 portando alle degenerazioni di cui tu fai cenno e che possono aver spinto certi alpinisti a fare qualcosa di più rispetto ai loro “concorrenti”. Ma la complessità di quell’alpinismo – lasciamelo dire – è molto più affascinante rispetto alla normalizzazione di quest’epoca che ha portato alla divisione delle specialità che tutti oggi noi conosciamo, con gare e format per ogni gusto, arrampicata, scialpinismo, drytooling, boulder, ultratrail, etc. Forse ci sono più morti oggi per perdita di complessità e normalizzazione della montagna che allora per la competizione spinta di alcuni fortissimi alpinisti, spinti dal loro legittimo ego e dall’inevitabile confrontarsi con le grandi sfide dell’avventura umana. Bisogna vedere invece chi tra questi fortissimi alpinisti si è lasciato trascinare verso una spettacolarizzazione della montagna da parte dei media. Con i risultati e le conseguenze che conosciamo.

    L’ideale – per ritornare al tuo modulo personale – sarebbe “liberarsi dalla storia” dopo averla attraversata, come forse si intuisce tra le righe di ciò che scrivi. Invece, nella maggior parte dei casi del contemporaneo, ci siamo solo liberati dalla stampa spazzatura che monopolizzava l’attenzione degli sponsor – grazie alla rivoluzione digitale, ai forum e ai blog – e abbiamo perso quello che tu in un altro post hai chiamato fantasia, fantasia che se non trova alimento dalla storia, dalle storie, rischia di essere sterile tecnica. Non è così per tutti, per fortuna. Oggi, come allora, ci sono ottimi esempi di alpinismo cristallino, creativo.

    Per chiudere. Trovo molto ingiusto che tu definisca con formula riduttiva Casarotto “sponsorizzato e sfortunato”, ma soprattutto che tu scriva: “spinto a fare determinate imprese, sovrumane, senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio”. Tutto ciò non solo è riduttivo, ma sembra contrastare con i fatti: per chi ben conosce Renato sa che il suo alpinismo era, nell’1986, a 38 anni, al vertice di un percorso che passo passo lo aveva portato ogni anno a fare imprese più grandi, sempre più preparato e consapevole di dove poteva arrivare “by fair means”. E’ veramente fuori luogo quel tuo “senza più quella forza che lo sorreggeva all’inizio”. Il Broad Peak Nord è del 1983, Il Mc Kinley e le ascensioni nordamericane del 1984, la passeggiata sul Gasherbrum 2 con la moglie del 1985, proprio come modulo personale (di coppia) e contro ogni interesse da offrire agli sponsor.

    Renato è morto dopo aver riconosciuto i limiti alla sua forza. Tornando indietro per l’ennesima volta dalla Magic Line: una partita aperta, un sogno, che era lì, nella sua mente, da quando tu stessi eri stato suo compagno nel K2. Forse qui vanno cercate le dominanti della motivazione. In anni di alpinismo praticato ai massimi livelli. Non negli sponsor. O in quella doppia volontà che tu stesso gli attribuisti in modo enigmatico. Di fronte a cui tutti siamo impotenti.

    Renato è caduto cadendo in un crepaccio a pochi minuti dal Campo Base.

    Altri sono i passi fondamentali, tuoi, su Renato. E di questo ho parlato nel mio recente scritto che presto tu pubblicherai.

    Grazie comunque, Alessandro, per le tue sempre importanti riflessioni oltre lo scontato scrivere e discutere di alpinismo. Sei l’unico – o tra i pochissimi – in Italia che lo fa e lo ha fatto.

    Alberto.

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