Jean-Claude Droyer sull’avvenire dell’arrampicata – 1 (1979)

Quale avvenire per l’arrampicata? Parte 1 (1-2)
[Traduzione del saggio L’escalade, vers quel avenir? di Jean-Claude Droyer e Michèle Gloden, pubblicato su La Montagne & Alpinisme n. 115, 1/1979]

Questo articolo, scritto alla fine del 1978, è illuminante di come già a quel tempo pochi individui avessero chiare le sorti di alpinismo e derivati: una lucidità assai rara anche oggi.

Le righe che seguono intendono descrivere le trasformazioni subite dall’arrampicata su roccia in questi ultimi anni, analizzandone i diversi aspetti e facendo il punto sui fattori di progresso, ma anche sui problemi, posti da tale evoluzione in seno a quella parte – diciamo così – “conformista” dell’ambiente arrampicatorio, talvolta irrigidita nella critica più meschina verso gli innovatori. Tutte queste importanti questioni si accompagnano a un movimento che corrisponde di fatto allo sviluppo – ancora recente in Francia – di uno sport d’arrampicata interamente a sé, in certa misura indipendente dall’alpinismo, ma che può contribuire a rinnovarne gli aspetti tradizionali

Da qualche anno a questa parte, la rapida evoluzione dell’arrampicata è un fatto che appare evidente anche a chi porta i paraocchi, come avviene per qualche alpinista! È facile constatarlo osservando prestazioni e intendimenti degli arrampicatori nella maggior parte dei paesi dove si pratica tale attività: il movimento di innovazione, cominciato in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ha in seguito toccato il continente europeo, il Canada e l’Australia, interessando nelle sue manifestazioni in un primo tempo dei “luoghi privilegiati”, per poi estendersi progressivamente ai vari “terreni di gioco”, dalle falesie alle pareti d’alta montagna.

Saussois: Penchant Fatal. Foto: Gérard Bobin
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Un nuovo gioco: l’arrampicata libera
Occorre innanzitutto cercar di precisare l’essenza dell’arrampicata e le forme dei progressi che l’hanno caratterizzata. In generale, le realizzazioni degli anni Settanta hanno mostrato che l’alpinismo è davvero entrato in una fase che si potrebbe definire di “maturità sportiva”, dove le regole del gioco si sono trasformate: oramai non si tratta più di arrivare a tutti i costi su una cima o alla fine di una via, ma si attribuisce una crescente importanza ai mezzi impiegati per giungervi, allo stile dell’ascensione. Il “come” prende il sopravvento sul “dove”, cioè sull’obiettivo realizzato, dando a quest’ultimo il suo vero valore. Nel campo dell’arrampicata pura, tale trasformazione conduce in primo luogo a rinunciare all’aiuto artificiale per la progressione sulla roccia:

1) Il nuovo gioco è diventato l’arrampicata libera, logicamente definita dal concetto seguente (sembra necessario precisarlo ancora una volta, onde evitare errori di interpretazione che potrebbero sussistere): l’arrampicata libera si definisce tale quando lo scalatore utilizza per salire solo le asperità naturali della roccia, in altre parole appigli e appoggi.

Artifici come chiodi, nut, anelli di cordino o simili sono riservati esclusivamente all’assicurazione onde trattenere l’eventuale caduta dell’arrampicatore. Se uno di tali artifici è utilizzato per la progressione o per il riposo, in qualunque modo ciò avvenga – direttamente o tramite la corda – esso costituisce allora un “punto di aiuto”, che pertanto interferisce con l’arrampicata libera. La via non risulterà più percorsa in arrampicata naturale, ma sarà stata “aiutata artificialmente” grazie a 1, 2, … n punti di aiuto. Tale concetto è dunque essenziale per chiarificare l’arrampicata libera e per definire rigorosamente una via o una lunghezza di corda.

Questo concetto di arrampicata libera deve servire di base al sistema di quotazione del passaggio in quanto tale, che non è più compreso tra due punti artificiali – chiodi o altro – ma è definito come una sezione di arrampicata limitata da due posizioni naturali di riposo (cioè da quegli appoggi minimi che permettono di tenersi in piedi senza l’aiuto delle mani). Tale quotazione “tecnica” non pregiudica certamente il fattore difficoltà, di ordine psicologico, dato dall’esposizione del passaggio e legato alla distanza più o meno grande dei punti di assicurazione, fattore che può risultare esplicitamente dalla descrizione dell’itinerario (per esempio uno strapiombo male, poco o ben protetto, ecc.) ed esser preso in considerazione per la relativa quotazione di insieme (TD, ED, ecc).

2) Un’altra linea-guida di rinnovamento è lo sviluppo dell’utilizzo dei mezzi naturali di assicurazione, dato soprattutto dai blocchetti a incastro di ogni genere (nut). In questo spirito, l’arrampicata diviene un gioco più completo e raffinato: ogni cordata, percorrendo un dato itinerario, sceglie il suo proprio sistema di assicurazione senza lasciare traccia del suo passaggio. Negli ultimi anni sono state aperte in questo stile un certo numero di prime salite (in particolare nei gruppi montuosi cristallini): l’arrampicata “pulita” dovrebbe permettere di conservare un più spinto carattere di avventura in una buona quantità di itinerari, evitando la loro cronica superattrezzatura e la loro degradazione, conseguenza delle chiodature successive (si veda il Verdon!). Per converso, l’assenza di chiodatura fissa implica, per lo scalatore, la necessità di essere ben al di sopra di una via percorsa con assicurazione naturale, e ciò favorisce le salite in arrampicata libera di quella stessa via.

Inizio di una evoluzione
Proprio sul finire degli anni Sessanta, la confusione che regnava nel campo dell’arrampicata e la considerevole chiodatura esistente lungo le vie – per non contare l’influenza ancora viva della moda dell’”artificiale” – non potevano che frenare il nuovo impulso avuto dall’arrampicata libera, generando nel contempo una serie di “blocchi” (tuttora di attualità) sui quali torneremo più avanti. Ma alcuni appassionati scalatori, all’inizio solo uno o due, non di rado isolati nell’ambito del loro stesso abituale terreno di allenamento, presero coscienza di tale stato di immobilismo e cominciarono a considerare le vie secondo una vera “ottica liberista”: talvolta aiutati nella loro svolta innovatrice da soggiorni all’estero, non ebbero difficoltà a verificare come la maggior parte degli itinerari “difficili”, anche quelli notoriamente considerati “in libera”, erano fino allora percorsi con l’aiuto più o meno grande di mezzi artificiali.

Essi mobilitarono tutta l’energia di cui erano capaci per realizzare le loro idee e i loro sogni e, nel giro di poco tempo, i loro sforzi hanno dato risultati già cospicui, tanto per la quantità di vie percorse che per il livello di difficoltà superato.

Risultati eloquenti
Onde smentire certi spiriti infelici o frustrati che tentano di sminuire la portata e il livello di tali realizzazioni, occorrerà passare in rassegna qualcuna delle falesie in cui l’attività si è rivelata particolarmente brillante, tralasciando solo quelle nelle quali la ricerca dell’arrampicata libera è un fatto troppo recente per manifestarsi pienamente.

Abbondanza di pareti e clima favorevole, elementi determinanti per una pratica intensiva dell’arrampicata, ci nducono a cominciare dalla Regione Provenzale:
– al Baou de Saint-Jeannet il terreno di gioco, vasto e di eccellente qualità, è composto dai Ressauts della parete sud-est e dalla Grande Fallaise, che raggiunge oltre 150 m di altezza.

Nei Ressauts, tutte le vie che ancora poco tempo fa si salivano con l’aiuto dei chiodi e trovavano conseguente valutazione si fanno oramai in libera: citiamo Mur Noir, Chameau, I, Super-Tavan, Sèsame… Altre vie, dove anche l’impiego delle staffe era cosa normale, si percorrono adesso con l’aiuto dei soli appigli (ce ne sono, ce ne sono): Pilier d’Orient, Toit de l’Examen. Nella Grand Face, la famosa Mafia, oggi percorsa completamente in libera, che presenta, oltre alla continuità, un notevole interesse tecnico e un livello di difficoltà estremo per sei delle sue sette lunghezze di corda. I primi percorsi in libera si devono soprattutto a Patrick Berhault e presto altri problemi troveranno soluzione di fronte al talento e alla determinazione di questo giovane scalatore, attivo in tutta la regione e in particolare sulle pareti delle Gorges du Verdon;

Saussois: la catena del Jardin Suspendu. Foto: Jean-Claude Droyer
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– alla Sainte-Victoire, l’attività e l’entusiasmo di Christian Guyomar furono determinanti per lo sviluppo dell’arrampicata di alta difficoltà sulle placche della Paroi des Deux Aiguilles, il primo e più facilmente accessibile dei salti de la Montagne. I problemi di posa dei chiodi di assicurazione hanno certo determinato l’impiego di una buona dose di mezzi artificiali nel corso delle prime salite, realizzate comunque in “stile tradizionale” (cioè senza attrezzature preventive); ma quelle medesime vie, in seguito, sono state percorse progressivamente in arrampicata libera. Dopo modifiche e soprattutto razionalizzazione del materiale in loco (e qui rimane da fare ancora qualche sforzo), le vie possono offrire oramai passaggi di alto livello tecnico in scalata esterna, spesso continui e talvolta esposti, su roccia compatta dall’eccellente aderenza. Ai primi posti in graduatoria troviamo Super-Médius, Médius (che mantiene tuttora qualche punto di aiuto), Lévitation e Barnett;

– non lontano, Buoux ha conosciuto una sorte diversa. Le vie sono state aperte con gran numero di chiodi (chiodatura difficoltosa): essi, il più delle volte, sono stati lasciati tutti, il che non ha incoraggiato l’arrampicata libera. Ciò è tanto più increscioso in quanto molte vie utilizzano, nella parte inferiore delle pareti, conformazioni rocciose molto adatte all’uso di nuts. Comunque sia, il “terreno” per l’arrampicata libera esiste, a tutti i livelli di difficoltà e più vario di Sainte-Victoire. In particolare, le vie seguenti sono di prim’ordine: Z, Franco-Belge, Nul, Etrangleuse, Super Brown, Touloum. Pilier des Fourmis e Gougousse, ambedue ben note, non richiedono attualmente che 2 e 4 chiodi di progressione rispettivamente (nel rigonfiamento della parte superiore);

– le Gorges du Verdon riscuotono l’interesse maggiore, offrendo in un ambiente originale di selvaggia bellezza delle vie in libera già più lunghe, dalle difficoltà sostenute: di queste, buona parte può essere protetta con mezzi naturali di assicurazione. Di conseguenza, nel giro degli ultimi anni, l’arrampicata libera è sensibilmente progredita e tutti i generi di scalata vi sono oramai rappresentati, a un alto livello di difficoltà e qualità: arrampicata esterna su Eperon Sublime, Nécronomicon, Dingo-Maniaque, Pichenibule e Triomphe d’Eros; fessure e camini in O.R.N.I., Barjots, Solanuts; strapiombi in Luna-Bong, Triomphe d’Eros, Tuyoau d’Orgue. La reputazione delle pareti delle Gorges oramai assicura loro una clientela di rango internazionale, che dovrebbe a sua volta contribuire a nuovi successi nell’arrampicata libera in questa zona;

Per quanto riguarda la Regione Parigina, l’appetito di un piccolo gruppo di attivi scalatori trova sfogo soprattutto sulle falesie della Borgogna e qui il ruolo di trascinatore spetta indiscutibilmente a Jean-Claude Droyer, che ha “pensato” e realizzato in libera un gran numero di problemi:
Cormot, grazie alla sua struttura a strati, offre apigli in buona quantità. Le difficoltà richiedono equilibrio e doti di resistenza piuttosto che grande forza muscolare. In attesa che Petit-Zig sia “arrampicato”, vi si trovano vie bellissime e sostenute (alcune strapiombanti): Chant du Cygne, Layco-Panique, Toit, Batier, Test, ecc.;

Saffres: anche nelle zone verticali e di aspetto monolitico delle falesie, la roccia offre un modellato fatto di minuzie (piccole liste, minuscole sporgenze) propizio a una arrampicata tecnica di alto livello, arrampicata che ha riguadagnato tutti i suoi diritti per esempio in Râteau e Quille, dove il VII grado mostra i denti (ovviamente se non ci si riposa sui chiodi di assicurazione!). Altre vie offrono soluzioni molto sottili: Gus, Boulevard à Mathieu (esposta, e con un solo punto di progressione). Alcune altre associano alla difficoltà tecnica il carattere atletico: Burn’s, Facilité, Mondette. Cent Jours presenta notevole continuità di passaggi strapiombanti con buoni appigli. Sens de l’Histoire, che si sviluppa sul pilastro a sinistra di Caporal, oltre ad avere un tratto molto tecnico, aggiunge a questo l’impegno dell’assicurazione su nut, formula che si va diffondendo sia a Saffres che a Cormot;

– ma, nel nord, la falesia regina resta Saussois, essendo questa la zona in cui i progressi sono stati certamente i più spettacolari. Solo tre anni fa, questo era il regno dei “tirachiodi” per eccellenza, in ragione della verticalità (bell’eufemismo!) del terreno. Al giorno d’oggi, nelle vie con attrezzatura in loco (salvo una o due eccezioni) i punti di progressione raggiungono a malapena la decina in tutto. Tale trionfo dell’arrampicata libera dà un sapore tanto più patetico alla recente dichiarazione di alcuni habitués: “Saussois resterà una scuola (?) di artificiale”.

A prescindere dalle belle vie “classiche” in libera aperte in buono stile parecchio tempo fa (come la Rech o Ia I ), la prima via importante a cadere fu Arête Jaune, in marzo 1976. Il 1977 fu l’anno di Echelle à Poisson, il cui strapiombo fu senza dubbio il primo passaggio di VII nella storia dell’arrampicata in Francia.

Berdorf (Lussenburgo). Foto: Jean-Claude Droyer
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Molte altre notevoli vie sono state salite, come Fissure Impossible: in particolare, Penchant Fatal, Jeux de l’Amour e Valeurs Misogynes hanno preso il posto delle caricature d’arrampicata precedenti, tipo via ferrata. Il 1978 vide la soluzione dei problemi posti dal tetto di Sans Nom e dal muro di West, nonché la creazione di nuove vie-test, nelle quali l’esposizione si accompagna alla sostenuta difficoltà tecnica: Orizon Magique au Parc e soprattutto Maestria, il cui percorso integrale in libera si va ad aggiungere agli ultimi problemi da risolvere (Super-Echelle, Toto e Ange).

Ovviamente, date la struttura della roccia con appigli e appoggi di piccole dimensioni e la continuità dello sforzo richiesto, buona parte di queste vie della Valle dell’Yonne entrano nella categoria super delle difficoltà in libera e sono quindi riservate ad arrampicatori ben preparati. Il livello “medio” è molto più felicemente rappresentato a Saffres e a Cormot.

Beninteso, l’attività di arrampicata libera non si limita alla Borgogna e la possiamo ritrovare sia ad ovest che ad est della Regione Parigina. Ad occidente, Jean-Pierre Bouvier è il genio innovatore sui grès armoricani della zona di Mortain: egli arriva a scoprire le più belle vie perfino sulle scogliere di Pen-Hir, Finistère. Ad oriente, Jean-François Hagenmuller e compagni fanno valere il loro talento sulle pendici granitiche della Martinswand e una scelta delle più recenti realizzazioni come Extrème-Onction, Pilule, Retraite des Vieux, Passage Declouté figureranno nella nuova topo-guida in preparazione, la prima decisamente “moderna” in Francia. Questi terreni hanno in comune una caratteristica particolare, cioè quella di essere molto adatti all’uso di nuts : i praticanti hanno ripulito una discreta quantità di vie, riservandole all’impiego di tale tipo di assicurazione. Un esempio da seguire.

Sebbene in forma assai diversa, anche le pareti strapiombanti della Seine (settore di Andelys) sono interessate al rinnovamento. I progressi raggiunti, frutto di costanti sforzi, permetteranno molto presto di effettuare super-vie in arrampicata libera. Il più bell’esempio già realizzato è senza dubbio Papa-Liszt. A prescindere dalla Provenza e dalla Regione Parigina, è particolarmente degna di nota l’attività degli scalatori svizzeri in Salève, dove la creazione di Claude Redard, Arc-en-Ciel, ha segnato il punto di partenza per il rinnovamento di parecchi itinerari su questa superba falesia.

Arrampicata in Alpinismo
Oramai le moderne tendenze dell’arrampicata in falesia hanno già varcato le porte dell’alpinismo. A prescindere dall’impiego sempre più diffuso (talora esclusivo) dei nuts nell’apertura di nuove vie, l’arrampicata libera di altissimo livello ha fatto la sua apparizione nel gruppo del Monte Bianco, dove si comincia ad abbandonare la soluzione di comodo dell’artificiale. Nelle Aiguilles de Chamonix ecco subito qualche esempio: pilastro dei Grands Charmoz, parete nord dell’Aiguille du Peigne (via Reppelin). Quanto alla parete est del Grand Capucin, essa si pone nettamente un gradino al di sopra, sia per l’ambiente che per il carattere continuo delle difficoltà. Anche se la via non è stata ancora completamente percorsa in libera (9 punti di aiuto), la differenza tra la quantità di artificiale fino allora richiesta e il livello delle difficoltà superate in libera rappresenta un considerevole salto di qualità. E in ogni caso arriverà il giorno in cui tutta la salita si farà in libera, magari utilizzando qualche variante sul tracciato originario. Altre vie seguiranno, come è già avvenuto per il Dru.

Nelle Dolomiti, l’estate 1978 ha visto un’impresa simile, per natura e portata: il percorso in libera della parete nord della Cima Grande di Lavaredo (via Comici), questa volta una realizzazione coronata da pieno successo. Malgrado un freddo pungente, sono stati usati solo pochi chiodi per l’assicurazione. Questo è senza dubbio un punto di partenza per una rivalutazione delle possibilità in arrampicata libera in un gruppo montuoso dove, malgrado la verticalità, appigli e appoggi sono relativamente abbondanti. C’è ragione di credere che la maggior parte degli itinerari aperti dal 1930 al 1955 con uso dell’artificiale potranno essere percorsi in libera. Tanto nelle Dolomiti che nelle Alpi Occidentali, tali prospettive gettano nuova luce nel campo dell’alpinismo, aprendo un notevole raggio d’azione ai giovani alpinisti di oggi e di domani.

Saffres: la Facilité. Foto: Jean-Claude Droyer
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Verso uno sport sempre più atletico

Le performances di cui sopra sono evidentemente legate a fattori tecnico-psicologici concernenti l’allenamento e la mentalità dello scalatore.

Diciamo subito che ­– a livello sociale – la sempre maggiore disponibilità di tempo libero è un fattore che permette di dedicarsi più e meglio a una disciplina come quella dell’arrampicata. Al giorno d’oggi, per alcuni è forse più facile scegliere un modo di vita in cui tale attività occupi un posto privilegiato.

L’allenamento si è intensificato e diversificato: arrampicare diventa sempre di più uno “sport atletico”. D’accordo, si arrampica “ai propri limiti” su grandi massi come quelli di Fontainebleau, ma si pratica anche la corsa campestre o il ciclismo per accrescere le proprie capacità cardio-vascolari, e si ricorre a tecniche specifiche per sviluppare la forza e soprattutto la resistenza dei muscoli degli avambracci: sospensioni cronometrate, esercizi intensivi su muri di bugnato, ginnastica agli attrezzi etc. In realtà, il fattore resistenza è divenuto preponderante per l’effettuazione di scalate difficili in quanto arrampicare su pareti verticali o strapiombanti costituisce una specie di corsa contro la diminuzione della propria forza muscolare. Si è sviluppato un nuovo stile, più fluido, più dinamico, favorito dall’utilizzo di scarpette a suola tenera, tipo EB: il corpo è tenuto il più vicino possibile alla roccia onde scaricare al massimo il peso sui piedi ed è posto di lato, in una posizione più favorevole per l’utilizzazione degli appigli verticali o lontani. La progressione avviene soprattutto mediante movimenti pendolari, di rotazione e di opposizione laterale, sfruttando la pianta del piede invece della punta.

Non bisogna sottovalutare, inoltre, gli aspetti psicologici nella preparazione e realizzazione delle nuove imprese: in alcune salite difficili, il notevole impegno nei movimenti-chiave richiede qualità di calma e di controllo per la loro esecuzione. Al massimo livello di difficoltà, l’uscita da un passaggio risulta spesso incerta, e per il suo superamento possono essere necessari uno o più tentativi con relativo volo (non accade forse così a Fontainebleau?). Gli arrampicatori di punta considerano oramai con serenità l’eventualità di una caduta in situazioni in cui la protezione sia ragionevole. In tale logica, essi sono confortati dall’elevatissimo coefficiente di sicurezza delle attuali corde e imbragature, e accettano in tal modo di arrampicare ai limiti delle loro possibilità, cercando via via di forzare quei limiti medesimi.

Trovandoci ancora agli albori della concezione sportiva dell’arrampicata, le performances in questo campo stanno ancora “prendendo quota”: come dice Peter Boardman, l’allenamento porta il successo, che rafforza l’audacia dello scalatore, che perciò avrà la possibilità di aprire nuove vie, le quali accresceranno ancora le sue capacità.

Saussois: Jean-Claude Droyer sul passo chiave di Maestria. Foto: Gérard Bobin
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Sulla scia di questa evoluzione

Se i nuovi aspetti dell’allenamento, delle tecniche di arrampicata e dell’assicurazione hanno permesso un cospicuo miglioramento nelle imprese di arrampicata “acrobatica” di alto livello, ciò non significa che i progressi abbiano interessato soltanto gli scalatori di punta. La grande maggioranza dei praticanti può e deve approfittare delle moderne concezioni che sono la base per una rivalutazione delle possibilità di ciascuno di loro: già adesso il livello medio è incontestabilmente superiore a quello di pochi anni fa.

Rispettare l’arrampicata libera
A questo punto è interessante chiedersi perché tale evoluzione susciti tante reazioni da parte di certi arrampicatori; in particolare la questione della chiodatura delle vie, sulla quale pesi l’ottica “liberista”, comporta certamente conseguenze “dinamiche”. È accaduto che, in seguito alle salite in arrampicata libera di un certo numero di vie, alcuni intraprendenti scalatori (tra i quali l’autore di questo scritto) abbiano ritenuto necessario rivedere la quantità (ma anche la qualità) dei chiodi posti lungo quelle medesime vie. Onde dissipare l’incomprensione di cui tali modifiche hanno potuto essere oggetto, occorre precisarne subito il concetto informatore perché non si tratta affatto di schiodature “selvagge” – come qualcuno (in buona o cattiva fede?) pretenderebbe – ma di un tentativo volto a realizzare una chiodatura più coerente, e rispondente al criterio seguente: se si ritiene necessario lasciare dei chiodi lungo una via (e, in certi casi ove sia possibile l’assicurazione naturale, questa dovrebbe essere senz’altro preferita), la loro funzione è prima di tutto quella di garantire la sicurezza dello scalatore e di togliere alla sua eventuale caduta un carattere troppo decisamente pericoloso. Tali chiodi di sola assicurazione possono essere evidentemente meno numerosi di quando “attrezzavano” un passaggio in funzione di appiglio, e la loro collocazione deve essere scelta in modo tale che applicare il moschettone possa risultare un’operazione comoda (da farsi, idealmente, in una posizione naturale di riposo), dunque non lungo un passaggio atletico. Onde permettere allo scalatore di sviluppare il controllo dei propri nervi e di acquistare sicurezza nei movimenti, i chiodi non devono essere troppo vicini tra di loro, a condizione che siano assolutamente sicuri: se non si può piantare un solido classico chiodo, lo si può cementare, oppure si può ricorrere a un grosso chiodo a espansione del diametro di almeno 12 millimetri. Tuttavia, tali garanzie potenziali non devono in nessun caso alterare il senso di osservazione, la lucidità e la prudenza.

Baou de Saint-Jeannet: il Mur Noir. Foto: Jean-Claude Droyer
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Sono piuttosto le vie facili che richiedono punti di assicurazione studiati con cura e, a tale livello, la sicurezza dei principianti esige che il primo chiodo sia molto vicino al suolo. Ecco i princìpi che sono stati applicati nei casi di consistente modifica dell’equipaggiamen-to di una via (d’altronde meno numerosi di quanto alcuni vorrebbero far credere): essi vanno completamente distinti da quelle azioni che si possono definire da “terroristi”, alle quali l’autore di queste righe si dichiara assolutamente estraneo, e che egli condanna. Per esempio, la schiodatura-massacro della Rech e della I in Saussois, o il secondo chiodo del Diedro Sitiger a Saffres (un passaggio seriamente danneggiato), i cui autori sono rimasti coraggiosamente anonimi!

Naturalmente non è neanche nostra intenzione sopprimere automaticamente tutti i punti di progressione usati in passato e occorre tener conto del numero ristretto di arrampicate di livello “moderato” (D+, TD) in certe pareti calcaree di struttura particolarmente compatta. Alcune vie possono ragionevolmente conservare qualche punto d’aiuto “superfluo” onde permettere a scalatori non sestogradisti di misurarsi con la verticalità e con l’atmosfera di tali pareti. Allo stesso modo, alcuni chiodi possono talvolta facilitare un breve passaggio nettamente più difficile – in libera – di tutto il resto della via e la cui modifica comporterebbe una grande eterogeneità, non consentendo l’accesso a quegli scalatori capaci di apprezzare la maggior parte della via medesima.

Rochers de Sisteron: l’Arapède. Foto: Jean-Claude Droyer
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Per contro, il voler mantenere a tutti i costi una determinata attrezzatura è espressione di vieto conformismo e del rifiuto di un minimo sforzo per adattarsi a un qualunque rinnovamento, per quanto modesto. Un esempio tipico è la famosa catena di Jardin Suspendu (Saussois), collocata proprio al centro di un passaggio la cui difficoltà non è superiore a quella delle traversate precedenti e che non aggiunge nulla alla protezione (oramai migliore grazie al grosso chiodo cementato che si trova proprio sopra). Il grottesco lucchetto aggiunge una nota comica al lato antiestetico della cosa, e il proprietario dovrebbe recuperare alla svelta la sua ferraglia! D’altronde, togliere quasi tutte le catene presenta il duplice vantaggio di bloccare l’usura delle clessidre di roccia (logorate dallo sfregamento) e di incoraggiare gli scalatori all’uso di queste strutture naturali mediante anelli di corda, metodo piuttosto trascurato fino ad oggi.

continua

Guido Azzalea sull’Eperon Sublime (Gorges du Verdon), 1982
Guido Azzalea su Eperon Sublime (Gorges du Verdon, Provenza). 24.05.1982

postato il 9 novembre 2014

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Jean-Claude Droyer sull’avvenire dell’arrampicata – 1 (1979) ultima modifica: 2014-11-09T07:30:32+00:00 da Alessandro Gogna

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