La forza di un luogo

La forza di un luogo
4-5 maggio 1995
Salendo da Chur (Coira) la valle del Reno Posteriore, a Splugen si è nell’ampia valle di RheinwaId. Continuando si giunge all’ultimo villag­gio, Hinterrhein, prima del Passo del San Bernardino. Provenienti dal­l’Italia, attraverso il tunnel, l’arrivo a Hinterrhein è più subitaneo.

Resti di esercitazioni militari nella valle di Hinterrhein

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Ci sono ben poche macchie d’azzurro allorché emergo dal tunnel del Passo del San Bernardino. Il passaggio tra la superstrada e il mondo pastorale è brevissimo, svincoli non invasivi dirigono in ordine le poche auto. A Hinterrhein, vicino ad un bar-ristorante, posteggio in un’ampio piazzale che sug­gerisce di non essere arrivati a nulla, perché si è ancora in mezzo alla Rheinwald che continua piana in entrambe le direzioni. Poi vado in pellegrinaggio alla cabina telefonica per un’ennesimo bollettino meteo. Le pre­visioni continuano ad essere incerte per la notte, ma in graduale miglioramento per domani. Così termino di preparare il mio pesan­te fardello. Un cartello avverte che nella zona potrebbero esserci delle esercitazioni di tiro, mentre un altro foglio più posticcio mi rassicura che per oggi non fa­ranno esercitazioni militari nella valle. Dunque mi avvio di buona lena lungo e contro il lento scorrere del Reno Posteriore, appunto l’Hinterrhein.

È una valle lunghissima, tendente a sud-ovest e del tutto uguale a se stessa: non gua­dagno alcun metro di dislivello. Dopo quasi due km di stradina asfaltata, arrivo a grandi rivolgimenti del terreno. Piste per carri ar­mati sono state ricavate sul fondo alluvionale, su quella che una volta era una bella serie di prati piani. Ora la marcia a piedi è lunga almeno quat­tro km prima che la valle si restringa decisamente. Ci sono bossoli e granate esplose dappertutto: forse perché a giugno l’esercito non ha ancora provveduto a far pulizia dei resti delle manovre invernali. La «profanazione» non può proseguire. Nel futuro queste ferite si cancelleranno e il silenzio di questo luogo, dominato dal rumoreggiare del Reno nella gola, ci farà dimenticare le sparatorie.

Dopo sei km è come se avessi an­cora da cominciare. Per fortuna, alla fine, le manomissioni del terreno di fondovalle dovute alle manovre militari cessano im­provvisamente quando la valle si restringe, per non allargarsi mai fino all’enorme macereto sotto al Rheiwaldhorn, le sorgenti interiori del Reno. Il sentiero, in certi punti impervio, passa a pochi metri dal fiume, qui vivace, e, do­po un po’ di saliscendi, finalmente attacca a salire deciso verso l’isolato baitello dello Zapportstafel.

Qui un’anziana montanara bada ad un centinaio di pecore: mi salu­ta gentilissima, meravigliata che io sia solo. Le dico che vado alla “hütte”, per non preoccuparla, e che dormirò là. Proseguo sempre di buon passo ma un po’ più affaticato verso la sommità di un poggio erboso. La valle in basso è ormai una gola selvaggia dove il Reno sfoga rumorosamente i suoi vigori giovanili. Comin­ciano le prime chiazze di neve e dopo un po’ di saliscendi giungo finalmente alla Zapporthütte. Qui ho il piacere di trovare un ri­fugio in ordine: in un armadio ci sono provviste di emergenza. Il telefono funziona solo sul numero del soccorso. Mi concedo una lattina di birra.

Sono abbastanza fiacco, con le spalle indolenzite. Il panorama è assai ristretto, perché sono ancora quasi in fondo alla valle. Sono nella solitudine più reale quando vengono lì, nei pressi del rifugio, due stambecchi. Sono le ultime luci del giorno.

Mi torna a memoria che gli stambecchi erano associati al culto di Hermes-Mercurio, mentre i caproni a quello del dio germanico Thor. I Padri della Chiesa simbolizzavano nel caprone una sessualità degradante e brutale. Queste caratteristiche hanno colorato di una tonalità sinistra le leggende relative a questi ani­mali della montagna. Si narra di stambecchi diabolici cui occorre dare la responsabilità di gravi sciagure naturali. Spesso (e in più regioni al­pine) si narra di cacciatori che hanno incontrato sulla loro strada ca­mosci che li hanno avvertiti di qualche tragedia prossima. Non avendoli ascoltati o, peggio, avendoli uccisi, la sciagura puntualmente si avve­rava. I camosci, nemici naturali dei cacciatori, diventano nella mente dei valligiani veri e propri guardiani dell’Eden, quindi caricati di ener­gia protettiva (tabù). Vi erano superstizioni così forti da determinare il comportamento dei cacciatori, per poter non solo uccidere l’animale per il cibo ma anche non doverne subire l’insita maledizione. Una serie di scongiuri, sulla cui validità nessuno giurava ma che tutti face­vano, era la necessaria premessa alla caccia: come il calciatore che prima di tirare il rigore si fa il segno della croce. Dall’altra parte del crinale alpino, sulle Prealpi Co­masche e sul versante italiano della Mesolcina Meridionale son ben pochi gli animali rimasti. Un inquietante deserto rotto solo dal belare di qualche pecora. Una fotografia del nostro tempo per dirci che la caccia deve tornare ad essere magica, per poter alimentare il nostro spirito.

La Zapporthütte e il Rheinwaldhorn (Adula)

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Vado a dormire presto con i miei pensieri. Nella notte nevischia, ma al mattino alle 4 si vedono le stelle. Parto immediatamente, sempre verso ovest, per un sentiero sempre più incerto che mi conduce in una vasta piana detritica intervallata da campi di ne­ve: sono a circa 2400 metri, in località Ursprung (come dire “fonte antica), alla base del Paradies Gletscher e soprattutto del grande versante orientale del Rheinwaldhorn di cui non riesco a vedere la fine.

Dunque questa è una delle due sorgenti, il luogo mitico di nasci­ta del grande fiume Reno. Tra questi sassi e questi nevai sarebbe bello meditare: questo è un posto magico, un luogo “forte” che imprime nell’animo del viandante una sorta di ricordo privilegia­to. E il privilegio è tutto nell’aver intuito la specialità di questa solitudine.

Mi rivolgo invece ai pendii nevosi del versante nord occidentale del Vogelberg, la mia meta della giornata: è una montagna secon­daria, situata però in ottima posizione rispetto alla punta più alta del gruppo dell’Adula, il Rheinwaldhorn. La nebbia ora è fitta, fatico a seguire un percorso logico senza sfondare troppo nella neve; questo è il castigo per non aver temporeggiato in fondo alla conca detritica, quando tutto dentro di me voleva che mi fermassi almeno un poco. Dopo alcune centinaia di metri di di­slivello, ormai nei pressi del cocuzzolo roccioso del Gemskanzel, l’azzurro del cielo torna a soccorrermi. Ma presto realizzo che non sarà una foto facile. L’azzurro è poca cosa rispetto alla massa di nebbie che dal Passo del San Bernardino a qui preclude ogni visuale organica. Continuo a salire fino a circa 3050 metri, poi mi arrendo e preferisco aspettare seduto su un sasso e cir­condato da un deserto di ghiaccio e di nuvole.

Appollaiato lassù, passano le ore e presto arriva il freddo a scuotermi di brividi. Passo il tempo a sistemare e risistemare il cavalletto con la macchina fotografica pronta a scattare; non ho molto da coprirmi, per evitare di portare pesi, sono stato legge­ro in tutto.

Da una parte vorrei stare qui, nella speranza che il cielo si a­pra; dall’altra ho freddo, vorrei muovermi e, in fondo, sono at­tirato da quella meravigliosa conca che mi aspetta più in basso, in mezzo a milioni di sassi tutti uguali, dove sembra che ogni civiltà sia stata cancellata per poter appunto “rinascere”.

La Zapporthütte

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Finché sto quassù non perdo l’eventuale occasione, ma continuo a pensare ai fatti miei, soprattutto alle preoccupazioni di questi giorni, aggravate dal rischio di aver buttato via due giorni per niente. Se scendo, tutta questa macerazione svanirà nell’azione veloce del scendere e l’inizio stesso del muovermi coinciderà con l’archiviazione dei pensieri assillanti. Ripassando dall’Ursprung sarà bello rivivere le sensazioni della notte e dell’alba: mi convincerò che non sono stati due giorni gettati.

Più volte ho sentito dire che il professionismo rischia di soffo­care lo spirito libero di chi cerca la montagna: credo ci sia molta verità in quest’affermazione. Ma penso anche che se si rag­giunge la serenità, anche il professionismo non è più pericoloso per la genuinità dei nostri sentimenti; anzi, esso regala una vi­sione matura delle cose e ci aiuta a penetrare con maggiore at­tenzione e scrupolosità dentro noi stessi, allorché diamo al no­stro corpo l’ordine di muoversi in montagna, da soli o in compa­gnia.

Le nebbie non mi danno scelta: se per qualche secondo vedo il Rheinwaldhorn, il Güferhorn è nascosto, oppure viceversa. Alle 11 decido di scendere e di ritornare in fretta all’Ursprung. Questa mi si rivela sotto un cielo coperto ma abbagliante, un forno ot­tico. Qualche rumore in più che al mattino, c’è una maggiore quantità d’acqua che scorre. Vorrei buttarmi nel liquido traspa­rente che poi s’intorbida con l’acqua di fusione e risvegliarmi nel Mare del Nord, completamente rinato. Un sogno ad occhi aperti che mette un po’ di timore, forse si avvicina il momento di la­sciare questa terra, forse ho ancora poco tempo. Mi riscuoto, per scendere definitivamente. La strada è lunga, anzi eterna.

Il Rheinwaldhorn (Adula)

Rheinwaldhorn (Adula), Grigioni, Svizzera
Per un po’ di tempo ho vagheggiato di tornare lassù e di realiz­zare con tecniche adeguate una foto notturna, ma non proprio di quelle notturne con le stelle strisciate: avrei voluto una lu­ce di pre-alba, una situazione di iper-crepuscolo, una madre di tutte le origini.

Poi ho pensato che non avrei più rivisto quel luogo. Ciò che ho vissuto una volta mi basta. Forse i luoghi di potere sono itine­ranti e quindi, dovessi tornare per maggiori dettagli, chissà che non troverei più nulla qui.

La prossima volta saliremo più saggiamente sullo Zapporthorn, una montagna più distante del Vogelberg, ma ugualmente panoramica. E comunque la ricchezza dell’Ursprung è infotografabile ed è un ri­cordo che a malapena tento di trasmettere con le sole parole.

postato il 1° luglio 2014

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La forza di un luogo ultima modifica: 2014-06-30T23:39:48+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “La forza di un luogo”

  1. 1989 in un punto non ben precisato del parco nazionale di Canyonlands in Utah . Notte con una stellata incredibile che sprigionava energia e metteva soggezione.

  2. Quante giornate così, anche per me!
    I nostri “posti delle fragole”…
    “Poi ho pensato che non avrei più rivisto quel luogo”, scrivi.
    A me successe per esempio sulla Torre dei Monachesi in Civetta, una cima a mo’ d’isolatissimo pianoro con due o tre rocchette che non si sa bene quale sia la più alta, la vera sommità. Avevamo pochissimo tempo, sarebbe presto diventato buio e dovevamo rinvenire almeno il primo ancoraggio delle doppie. Mangiammo in pochi minuti qualcosina e pensai, commosso, esattamente la stessa cosa: “Non avrei più rivisto quel luogo”.

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