Kosterlitz e il Premio Nobel

E’ di non molti giorni fa la notizia che l’alpinista scozzese John Michael Mike Kosterlitz abbia vinto il premio Nobel 2016 per la fisica, in condivisione con i colleghi britannici David J. Thouless e F. Duncan M. Haldane. Motivazione:per il loro contributo allo studio della materia esotica nel mondo quantistico e per le loro scoperte delle transizioni di fase topologiche della materia”.

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Chi è Mike Kosterlitz
In seguito all’annuncio, tutti gli scalatori che ne conoscevano il nome e le sue lontane gesta si sono precipitati a chiedersi se veramente fosse QUEL Kosterlitz. Sì, quello della Fessura Kosterlitz, quello della via degli Inglesi al Pizzo Badile. Ebbene sì, è proprio lui!

Kosterlitz ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo dell’arrampicata moderna, era infatti presente sulla scena dell’alpinismo torinese dei primi anni Settanta, quando il Nuovo Mattino mise in discussione alcuni valori dell’alpinismo classico, quando si credeva di poter facilmente sostituire ambizione per la vetta, eroismo e nazionalismo con la creatività del free climbing e con l’evoluzione tecnologica del materiale.

Nato ad Aberdeen (Scozia) nel 1942, è figlio del biochimico Hans Kosterlitz, uno dei più accreditati scopritori e studiosi delle endorfine. Mike, nel 1969 si laurea in fisica all’Università di Oxford. Dall’autunno di quell’anno inizia un periodo di ricerca al Politecnico di Torino, indi è per parecchi anni ricercatore alla Birmingham University prima di cominciare a lavorare alla Brown University (USA) nel 1982.

Verso la fine del 1969, un fortuito incontro con Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi lo aveva portato ad aprire con loro alcuni bellissimi itinerari nell’allora nascente Valle dell’Orco. Le fascinose rocce del Sergent e del Caporal hanno immediata presa sulla sensibilità e sul gusto estetico di Mike, abituato per l’esercizio del free climbing alle rocce britanniche. Qui non c’è paragone! Il 31 marzo 1973, legato con Motti e assieme a Roberto Bianco, Ugo Manera e Guido Morello, apre Pesce d’Aprile sulla Torre di Aimonin; il 18 aprile 1973, con Grassi e Motti, sale Sole Nascente sul Caporal, 180 m, VI+, A3/A4.

Con Grassi, il 3 ottobre 1970, aveva già aperto la via anglo-italiana al centro della parete sud-ovest del Corno Stella (Alpi Marittime), 240 m, V e VI.

In questa video conferenza da Finland così Kosterlitz ha espresso la sua sorpresa nell’apprendere la notizia del Premio Nobel: “Al momento mi sento come in un univers alternativo, dove la realtà si è presa una lunga vacanza… Ma sembra proprio tutto vero, e allora devo farmene una ragione e procedere di conseguenza”.

 

Mike Kosterlitz: l’anima inglese del Nuovo Mattino
di Gianni Battimelli
(da Rivista della Montagna n. 107, aprile 1989)

Per il nuovo anno accademico, stava per arrivare un ospite stra­niero che avrebbe desiderato in­contrare qualcuno con cui arram­picare. Ma il tecnico dell’istituto di Fisica era un alpinista serio, con una rispettabile attività e una lunga esperienza alle spalle; e non aveva poi tanta voglia di per­dere il suo tempo dietro un giova­ne inglese, magari entusiasta ma certo inesperto, che come niente le montagne vere non sapeva nemmeno dove stessero di casa. Così il nuovo arrivato passò l’in­verno limitandosi a sporadiche escursioni con gli sci, pestando neve qua e là nei dintorni. Solo al­l’inizio della primavera, visto che dall’altra parte non si faceva vivo nessuno, decise di prendere l’ini­ziativa, e si presentò al tecnico, agguantandolo nei corridoi dell’i­stituto.

Un giovanissimo Kosterlitz
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Messo alle strette, l’alpinista cer­cò con discrezione di ottenere qualche informazione sulle cre­denziali del giovane teorico. Venne fuori che la sua lista di ascensioni alpine includeva, ol­tre a qualche ascensione dolomi­tica tra cui una delle prime salite al diedro Philipp in Civetta, roba come la prima ripetizione della Diretta americana al Petit Dru, e una nuova via sulla parete est del Badile. Fu così che Piero Malvas­sora (“se l’avessi saputo pri­ma…”) introdusse Mike Kosterlitz nell’ambiente dei giovani alpini­sti torinesi, e poco dopo l’inglese era in Valle dell’Orco con Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi. Era la primavera del 1970.

 “Era incredibile, semplicemente incredibile. C’era quella succes­sione continua di pareti di grani­to, una più bella e più grande dell‘altra, dove era ancora tutto da fare, tutto. Era come scoprire una Yosemite dietro la porta di casa. Per me, abituato alle piccole pa­reti del Galles e del Derbyshire, sfruttate fino all’ultimo appiglio, era un paradiso in terra. C’era più roccia vergine sul solo Caporal che in tutta Snowdonia. Dovevamo solo decidere dove andare, era assolutamente incredibile che ci fossero ancora posti così”.

Ho incontrato Mike Kosterlitz nel­la sua casa a Providence, Rhode lsland, dov’è professore di fisica alla Brown University. Per me era l’occasione insperata di incontra­re una persona che, da noi, è di­ventata una sorta di figura leg­gendaria, di dimensioni mitologi­che e contorni imprecisati. Per Mike è stata un’opportunità per ritornare indietro a momenti ab­bandonati. estraendo dalla me­moria ricordi e immagini seppel­liti da tempi molto lontani.

“Una delle prime volte andai ad arrampicare per il fine settimana con Grassi. Il primo giorno fa­cemmo una via nuova sul Corno Stella. Durante il ritorno era an­cora presto decidemmo di cambiare zona e far qualcosa da un‘altra parte, e il giorno dopo riuscimmo nella prima ripetizio­ne di una via aperta di recente dalle parti della Torre Castello (la via dei Tetti a zeta, NdA*). C’e­rano un sacco di chiodi a pressio­ne: molti del tutto superflui, e al­lora decisi di eliminare tutti quelli che riuscivo a passare da capo-cordata senza usarli. Ne ho rotti un bel po’, credo… A metà via c’è un tet­to molto pronunciato, che i primi salitori avevano superato in arti­ficiale. Riuscii a trovare il modo di passare in libera, con uno strano e difficile gioco di incastri e contorsioni, nella fessura alla radice del tetto. Arrivato alla sosta, cer­cai di urlare a Gian Carlo di to­gliersi il sacco: non ce l’avrebbe mai fatta a passare con lo zaino sulle spalle. Ma un po’ per il ven­to, un po’ perché io non parlavo bene italiano e Gian Carlo non capiva l’inglese, insomma lui ten­ne lo zaino in spalla e successe l’inevitabile: a metà tetto volò con un pendolo di dimensioni impres­sionanti. Mi ricordo che un mo­mento, guardando in giù dalla so­sta, vedevo i ghiaioni alla base, e un attimo dopo c’era Gian Carlo che sbucava fuori dal tetto, proiettato a tutta velocità nello spazio. Erano bei giorni, aveva­mo il mondo tutto per noi e ci di­vertivamo”.

Gabriele Beuchod assicurato da Roberto Bonelli nel gran diedro del Pesce di aprile alla Torre di Aimonin
Valle dell'Orco (TO), Torre di Aimonin, Gabriele Beuchod sulla 3a L di Pesce d'Aprile, 2a asc., 25.5.1980

Mike fa le fusa ronfando sornione come il gatto che tiene sulle gi­nocchia, quando gli racconto sto­rielle e aneddoti sulla famosa fessura in Valle dell’Orco. “Certo, quella era una tecnica che io ave­vo in più rispetto ai locali, abitua­to com’ero all’arrampicata nelle fessure sul gritstone, dove la pro­gressione è tutta di incastro. Le altre novità che ho in qualche mo­do importato sono state le scarpe a suola liscia e soprattutto i dadi, nelle versioni ancora rudimentali e disponibili all’epoca, poco più che dei bulloni con dentro un cor­dino. Anche quelli, comunque erano già un bel passo avanti ri­spetto alla tradizione di assicura­zione usata in precedenza in In­ghilterra o in Galles. Una volta m‘è capitato di ritrovarmi ad ar­rampicare con una di quelle vec­chie tigri. Alla base della via il mia compagno mi passa una manciata di sassi di varia misura e un mazzo di cardini. Stando bloccati con una mano nella fes­sura, l’idea consisteva nell’e­strarre dalla tasca dei pantaloni il sasso della dimensione giusta, incastrarlo per bene, passarci at­torno il cordino, fare il nodo (tutto con la mano libera) e moschetto­nare, esercizio interessante, intendiamoci, non che comunque sia sempre stato geniale usare dappertutto le ultime novità: non ho mai avuto tanta paura come quando sono dovuto uscire dalle ultime lunghezze del diedro Phi­lipp, completamente intasate di ghiaccio, con le PA ai piedi”.

Gabriele Beuchod sulla traversata di Sole Nascente al Caporal
valle dell'Orco, Caporal, via del Sole Nascente, Gabriele Beuchod alla S2, 15.6.1982

Queste storie di innovazioni tec­niche e materiali strani richiama­no altri ricordi, che permettono di aggiungere dettagli inediti a sto­rie già famose. Nel ‘65 Mike rea­lizza con Mick Burke la prima ri­petizione della via Hemming-­Robbins ai Dru. Arrivano al bloc coincé, dove ci si raccorda con la via classica della parete ovest, e da lì sono costretti a tornare in­dietro per l’arrivo del cattivo tem­po. Calano a corde doppie lungo la via appena salita, attrezzano molti degli ancoraggi con cordini incastrati in dadi e bulloni di pri­mitiva fattura.

L’anno dopo c’è l’epico salvatag­gio dei due tedeschi bloccati sul­la parete ovest dei Dru, su quel famoso terrazzino dopo la traver­sata del pendolo. La squadra di soccorso delle guide di Chamo­nix, che tenta il recupero dalla parete nord, è battuta sul tempo dal gruppo di volontari guidati da Desmaison, che risalgono più ra­pidamente sulla Ovest e si cala­no, una volta raggiunti i due alpi­nisti, lungo la Diretta americana. “Nel gruppo di Desmaison c’era­no Gary Hemming e Mick Burke, e sicuramente la decisione di scendere lungo l’”americana” è stata presa, oltre che per la pre­senza di uno dei primi salitori della via, anche perché Burke sa­peva esattamente dove erano le calate, tutte attrezzate da noi l’anno precedente. Mick mi ha poi raccontato che agli inizi Desmai­son e gli altri erano piuttosto per­plessi all’idea di calarsi usando come ancoraggi quegli strani ag­geggi metallici incastrati nelle fessure, Poi, volenti a nolenti, hanno preso confidenza”.

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Delle sue salite sulle Alpi, Mike ricorda in modo particolare la via sulla Est del Badile, portata a termine con Dick lsherwood l’8 e 9 luglio 1968, oggi nota come via degli In­glesi, rimasta a lungo senza ri­petizioni prima di diventare cono­sciuta e, recentemente, classica. “Quella l’abbiamo fatta proprio per sbaglio. Eravamo partiti per ripetere la via di Corti: a un certo punto mi sono trovato su per un camino-fessura nettamente più difficile di quanto avevamo salito fino a quel momento, e non c’era più nessun segno di passaggio, chiodi o cunei, che pure abbiamo trovato più in basso, su terreno più facile. Allora abbiamo capito che eravamo fuori via, ma abbia­mo decisa di continuare, eravamo su una linea di fessure che chiaramente poteva essere seguita fino in cima. L‘abbiamo pagata con un bivacco scomodissimo e bagnato, ma è venuta fuori una gran bella via. Nel tratto centrale abbiamo usato l’artificiale, ma ero convinto anche allora che a provarci seriamente si potesse passare in libera”.

Questo dell’arrampicata libera è un tema che ritorna con insisten­za nella conversazione, a confer­ma di quanto già si sapeva sulle capacità e soprattutto sull’ottica dell’inglese. Mike mi racconta di avere studiato la possibilità, mentre saliva la via Cassin alla Cima Ovest di Lavaredo, di realizzarne una salita “all free” (e stiamo parlando dei primi anni ‘60). “Ci ho provato ma senza molta con­vinzione, i chiodi erano quelli che erano e ho lasciato perdere. Però credo che con una protezione adeguata dovrebbe andare. E stata fatta?”.

Anche più tardi, lasciata l’Europa per l’America. Mike ha lasciato il segno, incontrando gente che in materia di “clean climbing” era ancora più rigorosa di lui. Nel ‘74 apre con Art Higbee (quello della quasi-prima salita in libera inte­grale della Nord-ovest di Half Dôme) un nuovo itinerario, in fessura s’intende, sullo Snowpatch Spire, nel gruppo dei Bugaboos, in British Columbia. «Art era as­solutamente deciso a non portare altro che dadi. Io, visto quello che avevamo intenzione di fare, ho infilato di nascosto nello zaino un martello e un mazzo di chiodi. L‘abbiamo fatta tutta “pulita“, ma quando si è trattato di trovare un ancoraggio per le doppie è stato molto contento anche lui di scoprire che avevamo un po’ di quella disgustosa ferraglia.”

Poi torniamo a parlare dei suoi giorni torinesi, della sua visita successiva nel ’73, quando vera­mente si aprirono le porte della Valle dell’Orco, e nacquero pri­ma il Pesce d’aprile alla Torre di Aimonin e poi il suo capolavoro nella zona, Sole nascente al Caporal. Mike ricorda il primo ti­ro, l’artificiale delicato lavorando con microdadi e porcherie d’epo­ca sul muro iniziale. Poi gli brilla un lampo negli occhi: «E’ stato fat­to in libera?”.

Ci sono molte ragioni per cui si smette di fare dell’alpinismo. Ci si sposa, prendono il sopravven­to interessi diversi, si decide che il gioco non vale la candela, si as­sumono responsabilità che ren­dono ai propri occhi non più giu­stificabili gli stessi rischi, o sem­plicemente non se ne ha più vo­glia. Per Kosterlitz, l’abbandono dell’attività è legato ad un fatto preciso quanto incontrollato, due parole secche di una diagnosi impietosa: sclerosi multipla. “Era da un po’ che avvertivo degli scompensi quando arrampicavo, mi sembrava di non avere più lo stesso senso dell’equilibrio. Poi ho avuto la conferma dai medici, e allora ho interrotto. Di colpo”.

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Una cesura netta col passato, la cancellazione forzata di una pas­sione di vita. Oggi Mike sembra aver assorbito il colpo, essersi adeguato con serenità alla situa­zione. Ma sono passati più di die­ci anni, un lungo periodo di estra­neità e di isolamento dal mondo che era fino ad allora la sua altra esistenza. Ero esitante, agli inizi del nostro incontro, a riaprire questa finestra sul passato: te­mevo di apparire indelicato, sa­pevo che avrebbe potuto essere imbarazzante. “A Mike ha fatto piacere ricordare i primi giorni del suo alpinismo, è stato conten­to di ricevere la tua lettera e di ve­derti”, mi dice la moglie Berit ac­compagnandomi alla porta. “Ma se ti fossi fatto vivo qualche anno fa, non avrebbe accettato di incontrarti e di parlare di quei tem­pi. Sarebbe stato troppo doloro­so, allora. Adesso è diverso”.

Mi torna in mente la frase di Se­neca sulla “memoria dei giorni passati che possano venire a te con serenità”. E ricordo a cosa e associata per me: era posta co­me motto all’inizio di un celebre articolo di Gian Piero Motti, scrit­to poco prima che, insieme a Mi­ke Kosterlitz e qualche altro ami­co, inventasse il Nuovo Mattino sulle lavagne di granito della valle.

Nota successiva: A proposito della storia della via dei Tetti a zeta, dopo la pubblicazione del pezzo sulla Rivista della Montagna arrivò una smentita di Ugo Manera che negava decisamente che sulla via ci fossero dei chiodi a pressione: e dunque, molto verosimilmente, o Mike ha fatto confusione nei ricordi o io mi sono sbagliato…

Mike Kosterlitz. Foto: Gianni Battimelli
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Approfondimento
(a cura della Redazione)
I Massi del Sergent sono parecchi e tutti assai belli: due di essi sono famosissimi, il Masso Kosterlitz (con la sua evidente Fessura Kosterlitz) e il Masso Edlinger con la Fissure du Panetton.
I sette metri di 6b boulder della Fessura Kosterlitz Mike li salì slegato nel 1970. La fessura fu ripetuta da Roberto Bonelli, anche lui slegato, nel 1978. La fessura propone un incastro di mano, leggermente strapiombante all’inizio. È divenuta così famosa perché salendola con altre tecniche che non siano l’incastro è molto più difficile. E’ considerata un high-ball, anche usando il crash pad.

Questo gruppo di enormi massi di granito ha vissuto varie disavventure, che vale la pena di ricordare. Al di là di spittature mal fatte e mal cancellate (perfino la celebre Fissure du Panetton fu spittata e in seguito ripristinata), a metà degli anni Novanta, durante la costruzione della nuova galleria, il Masso Kosterlitz stava per essere distrutto dalle ruspe.

La notizia della possibilità di eliminare il masso aveva messo in allarme l’ambiente alpinistico torinese. All’allora sindaco di Ceresole Piero Blanchetti arrivarono centinaia di lettere per evitare che il masso venisse fatto brillare. Su La Stampa dell’epoca si leggeva: «Il laghetto del Sergent è già sparito, tutti i massi intorno alla fessura Kosterlitz sono stati ridotti a mucchi di ghiaia. Certo, esistono questioni di sicurezza e di miglioramento della viabilità, necessari per togliere dall’isolamento Ceresole, specie durante l’inverno. Sarebbe però un peccato cancellare con la dinamite una pagina della storia dell’arrampicata moderna».

L’encomiabile petizione degli arrampicatori riuscì incredibilmente a salvarlo, perché l’appello fu raccolto dal titolare dell’impresa di costruzioni, l’ingegner Enzo Mattioda, e il progetto fu modificato. Oggi il Masso si trova un po’ inglobato nel cemento, ma almeno un pezzo di storia dell’arrampicata italiana (il primo VII grado d’Italia?) è salvo e le attuali generazioni possono continuare così a confrontarsi con la celebre fessura.

Il Masso Kosterlitz e la sua fessura al tempo dei lavori stradali
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La parete del Caporal è la parete più famosa della Valle dell’Orco. E’ sulle sue lavagne bruno rossastre che è nato il Nuovo Mattino. La prima via fu Tempi Moderni (Gian Piero Motti, Vareno Boreatti, Ugo Manera, Flavio Leone, Guido Morello, 1972), ma già nel 1973 si ebbero le aperture di Sole nascente (Kosterlitz, Motti e Grassi) e Tempi duri (Alessandro Gogna e Leo Cerruti). Su di essa si sono avvicendati in seguito quasi tutti i nomi dell’arrampicata prima piemontese, poi italiana, poi internazionale. Valerio Folco ne ha fatto terreno anche per entusiasmanti prime in artificiale estrema.

Gian Carlo Grassi così descrive “il maestro”: “L’incontro con Kosterlitz fu per me l’inizio di una svolta, l’embrione che incominciò a svilupparsi e a operare verso quella giusta trasformazione del senso eroico attribuito alla mia attività alpinistica. Mike portava nel suo modo di arrampicare una gradevole dimensione sportiva, non annegata di retorica e svincolata da ogni luogo comune. Era un dissacratore dell’estremamente difficile, pur rimanendo conscio dei propri limiti. Il fatto di vederlo superare certi passaggi in arrampicata libera era una dimostrazione gratuita di evoluzione”.

Gian Piero Motti: “Mike fungeva da capocordata, quindi pensai che a seguirlo non rischiavo niente, ma più che seguire aspettavamo: sette ore per due tiri di corda! Ritornammo la domenica successiva. Mike aveva creato un capolavoro superando la grande placca con estrema arrampicata libera e forse avevamo la chiave per concludere la scalata… Mike, sempre più in alto, appiccicato alla parete grigia e strapiombante che ripeteva in continuazione “difficile”. E noi sapevamo riconoscere il significato di quel termine”.

Maurizio Oviglia:Sole Nascente rappresenta il simbolo dell’arrampicata anni Settanta in Valle dell’Orco, essendo stata, all’epoca dell’apertura, una via innovativa sotto tutti i punti di vista. Il tracciato, grandioso e originale, l’impossibilità di ritirata, l’artificiale e la libera estrema, contribuirono negli anni a fare di questa via un vero mito. Seppure non difficilissima (con i parametri attuali), anche oggi che è stata tutta liberata, questa via rimane molto impegnativa per la sua sostenutezza e per la chiodatura, non sempre buona. Su di essa furono superati diversi passaggi di 5c/6a obbligatorio (come ad esempio il mitico traverso), che contribuirono a far rimanere Sole Nascente, per molti anni, la via più dura del Piemonte”.
La via è stata liberata dall’A0 che rimaneva da Michele Amadio e Adriano Trombetta, nel 2008 (7b).

Mike Kosterlitz su Gormenghast, Heron Crag, Eskdale (Lake District, UK). Foto: Ken Wilson (da Hard Rock)
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Brani di corrispondenza con Giuseppe Popi Miotti (2013)
Caro Popi… Dick Isherwood è morto quest’anno come anche altri miei compagni d’un tempo: penso di non potermi lamentare… Magari t’interessa sapere che, nella nostra salita (al Badile, NdR), fummo sorpresi dal buio quasi alla fine delle difficoltà e quindi costretti a bivaccare sulle staffe. Quella è stata forse la mia notte in montagna peggiore, dato che un rigagnoletto di neve sciolta è colato per tutto il tempo dal tetto sopra di noi. Ma quella notte ci furono anche altre emozioni. L’ancoraggio di Dick cedette e io riuscii ad acchiapparlo per la gola quasi strangolandolo. Riuscimmo a sopravvivere, ma al mattimo eravamo veramente gelati e rigidi. Di certo l’occasione in cui andai più vicino alla morte in tutto il mio andare in montagna. Ogni volta che ci ripenso mi ricopro di sudore freddo, a dispetto che siano passati ben 45 anni! C’erano circa 15 metri di lasco tra Dick e me, eravamo al buio e in mezzo al rigagnolo. Era un casino, e lo sarebbe stato per chiunque…

Immagini di una salita di Benigno Balatti e Lorenzo Lorenz Castelli alla via degli Inglesi al Pizzo Badile. Foto. Lorenzo Castelli
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… (Il giorno prima, al rifugio Gianetti, NdR) per fare un po’ d’esercizio decidemmo di scaldarci su una breve via lì vicino (si tratta della via sull’Avancorpo del Porcellizzo, 7 luglio 1968, 180 m, VII, 2a salita di Giuseppe Miotti e Guido Merizzi, NdR). Era una fessura un bel po’ difficile, sulla quale ci divertimmo molto. Un buon preludio alla roba più seria che ci aspettava sul Badile. Andammo all’attacco scendendo il couloir. L’idea era quella di ripetere la via Corti-Battaglia, avevamo già salito anche il Pizzo Céngalo da nord per dare un’occhiata alla Corti che è proprio di fronte. Avevamo capito che riguadagnare la Svizzera dopo l’ovvia discesa alla Gianetti in Italia avrebbe comportato un bel giro a piedi. Nel 1969 il canalone era pieno di neve. Non è che avessimo una grande esperienza su quel terreno, ma alla fine si trattava di scivolare piano e con un po’ d’attenzione. Dato che la via parte dal canalone, c’era di sicuro molta meno fatica da fare che non salire dal basso. Recuperata l’auto, eravamo tornati in Italia e saliti alla Gianetti. In effetti la discesa all’attacco della via non diede problemi, non ci legammo neppure. Trovammo l’attacco in corrispondenza di un vecchio chiodo. Nei primi due tiri trovammo ancora qualcosa, poi ovviamente oltrepassammo senza volerlo il punto in cui la via originale traversa a sinistra: continuammo diritto, e nacque così la via nuova”.

In questo pdf trovate (in inglese) il racconto di Dick Isherwood sulla via degli Inglesi alla parete est del Pizzo Badile (Alpine Journal 1969).

Sulla via degli Inglesi al Pizzo Badile, filmato di Benigno Balatti e Lorenzo Lorenz Castelli

 

Il Nobel per la Fisica, “un premio a chi esplora il regno delle cose strane (Licia Troisi)”
Thouless, Haldane e Kosterlitz hanno contribuito alla comprensione più intima della materia usando metodi matematici molto avanzati. Grazie al loro lavoro pioneristico si sono fatti progressi nel mondo dei superconduttori (materiali che non offrono resistenza al passaggio dell’elettricità, superfluidi, (liquidi in cui non c’è attrito tra le molecole che li compongono) o sottili pellicole magnetiche. E, secondo gli esperti, le applicazioni del loro lavoro teorico troveranno presto applicazione nell’elettronica e nella scienza dei materiali.

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La topologia è una branca della matematica che descrive quelle proprietà che cambiano per passi discreti. “Quello che mi ha colpito” dice Licia Troisi, fisica e scrittrice, autrice di romanzi fantasy che hanno venduto milioni di copie in tutto il mondo, “è il modo in cui il fisico Thors Hans Hansson ha spiegato ai giornalisti il concetto di transizione di fase topologica. Il membro del comitato Nobel per la fisica si è presentato al pubblico con un sacchetto contenente tre dolci: un pretzel, un bagel e una brioche. Hansson ha spiegato che non si potrebbe passare da un dolce all’altro con una transizione di fase topologica, perché si dovrebbe praticare (o colmare) un buco, tradendo così la definizione stessa di “cambiamento con continuità“.
Nei primi anni Settanta Michael Kosterlitz e David Thouless avevano rivoluzionato dimostrando che la superconduttività poteva presentarsi a basse temperature e spiegarono anche il meccanismo, cioè la transizione di fase, che fa scomparire la superconduttività al salire della temperatura. Singolare la reazione di Kosterlitz alla notizia del Nobel: “Quando feci quella scoperta ero giovane e stupido“.
L’Accademia delle Scienze svedese ha assegnato metà del premio in denaro (poco meno di 900.000 euro) a Kosterlitz e Haldane e l’altra metà a Thouless.

Più informazioni sul premio qui.

La conferenza stampa alla Brown University

 

Dick Isherwood (1943-febbraio 2013)
di Geoffrey Cohen

La prima spedizione di Dick Isherwood alle montagne dell’Asia fu quella allo Swat Kohistan nel 1964, e il suo ultimo trekking quello al Manaslu nel dicembre del 2012, giusto un paio di mesi prima della sua morte improvvisa. Quasi cinquant’anni di lavoro, scalate e viaggi nella regione himalayana.

Dick Isherwood
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Dick era nato nel Lancashire (Inghilterra settentrionale) e aveva frequentato la Manchester Grammar School e la Cambridge University, dove si era laureato zoologo e in seguito agronomo. Era un arrampicatore di punta sulla scena inglese e gallese alla fine degli anni Sessanta. Nel 1969 si trasferì a Bangkok e poi fu residente in Asia per I quindici anni dopo. Poi andò negli USA, pur continuando a tornare in Asia, sia per lavoro che per il suo piacere.

Tra le più significative prime ascensioni di Isherwood citiamo la P. 6127 m nel South Parvati con Rob Collister nel 1973, il Lamjung nel 1974, il Kanjiroba nel 1976 e il Dorje Lakpa nel 1979. In più, salì un buon numero di altre montagne del Karakoram/Hindu Raj, tentandone altrettante, tipo Thui II, Buni Zom, K7 West, Drifika); oppure in Nepal (Annapurna II, Chulu East, Bauddha, Tsoboje) e in China (Haizi Shan, Yangmolong).

Naturalmente non scalava solo in Asia: nel 1972 aveva fatto una delle prime salite alla Carstenze Pyramid, ma anche molte cime delle Montagne Rocciose, specie da quando si era trasferito là, nel 2000.

Prediligeva i territori isolati, lontani e selvaggi: da buon naturalista ornitologo, difficilmente andava in giro senza binocoli.

La capacità che Dick aveva di portare carichi enormi senza stancarsi ne faceva un membro ideale per le spedizioni. La sua lunga esperienza, il suo senso del luogo erano pari alla capacità di apprezzare la cultura dei posti dove si trovava. Per esempio era un cultore delle bibite alcoliche himalayane, il chang e il rakshi.

Nel 1977 si buttò nel progetto di impostare una fattoria a Pakhribas nel Nepal orientale. Questo gli diede modo di passare due anni meravigliosi, nei quali approfondì la sua conoscenza della lingua nepalese e di tutto il territorio. In sintonia con le diverse etnie, si trovava a suo agio con Tamangs, Gurungs, Gurkhas, Limbu e Rai. Il progetto ebbe successo sotto la sua direzione, a dispetto delle lunghezze burocratiche degli aiuti economici britannici. Alla fine dei due anni però cambiò occupazione, mettendosi ad accompagnare trekking per la Mountain Travel, anche se sentiva che non era propriamente il suo mestiere.

Passò 18 mesi in bicicletta per l’India (tra i santuari ornitologici e i siti archeologici. Se ne tornò in Gran Bretagna per un anno, poi si mise a lavorare per Save the Children, prima in Bangladesh poi in Nepal.

Con la moglie Janet adottò un bambino per ciascuno di questi due paesi: alla fine la famiglia si trasferì negli USA, dove si occupò di ricerca agronomica. Certo, aveva meno tempo di prima per i suoi vagabondaggi, ma trovò modo di imparare ad andare in kayak e visitare i posti più remoti per il bird-watching.

Il libro di John Ashburner su Dick Isherwood
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All’età di 55 anni Dick si ritirò e si stabilì a Port Townsend nell’Olympic Peninsula nel Nord-ovest degli USA: riuscì ancora a fare viaggi in canoa in Baja California e nella Bylot Island dell’Artico canadese.

Nel 2000 fece parte di una spedizione che intendeva percorrere in invernoil ghiacciato fiume Zanskar; nel 2002 ancora in Nepal, e tra il 2004 e il 2009 fece quattro spedizioni nel Sichuan, qualche volta assieme al figlio Sam.

Aveva uno splendido senso dell’umorismo, come del resto si può vedere dai suoi numerosi articoli pubblicati sulle riviste alpinistiche. Era considerato uno dei massimi esperti e conoscitori dell’area himalayana.

Dick morì improvvisamente di emorragia intestinale nel febbraio 2013.

 


 

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Kosterlitz e il Premio Nobel ultima modifica: 2016-10-19T06:06:09+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “Kosterlitz e il Premio Nobel”

  1. 4
    Gabbe Gargioni says:

    E’ sempre stato così ma è altrettanto vero che le vestali dei ricordi non possono esimersi dal perpetuare il ricordo pena la fine della storia e contemporaneamente del futuro che non può vivere solo di se stesso. Kosterlitz è un personaggio affascinante per la capacità di entrare nelle storie del mondo delicatamente ed impetuosamente ad un tempo. Come fisico e immodesto vecchio alpinista non posso che rallegrarmene, forse entusiasmarmi come mi entusiasmano le vite di altri fisici ed altrettanti alpinisti capaci di suonare su strumenti apparentemente così diversi. E se mi è permesso voglio ricordare che ho da sempre ammirato le imprese e la vita dei Fratelli Gugliermina, alpinisti grandissimi e contemporaneamente uomini di cultura e di impresa. Uomini! Gabbe
    Ciao Sandro

  2. 3
    Fabrizio Roveda says:

    E’ altresì curioso notare come accanto a notevoli capacità alpinistiche, si riscontrino altrettante capacità intellettuali nello studio e ricerca in ambiti scientifici d’avanguardia a livello internazionale.
    Otre a Kosterlitz ricordo il prof. universitario Walter Philipp (fisica delle particelle subatomiche e Meccanica Quantistica) e il prof. Dieter Flamm ( Fisico e Meccanica Quantistica) famosi in ambito alpinistico per la loro splendida salita del diedro in Civetta che porta il loro nome.
    Non ricordo esattamente, ma sono sicuro che vi sono anche altre situazioni simili.
    Che vi sia uno strano legame tra questi difficilii exploits giovanili e l’impegno in ambiti così particolari e difficili?

  3. 2
    jacopo says:

    Splendido racconto complimenti,
    Il masso Kosterlitz fu per tutti una strepitosa scuola di stile e classe
    Credo di aver fatto la seconda ripetizione e subito dopo lo salì il giovanissimo Federico Madonna che scopri che si poteva salirlo anche con le Clark infilando la sottile punta della scarpa nella fessura

  4. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Conoscere la storia della vita di questi uomini – e di tantissimi altri come loro – rende piú affascinante l’alpinismo. Però il tempo fugge, gli amici si disperdono, la vecchiaia avanza, le malattie uccidono.
    Rimane – forse – solo il ricordo. Almeno per un po’ di tempo. Poi con le generazioni successive svanisce pure quello.
    È molto triste… Ma è sempre stato cosí.

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