La dignità delle montagne

La dignità delle montagne
(da Notiziario di Mountain Wilderness n. 1 – gennaio 1989)

Lettura: spessore-weight****, impegno-effort*, disimpegno-entertainment*

Per anni ho creduto che le montagne fossero più forti dell’ uomo e che alla fine ogni aggressione avrebbe avuto la sua degna con­tromisura. Per anni ho creduto di essere circondato da esseri umani che con­dividevano il mio modo di sentire la natura. Per anni quindi ho delegato al buon senso comune il compito di arrestare uno scempio continuo. Il mio ottimismo di fondo mi impediva di vedere la realtà, la mia gioia nella scalata e nella scoperta nascondevano le mille crepe che si andavano aprendo.

Oggi mi accorgo che la montagna in genere è “USATA”; ma più in particolare la roccia, i boschi, i prati, l’acqua, i panorami e perfino il montanaro sono “USATI”. Il consumo non rispetta più nulla, altera i concetti di bellezza, impedisce alla gente di guardare senza fotografare, di percorrere senza raccogliere fun­ghi o mirtilli.

Quando esisteva ancora la necessità di raggiungere una vetta per coronare una salita era meglio, perché oggi si sta sostituendo a ciò il consumo di una bella roccia esposta al sole per qualche centinaio di metri di dislivello.

Mountain Wilderness, Punta Helbronner, 16 agosto 1988

Prima il rispetto della dignità di una montagna era legge comune, oggi ci si può coprire di ridicolo se si sostiene che i record non servono che a ridicolizzare la montagna.

Una volta sostenevo che dovevamo continuamente imparare da tutti, anche dai più giovani di noi. Oggi mi è difficile continuare que­ste affermazioni, specie dopo il successo delle competizioni di arrampicata.

Sto certamente invecchiando, ma non mi sento di concedere più nulla alle persone che non “sentono” come me. E’ la continua lotta di chi vede la montagna come una discoteca con chi la vive come un tempio.

L’idea di aderire a Mountain Wilderness e quindi di collaborare assai attivamente è stata una spalmata d’unguento benefico su vecchie piaghe mai richiuse. La convinzione che vi siano tanti appassionati che finora hanno sofferto in silenzio è provata nella sua verità dall’interesse che l’associazione ha risvegliato at­torno a sé.

Per riassumere le puntuali e mediate Tesi di Biella, che costi­tuiscono il fondamento della nostra associazione, Mountain Wil­derness basa le sue motivazioni principalmente nell’esigenza, at­tuale e prioritaria, di difendere gli ultimi spazi incontaminati del nostro pianeta, con particolare riferimento alla montagna.

A questo riguardo coesistono molte opinioni: c’è chi pensa che sia estremamente importante difendere l’Himalaya dall’assedio delle corde fisse e della spazzatura, c’è chi vorrebbe maggiore attenzione per le nostre povere Alpi massacrate ogni giorno dai turisti, dagli operatori turistici, dagli alpinisti, dai Club Al­pini, dagli impresari edili, dagli sciatori, dai cacciatori, dai cavatori, da custodi di rifugi senza scrupoli, e da tanti altri.

Siamo giunti ad una situazione tale di degrado che non si può più volgere lo sguardo dall’altra parte e consolarsi pensando che si troverà comunque un angolino per sé.

Per essere chiari, Mountain Wilderness accetta le posizioni di un abitante della valle, di un addetto alle funivie o di una guida alpina che, pur condividendo di fondo le motivazioni di una sco­moda azione dimostrativa, non l’appoggia in pratica per paura delle inevitabili ritorsioni dei proprietari delle funivie piutto­sto che degli amministratori di regioni autonome. Queste paure sono più che comprensibili.

Ma un alpinista cittadino che, con cieca determinazione persegue i suoi sogni tra cime e cielo e che, con malcelato fastidio, non vuole prendere posizione su scottanti problemi e che di buon oc­chio vede la costruzione di nuovi impianti solo per avere più possibilità di ascensioni rapide, costui, dicevo, non ha nulla da spartire con Mountain Wilderness, purtroppo.

Noi ci battiamo perché i boschi non siano più campo di battaglia per riempire di qualunque cosa i propri sacchetti di plastica o propri carnieri. Ci battiamo perché la roccia non sia più un mezzo per squallidi esercizi sportivi. Ci battiamo infine perché ciò che è stato deturpato sia ripulito, ciò che è stato conquistato sia infine difeso. Siamo stati accu­sati di esibizionismo, oppure di essere dei vagabondi e dei fan­nulloni. Reinhold Messner, nella sua posizione carismatica, è stato quello che si è preso più ingiurie.

Tutti questi giudizi gonfi di livore, che malcelano un’incapacità assoluta di contestare con argomenti seri la nostra azione, ci hanno realmente impietositi. Tutte quelle frasi di ridicoli scia­tori estivi, di giornalisti venduti per una manciata di tessere stagionali, di amministratori tronfi dei loro premi Attila del WWF, di società di guide alpine incapaci di gestire la benché mi­nima direttiva dell’amministrazione regionale che le foraggia, ci hanno fatto sorridere e pensare che abbiamo ancora tanta strada davanti.

Da lungo tempo avevamo annunciato un’azione dimostrativa nel Mon­te Bianco e l’abbiamo poi eseguita con metodi un po’ carbonari il 16 agosto 1988. Tecnicamente non abbiamo mai, neppure per un minuto, bloccato le navicelle della Funivia del Ghiacciai (Helbronner-Midi). Ci siamo limitati a stendere un grosso stendardo che incitava allo smantellamento di quel tratto di funi inutili e passive.

Questa azione è firmata da Mountain Wilderness, quindi oltre che da Reinhold Messner anche dagli altri 20 garanti internazionali: Hillary è dunque un esibizionista? Sir Edmund Hillary, presidente onorario di Mountain Wilderness, dopo aver dedicato una vita intera al be­nessere della popolazione Sherpa, è diventato improvvisamente un fannullone? Gli altri nostri soci non contano proprio nulla e sono anche loro vagabondi ed esibizionisti?

Punta Helbronner. Da sinistra, Michel Piola, Roland Losso, Alessandro Gogna, Patrick Gabarrou, Reinhold Messner intervistati dopo la manifestazione della Vallée Blanche, 16 agosto 1988

Perché proprio quella funivia e non altre? Perché è inutile, passiva, soppiantata dal tunnel Chamonix-Courmayeur; agli alpini­sti e agli sciatori non serve, e noi vorremmo che i turisti aves­sero, almeno nel cuore del Monte Bianco, una vera esperienza e che la traversata a piedi (anche parziale) fosse per loro un’Esperienza. Ma finché ci saranno i Giulio Nascimbeni (giornalisti) che predicano che la loro più grande emozione è stata salire sul­la Freccia del Cielo della Tofana, allora vedo poche speranze: eppure una traversata a piedi della Vallée Blanche, richiesta da molti, sarebbe anche un buon lavoro per le guide!

Quella funivia dev’essere abbattuta perché si abbia finalmente un simbolo di rinnovata dignità. A nostro parere non esiste ottava meraviglia del mondo che possa paragonarsi a una montagna qua­lunque. Il Parco Internazionale del Monte Bianco sarebbe un’otti­ma occasione per l’inversione di tendenza che tanto si auspica. È del 22 ottobre 1988 la fondazione di Mountain Wilderness Francia e ciò è senza dubbio una premessa importante a che l’azione dimo­strativa e innocua dell’estate scorsa non sia inutile e porti a serie trattative con la società proprietaria.

3
La dignità delle montagne ultima modifica: 2017-10-11T05:07:59+00:00 da Alessandro Gogna

7 thoughts on “La dignità delle montagne”

  1. 7
    Nicola Pech says:

    Conservazione dell’ambiente e interessi (anche) economici coincidono sempre più spesso, anche per i montanari. Basterebbe averne la consapevolezza e guardare le cose con una prospettiva di medio periodo e con meno avidità.

  2. 6

    Bé, tra la discoteca e il tempio di opzioni ce ne sono. E Messner, ancora con quell’imbrago alto da caiano nell’89?

  3. 5
    Giancarlo Venturini says:

    Il tutto..nelle tue parole , è la realtà  la “Montagna..da noi è Stata abbandonata..il nostro punto di riferimento rimane l’Abetone per noi amanti dello SCI. Il vero punto è che tutto sta peggiorando..con molto dispiacere…! Un saluto G.C.

     

  4. 4
    Giacomo G says:

    D’accordo con Luigi Spagnolli. Ci sono enormi interessi della gente locale allo sfruttamento dell’ambiente montano, nelle forme criticate dall’articolo.

    E per quanto siano condivisibili le finalita’ di Mountain Wilderness, l’articolo e’ pervaso da uno spirito radicale privo di realismo. Non si capisce dove voglia parare: vietare l’accesso a boschi, l’arrampicata in falesia, chiudere i rifugi?

    Il fanatismo non risolve nulla. La mobilita’ di tutti aumenta e con essa l’ambizione di fruire dell’ambiente montano ( filosofate a parte, chiunque vi interagisca lo usa ), nei modi piu’ diversi, criticabili o no. L’unica salvezza e’ una regolamentazione severa ma non estremistica,  e compatibile con gli interessi di chi ci vive.

  5. 3
    luigi spagnolli says:

    Tutto condivisibilissimo nei contenuti e nel sentimento. Una riflessione: il passaggio “…Mountain Wilderness accetta le posizioni di un abitante della valle, di un addetto alle funivie o di una guida alpina che, pur condividendo di fondo le motivazioni di una sco­moda azione dimostrativa, non l’appoggia in pratica per paura delle inevitabili ritorsioni dei proprietari delle funivie piutto­sto che degli amministratori di regioni autonome” tende a riproporre un luogo comune equivoco quando non proprio fasullo: quello per cui i lavoratori della montagna si dissocerebbero dalle azioni in difesa della montagna solamente per paura dei “poteri forti” – datori di lavoro o amministrazioni pubbliche – che li governano. Una visione romantica, fondata sul dualismo tra il lavoratore sottomesso ed il padrone, o amministratore pubblico, ricco e potente; ma superata dai tempi. Oggi i lavoratori della montagna si dissociano in massima parte perchè i loro interessi non si conciliano, o si conciliano in piccola parte, con la conservazione della montagna che era e che fu. Oggi i lavoratori della montagna fanno parte della città diffusa extraurbana e non accettano di avere meno opportunità, servizi e comodità di coloro che vivono nelle aree urbane. Spesso queste esigenze mal si conciliano con la conservazione: ma d’altro canto se la popolazione della montagna non continuasse a vivere la montagna si verificherebbero altri svantaggi (mancato presidio del territorio, abbandono, degrado, ecc.). È bene che chi oggi si impegna per la montagna, compreso Mountain Wilderness, abbia e dimostri consapevolezza della situazione nuova di cui sopra, con la quale sempre più bisognerà fare i conti in futuro.

  6. 2
    lorenzo merlo says:

    Sentire la Terra.

    È un test per riconoscersi.

    Chi ha già formulato la frase – sentire la Terra – e chi leggendola la trova soddisfacente, quasi illuminante per raccogliere in una sola battuta un certo sentimento, una certa politica, un certo modo di essere, è necessariamente distinto da coloro che mai l’hanno ricreata e che leggendola si domandano per prima cosa, cosa voglia dire.

    Gli uni forse hanno i requisiti per non sentirsi separati dalla natura.

    Gli altri forse, si sentono separati da essa e credono così di avere maggiori diritti di Lei.

    Le conseguenze le abbiamo a portata in quasi tutti i panorami del mondo.

  7. 1
    Matteo says:

    1989…

    e da allora la situazione è solo peggiorata!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *