La grandiosa incisione

La grandiosa incisione
Intagliato tra altipiani di fitte foreste e brulle colline, il Grand Canyon del Verdon è una meraviglia della natura. La sua grandiosità è fatta di elementi inconsueti, propri di una terra aspra e dolce come può essere solo la Provenza. Quando per la prima volta mi decisi ad avvicinarlo, con la testa piena di chiacchiere fatte con gli amici e pieno di timore reverenziale, fu proprio dal Point Sublime che vidi le gole, assai minacciose in un fine pomeriggio che prometteva tempesta. Nella notte, un uragano di vento e di pioggia ci avrebbe spezzato i montanti della tenda.

I 350 m della Paroi du Duc, Gorges du Verdon
Gorges du Verdon (Provenza), Paroi du Duc
Schiumeggia, scivola, s’accavalla, ribolle ma anche rumoreggia, muggisce e gorgoglia: l’acqua verde del Verdon è una presenza costante che vede la luce a 2810 metri nel Massif des Trois-Évêchés, raccoglie due affluenti e corre verso sud. A Castellane vira bruscamente ad ovest, accoglie il tranquillo corso dello Jabron, poi s’incanala nelle Gorges del Grand Canyon (a metà del quale s’unisce all’Artuby) per riuscirne nel grande Lac de S.te-Croix. Dopo questa diga, il Verdon si getta nella Durance. Sono in tutto 175 km di corsa fantastica e folle, malgrado sia regolamentata dallo sbarramento, artificiale pur esso, di Castellane. Nel canyon, la roccia verticale forma con l’acqua un binomio inscindibile, intimo e ludico. L’una con l’altra si incrociano, si scolpiscono, s’intagliano. Emergono così le forme più astratte, in disordine minerale. I colori del calcare vanno dal grigio al bianco, dal rosso all’ocra, con mille sfumature. Le falesie sfidano ogni classificazione con le interferenze capricciose degli strati, tanto compatti e fessurati nella muraglia verticale (dolomia, calcare) quanto teneri e fratturati alla base (marne, argille nere o rosse). “La vera legge qui è la natura della roccia (Édouard-Alfred Martel, La France ignorée, 1933)”. Martel, l’inventore della speleologia moderna, attraversò il canyon per primo con la sua spedizione dall’11 al 14 agosto 1905. Dall’inizio, il Couloir Samson, Martel e i suoi superarono, con l’uso di tre canotti, continue difficoltà che a volte sembrarono loro insormontabili, fino al cosiddetto Imbut e fino alla fine, scoprendo meraviglie naturali di immenso valore che nessuno aveva mai avuto modo neppure di immaginare.

Fino alla fine degli anni ‘60 le gole del Verdon erano conosciute ai turisti che ne percorrevano le aeree cornici e da qualche appassionato di kayak che scendeva le difficilissime acque del torrente. Oggi le Gorges du Verdon sono diventate un centro di arrampicata veramente internazionale. I primi scalatori che timidamente si affacciarono a quello che per loro sarebbe diventato un paradiso terrestre furono marsigliesi: tra questi spiccava la figura di François Guillot. All’inizio frequentarono una piccola falesia (200 m di altezza) non lontana da Moustiers-Sainte-Marie, la Falaise de Saint-Morin, oggi un po’ trascurata. È un luogo idilliaco, sulla riva sinistra, con un prato meraviglioso sempre verde. A parte quella paretina, nessun’altra grande parete era stata ancora esplorata. La prima grandiosa muraglia ad essere vinta fu la Paroi du Duc, praticamente sopra il Couloir Samson, all’inizio delle gole. Alta circa 350 m, la Voie des Enragés fu salita da Patrick Cordier, P. Bodin, L. Möch e P. Richard, dal 16 al 24 agosto 1968, ma in seguito fu ripresa raramente, perché impressionante, all’ombra tutto l’anno e difficilissima. Il canyon doveva diventare importante per le sue pareti esposte a sud, non per le muraglie repulsive che tanto in comune avevano con l’alpinismo vero e proprio. Si era ai tempi di quello che in Italia fu chiamato Nuovo Mattino, una piccola rivoluzione culturale in ambito alpinistico che portò alla rivalutazione delle scalate solari che privilegiavano l’arrampicata libera e sobria nei mezzi artificiali, il free climbing, insomma.

Giuseppe Miotti su Necronomicon (Gorges du Verdon, 14.05.1980
G. Miotti su Necronomicon (Gorges du Verdon, Provenza), 14.05.1980
Negli anni ‘70 dominò infatti l’attenzione la più solare e la più grandiosa delle varie falesie che si susseguono nelle gole, la Falaise des Escalès. Su questa parete di 300 m furono aperti numerosi itinerari. I più classici, come la Demande o la Ula, sono stati considerati per molto tempo tra i più difficili di Francia. Scendendo più a valle lungo il corso del torrente, furono esplorate altre falesie, come l’Eycharme, i Malines o l’Imbut.

François Guillot e Joël Coqueugniot furono i più prolifici: Guillot portò in Verdon la sua lunga esperienza delle Calanques marsigliesi, era preciso, tecnico. Le sue realizzazioni brillano per l’intuito dell’itinerario. È l’epoca delle grandi fessure. Dopo la Demande (29 ottobre 1968) fu la volta del Pilier des  Écureuils (8 ottobre 1972). Il capolavoro di Guillot fu però l’Estemporanée (12 e 19 maggio 1974, con Bernard Domenech e Jean-Marie Picard-Deyme), 200 m di fessura ammirevole e faticosissima. Guy Héran e Michel Charles salgono l’Éperon Sublime il 17 maggio 1970. Il capocordata Héran superò il passaggio chiave in modo leggendario, lo stesso dove i ripetitori per evitarlo misero dei chiodi ad espansione poco accanto. Ancora all’audace Héran dobbiamo l’apertura di Luna-Bong, con uso dei grandi cunei metallici ed un’uscita al chiar di luna. Jean Bouscasse e Marius Coquillat, nel maggio 1972, superano Ula, altro capolavoro in fessura continua. Nel 1973 arrivò in Verdon il parigino Jean-Claude Droyer che, dopo aver aperto la Douce Sublimation, creò il capolavoro Triomphe d’Éros (1974, con Jean-Pierre Bougerol e Gilles Gaby), dove un difficile muro verticale aprì la strada alle successive conquiste su parete aperta, con il graduale affrancarsi dalla necessità delle fessure. Con le imprese di Droyer, che nel frattempo percorreva alcuni tra i più noti itinerari delle Alpi in arrampicata totalmente libera, s’inaugurò in Verdon un lungo periodo di discussioni sull’etica di apertura delle vie e di arrampicata. Gli arrampicatori alla sera si ritrovavano nei caffè di La Palud e discutevano animatamente fino a notte tarda. Nel frattempo infatti erano stati saliti alcuni itinerari d’artificiale davvero estremi, e su alcune vie erano apparsi i primi chiodi ad espansione, gli spit. Si discuteva su tutto, e si continuava a realizzare. Christian Guyomar portò la sua esperienza di placchista di Sainte-Victoire, ma anche la pazzesca artificiale di Mescalito, mentre Bernard Gorgeon salì Virilimité, Naziaque, Dingomaniaque e la mitica Mangoustine Scatophage. Ed è proprio di questo periodo l’apertura-rottura di Pichenibule, un itinerario aperto da Jacques Perrier detto Pschitt con lavoro di chiodatura dall’alto che spezzò le tradizioni ed innalzò il tasso di discussioni a livelli altissimi. Fu proprio Pschitt ad osservare dal ciglio del canyon un giovane e sconosciuto italiano mentre questi saliva Mangoustine Scatophage, allora la più difficile placca del Verdon, con la massima facilità: “sembrava passeggiasse” fu il suo commento. Il nome di quel giovane era Manolo, che da quel momento diventò un mito, in Francia come altrove.

Petra Gogna in discesa nel colatoio del Ferné, verso il Verdon (4.06.2005)
Gorges du Verdon (Provenza),  discesa Ferné (canyoning)

 

 

 

 

 

 

Gli anni ‘80 vedono ancora moltiplicarsi gli itinerari, specie sulle Escalès. Fuoriclasse come Patrick Berhault e Patrick Edlinger quasi ridicolizzano ciò che fino ad allora era stato fatto, salendo in libera ed anche da soli. Con loro l’arrampicata diventa danza, quindi immagine. Alpinisti di tutto il mondo ormai visitano le gole, alla ricerca di quella che fu definita la California provenzale: ma sul finire del secolo, con il fiorire dei nuovi itinerari aperti dall’alto e cui si accede dall’alto, il Verdon perde di fascino sugli arrampicatori di punta. Le vie classiche, quelle lunghe che partono dal basso sono oggi assai trascurate e pochi amatori le affrontano, pronti ad accarezzare veramente le “gocce d’acqua” del calcare come a vivere durante la scalata i mille odori di primavera che la Provenza appiccica alla pelle sudata. Il mistero è tornato su quasi tutta la parete: solo nella parte in alto, vicino alle invisibili auto, qualche punto colorato si agita e arrampica in un vuoto che avrebbe dovuto risalire interamente dal basso per provare fino in fondo la sensazione d’essere fuori dal mondo.

Personalmente ho trascorso in Verdon almeno settanta giorni, con un centinaio di salite. Ci sarebbero ancora molte vie che non ho neppure tentato e che mi piacerebbe salire: sono proprio questi nuovi sogni che ingigantiscono i miei ricordi.

Dalla rive gauche, verso la Falaise des Escalès (Gorges du Verdon)
Verdon, Provenza, dalla rive gauche verso le falesie del Verdon

postato il 29 agosto 2014

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La grandiosa incisione ultima modifica: 2014-08-29T08:00:54+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “La grandiosa incisione”

  1. 1
    Alberto Benassi says:

    gli arrampicatori di punta pensano solo al grado, alla pura difficoltà. Un vera limitazione per loro!! Come si fa a non sentire il fascino di un luogo come il Verdon…..che va ben oltre la sola difficoltà tecnica delal scalata. La bellezza primordiale della gola basta e avanza per scalarci.
    Spero di tornarci presto.

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