Incontri ravvicinati

Incontri ravvicinati
Gita alla Bergseehütte sotto al Dammastock

Sono le sei di mattina sulle sponde del Bergsee, a 2339 m. Un ra­gazzo scende dal vicino rifugio, si spoglia e si butta nudo nelle gelide acque del lago. Dopo tre o quattro bracciate fa un rapido dietro-front e riguadagna la riva. Lo aspetta il suo accappatoio, ben ripiegato. Ho freddo solo a guardarlo.

Dopo i “gattonamenti” ecco che un bimbo cammina. Dapprima assai traballante, poi sempre più sicuro. La cosa è così naturale… se non si cammina non si è autosufficienti. Lo spostamento a piedi è la base di ogni lavoro sul terreno, dalla primitiva ricerca del cibo alla più evoluta agricoltura. Gli eserciti erano in maggio­ranza composti dalla “fanteria”. I latini sentenziavano che post prandium aut stabis aut lento pede deambulabis (dopo i pasti o riposerai o camminerai pian piano) e riconoscevano quindi al cam­minare anche qualità rilassanti e necessarie.

Dalla Bergsee Huette sul Dammastock,18 agosto 1995, Svizzera
Federico Raiser verso la Bergsee Huette, con Dammastock e Goetscheneralpsee,18 agosto 1995, Svizzera
Anche il bagno aveva in origine un significato sacrale, una puri­ficazione di cui necessitava più lo spirito che il corpo. Ma in seguito su tutte le spiagge calde del pianeta queste valenze si sono perse: forse solo il bagno in mari freddi o in un laghetto di montagna ci può riportare alle origini.

Nei vari paesi del mondo il camminare significò muoversi con il proprio corpo solo nella seconda metà del secolo scorso, perché la civiltà industriale imponeva il mezzo meccanico come traspor­to, prima per il solo lavoro, poi anche per il divertimento.

Le società evolute attribuiscono diverse valenze al camminare e il processo di interpretazione non conosce sosta neppure oggi. In America spostarsi per più giorni in ambienti incontaminati, sel­vaggi, senza basi di appoggio è la naturale continuazione dell’ottocentesca conquista del Far West; nei paesi nordici, date le dimensioni più ridotte e la più antica colonizzazione umana di lande ancor oggi fascinose di solitudine, ci sono solo alcuni ri­fugi di legno sui percorsi più classici. Nei paesi slavi, oltre l’ex cortina di ferro, l’andar per monti è stato influenzato da un socialismo che invadeva anche la sfera privata: il contatto con la natura è forse ancor oggi più un momento di socialità che di isolamento volontario del singolo. Sulle Alpi, la frammenta­zione delle aree wilderness, separate da valli assai antropizza­te, unitamente alla prevalenza della “verticalità” sulla “oriz­zontalità”, hanno proliferato una rete capillare di rifugi in quota e di strutture di fondo valle in grado di soddisfare milio­ni di turisti a piedi. Ma se a nord della catena lo sviluppo è stato massiccio e ordinato, a sud e a ovest italiani e francesi hanno permesso che la frequentazione alpina fosse casuale, conce­dendo spazio a investimenti e speculazioni.

In Italia e in Francia, di fronte ai primi danni del boom turi­stico, si è tentata una razionalizzazione inventando le Alte Vie e le Grandes Randonnée, percorsi differenti tra loro che tentano di indirizzare i grandi numeri che camminano in montagna: le pri­me propongono traversate in alta quota promettendo settimane di vacanza senza quasi scendere in basso; le seconde, tramite la di­stribuzione a fondo valle di punti tappa convenzionati, dirigono a traversate più attente alle realtà umane. Il Sentiero Italia, teorico collegamento dei sentieri che percorrono Alpi e Appennini, è incerto tra le due filosofie, anche perché i territori che at­traversa non hanno omogeneità turistica. Infine, accanto al trekking di più giorni e alla gita giornaliera al rifugio o alla facile vetta, emerge un altro escursionismo: quello naturalistico. Forse sarà proprio questo a prevalere e a “far cultura”. Trekking ed escursioni classiche difficilmente fanno a meno dell’exploit, piccolo o grande che sia. Ad essi sono legati il raggiungimento di una vetta, la copertura di una certa distanza, la fatica del confronto con un territorio spesso impe­gnativo. E ciò è talmente vero che, in passato, l’idea che aveva la gente dell’escursionismo era legata ad una presunta mancanza di dignità che invece aveva l’alpinismo. Nel confronto con la scalata delle montagne difficili, l’escursione a piedi soffriva, perché considerata una non-impresa. Nei paesi latini, questo con­fronto, alimentato dalla cultura un po’ romantica ed eroicistica del periodo tra le due guerre, ha ridotto l’escursionismo a pa­rente povero dell’alpinismo. Molte cose oggi sono cambiate, anche perché gli exploit hanno perso molto del loro fascino. Oggi si rivaluta il vero approccio dell’uomo alla montagna: si possono raggiungere successi personali anche nel rispetto del mondo natu­rale. Ci si è accorti che si può percorrere a piedi la natura semplicemente osservandola. L’escursionismo naturalistico è la giusta direzione. Visite guidate nei parchi, gite con binocoli e macchina fotografica alla ricerca degli animali, dei fiori, delle rocce: non per appropriarsene, ma per avere reali esperienze di contatto, contaminando il meno possibile. Come dice Enrico Caman­ni, “si scelgono i sentieri della Natura per disintossicarsi dall’imbroglio salutistico degli anni ottanta, per recuperare sensazioni che nessun surrogato urbano è in grado di sostituire”. In Francia l’escursionismo è categoria quasi pienamente autonoma, in grado di esprimere una sua cultura. L’Italia si sta avviando. Senza dimenticare le esperienze del passato, occorre guardare al futuro: in un mondo in cui l’uomo dovrebbe essere sempre più os­servatore e sempre meno vincitore.

Federico Raiser verso la Bergsee Huette, con Dammastock e Goetscheneralpsee,18 agosto 1995, Svizzera
Dalla Bergsee Huette sul Dammastock,18 agosto 1995, Svizzera
Tutt’altra strada hanno seguito i paesi di lingua tedesca. Qui la nobiltà del camminare non è mai stata messa in discussione. Siamo saliti due volte alla Bergseehütte partendo dal Göscheneralpsee, la classica passeggiata di un’oretta in ambiente aperto e panora­mico. Più ci si alza, più la vista sul Dammastock è grandiosa, Dammagletscher e Rotfirn si allargano a superficie gigantesca, insospettabile quando si è ancora in basso. E il sentiero è ben curato, a gradoni di granito posati per la giusta alzata di pie­de; una panchina è sistemata in luogo strategico a un quarto del percorso, prima delle grandi serpentine. Incontriamo una cinquan­tina di persone, in apparenza accomunate solo dal fatto che tutti ti salutano quasi obbligatoriamente o con il classico Gruss Gott o con altre formule a noi sconosciute. Due giovanotti sudati e atletici salgono spediti verso le arrampicate sul bel granito del Bergseeschijen; salutiamo due zaini enormi che si spostano sulle gambe nude di un lui e una lei impegnati in una traversata di più giorni; incrociamo una coppia di anziani con meta il rifugio e non oltre, il solitario con bastone e macchina fotografica, una famigliola con due graziosi marmocchi biondi che camminano senza far storie, una guida alpina con fluente barba grigia e due clienti… Costoro hanno velocità ed espressioni diverse, ma c’è chiarezza in quello che fanno: nessuno ci chiede quanto manca al rifugio! Discrezione e indipendenza non seriose sono indice di educazione al camminare. Paiono tutti a loro agio, al giusto po­sto, senza desiderio di essere altrove: anche i camosci e le mar­motte, meno timidi del solito.

 

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Incontri ravvicinati ultima modifica: 2015-01-01T07:30:21+00:00 da Alessandro Gogna

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