Jean-Claude Droyer sull’avvenire dell’arrampicata – 2 (1979)

Quale avvenire per l’arrampicata? Parte 2 (2-2)
[Traduzione del saggio L’escalade, vers quel avenir? di Jean-Claude Droyer e Michèle Gloden, pubblicato su La Montagne & Alpinisme n. 115, 1/1979]

Baou de Saint-Jannet, Mafia. Foto: Jean-Claude Droyer
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Contro una “attrezzatura” degradante: proposte

Ciò che risulta abusivo ed errato è il considerare la chiodatura di una via come un mezzo di progressione, senza utilizzare appigli e appoggi (cioè la roccia stessa), e questo a tutti i livelli di difficoltà. Tale era lo stato di fatto tipico della maggior parte delle nostre falesie: i chiodi in loco erano il più delle volte assimilabili a una attrezzatura della via concepita per permetterne l’accesso ad arrampicatori privi dei requisiti tecnici e fisici per compierla in scalata naturale. Simile situazione non poteva che impedire a molti di prender coscienza dei reali valori dell’arrampicata libera, soprattutto nel contesto dell’insegnamento “tradizionale” impartito dalla maggior parte degli istruttori e dell’uso di quelle topo-guide il cui sistema di quotazione tien conto dell’utilizzo diretto dei punti di artificiale. Non mancano esempi di “equipaggiamenti” scandalosi, ma particolarmente sfacciato è quello di Pilier des Fourmis a Buoux (quotato comunque ED inferiore!) dove l’orgia di chiodi cementati dell’ultimo tiro (per non citare che questo) è una vera e propria negazione dell’arrampicata su una via che potrebbe risultare superba per il suo tracciato. Che tristezza! Nelle Gorges du Verdon, un buon numero di cordate dalle concezioni antiquate utilizzano metodi “portati all’estremo” (ultrachiodature su vie già attrezzate o percorse con assicurazione naturale, uso di ganci, ecc.) che vengono considerati come allenamento, di tecnica e di audacia, per il superamento anche di quei passaggi effettuati in libera nel corso della prima salita. Il sistema di quotazione locale ha incoraggiato tale processo: è sintomatico il fato che le vie “in libera” sono raramente superiori a PD (si tratta del famoso “V in libera” giustamente sfottuto dagli inglesi!). È lecito pensare che una informazione più attenta circa le vie percorse in libera può certamente favorire un cambiamento di mentalità, ma un altro passo in tal senso è la soppressione dei punti di aiuto (in particolare chiodi a espansione) quando ciò non toglie nulla alle possibilità di assicurazione. Non è più concepibile mantenere passaggi tipo “da un chiodo all’altro” nella maggior parte delle vie difficili delle nostre falesie e rendere in tal modo la progressione più agevole in nome di quella che non è altro che una pseudo-democratizzazione dell’arrampicata, dato che tale apparente soluzione di comodo non può far altro che ritorcersi contro l’insieme degli scalatori i quali, cullandosi in false illusioni, si vedranno privati dei mezzi per migliorare le loro capacità. “Lasciamo in loco il massimo dei chiodi, i forti non dovranno far altro che saltarli”: tale opinione porta con sé una “organizzazione” dell’insicurezza dalle pericolose conseguenze. Lasciar credere che si possa affrontare qualunque via purché provvisti di un adeguato numero di moschettoni può essere la causa di certi incidenti alpinistici. Questa maniera decisamente antisportiva di trattare il problema non può che portare a un livellamento verso il basso: d’altro canto, a che serve dare una valutazione a una via se essa non ha alcun significato? È logico, lo ripetiamo, che le vie ED non siano riservate a tutti, ed è ridicolo voler fare a tutti i costi una via di tale livello quando non si è allenati o si è arrivati a una certa età. Possiamo immaginare uno sprinter veterano che corra i 100 metri in 10 secondi netti? E comunque, è sempre possibile effettuare la via da secondo. È sempre abbastanza!

Ci viene anche rimproverato di affrontare delle “classiche” invece di aprire vie nuove. Innanzitutto il concetto di “classica” che si riserva ad alcune vie può applicarsi alle caratteristiche della relativa arrampicata libera e al successo riscontrato presso gli scalatori, ma ciò non può interessare in alcun modo la quantità di chiodi in loco. Per cui non risulta logico affermare che il carattere classico di Super-Echelle fissa la posizione attuale dei suoi chiodi: a tale livello di difficoltà, ED, l’evoluzione dell’arrampicata deve di norma determinare variazioni più favorevoli all’arrampicata libera. È abbastanza provocatorio constatare che i liberisti si vedono rimproverare un accaparramento egoistico delle vie proprio da coloro che dimostrano un simile atteggiamento di possesso riguardo ad esse, tanto che non intendono accettare alcun cambiamento nel loro modo di percorrerle e ancora meno di rinunciarvi quando le circostanze possano comportare una regressione delle loro capacità tecniche e fisiche.

Salève: la cordata Bouvier-Droyer su Arc-en-Ciel. Foto: Gérard Bobin
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Per un’etica delle vie nuove

Quanto alle vie nuove, ne sono state realizzate una certa quantità, e quasi sempre difficili.

Ma se tutte le vie non fossero state salite sistematicamente in artificiale, anche quelle dove era evidente che prima o poi si sarebbero potute salire in libera, sarebbe rimasto un numero ben più grande di itinerari da aprire, come si è verificato in Gran Bretagna in questi ultimi anni. E proprio i più belli e tecnicamente pregevoli di tali itinerari, risolti in passato con l’artificiale, recentemente sono stati percorsi in libera, sbarazzandoli così della loro ferraglia. In ogni modo, è bene augurarsi che le vie future siano aperte in una prospettiva decisamente ispirata dall’arrampicata libera e dalla “qualità” finale della via, ivi compresa la sua chiodatura. A tale proposito, in certi casi è meglio adottare un atteggiamento “di ricerca”, che può consistere nell’ispezionare la futura salita in corda doppia e, in caso di necessità, nell’applicare un numero minimo di chiodi di protezione onde prevedere in seguito la prima ascensione unicamente in libera. In caso di sconfitta, occorrerà effettuare un altro tentativo, o aspettare un altro scalatore!

Le vie più recenti a Saffres e in Saussois sono state realizzate in questo spirito e non è superfluo aggiungere che esse sono state percorse direttamente dal basso, senza che i vari passaggi fossero preventivamente effettuati con assicurazione dall’alto. Ciò permette di mantenere parte dell’impegno che deve accompagnare l’apertura di queste vie nuove dove, del resto, si sono verificati alcuni voli.

Nessuna contraddizione tra élite e scalatori medi
Gli altri temi di critica suscitati dall’arrampicata contemporanea sono più in rapporto con parametri socio-psicologici. All’interno del dibattito appassionato che segue l’evoluzione del gioco, la discussione spesso si incentra su un tema perentorio: “voi siete professionisti dell’arrampicata”. In tal modo certe fratture tra scalatori sembrano derivare dal diverso modo di allenarsi, cioè dal tempo dedicato alla pratica della loro attività preferita. Quelli che si allenano molto diventano oggetto di critica da parte degli scalatori meno attivi, mentre invece si sottopongono a pesanti sacrifici come si conviene a veri dilettanti quali sono.

L’accusa di professionismo non è però completamente falsa se ci si riferisce all’accezione corrente del termine. Se normalmente viene applicato a uno sport praticato come professione, esso può anche definire “qualcuno che compie qualcosa alla perfezione”. È comunque evidente che non esistono attualmente dei professionisti dell’arrampicata allo stesso modo dei professionisti della montagna, cioè guide alpine e maestri di sci, questi ultimi ben apprezzati. Cerchiamo di analizzare perché l’attività di punta degli scalatori che hanno una visione evolutiva dell’arrampicata li espone al risentimento dei loro critici. L’arrampicata pura presenta una netta differenza con l’alpinismo di alta montagna dato che in essa gli elementi esterni e i pericoli oggettivi sono quasi sempre assenti: ogni scalatore si trova armato delle sue sole capacità fisiche e psichiche di fronte a una difficoltà che egli si propone di superare. In caso di sconfitta, la delusione provoca in qualcuno un rifiuto di fronte allo sforzo da compiere per tornare alla carica e così alcuni si lasciano vincere da un senso di impotenza o di frustrazione che nessuna scusante esteriore potrà attenuare. Da qui nasce il riflesso “anti-professionistico” che crea l’alibi: la responsabilità viene scaricata sugli specialisti che avrebbero reso le vie sempre più difficili. Si creano dei conflitti in un campo in cui non dovrebbero esistere che stimolo e continuità. Se si viene a creare una frattura tra una “élite” e la maggior parte degli scalatori che praticano la loro attività per diletto, si corre il rischio di legare l’arrampicata a una concezione decisamente statica con conseguente paralisi di ogni progresso. Gli specialisti portano avanti ricerche e metodi di cui tutti i praticanti potranno ulteriormente beneficiare e l’opposizione tra le due categorie non è maggiore di quella esistente tra il grande regista e il semplice “cineamatore” che ama filmare i suoi bambini.

Giuseppe “Popi” Miotti  su Nécronomicon (Verdon), 1981
G. Miotti su Necronomicon (Gorges du Verdon, Provenza), 14.05.1980


Il tirocinio condiziona la mentalità dell’arrampicatore

Di fatto, certe reali forme di “elitismo” sono da mettere in rapporto con una didattica dell’arrampicata che rende molti scalatori prigionieri di metodologie sclerotiche e di una pratica stereotipata: solo i meglio dotati e i più determinati riescono a sfuggirvi, mentre gli altri rischiano di non migliorare e di non riuscire ad adattarsi a terreni di gioco diversi da quelli abitualmente frequentati.

Evidentemente, il periodo di tirocinio gioca un ruolo determinante per la formazione della mentalità e del modo di fare degli arrampicatori. L’insegnamento comporta una spiegazione teorica e una parte pratica. A livello teorico, oltre alla conoscenza delle norme di sicurezza, l’informazione dovrebbe porre l’accento sugli aspetti etici e psicologici dell’arrampicata nonché sulla salvaguardia dell’ambiente naturale che costituisce il “terreno di gioco”. Ma mettere in pratica tali direttive è la parte fondamentale dell’insegnamento e in ciò risulta essenziale l’esempio degli “iniziatori”. Lo scalatore deve essere portato a migliorare con l’esatta coscienza delle reali difficoltà che egli può superare senza aiuto alcuno (trazione di corda, chiodi, riposi su autoassicurazione, ecc.). Tale metodo gli permetterà di acquisire la resistenza necessaria alla sicurezza della sua progressione ed una buona capacità di “leggere” la struttura della roccia, elemento che condiziona il ritmo di una salita. Questo insegnamento è possibile soltanto nella misura in cui vi sono arrampicatori capaci di dimostrare con l’esempio, a tutti i livelli, che la difficoltà di una via è unicamente funzione degli appigli e degli appoggi esistenti, nonché nella misura in cui ha coerenza tale (e ne abbiamo già parlato) da non “addomesticare” tale difficoltà.

Motivazioni diverse
Ma a prescindere da coloro che si trovano ancora allo stadio di principianti (e per i quali le falesie non sono che “scuole” di arrampicata), si possono individuare diverse categorie di utenti della roccia: l’analisi delle relative motivazioni può spiegare gli atteggiamenti che essi dimostrano verso le nuove tendenze. In sostanza, si possono distinguere due gruppi:
– da una parte coloro che frequentano regolarmente le falesie e amano l’arrampicata per se stessa, per ciò che ne traggono sia sul piano fisico che su quello psichico. Essi vi dedicano la maggior parte del loro tempo libero, accettano tutti gli sforzi necessari per progredire e sono logicamente favorevoli a una evoluzione che possa rendere più dinamica e appassionante la loro attività preferita;

– le opposizioni le troviamo invece nel secondo gruppo, formato da quegli arrampicatori per i quali la falesia non costituisce che un mezzo o un surrogato. E possiamo distinguere due sottogruppi: nel primo vi sono gli alpinisti che, in buon numero, vanno in falesia per prepararsi e allenarsi. Essi vogliono essere tecnicamente pronti ad affrontare le difficoltà di roccia nelle salite classiche di alta montagna. L’aumentato livello dell’arrampicata libera può sollevare qualche reticenza da parte loro, ma tale ostilità temporanea è poco fondata: infatti il margine di sicurezza in montagna risulterà più elevato grazie al miglioramento delle capacità tecniche. Ma bisogna anche aggiungere che questi alpinisti non si interessano troppo alle vie di livello estremo; gli altri, che sono i più arrabbiati nei confronti degli innovatori, praticano l’arrampicata come compensazione: un’attività tanto originale, dagli aspetti mitici, può essere concepita come mezzo di rivalsa su fallimenti o insuccessi e come mezzo di affermazione sociale in seno a un gruppo. Gli “arrampicatori” appartenenti a questa fazione negano la realtà dell’arrampicata onde poter salire le vie prestigiose a tutti i costi, non esitando a tal fine a falsare le regole del gioco. Moltiplicando gli aiuti artificiali e privilegiando il materiale a spese dello stile, la loro autoritaria conquista toglie ogni significato alle ascensioni realizzate. Essi prendono l’evoluzione “storica” verso l’arrampicata libera come un sopruso consumato ai loro danni, rifugiandosi in penose forme di opposizione verso gli scalatori di punta e non esitando talvolta a qualificarli come una “élite fascistoide”. Non resta da sperare che essi riescano a superare i condizionamenti di cui sono vittime per procedere poi a un esame obiettivo delle loro motivazioni. Riscoprendo l’arrampicata da un punto di vista più qualitativo, lo scalatore acquisisce una diversa mentalità, che lo porterà ad arrampicare secondo le sue capacità, per il divertimento ma anche per la difficoltà: in tal modo ogni via diventerà una avventura più personale, da cui sarà bandita l’assoluta necessità del successo, con tutto ciò che questo comporta.

O.R.N.I., Gorges du Verdon. Foto: Jean-Claude Droyer
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L’evoluzione della moderna arrampicata in senso liberista e la semplicità dei mezzi non sono solo le condizioni necessarie per migliorare: le nuove concezioni danno anche soddisfazioni più profonde, sia mentali che fisiche. Nella sua essenza, l’arrampicata libera è una risposta in termini “di movimento” a un problema posto dalla roccia: ogni arrampicatore “personalizza” il suo stile di salita scegliendo, nella varietà dei movimenti possibili, quelli che corrispondono alle sue proprie caratteristiche. Una diversità che contrasta con l’uniformità della progressione in artificiale, così come l’artigianato si oppone all’industria. L’antico rapporto di forza diviene piuttosto un dialogo tra lo scalatore e la via, nel quale il ruolo combinato del corpo e dell’intelligenza è privilegiato rispetto a quello dei mezzi meccanici. Il gusto per la “bellezza del gesto”, fonte di miglioramento, occupa una parte importante nella dimensione estetica della salita, allo stesso modo della bellezza naturale del tracciato da percorrere: e i suoi aspetti non possono che avere un ruolo benefico a livello della conservazione del terreno di gioco, che rientra nell’attuale più vasto movimento di protezione della natura.

Anglesey-Gogarth (Galles), T. Rex. Foto: Gérard Bobin
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Nelle modeste possibilità di ogni arrampicatore, il rispetto dell’ambiente passa attraverso l’utilizzo sempre maggiore dei mezzi di assicurazione “pulita”, nonché attraverso la lotta contro i danni portati alla roccia sia dall’attrezzatura delle vie che dall’uso abusivo di vernice colorata, qualunque ne sia lo scopo: gli iconoclasti dovranno capire una volta per tutte che una falesia non è uno stadio da imbrattare di scritte! Nulla di diverso da un museo, con i suoi conservatori e i suoi tesori (dove non si scribacchia!), catalogati nelle topo-guide, ma pur sempre un terreno di avventura, dinamico, aperto a tutti coloro che intendono viverla.

Malgrado l’importanza che alcuni hanno voluto attribuire alle correnti di reazione e di rifiuto dell’evoluzione, si può esser certi che le nuove tendenze vanno affermandosi e precisandosi grazie alla crescente quantità di giovani che praticano l’arrampicata come attività di punta. Se da una parte è preferibile trovare un ampio accordo per migliorare l’attrezzatura delle vie, dall’altra non bisogna inventare pretesti per lasciare le cose come stanno. La vitalità dell’alpinismo dipende dai futuri progressi: noi ce ne facciamo garanti.

Fine

Per notizie su Jean-Claude Droyer, vedi qui.

 

 

Jean-Claude Droyer durante la prima ascensione in libera della via Comici-Dimai alla Grande di Lavaredo
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postato il 10 novembre 2014

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Jean-Claude Droyer sull’avvenire dell’arrampicata – 2 (1979) ultima modifica: 2014-11-10T07:30:18+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “Jean-Claude Droyer sull’avvenire dell’arrampicata – 2 (1979)”

  1. infatti Matteo siamo nel decadimento più totale per una mancanza di rispetto di quello che è stato e di quello che potrà essere.

  2. Impressionante pensare che sia stato scritto nel ’79.
    Purtroppo mi pare che troppo sia rimasto lettera morta: basti pensare a tante riattrezzature o vie nuove “plaisir” con nastrate di spit di fianco a fessure perfette!

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