La gestione del rischio in montagna e outdoor

La gestione del rischio in montagna e outdoor
Abbiamo già affrontato questo argomento nel post http://gognablog.com/test-di-auto-valutazione-sulla-gestione-del-rischio/ del 25 dicembre 2013. Era da poco uscito il libro di Filippo Gamba, Libertà di rischiare, Edizioni Versante Sud (vedi http://www.versantesud.it/shop/liberta-di-rischiare) e al tempo mi era parso di dover mettere in guardia l’appassionato (o il futuro appassionato) di montagna da facili conclusioni riguardo alla propria sicurezza. E’ pur vero che l’autore non afferma mai che ci possa essere sicurezza al 100% nelle imprese (gite scialpinistiche, ascensioni, discese con gli sci, ecc.), ma è altrettanto vero che l’uso di sistemi matematici e dei processi razionali di analisi PUO’ portare alla conclusione (specie negli inesperti) di avere un margine tale di sicurezza da intraprendere comunque il progetto. Per me è meglio essere insicuri che falsamente sicuri.

Questa volta ci caliamo ancora di più nel merito, analizzando il testo di un manuale http://www.avalcotravel.com/writable/file/GESTIONE%20RISCHIO%20presentazione%20web.pdf (che fa comunque riferimento al testo pubblicato nel suddetto libro) che pretende di dare indicazioni di come affrontare razionalmente l’annosa questione della sicurezza in un’impresa alpinistica o outdoor. Il manuale digitale si articola in slides, non sempre di chiara e immediata interpretazione. Il titolo è “GESTIONE DEL RISCHIO IN MONTAGNA E OUTDOOR”, a cura di Mountaineering Academy Avalco Travel.

Si inizia con la domanda “Sicuri di sapere già tutto sulla GESTIONE DEL RISCHIO? e subito dopo con la risposta “vi invitiamo a sottoporvi a un TEST di AUTOVALUTAZIONE scaricando il file “Test GESTIONE DEL RISCHIO” dalla sezione ARTICOLI del sito www.avalcotravel.com”.

Ho criticato alla radice il test di autovalutazione già nel suddetto post http://gognablog.com/test-di-auto-valutazione-sulla-gestione-del-rischio/. Qui mi limito ad affermare ancora una volta la pericolosità dell’interpretazione di eventuali risultati vicini al massimo dei voti possibili. Molto spesso ai test si risponde non tanto con la verità ma con affermazioni che rispecchiano la propria volontà di come si vorrebbe essere realmente. Non perciò per come si è davvero. Anche ammettendo la validità di tale procedimento matematico, senza la sicurezza oggettiva e psicologica che le proprie risposte siano “vere”, tutto il processo ne risulterà inficiato.

L’affermazione “GESTIONE DEL RISCHIO non significa SICUREZZA” è assolutamente corretta, mentre le successive “SICUREZZA = imparare a fare” e “GESTIONE DEL RISCHIO = imparare a pensaresono semplicistiche e riproducono solo molto parzialmente la più complessa realtà.

Nell’avventura noi non dobbiamo solo imparare a fare, dobbiamo prima di tutto imparare a sentire. Si impara a fare in uno sport privo di pericoli, mentre in ambiente è molto più corretto dare precedenza all’intuito e al sentire. E, quando gestiamo il rischio, pensare non basta, anzi talvolta è d’impaccio. Pensare troppo poi, facendo calcoli e affidandosi a formule, nel tentativo di raggiungere una verità statistica, rischia di farci dimenticare le nostre prime difese istintive.

Dopo la citazione di Kurt Diemberger, “alpinista estremo”: “In qualunque progetto o impresa, rischiare è necessario per raggiungere l’obiettivo”, il manuale cita la differenza di significato delle parole PERICOLO E RISCHIO:
PERICOLO: situazione o evento che può causare un danno;
RISCHIO: la probabilità che il pericolo causi un danno.

In seguito si passa a una definizione quantitativa di “RISCHIO” (R), tale per cui R = p*D*E
dove p= probabilità dell’evento, D= entità del danno (conseguenze, E = esposizione all’evento (tempo)”.

Lo scopo di una tale formula è la riduzione del rischio R = p*D*E.  Dunque è diminuendo p= probabilità dell’evento, D= entità del danno (conseguenze), E = esposizione all’evento (tempo) che si ottengono risultati positivi, naturalmente in tutte e tre le fasi (1) “PREVENZIONE (prima dell’attività), (2) GESTIONE OPERATIVA – COMPORTAMENTO (durante l’attività) e (3) GESTIONE DELLE EMERGENZE (in caso di incidente).

La slide subito dopo enuncia i passi fondamentali per la gestione del rischio (secondo la somma di metodo HIRA e FMEA, che qui non vengono spiegati singolarmente e per i quali si rimanda al testo del libro):
GESTIONE DEL RISCHIO (metodo HIRA + FMEA)
1. Identificare i pericoli;
2.
Valutare i rischi;
3.
Ridurre i rischi;
4.
Rivalutare i rischi (feedback).

Attenzione, non è così che funziona in realtà! Per seguire alla lettera questo processo ci vogliono secondi, minuti. Neppure con un computer ci si potrebbe avvicinare alla meravigliosa capacità che ha una psiche umana ben allenata di condensare in un secondo una decisione istantanea.

Un’analisi del tipo suggerito è una perdita preziosa di tempo, dentro di noi sappiamo già i risultati… dobbiamo essere solo così allenati da tirarli fuori in un microsecondo, con una decisione istintuale che comunque non dimenticherà mai quanto di scientifico sappiamo.

La tabella seguente rischia di essere solo un elenco. Lo so anche io che nella riduzione del rischio si può parlare di “eliminazione, sostituzione, separazione (isolamento)”. Anche qui: abbiamo il tempo di optare? Se l’abbiamo, ben venga un processo razionale delle varie possibilità di smorzamento. Se non l’abbiamo… è “buona la prima”, dando finalmente la nostra fiducia prima a noi stessi e non a degli strumenti o a dei processi analitici.

In seguito è introdotto il concetto di CATENA CAUSA – EFFETTO, con accostata la semplicistica affermazione di Heinrich (1931): “In un sistema semplice, eliminando una delle cause nella catena si annulla il rischio”. Ma quando mai? Quando la realtà in montagna è riconducibile a un sistema semplice? Quando sappiamo che una lunghezza è di VI grado e le nostre capacità non vanno oltre il IV, è chiaro ed evidente che se incomincio a scalare il volo è certo, ma è ancora più chiaro ed evidente che se non incomincio a scalare non volerò. Ma questo è anche il trionfo dell’ovvio.

Per fortuna subito dopo è introdotta la CAUSALITA’ MULTIPLA (correlazione), per cui “molti effetti sono determinati da diverse cause, che insieme determinano il rischio”. E siamo anche avvertiti che “alcuni metodi di valutazione del rischio non tengono conto delle correlazioni causa-effetto complesse. Inoltre, poiché il sistema non è lineare, i singoli rischi non si possono sommare per determinare il rischio complessivo”.

Dopo queste affermazioni cosa sappiamo più di prima? Nulla.

Passiamo ora al capitolo “GESTIRE GLI ERRORI. La maggior parte degli errori sono ricorrenti. Quali sono i miei errori abituali? Quali sono gli errori della mia organizzazione? Gli errori ricorrenti sono vizi, e come tali vanno corretti. Ciò è parte integrante della gestione del rischio”.

Un “PIANO DI EMERGENZA semplicemente deve rispondere alle domande:

  • CHE COSA OCCORRE FARE?
  • CHI FA CHE COSA?
  • COME FARE?
  • QUANDO e QUALE PRIORITA’? Deve essere scritto, comunicato e spiegato allo staff e ai partecipanti all’attività. Deve essere sottoposto a riesame continuo, obbligatoriamente dopo ogni incidente o quasi-incidente”.

Qui siamo in sede teorica, prima ancora della partenza, dunque è giusto pianificare e avere un piano di emergenza (che in effetti si costruisce rispondendo alle suddette domande).

Dopo una serie di slides che espongono in breve la problematica della responsabilità in caso di incidente (e che qui tralasciamo), c’è un ultimo capitoletto sull’utilità di un capo.

Per prendere decisioni serve un capo o no? Un noto alpinista estremo (“semi professionista”) ha detto: “non mi piacciono i capi spedizione, per quello che faccio non ce n’è bisogno”. Questo alpinista la pensa così perché:

  1. Da oltre dieci anni partono in spedizione sempre gli stessi quattro amici, dello stesso livello tecnico ed esperienza;
  2. Istituire un capo è una complicazione;
  3. Nessuno dei quattro vuole fare il capo, nessuno vuole riconoscere un capo;
  4. Non si sono mai trovati in condizioni di emergenza;
  5. In ogni caso, se qualcosa va “storto”, nessuno deve rendere conto a nessuno (= no responsabilità). Noi siamo nelle stesse condizioni di questo alpinista estremo?”.

          

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La gestione del rischio in montagna e outdoor ultima modifica: 2017-03-17T05:36:36+00:00 da Alessandro Gogna

14 thoughts on “La gestione del rischio in montagna e outdoor”

  1. Dimenticavo la motivazione che sento sempre dire, come fosse una priorità ossessionante: “BISOGNA DIVERTIRSI!”
    Ecco! Finalmente capisco bene la “leggerezza dell’agire” che vedo molto diffusa.
    La fuga è impossibile, si viene anche qui travolti.

  2. e comunque di camosci (e stambecchi) morti in montagna per valanga o caduta ne ho incontrati parecchi!

  3. Oggi sentivo dire da un giovane che secondo lui l’alpinismo prima era una ferrea disciplina mentale, poi per vent’anni è diventato una attività tecnico-atletica e ora da una decina d’anni viene vissuto e pubblicizzato quasi esclusivamente come una attività ludica anche da tutti coloro che ne fanno una professione.
    Mi sembra sia una buona spiegazione.

  4. In questi giorni le esplosioni sull’Etna ricordano il pericolo dei vulcani in montagna. In questi casi alla riduzione del rischio la legge sostituisce la riduzione della libertà: il pericolo si trasforma in sicurezza  se gli escursionisti sono accompagnati dalle guide locali. Sono i miracoli del profitto!

  5. Uso una metafora. Per capire come e perché si muove il camoscio sulla roccia o sulla neve d’inverno, serve molto tempo. Illudersi di accorciare tale tempo, che va trascorso laddove il camoscio vive, non fa imparare molti dei segreti che anche all’uomo sono utili.
    Perché il camoscio vive lassù, giorno e notte, mentre noi ci rintaniamo a valle non appena siamo stanchi, affamati o impauriti.

  6. Il rischio in montagna è ineludibile e l’assunzione di responsabilità come mezzo di autoprotezione, è l’unico efficace antidoto.
    Prepararsi ad essere impreparati potrebbe essere il motto di questo percorso, dove la natura va sentita, “provata”, per riacquistare il Senso, rifuggendo alla trappola dell’uomo tecnologico, che allontanandosi dalla Natura perde Sensibilità, cadendo nella trappola dell’ignoranza assistita, i cui effetti dannosi incrementano di uscita in uscita.

  7. Ciao a tutti, di questo splendido post il punto chiave è costituito dalla seguente frase:
    “Nell’avventura noi non dobbiamo solo imparare a “fare”, dobbiamo prima di tutto imparare a “sentire”. Si impara a fare in uno sport privo di pericoli, mentre in ambiente è molto più corretto dare precedenza all’intuito e al sentire.” Oggi ci si focalizza a pensare di imparare maniacalmente nozioni (sia a tavolino che anche nell’applicazione pratica, cioè in esercitazioni ma purtroppo realizzate nel prato davanti a rifugio) e più nessuno ha quell’approccio “umile” di chi si avvicina all’andare in montagna come un bocia di bottega (ottima la citazione di un commento precedente: la sposo in pieno!)…. Non parliamo poi della falsa sicurezza (anzi addirittura erronea) data dalla tecnologia….facendo gite i sci mi capita sempre più spesso di sentire gente (che magari si sta per imbucare in un canale a 50 gradi) che definisce l’arva come l’ “apparecchio antivalanga” (!!!???!!!) o lo “strumento di protezione dalle valanghe” (!!!???!!!) ……..è chiaro che, con questi presupposti mentali, poi capitano i patatrac…. Per carità, morti in montagna ce ne sono sempre stati dagli albori dell’alpinismo, ma se guardate la stagione in corso siamo di fronte a una vera e propria strage organizzata…significa che l’approccio è completamente sbagliato. Mi stupisce che siano così poche le voci che si alzano a stigmatizzare i comportamenti errati. La comunità dei “veri” appassionati di montagna dovrebbe invece sottolineare con veemenza che lassù “non si scherza” e che “se si scherza, il prezzo è salato”… Tornando al post, non aiuta per nulla (anzi è ulteriormente distorsivo) limitarsi a valutare i rischi attraverso formule matematiche a tavolino, c’è piuttosto da imparare umilmente (dai “fratelli maggiori”) come ci si muove sensatamente in un ambiente che NON è l’habitat naturale della specie umana, meno che mai è confrontabile con il parco cittadino dove fare footing… Quello che manca totalmente oggi è “il buon senso”, perché ai sostenitori della società tecnocratica il “buon senso” dà proprio fastidio, lo evitano, lo mettono all’indice, in quanto oggi il perno concettuale è costituito dal senso (effimero) di potenza assicurato dalla tecnica e dalla tecnologia…Il discorso è molto lungo, sarebbe interessante svilupparlo analiticamente, ma probabilmente non in un semplice commento… Ciao!

  8. D’accordo solo in parte. Fidarsi troppo del proprio istinto secondo me può essere altrettanto pericoloso. In realtà “l’istinto” non è altro che l’esperienza che hai accumulato negli anni. Chi va in montagna per svago, come la maggioranza di noi, avrà comunque una esperienza relativa. Siccome non si finisce mai di imparare per l’enorme quantità di variabili, fidarsi del proprio istinto può non essere sufficiente. Come dimostrano i frequenti casi di incidenti a gente ritenuta espertissima e anche professionisti. La montagna è comunque un posto potenzialmente pericoloso, bisogna accettare questo fatto, pensare di eliminare ogni rischio è illusorio

  9. Nell’ultima scheda dell’articolo, nel quarto botta e risposta, è riportata la risposta di Avalco “Le procedure non sono obbligatorie. L’organizzazione che ritiene opportuno dotarsene lo farà, ovviamente senza ledere i propri interessi”. Ciò non corrisponde al vero o perlomeno può non corrispondervi affatto a seconda delle situazioni.
    Il tutto va inquadrato nel riferimento al disposto della norma fondamentale di cui all’art. 43 codice penale (sub: “colpa” in senso giuridico): ai fini di individuare una norma obbligatoria, non occorre che essa sia direttamente posta in una legge, basta che sia desumibile dalle tecniche in uso nella prassi, dalle istruzioni, dalle conoscenze diffuse e simili (nel frasario degli esperti di diritto sportivo e della Cassazione, sono le c.d. “regole del gioco”): il Trucco quindi, per chi non sia riuscito a farsi approvare una legge ad hoc o non voglia nemmeno mettercisi, è quello di riuscire a far diffondere (con libri, convegni, pubblicità, marketing, gadget, promozioni, simili) il proprio prodotto e la convinzione che sia o necessario o consigliabile (nel caso: per la “sicurezza”). E normalmente un giudice non sarà in grado di capire od accettare cosa sia invece l’alpinismo reale.
    E’ un modo di fare oggi molto impiegato un po’ in tutti i campi che possono avere interessi economici e conseguenze legali: evitare di mettere norme dichiaratamente obbligatorie (così non si fa la figura di essere illiberali e si eludono le difficoltà di applicazione che altrimenti sarebbero richieste) e ottenere comunque il risultato cercato (piazzare prodotti/servizi).
    Purtroppo ormai anche in alpinismo circola il “linguaggio” e la “credenza” sulla “valutazione del rischio”, che già avevano invaso i campi aziendali, scolastici, professionali, ecc. Per fortuna c’è chi smaschera e segnala certe cose, speriamo che la gente capisca (mah!).

  10. Per i giovani faccio ancora un esempio da vecchio trombone, anche se preferisco usare il termine brocco.
    Eravamo al campo due su una montagna. Nevischiava e abbiamo deciso di scendere all’uno senza montare nulla. Gli amici coreani si erano fermati.
    La mattina dopo è scesa una valanga e tranne uno, che risalendo abbiamo ritrovato, sono scomparsi tutti.
    È’ accaduto alla stessa ora, lo stesso giorno dello stesso mese di dieci anni prima, ma l’ho scoperto dopo.
    Teorizzare questo caso penso sia difficile, le menti semplici lo spiegano come fortuna o miracolo, io ricordo la decisione di scendere solo come un momento di grande sensibilità.

  11. In uno dei suoi innumerevoli libri, non ricordo in quale, Messner diceva che solo chi vive in montagna sviluppa un istinto utile a farlo correre meno rischi possibili.
    Io sono nato al mare e vivo in montagna e di montagna da oltre 30 anni.
    Magari domattina resto sotto a una valanga, ma devo ammettere che il vecchio trombone ha pienamente ragione.
    La teorizzazione del rischio serve a chi non lo conosce affatto e se lo trova dinanzi improvvisamente.
    E poi per decifrare tutti quei grafici e quelle varianti teoriche serve un sacco di tempo che si deve sottrarre all’esperienza diretta sul campo. L’unica, secondo me, che ti fa riportare, spesso ma non sempre, la pelle a casa.
    Come Guida Alpina posso solo dire che sono terrorizzato dal fatto che alcuni giovani possano attingere da queste micidiali minchiate la loro conoscenza abbreviando subdolamente i tempi dell’apprendimento (che sono infiniti) e della costruzione della propria esperienza.

  12. Mah.. Oggi vedo tanta gente che impara delle cose ma che poi si perde in un bicchier d’acqua. Di contro vedo degli anziani che hanno iniziato come garzoni di bottega i quali sanno perfettamente cosa si deve fare.
    Viviamo in una società di teorici ma poi, come dice Paolo, forse solo la variabile tecnica può essere stabilizzata.

  13. Per me e’ sempre interessante leggere i tentativi di razionalizzazione del “problema rischio”. E’ uno di quei problemi con soluzione tendente all’infinito e quindi senza risposta esaustiva. Delle tre variabili fondamentali, quella tecnica, quella cognitiva e quella emotiva, forse solo una può essere periodicamente stabilizzata, quella tecnica.
    Da quando l’uomo è sceso dalle piante il suo assillante problema principale è quello della sopravvivenza, prima era forse solo ridotto al cibo e alla riproduzione, e da questa “discesa” sono nate vaste leadership e grandi affari, oltre a tante piccole modificazioni sociali e individuali: civiltà e religioni.
    Nell’ultimo mezzo secolo e fino a pochi anni fa si pensava che con regole, controllori e garanti si potesse “guidare” le società, ma la si è deresponsabilizzata, ora si sta provando un’altro sistema basato solo sul servizio responsabilizzante (si paga), ma sono per ora solo prove.

  14. Caro Gogna, non mi trovi d’accordo ma… completamente d’accordo!
    Peraltro, e in forma secondaria, è la stessa cosa che evidenzio ai miei corsi di cartografia e orientamento quando dico che l’uso del GPS aumenta si la sicurezza, ma può indurre nel principiante un senso di sicurezza TOTALE che può arrivare ad annullare i benefici ottenuti dallo strumento, o addirittura trasformarsi in pericolo esso stesso: “io vado comunque, che mi frega, tanto ho il GPS!”

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