In su e in sé, parte 2

Intervista ad Alessandro Gogna (seconda parte) tratta da In su e in séalpinismo e psicologia, Priuli&Verlucca, 2007
a cura di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola

Gli anni Settanta, anni della formazione per la nostra generazione, sono stati particolarmente intensi, belli e tormentati. In un certo senso si era costretti, se si volevano vivere e capire gli eventi, a starci dentro in modo vitale, si era “costretti” ad abbracciare una serie di contraddizioni. Tu hai sempre fatto delle immersioni in questi ambiti, offrendo la tua esperienza anche in modo generoso. Ne è prova il diario del K2 o la trasposizione narrativo/analitica di Rock Story.
Sì, sono narrazioni che si collocano fuori dai racconti dell’esperienza alpinistica. L’alpinismo, in questo senso, è visto in maniera diversa: la visione alpinistica non è più quella canonica, in senso stretto. Ciascuno di noi deve cercare la propria strada. Questo, secondo me, è essenziale.
Kukuczka, ad un certo punto della sua vita, si è trovato in un vicolo chiuso. Non vedeva più la sua direzione. Probabilmente aveva sbagliato qualcosa prima. Tornare indietro era impossibile. La sua strada, quella vera, non era più percorribile. E’ stato un pericolo enorme. Che ho corso anch’io. Ma che, pur oscuramente, ho sempre cercato di evitare. Anche se, allora, non avevo le idee chiare. Sentivo di avere l’esigenza di trovare una storia mia.
Il concetto di limite, di cui abbiamo parlato prima, può essere interpretato anche in un altro modo. Invece di limite, che è un po’ il bicchiere mezzo vuoto, potremmo parlare di quanto mi possa interessare una prospettiva  o di quanto non mi interessi. Quanto possa essere veramente la mia strada e quanto non lo sia (bicchiere mezzo pieno).
La mia strada, fino a quel momento degli anni ‘70, ha attraversato il discorso “imprese”. In quell’ambito mi riconoscevo e dicevo: è ciò che voglio fare. Oltre, ci sarebbe stato un mondo estraneo. Puoi chiamarlo limite, ma il limite resta una cosa negativa. E’ un concetto di negazione. Invece lo vorrei considerare anche in termini positivi. La stessa cosa è dire: «Perché non sono andato a fare ciò che pensavi io potessi fare?» Perché non era la mia strada. Non ha a che fare con il destino. E’ diverso.
Destino è ciò che “era scritto” e che non è stato fatto, per vari motivi. Il mio destino è quello che mi sono scelto e che sentivo, in quel momento, far parte della mia evoluzione esistenziale.

Con mia madre Fiammetta
A. Gogna e la madre Fiammetta Amej Gogna, bagni Monumento di Genova, 1948 (?). Foto: S. Del Boccio

Da una parte, un movimento verso la propria autenticità, pur senza poterla mai raggiungere. Dall’altra, uno scostamento da una certa uniformità.
Mi sono trovato di fronte a mio padre che mi diceva: «E’ vero che, quando sarai grande, rileverai la mia ditta e farai ciò che adesso faccio io?» Io, bambino, rispondevo: «Sì, sì certo! Certo, papà». Poi, crescendo, ho capito che mai avrei fatto così. Perché non mi piaceva. Perché non era la mia strada. Non ho mai avuto il minimo dubbio. Però ho dovuto combattere.
Parlavi prima di ribellione. La ribellione di dire: «Vado in montagna, faccio cose di un certo tipo, quando la maggior parte degli altri non le fa. E’ già una ribellione. Poi mi è stato detto: «Devi continuare a fare grandi imprese!» «Eh no, le faccio quando voglio io, non quando volete voi!» Ecco dov’è la seconda ribellione. Vado a cercarmi le mie cose. E mi invento Rock Story. E mi invento la mia ricerca personale e mi invento tutto un subbuglio che conosco solo io. Verso quello che tu chiami autenticità e io, in termini di Psicologia Analitica, chiamo individuazione. Il riconoscimento del proprio Sé. Che è fonte anche di infelicità. Non mi sono mai pentito però delle mie scelte, quelle importanti. Errori ne ho fatti tanti.
La ricerca resta il mio vero obiettivo. Se mi avvicinerò, anche solo in parte, potrà essere notato e riconosciuto dalle persone che mi sono vicine. Potrà essere un esempio per le mie figlie.
Un alpinismo di ricerca è una definizione che ha molto senso, per me, ancora oggi. Anche se di alpinismo ne faccio un po’ meno. Però la ricerca è rimasta.

Giusto Gervasutti
Insueinsé-giusto


In Rock Story, il protagonista diceva: «A me non me ne frega niente delle cime». Affermazione che rifiuta l’enfasi per la conquista e che valorizza il “tramite”, la ricerca in corso, non considerando la vetta come una conclusione o come un punto di arrivo.
E’ un’affermazione valida nel contesto in cui è stata detta, in un certo periodo storico. Già nelle parole “non me ne frega niente” è riconoscibile, comunque, la conferma di una posizione contraria. Lo dici, perché stai combattendo con queste tematiche. Perché c’è un alpinismo tutto teso verso le vette. Invece le nuove tendenze individuavano altro da fare.
Personalmente, ritengo estremamente importante la cima, comunque e sempre. E’ un elemento di cui non si può fare a meno. Bisogna sempre avere un obiettivo. Senza obiettivo non si va lontano.

La cima potrebbe essere assimilata però a una “meta fittizia”. Si tende a quella meta pur sapendo che non sarà mai raggiunta, perché mutevole; in trasformazione come il percorso che ci riguarda e che ci separa dal nostro obiettivo. Il percorso la cambierà, ma la meta resterà sempre davanti a noi. Origine e senso di ogni dinamismo. La cima quando viene raggiunta rivela di non essere la fine, se non quando rappresenta la morte.
Il vero pericolo consiste nel considerare la meta alpinistica come se fosse la “meta”. Chi arriva su una cima può essere felice, però se ha dentro il fuoco che lo brucia, dopo pochi minuti penserà già a ciò che verrà dopo. Se poi parliamo dei livelli alti (Kukuzcka o Gervasutti) sono molte, alla fine, le evidenze. L’insoddisfazione, in quei casi, era veramente plateale.

Pensi che possa essere successo per un processo di “materializzazione” della cima?
Eh, sì! Sembrava loro che fosse veramente l’obiettivo. Dopo il quale ci sarebbe stata soltanto la felicità. E invece non è così. Per cui, delusione! Improvvisamente ti rendi conto che le fatiche che hai fatto…il mondo le sta riconoscendo, però a te cosa rimane? Non hai raggiunto ciò a cui aspiravi…non l’hai raggiunto affatto.

Renato Casarotto
Insueinsé-Renato1


Hai scritto: «Mentre l’onda impietosa distrugge i castelli a noi bimbi, invece che contemplare con orrore l’acqua spumeggiante faremmo meglio a guardare gli occhi divertiti di nostra madre». Una consapevolezza che corrisponde a una cima raggiunta.

Non ricordo se sia realmente avvenuto. Ho voluto descrivere la sensazione orribile del bambino che, disperato per una sua tragedia, trova l’adulto che la giudica, invece, un’inezia.

Il bambino volge lo sguardo alla madre e ne coglie l’espressione divertita e benevola. In quel momento apprende come regolarsi nei confronti del mondo. Deve assorbire e fare proprio quello sguardo divertito. In quel momento imparerà e incomincerà a diventare adulto.
Attraverso la sofferenza, però. Invece di trovare una madre che piange, trova una madre che sorride. D’altra parte la madre può aiutare il figlio solo in questo modo. E crescere significa anche saper volgere lo sguardo altrove, saper spostare i propri interessi.

Potremmo dire che questo è uno dei risultati della tua ricerca?
Non so se è un risultato o se è un elemento che ha contribuito ad una successiva ricerca.

Negli occhi di quel bambino indubbiamente c’è il bambino. Ma c’è, in quegli stessi occhi, anche l’adulto che si riconosce in quel bambino e si rimette un po’ in quella parte. Però il suo sguardo è diverso ora… Assume un’espressione benevola verso se stesso, benevola come quella della madre.
Sì, è per questo motivo che ne ho parlato. Anche se La parete e Rock Story probabilmente non sono mai stati sufficientemente capiti.

D’altra parte sono legati ad una dimensione intrapsichica che resta, in genere, esclusa dalla letteratura alpinistica. Sono dinamiche per lo più negate e nascoste da chi arrampica. Tu le hai sempre molto trattate, ma sembrano essere per lo più rifiutate. L’alpinismo non le vuole. Pare non averne bisogno ed è un paradosso!
Dovremmo pensare al mondo alpinistico come ad un bambino che gioca e dovremmo mettergli lì una madre che ride, mentre lo guarda…Non credi che possa servire?

Fine

postato il 19 ottobre 2014

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In su e in sé, parte 2 ultima modifica: 2014-10-19T07:30:37+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “In su e in sé, parte 2”

  1. Sottoscrivo la riga di Luca (che colgo l’occasione di salutare: è da un po’ che non ci vediamo e mi spiace per la tua assenza a Belluno…)

    Rispondo anche a Massimo, su questa seconda parte dell’intervista di/a Gogna.

    Certo, LA PARETE. Fu tra i libri più affascinanti di Alessandro. Davvero un esperimento non ripetuto e forse irripetibile.
    20 anni fa circa – io ero un giovane alpinista, ma con già deviazioni culturali allarmanti, nonostante la notevole “classica” attività – chiamai il grande Gogna a fare una conferenza storica presso la mia sezione del CAI. Credo che sconvolsi non solo i presenti, ma anche Alessandro, perché lo presentai parlando de LA PARETE, non tanto del resto, a cui poi arrivammo.

    Lasciando in seconda luce, solo per cronologia di lettura, ma non per loro specifica importanza (uno è diverso dall’altro!), lessi dopo LA PARETE… ROCK STORY, SENTIERI VERTICALI (di cui certi passaggi sono rimasti precisi e indelebili, nella mia memoria, ancora irrisolti , fino ad oggi)… ma, prima di tutti i libri citati, e fondamentale per tutte le mie letture successive, ALPINISMO DI RICERCA.

    Sì, ALPINISMO DI RICERCA è un libro imprescindibile per l’alpinista.
    Come LA PARETE per chi vuole uscire dal rischio di essere fagocitato da una sola passione, per uscire verso altro. E diventare forse più completo. Serenamente inquieto.

    Per questo sottoscrivo quella prima riga di Luca.

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