In un vicolo cieco

In un vicolo cieco
di Massimo Fini
(pubblicato su www.giornaledelribelle.com il 1° gennaio 2018)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Nella tradizionale benedizione di Natale ‘Urbi et orbi’ Papa Francesco, oltre ad aver sciorinato la scontata quanto inutile lista dei bambini uccisi o martoriati dalla guerra e dalla fame, una cosa di sostanza però l’ha detta: “un modello di sviluppo ormai superato continua a produrre degrado umano, sociale e ambientale”. Naturalmente i media, non certo a caso, hanno preferito concentrarsi sulla parte pietistica del discorso di Francesco evitandone il nocciolo duro, cioè l’attacco all’attuale modello di sviluppo. Io non sono il Papa, però queste cose le vado scrivendo da più di trent’anni, da quando pubblicai, ignorato o deriso, La Ragione aveva Torto? (1985).

Per la verità anche Benedetto XVI, quando era ancora cardinale, aveva scritto: “il Progresso non ha partorito l’uomo migliore, una società migliore e comincia ad essere una minaccia per il genere umano”. Ma anche questo monito, autorevolissimo, venne ignorato.  Adesso pure Papa Francesco scopre che “c’è del marcio nel Regno di Danimarca”. Però non è che questo modello sia “superato” come dice Papa Francesco facendo intendere che bisogna oltrepassarlo e quindi andare pur sempre in avanti. Invece di un ottimistico “superamento” si tratta, al contrario, di un ‘tornare indietro’ perché questo modello era sbagliato in origine da quando, con la Rivoluzione industriale, l’uomo abbandonò la quiete e l’equilibrio di una società sostanzialmente statica, in cui fino ad allora era vissuto, per imboccare la via di una società dinamica, la più dinamica che sia mai apparsa sulla scena del mondo, con l’occhio perennemente fissato sul futuro, e diventare ‘homo oeconomicus et technologicus’ e, nei tempi più recenti, come logica conseguenza, anche digitale e virtuale.

Non si tratta quindi di modificare il modello in questo o quel punto, con qualche ritocco migliorativo, ma di scardinarlo, di reciderlo alle radici. Perché in questo modello ‘tout se tient’ e ogni elemento è legato indissolubilmente a tutti gli altri. Prendiamo, per esempio, produzione e consumo che sono due dei fattori principali su cui si basa l’attuale modello. Noi non possiamo ridurre il consumo senza ridurre anche la produzione. Ma questo, in un sistema basato sulla crescita, è impossibile. Perché meno produzione significherebbe un’ulteriore contrazione dei consumi e quindi, ancora, meno produzione in una vertiginosa spirale che lascerebbe tutti col culo per terra. Prendiamo, per fare un altro esempio, le tecnologie digitali e la robotica che stanno espellendo milioni di persone dal mondo del lavoro. Certo, noi possiamo pensare che con l’”innovazione” (parola diventata oggi magica e taumaturgica) le tecnologie riescano a creare altre, e più moderne, occupazioni che assorbano, in tutto o in parte, la mano d’opera cacciata dalla porta facendola rientrare dalla finestra. Ma anche l’innovazione tecnologica troverà prima o poi, come ogni altra cosa, un limite, un tetto da cui precipiterà vorticosamente sul pavimento.

Ci siamo cacciati in un vicolo cieco. Possiamo venirne fuori? Sì, rinculando lentamente e gradualmente. È la linea di pensiero, oltre che mia (eh sì, ora che ‘sun dré a murì’, mi sono anche stufato dell’understatement e del fatto che altri prendano a piene mani da ciò che vado scrivendo da più di un quarto di secolo come se fosse farina del loro sacco, senza nemmeno avere la bontà, direi la decenza, di citare la fonte), di due correnti filosofiche americane, il bioregionalismo e il neocomunitarismo, che, detto in estrema sintesi, propugnano “un ritorno graduale, limitato e ragionato a forme di autoproduzione e autoconsumo, che passano necessariamente per un recupero della terra, dell’agricoltura, e per una riduzione drastica dell’apparato industriale, tecnologico, digitale e finanziario”. Non si tratta di farsi infinocchiare come finora è sempre avvenuto: dalle biotecnologie o quando qualcuno in Occidente, in una società totalmente materialistica, ha avvertito l’esigenza di un recupero della spiritualità, di trasformare tale esigenza in ‘new age’ e cioè, ancora, in produzione e consumo della spiritualità, oppure di altre stronzate del genere di cui potremmo fare un lunghissimo elenco che risparmiamo al lettore. Si tratta di mettere in moto una rivoluzione copernicana. Alla rovescia. Ma questi smottamenti culturali, a meno di qualche imprevisto, sono storicamente lenti e questo modello di sviluppo, che ho definito ‘paranoico’, ci ricadrà addosso di colpo prima che qualcuno abbia potuto metterci mano. E a noi, dall’oltretomba, rimarrà la magra soddisfazione di dire via medium: ve l’avevo detto.

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In un vicolo cieco ultima modifica: 2018-03-02T04:29:56+00:00 da GognaBlog

10 pensieri su “In un vicolo cieco”

  1. 10
    AWelling says:

    @ Laver ( #2032758 ) GRAZIEEEEEE!!!!

  2. 9
    Alberto says:

    Tutti i fautori sono radicalchic che saranno cancellati dalle elezioni di oggi. La gente comune è lontana anni luce da questi scritti, la gente comune, normale, vuole vivere e mangiare il meglio possibile, il resto sono m………oni intellettuali, , per pochi intimi che per fortuna contano nulla. D’altra parte basta vedere ovunque la distanza siderale o abissale, dipende dai punti di vista, tra quelli che si REPUTANO PENSATORI e la gente comune.

  3. 8
    Andrea says:

    E forse, Matteo e Cristiano,

    forse non è chiaro che nemmeno io non sono d’accordo con Alberto.

    Ma non sono d’accordo nemmeno con chi sostiene che dovremmo accogliere tutti, senza avere un piano su come accogliere le persone che arrivano

  4. 7
    Matteo says:

    Cristiano sono completamente d’accordo con te…speravo fosse chiaro che il riferimento era rivolto ai due commentatori precedenti.

  5. 6
    Cristiano says:

    Ma da che pulpito vengono accuse di affermazioni apodittiche ed arroganti!! A me verrebbe da dire che chi sostiene di andare avanti continuando a raschiare il fondo del barile di un modello, quello attuale, che si è vecchio di cent’anni e passa, sia proprio lui a rimanere indietro con le fette di salame sugli occhi senza vedere, o voler vedere, l’insostenibilita di questo modello. Siamo quasi 8 miliardi su questo pianeta, siamo quasi raddoppiati in un secolo…vi dice niente? E non è solo Fini che lo sostiene…le fonti!? Quando non si sa come polemizzare si tirano sempre in ballo le fonti…digita due parole su google e le trovi, le fonti. Sono i numerosissimi pensatori scienziati economisti sociologi intellettuali e correnti che da decenni ne parlano senza che ve ne siate accorti…mi sembra di risentire le polemiche di chi negava il global warming…! Ma meglio così. Non abbiamo bisogno di voi (cit)

  6. 5
    Matteo says:

    Certo che sarebbe se non altro interessante se qualche volta si provasse almeno a portare a sostegno una qualche argomentazione vagamente ragionata e si evitassero affermazioni apodittiche, arroganti e magari insultanti.

    Anche una volta sola, magari per sbaglio…ma evidentemente c’è gente che non sbaglia mai!

     

  7. 4
    Alberto says:

    Se marcello Fini si sente tagliato fuori è un problema suo. Sinceramenbte non mi interessa, io guardo avanti cercando di migliorare e progredire, sempre. Le persone come lui saranno sempre disadattate, perchè guardano indietro e rimangono indietro. Problema suo, non mio nè nostro. Non deve scaricare i suoi problemi di adattamento sulla società, il mondo va avanti, per fortuna, e non si preoccupa della gente come lui, per fortuna.

  8. 3
    Andrea says:

    E non sto parlando degli immigrati che vengono in Italia… Io non sono un fautore dell’ “Accogliamoli tutti”, non sono un Boldriniano. Ma parlo dell’90% di chi è nato in Italia.

     

  9. 2
    Andrea says:

    La storia va avanti, e non si gira per vedere chi è rimasto indietro.

    Chi rimane indietro perde progressivamente terreno nei confronti di chi va avanti.

     

  10. 1
    Alberto says:

    Articolo pauperista e fautore di una “decrescita felice”, che di felice non ha nulla. Il rtornare indietro è sinonimo di sconfitta e di paura, tipico dello sconfitto e Fini è uno di questi un perdente che non capisce il progresso, ancorato a uno schema superato da secoli. per fortuna è una persona che non ha nessun seguito nella società, un grillino più educato, ma vuoto e rivolto al passato non al futuro. Nel mondo non c’è bisogno di queste persone. La storia va avanti.

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