La montagna per gli altri

L’incontro dopo tanti anni con Salvatore Gargioni, le domande e le risposte, sono stati un grande ritorno alle atmosfere magiche delle mie prime gite davvero alpinistiche. Gelas, Clapier, Maledia sono montagne delle Alpi Marittime che mi videro salire felice con i miei nuovi amici.

È stata un’intervista che mi ha riportato indietro nel tempo, ma non so dire se per merito dell’argomento o dell’intervistatore. Per certi versi la Sottosezione del CAI di Bolzaneto, della quale ora Gargioni è presidente, è stata un po’ la madrina della mia passione per l’alpinismo. Euro Montagna, con la sua guidina delle arrampicate in provincia di Genova, mi aveva aperto un mondo. Di lui sapevo tutto e naturalmente sapevo tutto anche dei suoi compagni di Bolzaneto, da Nicolino Campora a Giorgio Noli fino al Gabbe, cioè a Salvatore Gargioni, appunto.

SG. Cosa ricordi dei corsi di alpinismo, non in senso aneddotico o nostalgico legato alla giovinezza o agli amici, ma in senso critico ed alla luce delle tue esperienze? La gestione, l’utilità in relazione agli incidenti in montagna, o l’immagine e la funzione del CAI?

La parete nord-est del Pizzo Badile, d’inverno: la montagna per gli altri
Pizzo Badile, parete NE, via Cassin, 1a ascensione invernale , (foto Dante Taldo)

La mia convivenza con i corsi e le scuole di alpinismo è stata assai breve. E non per litigio con qualcuno, come spesso succede, bensì per il dubbio di reale utilità al singolo.
In effetti la frequentazione come allievo del corso 1964 della Sezione Ligure mi è stata assai utile: ho imparato la prudenza, ho conosciuto amici che difficilmente avrei potuto conoscere altrimenti. Però poi le cose sono rapidamente cambiate. Oggi ci si iscrive ai corsi nella convinzione di poter facilmente apprendere tutto, saltando ogni gavetta. Già nel 1967 la mia anarchia latente aveva capito che una passione, per esplodere, deve avere ostacoli, non facilitazioni. Non voglio discutere l’utilità sociale dei corsi: la comunità sicuramente ne trae vantaggio. Ma il singolo, per imparare e per vivere a fondo la sua passione, deve avere bastoni tra le ruote. Solo se un padre ti impedisce di andare in montagna, solo se ti iscrivi al corso con i tuoi propri risparmi e solo se non pensi che ogni cosa ti sia dovuta, hai speranza che un corso sia veramente utile. In più oggi i corsi in genere predicano la montagna sicura. Questo deresponsabilizza la gente in maniera tale che nessuno saprà mai tirarsi fuori d’impaccio da solo, tutti credono che il soccorso alpino ti salvi dovunque, e la fantasia creativa in tutto ciò è zero.
Così io prediligo, ricerco ed alla fine anche frequento di più la roccia non così sana, i posti “brutti” ed erbosi e la montagna scartata dai più, proprio per il rifiuto che ho sempre provato, profondo e radicato, per le convinzioni correnti che si debba salire solo su roccia buona e ben protetta. Sono convinto che la sicurezza sia soprattutto dentro di noi e che ciò che può esserci fuori di noi sia sicurezza apparente, stampella per chi non sa o non vuole camminare con le sue gambe. E questo discorso è valido per le salite estreme come per i sentieri più frequentati o per le ferrate più maniacali. Voglio poter conservare la libertà di perdermi in un bosco o in un altopiano, perché credo che sia questa la vera esperienza che cerchiamo. Vorrei fare un corso io, per insegnare come sia più bello salire a piedi su una via normale, ma senza ometti, vernice o altra segnaletica piuttosto che salire come scimmie su fittoni o scalette di ferro, dove si fa una gran fatica ma s’impiega nessuna fantasia, dove si crede di fare chissà che cosa ma si perde tutto ciò che la montagna vera può farci vivere. L’alpinismo come il tennis, segnalato, regolamentato, insegnato, e però solo fintamente addomesticato, è il più grande pericolo in cui un giovane possa cascare.

SG. Quando hai capito che avresti potuto diventare un protagonista e quando hai di conseguenza deciso di dedicarti completamente alla montagna?

Ho capito soprattutto che avrei voluto dedicarmi totalmente alla Montagna, non tanto che avrei potuto diventare un cosiddetto protagonista. E questo è successo, ovviamente, subito dopo la nostra prima invernale della via Cassin al Pizzo Badile.

SG. Per quanto tempo sei rimasto “a cavallo della tigre” e quando pensi di essere sceso? Passando, per esempio, al professionismo?

La mia permanenza ai vertici dell’alpinismo internazionale è durata assai poco. Gli anni che vanno dal 1967 al 1974 sono sicuramente i più “bollenti”. Il professionismo non c’entra. Già dal 1968 feci la scelta di lasciare casa mia e di vivere da solo mantenendomi in un’altra città. E per vivere ho sempre fatto conferenze e ho scritto di montagna. Ho fatto anche il rappresentante di articoli da montagna. Da allora non è cambiato nulla, continuo a scrivere, edito libri, faccio serate e vendo fotografie. Certo, sono anche guida alpina, ma non esercito nella maniera classica. Il mio lavoro, e spero di farlo sempre al meglio, è quello di parlare di montagna, scrivere e fotografare, in modo che altri possano vivere le cose che io ho avuto la fortuna di provare.
I vertici dell’alpinismo sono scomodi e pericolosi. Chi non è in grado di capirlo in tempo, prima o poi rischia di lasciarci veramente le penne. Quando comprendi che hai dato già il tuo massimo, hai tre possibilità: a) smettere definitivamente e tanti saluti alla montagna che hai usato per farti bello; b) continuare a dare il tuo massimo e quindi mettersi nella condizione di non fare più le cose estreme con lo stesso equilibrio di prima, con il rischio di vivere sempre più situazioni pericolose e foriere di incidenti più o meno gravi, “avvertimenti” per la successiva batosta finale; c) accettare come grande, bello e per “unica cosa che conta” il tuo amore per la montagna, rinunciando quindi all’alpinismo “per gli altri” e continuare la tua attività con entusiasmo, senza mai desiderare d’essere altrove, quando ogni giornata è così ugualmente importante che potrebbe essere la tua ultima.

SG. La trasformazione dell’alpinismo e del CAI portano ad un vicolo cieco. È la morte della montagna?

La parete nord-est del Piz Martel (Val Cama, Mesolcina): la montagna per noi stessi
Parete nord est del Piz Martel (Val Cama), Mesolcina

La trasformazione dell’alpinismo e del CAI sono il prodotto dell’aver noi tentato di trasmettere la libertà agli altri come se questi non fossero in grado di cercarsela da soli. Deresponsabilizzando gli altri ci siamo messi in un vicolo cieco. Da questo si può uscire solo facendo marcia indietro. Perciò non parlo e non mi sento di parlare di morte della montagna o dell’alpinismo, perché credo che la via di ritirata sia ancora aperta per una buona maggioranza di gente. La strada passa per la delegittimazione delle istituzioni che molti hanno in testa oltre che in tessera. Essere iscritti a qualche associazione perché ci piace e ci crediamo, è utile; essere iscritti perché è “utile” o perché “si deve”, sa tanto di sindacato e quindi di mondo del lavoro. Al lavoro, dunque! E chi vivrà vedrà.

postato l’11 maggio 2014

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La montagna per gli altri ultima modifica: 2014-05-11T07:41:35+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “La montagna per gli altri”

  1. Sai,
    ad Entracque, ospite in una casa altrui, anni fa trovai su uno scaffale trovai un piccolo libro di gite “escursionistiche” sulle Alpi marittime, forse era degli inizi degli anni ’80, autore: Alessandro Gogna. Urca! Un libro straordinario, ai miei occhi, come l’avesse scritto un alieno del pianeta terra capitato per caso in quella zona del mondo: Gelas, Clapier, Maledia… avrei voluto rubarlo quel libro, ma non lo feci. Ne fotografai solo le foto che riportavano itinerari (della madonna) che ora nel 2014 non sarebbero mica definiti “escursionistici” e sì! avevano quella visione lì:

    ” Voglio poter conservare la libertà di perdermi in un bosco o in un altopiano, perché credo che sia questa la vera esperienza che cerchiamo.”

    Beh, forse ora, Alessandro, a te stesso quel tuo libro farebbe sorridere. Ma tant’è.

    Si. Sono completamente d’accordo sull’idea di libertà che proponi/sottointendi sempre nel tuo pensiero. Ma è paradossalmente ancora una “utopia anarchica”, parlarne, qui ed ora, in Italia, purtroppo, dico eh!

    Si. Mi sono chiare le tre scelte che proponi (a, b, c): credo di capire il punto perché riguarda qualsiasi aspetto dalla vita di un essere umano che evolve. Corpo, testa e cuore.

    Di parlare del CAI, di polemizzare su perché non fa quello che dovrebbe e fa quello che non dovrebbe, ci sono cadute le palle a tutti ormai, come di qualsiasi cosa che riguarda la cosa pubblica, la Montagna, la Natura.
    CAI Bolzaneto? Mmmhh, essendo anche io genovese, so le cose della provincia dell’impero qui tra mare e monti. Lasciam perdere.

    Si, Ivo, dovresti dirla la tua,
    In Italia c’è però sempre un retro-motivo per non dirla, la propria.
    Tanto, succede mica niente, sai

    Giorgio

  2. CORSI ALPINISMO CAI
    Come di consueto Gogna ha evidenziato problemi reali.
    Circa i corsi CAI, la mia opinione è da sempre stata nel senso che hanno giustificazione sostanziale, oltre che legale, ma che occorre di volta in volta vedere di che si tratta.
    Tre riferimenti: il CAI svolge un servizio aperto ai singoli della collettività coerentemente alla propria funzione statutaria volta a favorire l’alpinismo; l’alpinismo è in sé pericoloso; i corsi sono per legge in relazione alla finalità di prevenzione degli infortuni.
    Nella prassi delle singole scuole o degli Istruttori è fondamentale il carattere dell’andare in montagna per il piacere di farlo e di trasmetterne l’esperienza ad altri; ciò di fatto avviene anche a prescindere da quelle finalità.
    I corsi CAI servono al divertimento, alla prevenzione o ad entrambi?
    Ho sempre ritenuto che il motore sta nel divertimento, poichè altrimenti non sarebbe facile che possano interessare ed impegnare Istruttori e allievi, ma che, sia nell’esplicarsi operativo sia nel modello culturale da suggerire, devono proporre una base volta al perseguimento della prevenzione, nel limitato senso ipotizzabile in alpinismo.
    A volte nelle singole teste non ho notato consapevolezza piena del secondo profilo; un guaio aggiuntivo che può connotare un Istruttore CAI è che egli possa intendere tale suo ruolo immedesimandovisi troppo e magari neppure bene, quale riscatto per un’esistenza sua personale altrimenti non soddisfacente.
    Vi è comunque una sorta di circolo vizioso: i corsi preparano ad andare in montagna e poi alcuni ci si ammazzano. Si prevengono quindi gli infortuni o li si favorisce col mandare più gente (con anche tutto il resto dell’aggressione alla montagna medesima)?
    Non penso ci sia una soluzione. Poiché l’attività pericolosa è lecita e anche desiderabile, di per sé non è possibile non doverne accettare anche i singoli esiti negativi.
    Per uscirne, la soluzione di compromesso che personalmente ho sempre sostenuto è che i corsi CAI debbano essere aperti a chiunque, giovane o vecchio, ancorché non bravo (se no non vi sarebbe servizio alla collettività) ma che debbano limitarsi a fornire i fondamentali, pratici e culturali, delle varie discipline.
    Il resto, sia l’andare abitualmente in montagna sia la scelta di esporsi più o meno a pericoli, deve restare cosa dei singoli, a corso finito.
    Il CAI non deve però fare la Guida, cioè non deve portare singoli sui monti su particolare ordinazione e indipendente da quelle sue finalità sociali; non deve nemmeno predicare modalità d’esercizio prudenti o forsennate: può invece prestare un servizio diretto a far sì che chi esce da un corso abbia acquisito quell’autonomia necessaria a gestirsi in relazione a quello che lui stesso riterrà poi di poter fare (facile o difficile non importa, dipende dalle persone).
    Con questi caratteri l’opera del CAI mi sembra preziosa e non dovrebbe nemmeno avere fondamanto la preoccupazione di Gogna circa il rischio di pregiudicare i futuri alpinisti.

  3. Concordo con l’Ivo Ferrari, che saluto. Questa è una bella intervista di una persona intelligente a un grande alpinista, che però è soprattutto una persona che sa guardarsi dentro e non ha paura di aprire i suoi pensieri senza timore di “mettersi in piazza”, come si dice. Ciao Ale,
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  4. Di te Alessandro non so bene cosa mi piaccia, forse il fatto che ci 6 sempre, e chi c’è sempre può raccontare, leggerti è un piacere, ora come prima con il tuo “un alpinismo di ricerca”. non leggo molto i “problemi” o le questioni sulle ferrate ecc ecc, forse dovrei, ma non sono ancora pronto a dire la mia, invece il tuo “vissuto” mi affascina molto, e ti ritengo un bell’esempio di costanza, un augurio di altri 100, 1000 nuovi mattini. ciao Alessandro.
    IVO

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