José Luis Fonrouge

José Luis Fonrouge
a cura del Centro Cultural Argentino de Montagña
(pubblicazione originaria su Centro Cultural Argentino de Montagña, revista digital n. 45, febbraio 2014)

José Luis Fonrouge è nato il 22 marzo 1942 dai genitori Margarita Riccart e José Antonio Fonrouge Larroque. Suo padre morì quando lui era molto giovane, lutto che lo segnò molto.

Lo stesso José Luis diceva: Non avevo esempio maschile da imitare. Mia madre fu vedova quando avevo un paio di mesi di vita. Fu così che in famiglia, assieme a mia sorella, non abbiamo mai avuto modo di confrontarci con una figura paterna. Forse avrebbe avuto un impatto sulla mia educazione e forse il mio destino sarebbe stato altro. Forse, lontano dalle montagne”.

joseluisfonrouge-01Eccezionale alpinista argentino, uomo d’affari, sposato con tre figli. A otto anni iniziò a frequentare l’Ateneo de la Juventud e i suoi campi educativi, andando così in contatto con la natura e facendo le prime escursioni: queste gli procurarono in molte occasioni grandi vesciche, ma gli permisero di godere del fascino delle notti di luna piena, sia pure con il dolore ai piedi.

A dodici anni si trasferisce a Bariloche dove incontrato la vera natura selvaggia, in mezzo a laghi e foreste sormontate da montagne di granito: un ambiente fascinoso, che lui così racconta: “A un certo punto mi è venuta un’illuminazione: era un pomeriggio caldo, con la scuola alla Cascada de los Césares, a Bariloche. Un gruppo di uomini abbronzati si fermò per salutarci, uno di loro lo conoscevo, era l’insegnante di educazione fisica nelle nostre classi inferiori, di nome Dávila. Era andato a scalare il Pico Argentino del Tronador. Un breve conversazione udita a metà, perché il dialogo era tra i più grandi, mi ha colpito in profondità. Hanno parlato di crepacci che avevano dovuto passare e della neve fradicia di calore. Tutto un mondo che, a giudicare dall’entusiasmo dei commenti, doveva di certo essere affascinante. Prima che si allontanassero ho visto nei suoi occhi una strana espressione, come se questi riflettessero tutto lo scintillio dei ghiacciai e la magia della scalata con diverse sfumature. E’ questo che mi ha colpito e la scena si è fissata in me per sempre. Ero certo che lassù erano successe cose meravigliose e mi ripromisi di scoprirle anche io”.

A tredici anni è tornato a Bariloche e ha fatto tutte le montagne della zona, facendo grande esperienza. Durante l’inverno del 1956 ha iniziato la lettura di libri e manuali di montagna, facendo anche pratica con una corda in cantina, per apprendere le più elementari tecniche di calata.

joseluisfonrouge-02Al CABA (Centro Andino Buenos Aires) aveva sentito parlare che nella città di Escobar c’era una vecchia fabbrica con muri di mattoni, e là si poteva scalare, anche a discreta altezza. Riuscendo ad andarci in treno, finì per esercitarsi più volte su quei muri, a volte assieme ad altri. Ogni tanto la polizia li mandava via, a causa del pericolo di crolli.

Successivamente, nei weekend un po’ lunghi, riusciva ad andare a Sierra de la Ventana: le cime erano a quota modesta, ma gli hanno permesso di fare un po’ di pratica su terreno vero.

Nell’aprile 1956 con Marcelo Costa decidono di recarsi a Córdoba, più precisamente al Champaquí, per scalare sulle falesie e sulle cime di quella località per otto giorni. Ma la cosa più importante fu di tornare qualche giorno dopo con un altro compagno, perché Marcelo doveva tornare a Buenos Aires. Con Edgardo Grundke, nativo di Cordoba, prova a ripetere un percorso che era stato aperto l’anno precedente sul Cerro de la Cruz, una scalata di circa 120 metri con passaggi fino al VI grado su una parete liscia. I due hanno successo: riescono a salire in due-tre ore una via che aveva richiesto 12 ore per la prima ascensione. E’ stata la sua prima salita impegnativa, e non aveva neppure 15 anni.

Alla fine del 1957, la Federazione Argentina di Sci e Andinismo (FASA) organizzò un corso di tecnica di arrampicata su roccia e ghiaccio nella città di Bariloche, diretto da Carlos Sontag e con l’aiuto di Anselmo Weber, Mario Piccoli e Luis Baudaz: anche José Luis diede una mano, come rappresentante del CABA. Da lì, si è trasferito a Esquel, dove con Weber e Piccoli riesce a salire la cima principale del Cordón Pirámides, il 12 gennaio 1958.

Così commentò José Luis: “Era la mia prima montagna, il nostro primo successo, e sapevamo quello che stavamo facendo. Mentre ci congratulavamo l’un l’altro, davamo sfogo alla nostra gioia e realizzavamo il cambiamento che stavamo facendo”.

Si trasferisce a Bariloche, dove con Jochen Groos sale il Campanile Esloveno. Anche qui ricorda: “Con Jochen eravamo così ben affiatati che le manovre ci venivano perfette. Era senza dubbio un tipo pieno di qualità; la comprensione reciproca ci ha portato a muoverci così velocemente che in due ore siamo arrivati in cima. Ma l’uomo è insaziabile e questa breve salita ci ha lasciato un po’ di insoddisfazione per non aver trovato difficoltà maggiori. Mi rendevo conto che l’arrampicata e il gioco dell’alpinismo consisteva nello scoprire, su un terreno sconosciuto, un itinerario in cui poter sviluppare tutta l’inventiva, la creatività e l’ingegno. Ma la facilità con cui ero salito mi ha fatto sentire fiducioso nelle mie condizioni e mi ha incoraggiato ad ampliare ulteriormente gli orizzonti personali”.

joseluisfonrouge-03joseluisfonrouge-04Dopo un giorno di riposo al rifugio Frey, in un tempo molto breve salgono la Torre Principal del Catedral, la sedicesima salita; tornando indietro, salgono anche l’Aguja Frey. Nell’estate del 1958 si trasferisce a Jujuy: la sua idea era di provare la cima della montagna più alta in questa zona, il Chañi. Con poca acclimatazione alla quota inizia la salita, solo con lo slancio della giovane età e la poca esperienza. L’ignoranza è una pessima amica, ma in ogni modo il buon senso riesce a prevalere quando, nel tardo pomeriggio, quasi notte, e quando mancavano solo duecento metri alla cima, sceglie di tornare indietro. Così ce lo racconta: “A metà pomeriggio, quando le ombre delle cime circostanti hanno cominciato ad allungarsi, la ragione ha prevalso sulle mie speranze di raggiungere la vetta. Mi arrendo alla fatica e allo stato delle mie condizioni: è stata una lezione che ricorderò per sempre. Ho lasciato cadere senza dubbio i sogni da adolescente e ho rimesso alcune cose a posto. La montagna è stata, in quell’episodio, ancora una volta quell’insegnante a riferimento nella mia vita”.

In inverno è andato a Bariloche per imparare a sciare, pensando fosse un complemento importante per le salite in montagna: però forse pensava che fosse cosa facile. E invece la sua impazienza non gli fece godere di quel periodo, così abbandonò i corsi senza aver imparato più di tanto.

Terminati gli studi del liceo, ben presto si trasferì a Bariloche, e con Dinko Bertoncelj, tanto per non perdere il vizio, sale una nuova via sul Campanile Esloveno e, dopo pochi giorni, assieme allo stesso compagno, un’altra ancora nuova sulla Sud della Torre Principal del Catedral; così ricorda José Luis: “Non solo avevo sperimentato la società con Dinko, ma soprattutto, gli insegnamenti di un maestro”. Nel 1960, assieme a Jorge Peterek, Cacho Cardani, Jorge Insúa e Uca Carrera Pereyra, sale la Torre Nord del Paine, dopo di che dichiara: “Sono nati proprio sulla Torre Nord lo stile e l’etica del mio modo di intendere la montagna e l’alpinismo. Per questo,e per dar loro ancora più forza, sentivo di dover andare alle fonti, e queste erano le Alpi”.

joseluisfonrouge-05 joseluisfonrouge-06 joseluisfonrouge-07 joseluisfonrouge-08Attraverso l’ambasciata francese e il Ministero dello Sport vince una borsa di studio presso l’École Nationale de Sky et Alpinisme (ENSA), a Chamonix, ottima occasione per perfezionarsi; aveva allora diciassette anni, e lì poté conoscere il fior fiore dell’alpinismo europeo, gente come Gaston Rébuffat, Lionel Terray, Pierre Mazeaud, Walter Bonatti. Dopo la Francia, va in Austria per scalare sulle Alpi tirolesi e nelle Dolomiti. Questa esperienza è stata fondamentale, non solo tecnicamente: per lui ha significato conoscere il mondo alpinistico.

Ho messo il mio campo base nella casa dell’italo-argentino Marcelo Costa, a Torino, ma in seguito ho vissuto negli ostelli della gioventù; camminavo in giro con lo zaino, e penso che avrò dormito in almeno 170 alberghi o rifugi diversi (una cifra record). Ho visto diciassette paesi, molte capitali, imparato quattro lingue e sono tornato in Argentina con un importante bagaglio culturale, non solo di arrampicata: ma ora sapevo cosa è davvero la culla della civiltà e della musica. Ho imparato a capire la pittura nelle diverse epoche. Ora devo incoraggiare i miei figli a fare lo stesso e andare in Europa. Credo di dare loro la stessa opportunità che mi ha dato mia madre allora, perché è essenziale nella formazione di ogni individuo”.

joseluisfonrouge-09 joseluisfonrouge-10“Durante i mesi che ho trascorso a Chamonix ho potuto scalare il Monte Bianco, per la via normale, una gita abbastanza turistica. Poi ho fatto la parete nord della Tour Ronde, una parete di ghiaccio piuttosto prestigiosa. Mi ero interessato soprattutto al ghiaccio: sulle Torri del Paine e su quelle della Catedral di roccia ne avevo macinata abbastanza. E dunque eccomi sulla difficile parete nord dell’Aiguille de Chardonnet. Poi eccomi sull’Aiguille Verte per la cresta del Dru, sulla via Rébuffat all’Aiguille du Midi, sul Mont Blanc du Tacul, fino a fare una solitaria sull’Aiguille de l’Emme. Poi sono andato a vedere l’Eiger, il Cervino e tutte le altre famose montagne: sono impressionanti. In Austria, ho scalato il Kaisergebirge e poi al passo Sella con Dinko Bertoncelj. Inoltre, sono stato sul Montserrat, vicino a Barcellona, e anche nel Saussois, da dove venivano tutti i francesi più bravi. E’ una falesia di calcare, accanto alla Loira e proprio su quelle rocce andavano tutti i parigini ad allenarsi. Sono anche stato a Fontainebleau, su quei meravigliosi massi alla periferia di Parigi. Vivevo nella città studi, nel reparto argentino, e non mi trovavo per nulla male. Lì ho incontrato il pianista argentino Bruno Leonardo Gelber, che stava facendo i suoi studi di musica. Devo aggiungere che uno degli istruttori dell’ENSA era Armand Charlet, un nome leggendario della storia dell’alpinismo, almeno quanto il marchio di materiale da ghiaccio legato alla sua persona. Ho avuto l’onore e il piacere d’essere suo allievo”.

Il 12 gennaio del 1965, dopo un tentativo fallito l’anno prima, Fonrouge riesce ad aprire con Carlos Evaristo Comesaña una via sullo sperone nord-ovest dell’Aguja Guillaumet 2580 m. Ha un dislivello di 400 metri e ha difficoltà di IV e V, VI e A2. José Luis ci ha detto: “Il sole era splendente più che mai quando siamo arrivati in cima. Si respirava un’atmosfera assai strana, c’era l’euforia che viene dalla vittoria, alla conclusione di una grande sfida. Era uno di quei momenti che si vivono con intensità e nei quali vibra la natura selvaggia in cui si è immersi”.

joseluisfonrouge-11 joseluisfonrouge-12Dopo due giorni di riposo e con l’idea di continuare a svolgere il programma, i due si spostano ai piedi del Fitz Roy. La parete nord-ovest del Fitz Roy mostra un canale impressionante che punta dritto alla vetta. I primi mille metri si sale in questo canale di ghiaccio, poi si va per cresta di roccia per altri settecento metri fino alla vetta.
Nel corso delle prime esplorazioni di questa parete sconosciuta, Otto Wieskopf aveva tentato quel canale, in seguito chiamato Supercanaleta, per due volte, una delle quali alla fine del 1964 con Carlos Botazzi e un gruppo di sostegno.

Dopo questo tentativo di Wieskopf, non passa neppure un mese e arrivano in zona Antonio Misson, Martín Donovan, Jorge Luis Luque, Carlos Comesaña e José Luis Fonrouge. Dopo due giorni sono già alla Supercanaleta. Comesaña e Fonrouge salgono di conserva la prima parte facile di ghiaccio e neve, fino a raggiungere un blocco incastrato, quello che segna la fine dell’arrampicata su ghiaccio, poi bivaccano una lunghezza un po’ a destra. Il giorno dopo, salgono sedici lunghezze su cresta con molti gendarmi, oltrepassano il colletto della Supercanaleta e proseguono più facilmente verso la vetta, dove lasciano una bandiera argentina e prendono come prova un moschettone marchiato Cassin che avevano lasciato i francesi nella prima salita della montagna. Era il 16 gennaio 1965.

Non si può non citare il ricordo che ne ha Fonrouge: “Erano le nove di sera quando, dalla piccola anticima, ci si aperto uno spettacolo davvero magnifico. L’ombra del Fitz Roy era proiettata sulla Patagonia desertica che si stende verso est per chilometri e chilometri. Ci siamo slegati e abbiamo proseguito sulla breve cresta che porta alla vera vetta. Qualcosa che non dimenticherò mai, una sorta di percorso che mostra da un lato la notte che ha preso in consegna il deserto e dall’altro il tramonto che illuminava l’intera scena. In fondo, l’enorme lago Viedma, divideva con il suo colore pallido una zona di transizione tra Oriente e Occidente. La cima, la nostra cima, era sospesa al centro di questo paesaggio. Sembrava un mondo più onirico che reale; infatti, una sinfonia visiva marcava con grande potenza il nostro arrivo in vetta. Sono stato preso da un pianto a dirotto, nato nel profondo della mia anima. Le mie lacrime mi hanno stupito, ma in quel momento ho sentito quella felicità che spesso ricerchiamo ma che raramente raggiungiamo. In quel minuto la mia esistenza è stata illuminata da una strana visione dell’universo che ci circonda. E’ stato l’ingresso in un mondo a lungo sognato, come il ritrovamento di un capolavoro incompiuto. Ma lì, su quelle pietre sommitali, l’abbiamo davvero trovata, quella felicità. Ci siamo abbracciati pieni di emozione, incapaci di pronunciare una parola; facevamo solo gesti maldestri che esprimevano la nostra gioia. Ci sono voluti alcuni minuti prima di riuscire a calmarci.

joseluisfonrouge-13 joseluisfonrouge-14Poi inizia la lunga serie di doppie, dopo dieci bivaccano per la terza volta. Al mattino, una tempesta infuria sulla montagna, continuano la discesa in corda doppia fino a quando terminano i chiodi. Allora usano quello che hanno ancora a disposizione, cordini, staffe, perfino i cordini dei martelli. Per il resto scendono arrampicando slegati nel gigantesco imbuto, lottando con le raffiche di vento e a volte colpiti da sassi e piccole scariche di ghiaccio.
Dopo ore interminabili arrivano esausti ai piedi della montagna, sul ghiacciaio. Avevano appena completato la seconda salita assoluta del Fitz Roy, per un nuovo percorso e in perfetto stile alpino. Questa è stata una salita impressionante, di solo due persone, senza alcun sostegno e per un percorso completamente isolato e di difficile accesso. E’ stata una grande visione di José Luis, quella di voler salire una montagna di queste dimensioni con attrezzatura minima e in stile alpino, contrariamente a ciò che era di moda in quel periodo, quando la montagna era assediata da gruppi numerosi che, per lunghi tratti, ricorrevano alle corde fisse.

joseluisfonrouge-15Nel luglio del 1965, con Carlos Comesaña, prova la parete sud-est dello Yerupaja, nella catena montuosa di Huayhuash, ma il cattivo tempo gli gioca un brutto tiro proprio quando sono solo a pochi metri dalla cima. Successivamente a questo tentativo, José Luis si unisce a un gruppo tedesco per salire, sempre nello Huayhuash, l’Hirishanca Chico 5800 m. In seguito, sempre con quel gruppo, fa un giro nella giungla peruviana. Il 2 febbraio 1966, in cordata con l’austriaco Hans Schönberge (un falegname di 32 anni, nobile e sano come l’elemento che era abituato a lavorare e pieno dello spirito della montagna che vuole l’unità della cordata prima di tutto”, così lo definiva José Luis), scala la parete sud dell’Aconcagua per una via nuova di 3000 metri di dislivello, tra la via dei Francesi e la via Argentina a destra (Omar Pellegrini e Jorge Aikes, sempre del 1966). La superano in quattro giorni, usando i campi alti di una spedizione internazionale guidata da Fritz Moravec.

Saliamo con estrema attenzione vista l’esposizione in cui ci trovavamo. Non so per quanto tempo, sembrava eterno. Quando finalmente siamo giunti in cresta, non potevamo crederlo! Le difficoltà erano finite, eravamo su terreno facile. Dovevamo solo ancora fare l’immensa fatica di arrivare in vetta. Ad ogni passo respiravamo per due volte, imponendoci così un ritmo, anche se molto lento, fino alla cima. Dopo una parete così esaltante, fu deprimente raggiungere la vetta. Un sacco di ferro arrugginito, resti di croci, fili aggrovigliati che si allungavano in ogni direzione, come a cercare i colpevoli di questo casino. Cartacce e altra spazzatura facevano quel posto così deludente… soprattutto per chi come noi aveva salito una parete come la Sud, dove ogni giorno aveva dovuto lottare duramente contro gli elementi e le difficoltà, era dura non trovare una vetta adeguata. Più o meno siamo arrivati al culmine alle tre, il panorama era vasto ma dalla cima più alta delle Americhe mi aspettavo francamente qualcosa di più. Una monotonia di montagne che si estendevano nelle quattro direzioni. Montagne nude e, in via eccezionale, la neve qua e là, lontano, persa nello skyline di San Juan. Sotto dei sassi abbiamo trovato un libro sul quale abbiamo registrato la nostra salita: era abbastanza martoriato dal maltempo, però la diceva lunga sui diversi stati d’animo dei molti alpinisti che erano giunti fino a lì. Non ci siamo soffermati per trovare la prima salita dei francesi che, nel 1953, avevano fatto la prima salita dalla parete sud, ma sapevamo che la nostra era la prima scalata della parete sud dell’Aconcagua in stile alpino, per una nuova via. Decidiamo di abbandonare sul posto picche e ramponi, per avere il minimo di peso in discesa.

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Dopo un’ora di sosta in cima, siamo scesi alla ricerca della traccia della via normale. Avevamo voglia di ossigeno: come il subacqueo ha necessità di risalire in superficie, noi abbiamo bisogno di scendere il più rapidamente per poter respirare l’elemento prezioso. Eravamo esausti, ogni cento metri ci stravacchiamo su un sasso per riposare; alle nove di sera, abbiamo trovato il piccolo ricovero del Plantamura. Aveva una finestra rotta, l’interno era pieno di neve e con temperature più fredde dentro che fuori. Tuttavia almeno ci prendiamo riparo dal vento. E’ stato molto difficile dormire riposare sul pavimento di legno. In aggiunta, eravamo così eccitati da non trovare affatto sonno. Entrambi speravamo di incontrare qualcuno nei rifugi più in basso; in caso contrario sarebbe stata durissima, perché nello stato in cui siamo, senza cibo, non sappiamo se ce la potremo fare a raggiungere con i nostri mezzi la Laguna de Horcones.

La mattina seguente, continuiamo la discesa, caracollando verso i ricoveri successivi, senza incontrare anima viva. Sembravamo due mummie al loro ultimo viaggio: pelle secca, labbra screpolate erano l’impronta lasciata dal l’altezza nei i cinque giorni di arrampicata. Scendendo lungo la via normale mi sorprendo a pensare che tutti gli incidenti su questa rotta sono davvero incomprensibili. Questo lato della montagna si trova sempre di fronte al Pacifico, cioè da dove vengono tutte le tempeste. E’ difficile da credere che un alpinista non si accorga dell’arrivo delle bufere e non prenda misure per abbassarsi o proteggersi. Si conclude davvero che la montagna è completamente estranea agli incidenti: siamo noi stessi autori e vittime dei nostri errori.
Per la fatica, camminavamo rigidi come manichini, entrambi muti. A mezzogiorno ho intravisto i rifugi di Plaza de Mulas, ma non riuscivo a notare alcun movimento. Mi disperavo pensando di non trovare nessuno. Solo quando eravamo ormai tra le costruzioni ho visto Uggiere venirci incontro. Solo allora, in quel momento, la montagna ritornò meravigliosa”.

joseluisfonrouge-19 joseluisfonrouge-20Con questa scalata Fonrouge aprì un nuovo stile di scalata per l’Argentina, quando negli altri paesi lo stile alpino era ancora in via di sviluppo.

Nel gennaio del 1967, come capo di una spedizione in Antartide, con un gruppo di scalatori composto da Martín Donovan, Ismael Palma e Jorge Ruiz Luque, tenta il Monte Olivia, a Ushuaia: salita interrotta per il maltempo; in seguito con Alfredo Fragueiro, e già nel territorio antartico, scalano il Cerro Monja; più tardi, ai primi di febbraio e con Martín Donovan, sale il Cerro Francés, chiamato anche Cerro Ibáñez. E con questo ha concluso il suo soggiorno nel continente bianco.

Nel periodo estivo dell’emisfero settentrionale, nel 1968, va nello Yosemite National Park, negli Stati Uniti: lì con un compagno ha scalato su diverse vie, davvero particolari per gli scalatori di tutto il mondo, fino al 5 giugno: “Sentivamo il bisogno di tornare e assaporare in anticipo le piccole cose, i fiori, il fiume, la gente, la musica”.

Poi è la volta della seconda salita all’Aguja Poincenot nelle Ande di Patagonia, con Alfredo Rosasco, tre giorni di scalata in stile alpino, vetta raggiunta il 21 dicembre 1968: “A pochi metri dalla vetta, la delusione mi ha invaso per un attimo: mi dispiace che tutta questa lotta di tre giorni termini bruscamente con l’arrivo in cima. Abituati con rigore alla fatica, arrampicando ci eravamo perfino divertiti. I nostri sensi erano sintonizzati sui sussurri, sulle sfumature e sulla temperatura dell’ambiente che ci circondava: la nostra mente era perfettamente integrata in quella natura. E’ con questo sentire che ho toccato la cima. Pochi minuti più tardi è arrivato Alfredo, eccitato al massimo; per lui, la Poincenot era il suo acme”.

In discesa furono presi da una bufera e dall’oscurità: piazzare i chiodi per gli ancoraggi per le doppie era un grosso problema. Ma comunque ce la fecero.

joseluisfonrouge-21 joseluisfonrouge-22Nel 1971 si organizzò la terza spedizione argentina per l’Himalaya, più precisamente per l’Everest, nella stagione post-monsonica. Fonrouge, all’inizio selezionato per farne parte, fu poi invitato dai capi a declinare. Subito dopo sposò María Elena Tezanos Pinto: per stare con lei e per curarsi dei tre figli, Josè Antonio, Carola e Agostino, e cercando di trasmettere loro la sua stessa passione, José Luis smise di andare in montagna per quindici anni.

A metà degli anni Ottanta, iniziò con un nuovo sport, il kayak, andando in America centrale e nel nostro paese, traversando fiumi per godere di questa nuova esperienza. Tempo dopo, quando i figli hanno cominciato a condividere le sue esperienze, è tornato ai suoi vecchi luoghi familiari, la Patagonia, l’Aconcagua, ecc. Nella maturità, José Luis era riuscito a unire la sua famiglia e gli amici con il suo ambiente, la montagna.

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Al campo base di Plaza de Mulas (Aconcagua), ci ha detto nel 1997: “Mi piace pensare che la vita è un cerchio, dove molte azioni e molte persone si stanno formando. Qui, in questo paradiso, trent’anni dopo aver scalato la parete sud dell’Aconcagua, ha avuto inizio questo cerchio, molto ampio: dopo l’Aconcagua ci sarebbero state molte altre salite e numerose altre montagne, ma per me la cosa più importante è stata la famiglia. Dicono che le montagne contribuiscono a plasmare una vita e di questa vita ho proprio qui un esempio, mio figlio Agostino qui con me, l’ultimo di tutti. Io dico sempre qualche parola di ringraziamento a qualcuno e ora la dico per Mariele (María Elena), che all’interno di questo cerchio, ormai completamente chiuso, ha reso possibile la fine più lieta, e naturalmente l’inizio di un cerchio più grande.

Durante la presidenza di Fernando de la Rua, Fonrouge è stato nominato Direttore dei Parchi Nazionali. E’ morto in un incidente aereo il 28 maggio 2001, assieme alla sua amata moglie María Elena e alla figlia Carola: con loro alcuni amici, figure di spicco nella società argentina e alpinisti, membri di un gruppetto autochiamatosi Grupo del Sur. Erano l’italiano Agostino Rocca, presidente della Techint, e Germán Sopeña, segretario del quotidiano La Nación. Erano partiti il 28 aprile 2001 per l’esplorazione di alcuni territori poco conosciuti, tre uomini legati dal fascino suscitato in loro dalla Patagonia più selvaggia. Jorge Insúa, alpinista e suo amico ci ha detto: “José Luis è difficile da definire José Luis, era uno scherzoso ma non accettava l’autorità né l’ordine costituito, aveva diversi codici, e lo si doveva capire. Sopra i 1500 metri cambiava, dimostrava d’essere un ottimo compagno di cordata, responsabile, curioso, sensibile: quando le condizioni si facevano difficili allora tirava fuori lo spirito di gruppo: era un fuoriclasse eccezionale”.

Ricordandolo, il figlio José Antonio Fonrouge dichiarò:Mio padre non aveva regole per nulla, faceva quel che voleva e se a qualcuno questo non piaceva, fanculo!”

L’altro suo figlio minore, Agostino Fonrouge, commentò:Quando era arrabbiato diventava freddo: non lo faceva con intenzione, ma il suo gelo metteva a disagio. Non gli ho mai rimproverato di andare in montagna e di starci così tanto tempo, perché capivo che stava facendo quello che gli piaceva.

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E Walter Bonatti: “Fonrouge mi piaceva come alpinista, perché era grandemente considerato come alpinista classico, uno che ha sempre scalato, come si dice, con le mani nude, in modo pulito”.

Molti altri scalatori di fama mondiale lo hanno conosciuto, rispettato e considerato come una figura di spicco all’interno del mondo alpinistico.

Serio, di poche parole, però giuste, selfconfident, tendente all’arroganza, osservatore, solitario, sceglieva i suoi amici valutando i loro atteggiamenti e le loro virtù, di grande cuore nel porgere la sua amicizia, pratico, era sempre diretto nell’esporre agli amici le sue idee, e allo stesso modo nel condannare i loro difetti o errori, con quella sicurezza che gli dava rispetto. Era in anticipo sul suo tempo e dotato di eccezionali doti naturali per la scalata, nessuno può dubitare del suo essere fuoriclasse e del fatto che ci aperto un’ampia strada per ciò in futuro si farà in montagna. Un Maestro.

Lettere a Gerardo Watzl
Gerardo Watzl
, che era allora il presidente del Centro Andino Buenos Aires (CABA) gli aveva procurato attraverso il FASA una borsa di studio presso la scuola francese di guide alpine: José Luis gli scrive da Chamonix queste due lettere, raccontando delle sue avventure e di ciò che imparava:
joseluisfonrouge-27 joseluisfonrouge-28Chamonix Mont Blanc, 3 de agosto de 1961
Meca del Alpinismo Mundial
Aquí estoy cómodamente instalado dispuesto a escribir mucho y chiquito, con pelos y señales de todo lo visto y hecho, al grano.
Los tramites anteriores a la beca se resolvieron fácil y rápidamente gracias a Jean Paul Gardemier, me parecería una buena medida si ustedes (comisión directiva) le mandaran una carta de agradecimiento por todas las molestias ocasionadas; Es un ñato que conviene tenerlo entre los amigos, pues, posteriormente nos puede favorecer en muchos sentidos; Fue el quien me llevo a visitar las palestras parisinas: Le montaña, Fontainebleau y Saussuer, visita productiva en todo sentido. Lo primero que resalta es el entrenamiento que alcanzan la gente de Paris, todo es estilo, gracia y fuerza, alcanzada en el cotidiano entrenamiento. Es así como las grandes primeras (en roca) salen de Paris de una palestra, a lo que voy, es esto, es cosa sabida que el CABA necesita un lugar de entrenamiento, una pared donde se pueda hacer ”dedos” uñas y nariz, mas conviene valorarla como cosa imprescindible, yo mismo estando en Buenos Aires no la valorada en la medida de que Paris me hizo verla, Toda la gente que sale de Buenos Aires llega a la cumbre con el 50% de lo que realmente vale, entonces porque al oficializar una expedición, se tiene en cuenta como punto determinante la dificultad de las ascensiones hechas por los participantes, no creen que sería más práctico medir el grado de entrenamiento alcanzado tras la utilización de una palestra, resumiendo, hay mucha gente joven que el CABA puede modelar, teniendo como punto de mira el “Entrenamiento“.
No creo que se pueda exigir pero si inducir al candidato a tener en su entrenamiento una cantidad mínima de jornadas “palestreras“. Entonces, que se gana? que al partir una expedición, sale con el 100% de su capacidad y no con la mitad como hasta ahora han partido. No crean que tampoco me olvido de la parte experimental, o sea, experiencia en montaña. Mas veamos, un hombre sin entrenamiento sube a la torre del Catedral (Bariloche) al bajar se siente recocho (contento), porque hizo una escalada “difícil”. Este hombre se forma un tope en la concepción de las dificultades en la montaña, lo máximo para el es un 4 grado que hizo en la torre. Un hombre entrenado la sube y la ve como un paseo matinal, el tope para el no tiene límite, deambula por la tabla de dificultades como una cosa pasajera, no se estanca en el prejuicio de lo que hizo.
Todas las dificultades en las rutas Europeas empiezan más arriba de lo que yo pensaba, los 3° me parecía 4° y los 4° un 5°. Ahora estoy entrenando y los 5° me parecen 5° en Buenos Aires seria 7°, bueno basta de matemática. Lo primero que les quería decir, era agradecerles, por haber hecho posible mi estadía en la Ecole, no imaginan lo mucho que se aprende, no solo en técnica sino también en concepción. ahora estoy, no en un curso, sino en una “reunión internacional” la escuela paga la estadía a extranjeros, estos son libres de hacer lo que quieran, van y vienen, suben y bajan, no es un curso.
El pequeño problema es que estoy solo como un hongo, digo pequeño podría ser grande, mi técnica es esta, salgo a la mañana temprano mochila al hombro hacia el objetivo, algunas veces me encontré con otro solitario con el mismo sistema, es así como hice el Mont Blanc (normal), la pared norte de la Tour Ronde.
Pues sí, aquí me veo cómodamente transportado por un trencito que trepa como condenado, ya es el segundo medio de transportación que tomamos para hacer nuestra cumbre del Mont Blanc, que fácil es la vida!! cables y trenes, refugios y hoteles por la ruta que uno desee… bueno con esto no descubro nada, es cosa sabida”
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Chamonix-Mont Blanc, 6 de agosto de 1961
Bueno, entre una hoja y otra pasaron 3 días, tres días que estuve trepando en la Moine. Ya se me fueron las ganas de hacer literatura sobre todas las ascensiones.
Les escribiré cosas más interesantes, por aquí los muertos están a la orden del día; En un intento que hicieron franceses e italianos (Bonatti) al pilar norte del Mont Blanc se murieron 4. Bien parados un alemán y de aquí, de la EWSA ya son 4 los fracturados y uno con conmoción cerebral, como ven el asunto no camina.
Es deprimente la falta de conocimiento sobre las montañas Argentinas. Me preguntan, hay montañas allá? son lindas? Que les puedo contestar a estos energúmenos?!! Para soluciones esto creo que se podría ponerse a trabajar un poco.
He leído el libro Hielo Continental (Hielo Continental, Andinismo y Exploración de los Hielos Patagónicos), me pareció muy bueno, muy ameno y comprensible; Bien aquí hay un enorme mercado para libros de montaña, porque no hacer la traducción y editarlo en Francia o en Europa? Eso si la presentación y las fotos me pareció pésima y mas con las encuadernaciones que se ven aquí.
En el refugio Torino me encontré Tony Fobbi, me contaba que si no regresa a la Patagonia muy rápidamente muere de pena; Es así como le ha impresionado, dice también que no vio problema alpino de la envergadura de el Paine Central y de la sur, me conto cosas muy interesante para el ataque.
Magnone, pregunto si los Argentinos no van al Himalaya!!?!! Taragot le manda muchos saludos a Guthman y Herzog a Authal, Es enorme las cosas que se aprenden, estoy tan entusiasmado que muy probablemente me quede el mes que viene para hacer el curso completo.
Como marcha la construcción de la palestra del Tigre? no saben lo mucho que me alegra saber que se está realizando.
Watzl: por jorge me entero que no has recibido ninguna carta mía y he escrito 2 desde Austria contando mis aventuras por tus Alpes, la visitas a tu madre, etc. es que de veras no las has recibido? Bueno, pero ya estarás documentado por la lengua de Dinko.
Es notable como me ha prendido el veneno del hielo; ya no puedo estar sin calzar los grampones y sentir día a día como le tengo más confianza, creo que es una sensación muy parecida a la que se experimenta con el ski. Te diré que la pared norte de la tour Ronde es toda una escalada en hielo de 60 grados, una de las más bellas escaladas que recuerdo, son 600 metros todo derecho y con la misma inclinación, no fue difícil pero si memorable y con esto me despido.
Grandes saludos a toda la “Troupe” y será hasta muy pronto. Un abrazo de Jose Luis.

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José Luis Fonrouge ultima modifica: 2017-01-08T06:27:14+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “José Luis Fonrouge”

  1. 1

    Fatta qualche sua via in Patagonia: grande stima soprattutto per la Supercanaleta al Fitz Roy, una cosa avanti nel tempo di almeno 20 anni.
    Conoscendo Carlos Comesania, suo compagno al Fitz e non solo, ho capito lo spirito di quei tempi e di quegli alpinisti e ho imparato cose che qui (a El Chaltén) e altrove mi sono state utili.
    Giù il cappello, chicos, di fronte a José Luis! Suerte.

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