La montagna per la vita

Riflessioni sulla possibilità di morte in montagna
di Oreste Forno

Cari amici,
di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che nei giorni scorsi ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco, ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte. Per questo ho scritto queste riflessioni che desidero condividere con tutti voi, con la speranza di poter iniziare insieme un percorso che potrebbe finalmente portare a risvolti positivi. Vi chiedo quindi di seguirmi e di riflettere su quanto vi dirò, perché saranno le vostre idee e osservazioni a dare maggior forza a questo intento. Se saremo in tanti, credo che faremo veramente un buon lavoro.

Montagna come mezzo
Comincerò col dire che la montagna è qualcosa di meraviglioso, di cui ci si può anche innamorare. Ma, attenzione! Ci si può innamorare di una montagna come ci si può innamorare di una bicicletta, di un paio di sci, di una macchina fotografica…
Perché credo che la montagna sia anzitutto un mezzo. Un mezzo che permette all’uomo di soddisfare certi suoi bisogni.
Bisogno di avventura.
Bisogno di lotta che l’uomo si porta dentro fin dalle origini.
Bisogno di libertà che tanto manca nella vita odierna.
Bisogno di evasione, di pace e di silenzio. Di rilassamento. Di bellezza e di emozioni.
Bisogno di ricerca per dare un senso alla propria vita. Ricerca del Sublime, della spiritualità.
O, ancora, bisogno di autostima.
Oppure, di migliorarsi, di innalzare i propri limiti, di superare gli altri con il rischio di cadere nell’ambizione!

L’ambizione è una caratteristica che troviamo nella stragrande maggioranza degli alpinisti e non necessariamente va vista come un male, perché è il motore che fa crescere le cose, che innalza i limiti, che porta in alto. Nell’alpinismo come nello sport, nel lavoro, nella ricerca scientifica e tecnologica, nell’arte, nella politica. Persino in campo sociale, credo. La differenza sta nel fatto che nell’alpinismo può arrecare gravi danni, perché chiedendo troppo si corrono dei rischi che possono essere causa di morte. È quello che succede, purtroppo abbastanza spesso.

Si va quindi in montagna in cerca di benefici e a volte si muore. Come dire che la montagna che tanto dà, qualche volta prende. Ma forse possiamo chiederle di prendere di meno.

Battistino Bonali
bonali-battistino-bonali-archivio-06

Chi muore?
Anche chi non è ambizioso. I meno esperti quanto i più forti e preparati. Ci passiamo tutti.

Gli escursionisti che si trovano ad affrontare difficoltà alle quali non sono preparati.  Come camminare in inverno su un sentiero percorso senza problemi nel corso dell’estate. O quelli che non sono in grado di far fronte a un repentino cambiamento del tempo, o che non sanno valutare un pericolo che normalmente esula dal loro mondo. È già successo che escursionisti siano morti per scivolata su un sentiero ghiacciato, come per assideramento. Ed è di questi giorni (marzo 2014) l’incidente sul Palanzone (Alto Lario), con la valanga che ha travolto tre escursionisti mentre camminavano tranquillamente sulla strada poco oltre il rifugio Riella. Una valanga sul Palanzone? Sembra incredibile, ma è vero. Salvate una donna (con una gamba fratturata) e una bambina di quattro anni, perché emergevano ancora dalla massa nevosa. È andata peggio per il nonno della bambina, di 62 anni, deceduto per le conseguenze qualche giorno dopo.

Gli alpinisti poco esperti che si fanno cogliere impreparati su una via. Quando per esempio ci si trova di fronte a difficoltà diverse da quelle abituali, magari portate dal cattivo tempo, o da variate condizioni del percorso.

Gli alpinisti che si spingono troppo oltre i propri limiti. È giusto cercare di migliorare i propri limiti, fa parte della natura umana, ma bisognerebbe farlo con maggiore sicurezza. Per esempio con il supporto di una persona adatta al caso, di una guida.

Gli alpinisti che non sanno rinunciare di fronte all’insorgere di difficoltà impreviste. Quelli che dicono “Ormai siamo qui, dopo tutte queste ore di macchina, e quando ci si ripresenta un’occasione come questa?

Gli alpinisti della cima a tutti i costi.

Gli alpinisti esperti e forti in seguito a troppa confidenza, o per un breve abbassamento della guardia. Muoiono anche questi. Il mio caro amico Giuliano De Marchi, senza il quale oggi non sarei qui a scrivere queste riflessioni, e al quale altri alpinisti devono la vita, dopo tante spedizioni sulle montagne più dure dell’Himalaya è morto sull’Antelao, una montagna di casa che conosceva come le sue tasche, durante una semplice salita con gli sci. Graziano Maffei, per fare un altro esempio, fortissimo arrampicatore delle Dolomiti, è morto cadendo in un crepaccio in cima alla Marmolada, al termine dell’impegnativa scalata della via “Don Chisciotte”, sulla verticale parete sud. Anche Renato Casarotto è morto in un crepaccio, sul K2, dopo essere sceso dal difficile sperone sud-ovest, sul quale era stato impegnato per giorni. E andando ancora indietro possiamo arrivare fino a un altro grande personaggio, Emilio Comici, morto durante una banale arrampicata in Vallunga (Valgardena).

Gli alpinisti coscienziosi vittima dell’imponderabile. Hermann Buhl, per esempio, è precipitato sul Chogolisa in seguito al cedimento di una cornice. Una condizione impossibile da valutare per la tormenta e quindi la troppa scarsa visibilità di quel momento. Carlo Pedroni è morto per una pietra che l’ha colpito in fronte, nonostante il casco, durante una scalata sul Pizzo Badile. Cosimo Zappelli, guida alpina valdostana, è morto nel Gruppo del Monte Bianco per una scarica di sassi impossibile da prevedere. Paolo Cavagnetto, istruttore ai corsi guida, è caduto sulla Tour Noire  del Monte Bianco con due allievi, probabilmente per il distacco di una parte di roccia, o di un masso, con il chiodo del rinvio. Mario Merelli, grande nome dell’Himalaya, è morto a pochi passi dalla vetta dello Scais, una montagna di casa sua, per un masso instabile che gli ha fatto perdere l’equilibrio. E potrei dilungarmi oltre…

Gli alpinisti ai vertici che per rimanere sul podio guadagnato duramente, o magari per salire ancora di un gradino, sono costretti a buttarsi su difficoltà sempre più elevate. Mi vengono in mente Jerzy Kukuczka, caduto sulla Sud del Lhotse, Miroslav Sveticik (Slavko), tra i miei alpinisti alla Ovest del Makalu, morto durante una scalata in solitaria sul Gasherbrum IV. Conservo la cartolina che mi aveva mandato da quella spedizione, dove diceva “SOLO”. Thomaz Humar, morto sul Langtang Lirung. Potrei fare altri nomi, ma credo che bastino questi esempi.

Gli Sherpa e altri portatori d’alta quota, come i Tamang del Nepal, o gli Hunza e Baltì del Karakarum, che offrono il loro supporto alle spedizioni. La totale abnegazione degli Sherpa, in particolare, il loro volere tenere fede all’impegno preso fino in fondo, è stata spesso la causa principale di rilevanti tragedie.

Dove si muore di più?
Vediamo piuttosto dove si muore di più. Facendo le dovute proporzioni, numero dei morti in base al numero degli alpinisti, dove si muore di più è sicuramente sulle grandi montagne dell’Himalaya e del Karakorum, dove l’ambiente è più duro e difficile da interpretare. Lì si parla di vere ecatombe, come nel 1937 sul Nanga Parbat, al campo IV, dove un’intera squadra composta da 7 alpinisti e 9 portatori d’alta quota fu cancellata da una valanga di ghiaccio. O sul Manaslu nel’73, quando 16 persone di una spedizione coreana (5 alpinisti e 11 sherpa) furono uccise da una valanga. O sul K2 nel 1986, dove morirono ben 13 alpinisti appartenenti a spedizioni diverse, o sull’Everest quando nel 1989 morirono per una valanga 5 alpinisti polacchi, o nel mese di maggio del 1996 quando altre 5 persone di due spedizioni commerciali non fecero ritorno, dopo già più di 150 morti dovuti anche al grande richiamo esercitato dalla montagna più alta della terra. E purtroppo è di soli due giorni fa (18 aprile 2014) la terribile notizia di altri 13 sherpa uccisi da una valanga mentre attrezzavano la via di salita all’inizio dell’Ice Fall.

L’Everest e la sua famosa Ice Fall
Nepal, Valle del Khumbu, Everest dal Kala Pattar, Ghiacciaio

Per rendersi conto ancora meglio, basta pensare a una statistica spagnola stilata 15 anni fa che parlava già di 600 morti tra Himalaya e Karakorum, e da allora quanti ce ne sono ancora stati? Credo che sia ancora nelle nostre menti la tragedia del Manaslu di soli due anni fa, quando 11 persone furono uccise in un colpo solo da una valanga, e altre scamparono per miracolo!

Perché si muore di più sulle grandi montagne?
Per i problemi legati all’alta quota. La carenza di ossigeno e ciò che ne consegue, come la possibilità di edema polmonare e cerebrale, l’affaticamento o la diminuita lucidità mentale.

Per le condizioni ambientali molto severe. Come il freddo che porta i congelamenti. Quanti ce ne sono stati! O il vento fortissimo che ti distrugge le tende. O la tormenta che ti taglia completamente le gambe. In un ambiente tanto vasto non sai più dove sei e tanto meno dove puoi finire.

Per l’alta esposizione. Una spedizione a un Ottomila può durare anche mesi, fatti di continui saliscendi.

Per la difficoltà a decifrare le condizioni di pericolo. Gli incidenti maggiori sono stati causati da valanghe che hanno spazzato via campi interi. Del resto non è facile capire cosa c’è sopra finché non ci arrivi.

Per non sapere dire di no di fronte a un rischio troppo alto. Per arrivare in cima all’Annapurna bisogna attraversare un tratto di pendio in cui è facile essere soggetti a un vero tiro al bersaglio, a causa dei seracchi soprastanti che scaricano in continuazione. Ma quando sei lì, a un passo dalla vetta, e ci sei arrivato dopo settimane di duro lavoro, e pensi che un’altra volta non ci torni più, diventa difficile rinunciare. Non per niente l’Annapurna è la montagna che percentualmente ha più morti, anche più dell’Everest e del K2, e la già citata statistica spagnola dovrebbe far drizzare i capelli quando dice che il 53% di coloro che vi si sono cimentati non sono tornati. Eppure c’è chi continua ad andarci perché la sua salita è indispensabile per completare la serie dei 14 Ottomila.

L’Annapurna
Annapurna (8091 m), spedizione italiana 1973, versante NW e sperone NW

Per il peso dello sponsor? Molti lo pensano, ma probabilmente questo capita, o può capitare, solo con alpinisti professionisti che con le spedizioni cercano di portarsi a casa lauti profitti.

Cosa significa morire?
Fino a questo punto non ho detto niente di nuovo, solo cose che sicuramente sapevamo già. Però quanti si sono mai chiesti veramente che cosa significhi morire in montagna, a una giovane, o relativamente giovane età? Provo a spiegarlo con un esempio che mi riguarda.

Il 10 maggio 1985, verso le dieci del mattino, caddi in un crepaccio. Ero al mio primo tentativo di un 8000, lo Shisha Pangma. Quel giorno eravamo partiti in tre dal campo base avanzato, con l’intento di andare fino in cima. Ci accompagnava una quarta persona che si sarebbe però fermata al campo 2, a 7000 metri, installato nel corso delle salite precedenti.

Quando caddi ero abbondantemente in testa, perciò nessuno mi vide. Ero precipitato per quasi 30 metri, ed è difficile sopravvivere a un volo così. Anche perché prima che scoprissero l’accaduto e mi tirassero fuori passarono due ore. Due ore all’interno del crepaccio, mezzo rotto. Qualcuno disse che quel giorno nacqui una seconda volta. Si vede che non era la mia ora.

Avevo 34 anni. Fino a quel momento avevo avuto una vita bella e interessante, grazie anche al lavoro che mi aveva permesso lunghi soggiorni negli Stati Uniti e che continuava a darmi modo di viaggiare. Ma quanto avrei perso se fossi morto in quel crepaccio? Ci ho pensato tante volte. Avrei perso la seconda parte della mia vita, quella che mi ha dato le cose più importanti. Come unirmi a una donna per dare il dono della vita ai miei due figli, che valgono ben più di qualunque cima avessi mai potuto fare! Chi ha figli sono certo che capisce… O scrivere quei libri con i quali credo di aver saputo trasmettere qualcosa! O andare da un posto all’altro con le conferenze che mi hanno portato tanti amici e aperto orizzonti nuovi! O aver potuto dare un po’ di aiuto a qualcuno fra i tanti bambini poveri del mondo… Fare un po’ di bene…

Ecco, allora, cosa avrei perso se fossi morto quel 10 maggio di trent’anni fa! Avrei sfruttato meno della metà il grande dono, unico e irripetibile che mi era stato dato. E sarebbe stato un vero peccato perché l’opportunità della vita, l’occasione più grande in assoluto, si presenta una volta sola.

Ma morire non significa solo questo. Se fossi morto, mio padre, già anziano e malandato, probabilmente non avrebbe retto e sarebbe morto di crepacuore (mia madre ci aveva già lasciati anni prima). Morire significa anche gettare nel dolore più atroce, se non nella disperazione, le persone che ci amano di più.

Paolo Cavagnetto fa i gnocchi
cavagnetto-patagonia_paolocavagnetto

La scena che mi è sempre rimasta impressa è quella del papà di Paolo Cavagnetto, caro compagno di spedizione al Lila Peak, nel giorno del suo funerale. Non l’avevo mai incontrato prima e me l’ero ritrovato davanti in chiesa, di spalle, in prima fila davanti a me che stavo nella seconda. Ricordo come fosse adesso. Era in piedi, alto, con gli occhi sulla bara del figlio, sorretto dalle figlie che lo tenevano a braccetto, una di qua e l’altra di là. E sapevo che non molto tempo prima, un anno, forse due, aveva già perso l’altro figlio maschio, anche lui caduto nel Gruppo del Monte Bianco. Avevo davanti a me un padre che in montagna aveva perso entrambi i figli maschi, e mi chiedevo come sarebbe stato per lui continuare a vivere con un simile dolore… Ma ne ricordo altre. Ricordo bene quello che mi rispose la mamma di Battistino Bonali, quando per consolarla le dissi: “Tina, devi essere fiera di tuo figlio, è un eroe per tutti e guarda cos’ha portato la sua morte! Guarda quanto bene stanno facendo col suo nome quelli del Mato Grosso…” Rimanendo seria, mi rispose semplicemente: “Avrei preferito mio figlio con niente di tutto quello che ha fatto, ma qui, vivo.” Parole accompagnate da quel dolore silenzioso che ritrovai ancora in più occasioni. Parlando con la mamma di Lorenzo Mazzoleni, morto sul K2. Con i genitori di Paolo Crippa, morto con Eliana De Zordo sulla Torre Egger, in Patagonia. Con la mamma di Alessandro Chemelli, morto a 23 anni sul Canalone Gervasutti, al Mont Blanc du Tacul, insieme a Dario Bampi. “Comprendo appieno il detto ‘si muore per crepacuore’ – mi aveva scritto -, e se c’è un Dio che mi ascolta chiedo a Lui, per la prima volta, che mi siano risparmiate altre sofferenze, almeno per il momento, perché non avrei la forza di sopportare”. E con genitori ancora, mogli, fratelli, sorelle, amici, che contattai quando iniziai ad alzare la voce contro la morte in montagna, quando scrissi il libro Il paradiso può aspettare. Ma non ho mai parlato con bambini, con i giovani figli che hanno perso il loro papà in montagna. Non l’ho mai fatto, ma vedendo l’amore che i miei figli provano per me posso ben immaginare il loro strazio. E che dire del fatto che nel loro futuro non ci sarà più un riferimento così importante? Con questo non voglio criticare le scelte di chi poi in montagna ha perso la vita, non posso e nemmeno ne ho il diritto. Espongo però le conseguenze.

Lorenzo Mazzoleni
Lorenzo Mazzoleni

La morte, un prezzo da accettare?
Di fronte alla morte, più di una volta mi sono sentito dire: “Fa parte dell’andare in montagna e bisogna accettarla per i tanti benefici che comunque la montagna dà”. E pensando alle tantissime persone che trovano grande soddisfazione e gioia nell’andare in montagna, come si fa a non condividere un’affermazione come questa? Ma la questione è un’altra, perché non si tratta di togliere l’uomo dalla montagna, o viceversa, perché a quel punto bisognerebbe toglierlo anche dalla strada, e l’uomo non è fatto per stare sotto una campana di vetro. E nemmeno gli si può vietare la montagna più dura. Lo dico perché so cosa significhi sentire quel bisogno, che è come una luce che ti acceca, ma che allo stesso tempo ti permette di vivere momenti ed esperienze che rendono più ricca la tua vita. E allora credo che si possa anche accettare la possibilità di morire in montagna, se questo avviene in modo del tutto accidentale e non per negligenza, o per errore, o presunzione, o per troppa pienezza di sé, purché si faccia comunque il possibile per scongiurarla. Quindi mettiamola così: LA ‘PELLE’ A TUTTI I COSTI, E NON LA CIMA A TUTTI I COSTI!

Evitarla per se stessi
Nel momento in cui mi metto in autostrada so di correre dei rischi. Ma un conto è se vado a 120 km all’ora, un altro se tiro la macchina a 200. Un altro ancora se a ogni occasione insisto ad andare a 200 all’ora. Il problema è chiaro e la risposta semplice: basta tenere una velocità moderata per abbassare il rischio. Questo esempio può applicarsi anche alla montagna: il rischio può esserci anche su terreno facile, ma più vado sul difficile e più rischio; e se insisto a stare sul difficile rischio ancora di più. Però in montagna le cose non sono così semplici, perché le variabili sono molte, e se certi aspetti sono evidenti, altri, pur molto importanti, sfuggono alla nostra attenzione.

Uno di questi è la rimozione della morte, una caratteristica dell’alpinista che lo porta a nemmeno considerare il fatto di poter morire in montagna (parole di psicologi). Nemmeno quando è toccato da vicino, come con la morte di un compagno, e nemmeno all’evidenza che muoiono anche quelli più forti e preparati di lui. Eppure la morte è la nostra compagna della vita, ci accompagna dal giorno in cui siamo nati. Credo che aiuterebbe farcela amica e rivolgersi a lei nei momenti di pericolo per chiederle consiglio.

Un altro è quello che io chiamo ‘la montagna che sta dentro’. Se ci pensiamo bene, scalare fisicamente una montagna è anzitutto scalare la nostra montagna interiore, perché l’esigenza, il bisogno, viene da dentro. Quindi penso che ognuno abbia la propria montagna, più facile o difficile a seconda del proprio ‘Io’, che determina la scelta esterna. Ci sarà perciò chi è contento di una semplice escursione, chi di una salita un po’ più impegnativa, chi di una via di VI grado, o chi ha bisogno di una scalata all’adrenalina. Un fatto di fortuna o di sfortuna? Sì, perché trovi la pace quando raggiungi la tua cima, e quindi c’è chi ci arriva più facilmente e chi deve lottare duramente, facendo i conti anche con un ambiente ostile. Una strada senza via d’uscita, quindi? Sembrerebbe, ma l’esperienza personale mi dice che non è così, perché oltre alla scalata vera e propria ci sono altri mezzi che aiutano ad arrivare su questa cima. La mia cima fu piuttosto dura, ma non durissima, e la raggiunsi nel momento in cui non ebbi più bisogno delle sfide. Quando la luce accecante che prima mi attirava senza scampo verso l’alto iniziò ad affievolirsi. Gli altri mezzi furono l’arrivo dei figli, l’interesse e la passione crescente per la scrittura, la maturità che avanzava, certamente, con la maggior sicurezza in me stesso. Purtroppo anche la perdita di amici cari, caduti in montagna, e quella di tanti alpinisti forti che avevo conosciuto.

Non converrebbe, allora, prestare più attenzione a queste cose?

Un altro aspetto ancora, facile da ignorare, è la spinta che viene dal basso, dalle persone che ci seguono, che sognano con le nostre imprese, che ti acclamano alla fine di una salita riservata a pochi, che ti battono le mani nelle conferenze; che fanno le ore piccole per seguirti in diretta su Internet. In altre parole, sono quelli che vedono in te un riferimento importante, e che nel momento della tua morte faranno di te un eroe. Magra consolazione. E allora bisognerebbe chiedersi quanto il pubblico condiziona, o determina, le nostre scelte. E al pubblico magari bisognerebbe chiedere di essere più obiettivo nel dire senza timore se uno sbaglia. Invece quando uno ha perso la vita per un errore, magari per aver tirato troppo la corda, la disapprovazione avviene solo con timidi sussurri. Forse per rispetto di chi è morto, forse per non ferir di più chi sta già soffrendo.

Ho parlato solo di alcuni aspetti che generalmente sfuggono alla nostra attenzione, ma ce ne sono altri. Cercarli tutti, noti e meno noti, e ragionarci a fondo ci aiuterà nelle nostre scelte.

Aiutare gli altri a evitarla
Credo che molti alpinisti, soprattutto quelli rivolti ai traguardi più ambiziosi, nemmeno vogliano sentire parlare della morte. Forse anche per timore di veder vacillare il loro entusiasmo, le loro convinzioni. E allora dovremmo essere noi, un papà, una mamma, una moglie, un amico, un bambino, a frenare il loro impeto, la loro esuberanza. Ci vorrebbe un figlioletto che si presenta al suo papà dicendo: “Papà, se proprio devi andare vai, ma ricordati che ci sono anch’io, che non posso stare senza te”. Sì, dobbiamo farlo, per tutti quelli che ci stanno a cuore, per il bene loro e per il nostro.

Pochi mesi fa è uscito il mio nuovo libro, La farfalla sul ghiacciaio. Sulla quarta di copertina c’è scritto: Un libro per aiutare gli alpinisti a non morire. Un libro dove la montagna si fa vita. Spero veramente possa essere d’aiuto, ma spero anche di vedere nascere sempre più, pur tra libri che parlano di grandi imprese, quelli inneggianti alla bellezza della vita.

Il piacere di una montagna diversa
Quand’ero attratto dalle grandi sfide nemmeno mi accorgevo di questa montagna che scoprii più tardi, che mi trovai davanti come un dono quando raggiunsi la cima della mia montagna interiore.

Eppure sono in molti a conoscerla e a cercarla per goderne. È la montagna che ci attira per la sua bellezza. Che ci offre incredibili emozioni con gli splendidi scenari offerti dalle vette; con i colori dolci dell’aurora; con le albe che annunciano il nuovo giorno; con i tramonti che fanno del cielo un fuoco; con un fiore che ti ritrovi nel punto più impensato; con una sorgente d’acqua freschissima incontrata sul cammino; con un animale libero che lassù vive indisturbato, un’aquila che passa da una cima all’altra senza nemmeno un battito di ali. Con la luna che si alza a tenerci compagnia; con le stelle che brillano in un cielo nero…

È la montagna con il vento che ci scuote senza impensierirci; che ci sprona alla fatica e che poi ci fa apprezzare la stanchezza. Perché la stanchezza rilassa la mente e ci fa stare bene, aiutandoci il giorno dopo ad affrontare con più slancio una nuova giornata di lavoro, la vita quotidiana.

È la montagna che con il silenzio e la solitudine ci aiuta a guardarci dentro e a interrogarci. Che ci invita a staccarci dalla terra per trovare in alto una risposta ai perché di questa nostra vita. Che ci offre la speranza di Qualcosa che va oltre questa vita. E tutto questo, senza chiederci di rischiare, permettendoci di tornare ogni volta a casa per dividere la nostra gioia con chi ci vuole bene.

Com’io un tempo, credo che molti alpinisti non abbiano ancora gli occhi per questa montagna. E allora è bene dire loro che c’è, e che sarà lì ad aspettarli nel giorno in cui avranno raggiunto la loro cima. Farglielo sapere potrebbe aiutarli a condurre con più coscienza le loro sfide.

Conclusioni
A spingermi a queste riflessioni era stato il pensiero di poter trovare il modo di aiutare chi va in montagna a non morire. Giunti a questo punto, credo di poter dire che la cosa migliore da fare, e forse l’unica, sia una sola: parlare della possibilità di morire in montagna, ma farlo in ogni momento, martellando se è il caso, senza attendere l’occasione. Perché se si aspetta l’occasione potrebbe essere troppo tardi per qualcuno. Credo che in questo scritto ci sia abbastanza materiale da poter incominciare. E siccome da cosa nasce cosa, penso che anche da voi arriveranno altri spunti, altre idee, che renderanno l’andare in montagna più sicuro.

Oreste Forno (oforno@libero.it)

Oreste Forno alla sua diga
Forno2

Giornalista pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna, Oreste Forno è nato a Berbenno di Valtellina il 30 dicembre 1951. Il diploma in elettronica industriale gli ha permesso di lavorare per un’importante società multinazionale di computer, l’IBM, con diversi soggiorni negli Stati Uniti. Dopo 17 anni ha lasciato quel lavoro per dedicarmi a tempo pieno alla montagna, ed è stato in quel periodo che, grazie alla collaborazione con riviste e giornali locali, e ai primi libri, è diventato giornalista-pubblicista e socio accademico del Gruppo Italiano Scrittori di Montagna. Al rientro definitivo dall’Himalaya, nel 1996, ha dato vita a una casa editrice, la Mountain Promotion, lasciata sette anni dopo per il lavoro di guardiano delle dighe, scelto per continuare a vivere in montagna. In campo sociale, ha insegnato per diversi anni alla scuola del CAI, con il titolo di istruttore nazionale di scialpinismo, mentre in seguito ha dato vita a Cime di Pace, un’associazione che lavora per la pace e la solidarietà.

Per ulteriori notizie su Oreste Forno e sulla sua produzione letteraria vedi http://www.oresteforno.it/

postato il 9 maggio 2014

0
La montagna per la vita ultima modifica: 2014-05-09T07:16:42+00:00 da Alessandro Gogna

101 thoughts on “La montagna per la vita”

  1. “La vita non è che un’ombra che cammina; un povero attore, che si agita e pavoneggia per un’ora sul palcoscenico e del quale poi non si sa piú nulla. È un racconto narrato da un idiota, pieno di strepiti e di furore, e senza alcun significato.”
    (W. Shakespeare)

  2. Questo in foto è Battistino Bonali, un amico che nel 1991 salì la Nord dell’ Everest dal Canalone Norton in stile Alpino, tracciando una variante allo sbarramento roccioso che di solito si evita andando a sinistra. Due anni dopo cade tentando la irripetuta via Casarotto alla Nord dell’ Huascaran in Perù travolto da una frana. Conoscendolo so per certo che non era uno sprovveduto o un incosciente, aveva fatto diverse discese estreme come la nord dell’Adamello, della Presanella, via Italiana del Cervino, tante discese in Perù in Bolivia… Non era un professionista pressato dagli Sponsor andava in Montagna cercando la vita non la Morte e mi stupisco di Oreste Forno Capo spedizione con lui all’Everest che adesso se ne esce che in montagna non si deve rischiare la vita. Nessuno parte pensando di non tornare, Forno Su Bonali ha scritto due libri forse sentiva il bisogno di scrivere anche quello sui caduti in Montagna. Forse è cattolico e vuole pentirsi di ciò che ha lui stesso amato fare, io credo più al fato, al destino e non credo che si possa prescindere il rischio andando in Montagna, si muore anche attraversando la strada purtroppo. ritengo queste discussioni, riflessioni sterili ed inutili, che non portano da nessuna parte o meglio forse portano in libreria…..

    13 h · Mi piace
    ..

    Dario Bonafini

    ..

  3. L’imponderabile è come il peso: non dorme mai!
    Si va in montagna per vivere, non per morire. Ed è proprio il grande gusto che si ha per la vita, vissuta pienamente che ci fa andare avanti nonostante le fatiche e i rischi che si incontrano, salendo in montagna ma anche nella vita di tutti i giorni.
    E’ umano che l’uomo abbia paura della morte, che cerchi di evitarla. Ma dobbiamo anche renderci conto che la morte fa parte della vita e come direbbe un mio amico: “non possiamo nemmeno vivere da malati per morire sani”…

  4. Ho tre passioni, le persone che ho nel cuore, il mio lavoro… e la montagna, mi piace camminare in montagna, non arrampicare, grande o piccola arrivare in cima e guardare giù è sempre un’emozione, non ho mai salito montagne “pericolose”, una volta un 5000, ma anche qui dovevo solo camminare e stare attento, però mentre camminavo assieme alla fatica, all’emozione sentivo anche la paura dentro, non so se è una debolezza, ma credo fa stare piu attenti… quella che non si ha sulle montagne più “facili” che poi magari ti fanno inciampare… quasi alla fine della discesa, quando non c’era più né la fatica né la paura né l’attenzione ma solo l’emozione, sono inciampato su un sasso e per poco non ho sbattuto la testa su un altro…
    Morale della storia, si va in montagna per emozionarsi, nessuno va in montagna per morire, troppa sicurezza di sé può essere pericolosa, un po’ di paura ci può salvare.
    Detto questo, esperti o no, l’imponderabile non guarda in faccia a nessuno.

  5. Non penso che si combattano battaglie, piuttosto che si giochi.
    Il gioco e il pericolo hanno sempre attirato l’essere umano.
    Penso che si giochi un gioco pericoloso e un gioco pericoloso può trasformarsi anche in una tragedia.

  6. Nel commento di Roberto Serafin mi ha colpito un messaggio che ritengo sia motivo di attenta riflessione: “Leggo ancora nel libro di MacFarlane (che di rischi da bravo alpinista ne ha presi, più o meno consapevolmente, parecchi), un particolare che mi colpisce. Nella buona stagione, spiega, a Chamonix muore in media in montagna una persona al giorno. ”Ma di queste assenze non ce ne accorgiamo”, osserva. ”Nei bar non si vedono posti vuoti gelosamente protetti dagli amici in lacrime, per le strade non si incontrano parenti straniti, distrutti dal dolore. Unico indizio è il rombo degli elicotteri del soccorso. Spesso si vede qualcosa penzolare sotto l’elicottero in volo. Di solito è un sacco di immondizia; a volte un sacco che contiene un cadavere”.
    MUORE UNA PERSONA AL GIORNO!
    Mi domando quale battaglia viene combattuta lassù.

  7. Caro Danilo, credimi, io ho capito benissimo!
    Come ho già detto, morire è una tragedia indipendentemente da come e dove.
    In montagna ci si va per vivere? Certo! Ma può capitare di essere vittime di un incidente. Così come in auto. Non ci si va certo per ammazzarsi: eppure succede!
    Quindi, forse, non ha neanche molto senso parlare di morte in montagna, come se fosse evitabile.
    Non lo è. Come ha già scritto Alberto, in montagna si moriva, si muore e si continuerà a morire. Fattene una ragione e mettiti il cuore in pace.

  8. Posso anche capire quello che vuole dire Oreste nel suo articolo. Mi va bene il suo invito ad una maggiore attenzione, a una minore spavalderia. Ma gli incidenti in montagna sono sempre accaduti e sempre accadranno. Anche alle persone più prudenti e timorose.
    E’ chiaro che poi molto dipende dalle nostre scelte, dalla nostra capacità di valutazione.
    Ma se vogliamo che la gente non muoia più in montagna, bisogna non andarci più. Bisogna vietare l’alpinismo ma anche l’escursionismo perché anche durante una semplice escursione avvengono incidenti/tragedie.
    Bisogna vietare Punto e basta. Non ci sono delle vie di mezzo. Perché esiste l’ imponderabile, perché siamo uomini e non automi programmati e in quanto uomini siamo soggetti a sbagliare.
    Vogliamo fare questo? Vogliamo mettere dei vincoli, dei limiti alla libertà alpinistica? Se per voi è sì, io non ci sto!

  9. Volevo dire “incidenti stradali” citati da Cristina, non da Paola, chiedo scusa.

  10. “Vale la pena rischiare la vita per salire un grosso sasso?”
    Assolutamente no.
    Non ne vale assolutamente la pena.

  11. Io penso che non abbiate proprio capito il messaggio di Oreste, cosa diavolo c’entrano adesso gli incidenti stradali citati da Paola oppure gli incidenti mortali di tutti i giorni menzionati in un intervento da parte di Alberto?
    Già che ci siamo allora parliamo della fame del mondo, della crisi economica e di tutto quello che è un problema.
    Oreste parla di incidenti o tragedie che avvengono in “MONTAGNA”.
    Poi cosa significa la frase di Alberto “No, l’articolo di Forno non mi convince”, non vuole e non deve convincere nessuno ma evidentemente non si è capito lo scopo delle sue parole.

  12. Sì, è vero! Le “mie” Dolomiti sono grossi sassi. E ALLORA???
    È meglio morire per dei grossi sassi che schiacciati da un tir o alcolizzati!
    Ma che razza di discorsi sono???

  13. Quello che conta non è il “grosso sasso”… ma l’esperienza, le emozioni che il “grosso sasso” ti fa vivere, provare. Quindi anche il modo, lo stile in cui decidi di salire questo grosso sasso fa la differenza e dà un diverso valore a questo “grosso sasso”.

  14. Parlando della possibilità della morte in montagna, sorge spontanea una domanda seppur provocatoria:
    Vale la pena rischiare la vita per salire un grosso sasso?

  15. Su questo sito ho letto delle interessanti riflessioni sull’idea della morte:
    www3.unisi.it/ricerca/philab/bioetica/funghi.htm

  16. Secondo me il vero problema del morire in montagna è il dolore che si porta ai familiari.
    Gli amici dimenticano prima.
    Chi muore… beh non c’è più o forse ci sarà ancora.

  17. Morire in montagna è un dramma esattamente come morire in un incidente stradale, in un incendio, di vecchiaia.
    Morire è un dramma. E se questo avviene in montagna non è più grave che se succede altrove.
    Io, personalmente, se potessi scegliere, preferirei la montagna al letto di ospedale.
    Credo che sopporterei anche i soliti commenti al mio funerale, pur di non vedere un soffitto bianco e delle persone tristi intorno a me prima di partire.
    Saluti

  18. Una morte genera sofferenza, grande sofferenza, in chi rimane. La montagna non è immune da questo. Parecchi anni fa in montagna ho perso un amico e compagno di tante scalate. Allora ero anche nel soccorso alpino e sono andato a cercarlo. Purtroppo ho solo potuto raccogliere il suo corpo. E’ stata dura, molto dura. Ho anche pensato di smettere ma poi invece, forse la grande passione, sono ancora qui ad andare in montagna, a scalare.
    La morte del mio amico posso anche dire che sia stata un dramma, ma andare in montagna non è un dramma. Come già ho detto e se non ho interpretato male l’ha detto anche Michieli, i drammi sono altri.
    Un dramma è spalare carbone per una vita in una miniera per un pugno di soldi con il rischio di morire asfissiati o sotto una frana come è successo pochi giorni fa in Turchia.
    Quello che mi lascia perplesso nell’articolo di Forno è che parla dell’assurdità delle morti in montagna e della sofferenza che queste generano. Ok! giusto ma perché Forno non parla delle morti che tutti i giorni avvengono nel nome del progresso… della crescita…
    Queste sono giustificate? sono scusabili? Comprensibili?
    No, l’articolo di Forno non mi convince.

  19. Buongiorno
    Mi permetto di riportare una parte del contributo di Andrea Cavalleri, scritto subito dopo la morte di Marco Anghileri.
    Dato che andare in montagna comporta un rischio, fatelo per una buona ragione. Non per la competizione, non per dimostrare qualcosa a qualcuno, non per essere i più bravi o tra quelli bravi, men che meno per compensare le carenze di una vita insoddisfacente. Quanti tra i forti sono caduti e l’oblio è calato inesorabilmente sulle loro imprese, come una coltre di sabbia ricopre le impronte sulla spiaggia…
    Perciò, vi prego, fatelo per passione, fatelo per amore! Per amore di quell’aria pura, di quel sole così forte, di quella gioia del movimento immerso nella bellezza e di quel senso di libertà, che solo la montagna sa donare
    (Andrea Cavalleri).”

    Tra i vari aspetti presi in considerazione, quello che mi angoscia di più riguarda “le carenze di una vita insoddisfacente”.
    Conosco questo aspetto nel mio lavoro. Mi è capitato di avere a che fare con colleghi che si sono buttati a capofitto nel lavoro perché avevano fallito, per esempio, nella vita matrimoniale. Gente sempre insoddisfatta, sempre incazzata, sempre bisognosa di avere continue conferme al proprio operato, mal disposti ad accettare la più piccola sconfitta. Vi assicuro che averci a che fare è tutt’altro che una passeggiata. Il mondo dell’alpinismo non fa eccezione: che tristezza… Vale le pena di rischiare per fuggire dai fallimenti? Secondo me no.
    Invece vale la pena, eccome, se c’è vera passione, se c’è amore. Con la consapevolezza, come dice il Sig. Alberto Benassi, che non si può dominare tutto.
    E con la certezza che se fosse tutto preconfezionato, scontato, pianificato noi saremmo altrove.
    Buona giornata

  20. Nel suo scritto Angelo Melgara parla di… “DRAMMA DI ANDARE IN MONTAGNA”…

    Dramma…??? andare in montagna è un dramma?? A parte che i drammi nella vita sono ben altri. Ma vedere l’andare in montagna come un dramma sinceramente mi fa passare la voglia di andarci.
    E’ chiaro che l’andare in montagna ci pone di fronte a delle difficoltà, ai pericoli. La nostra capacità di risolverli e di sapersi adattare, quindi se è il caso anche di rinunciare, sono le nostre risposte. Le risposte possono essere giuste o sbagliate. Dipende da molti fattori: la nostra preparazione, la nostra capacità di interpretare il terreno e la situazione del momento, saper ascoltare la vocina interiore che ti dice che forse è meglio rinunciare. Ma credo anche che nonostante tutto il nostri buoni propositi e prudenza, non possiamo pensare di dominare tutto. Quindi ci sono momenti in cui, se vuoi andare avanti, ti devi comunque mettere in gioco perché se tutto fosse pianificato, preconfezionato sicuro, SCONTATO… che gusto ci sarebbe!!
    La vetta a tutti i costi non è una bella scelta perché la vita è la vita. Ma anche la vetta scontata non ha senso, è una finzione. Verso gli altri ma soprattutto verso se stessi.
    Oggi purtroppo stiamo sempre più pianificando tutto. Proprio per questo l’uomo sta perdendo il contatto con la natura e quell’istinto animale che è così importante in certe situazioni.

  21. Ringrazio il Sig. Franco Michieli per il suo bellissimo intervento che condivido in pieno.
    Buona serata

  22. Ho conosciuto Oreste per lavoro una quindicina d’anni fa e subito siamo diventati amici. Questo per dire che già sapevo il pensiero che veniva maturando in questi anni sull’andare in montagna.
    Premesso che ho sempre amato la montagna, tanto da decidere di trasferirmi con tutta la famiglia da Milano a Sondrio ormai quarant’anni fa, ho cominciato tardi, solo sui trent’anni, a frequentare percorsi impegnativi su ghiacciaio e su roccia, magari in compagnia di amici del Cai, o di altri, cosa che mi ha portato a maturare quel minimo di esperienza da permettermi di chiedere uno spazio per dire anch’io una parola.
    Con il suo scritto mi sembra che Oreste, alla luce della sua esperienza, voglia richiamarci a quello che è il dramma dell’andare in montagna, che è sempre una sfida con se stessi di fronte alla quale credo di poter dire che per la stragrande maggioranza delle persone sia sempre difficile, se non impossibile, saper tener conto di tutti i fattori relativi a sé e all’ambiente, dalle proprie forze, ai propri limiti e a tutte le altre componenti e difficoltà, anche contingenti, rappresentate dall’ambiente esterno (la mancanza di neve, laddove prima c’era sempre stata; la presenza di un breve tratto vetrato, quando magari già ci si è tolti i ramponi, ecc.). In molti casi bisogna avere il coraggio di fermarsi e tornare indietro.
    Dunque, apprezzo molto lo scritto di Oreste, perché mette davvero il dito sugli aspetti di cui spesso ci si dimentica, o meglio, che più o meno consapevolmente si finisce per trascurare, quasi in preda a un’esaltazione superomistica che rende presuntuosi ed egoisti. Ben venga dunque un richiamo ad essere più attenti e responsabili, non solo verso se stessi, ma soprattutto verso chi ci vuole bene ed è a casa ad aspettarci.

  23. Felicissimo di tutti i vostri ultimi ed interessanti interventi, grazie ragazzi che continuate a parlarne.
    Buona montagna a tutti.

  24. Non posso che essere d’accordo con quanto scritto da Franco. Bisogna tornare indietro e tornare in sintonia con l’ambiente. Per fare questo bisogna sapersi mettere in “GIOCO”.
    L’alpinismo può essere uno strumento e per fare questo non può essere regolamentato. Le regole… non scritte… sono dentro ognuno di noi. Siamo noi che dobbiamo imparare a fare delle scelte.
    La troppa tecnologia, la pretesa di una quasi totale sicurezza, stanno uccidendo l’alpinismo e soprattutto la capacità dell’uomo di adattarsi alla natura, alla montagna, di sviluppare i propri sensi. Primo tra tutto quello di saper fiutare il pericolo. Di ponderare bene le proprie capacità in relazione alle difficoltà e ai pericoli.
    La mania di mettere in sicurezza le vie con chiodatura sistematica sta uccidendo la capacità delle persone di imparare a fare da sé. Di essere autosufficienti.
    Si scelgono le vie in base alla tecnologia usata nell’attrezzarle piuttosto che alla difficoltà, alle proprie capacità.
    Un’altra discriminante è la copertura del cellulare. Ci sono relazioni che indicano anche questo.

  25. Wow… ringrazio Franco, Roberto e altri interventi che sono riusciti a dare un ordine alla discussione e spunti che io in più numerose mail non ero riuscito a dare… Ho provato a dire la mia ma forse in alcuni punti sono stato frainteso e vedo con gioia che la discussione pur su pareri (giustamente) differenti si sia dirottata verso un approfondimento più che contrapposizione…
    Nota delle ultime ore è anche il rientro al campo base del Kangchenjunga 8596 m di Marco Confortola che, valutando le sue condizioni fisiche, non ha rischiato e si è fermato a 8350 m… Per me è un esempio di ciò che stiamo discutendo tutti noi. Buona montagna ancora a tutti.

  26. Avevo letto le riflessioni di Oreste Forno già prima della pubblicazione e avevo già scambiato con lui alcuni pensieri. Credo che da parte sua porre il problema del numero notevole di incidenti gravi o mortali in montagna sia stata una buona cosa, se ricordiamo il motivo principale del suo rincrescimento: il suo intervento non rispecchia tanto l’avversione per il rischio che il singolo corre in certe attività, ma mette in evidenza il dolore che colpisce la vita di chi resta, dei familiari e degli amici. In pratica mi pare che Oreste inviti a cercare un maggiore equilibrio fra realizzazione dei propri sogni e rispetto dei rapporti umani in cui ci troviamo impegnati. Se arriva a questa presa di posizione, è perché in effetti molti suoi amici morti in montagna durante imprese difficili hanno lasciato un grande vuoto, non solo affettivo: alcuni erano davvero punti di riferimento per tantissime persone e ciò che facevano concretamente, anche per una più profonda frequentazione della montagna e della natura da parte di nuove leve, si è interrotto di colpo lasciando l’impressione di un danno comune. Da ciò la domanda se, a volte, certi incidenti non siano evitabili.
    Dal mio punto di vista, soluzioni generalizzabili non ce ne sono. Da geografo, vedo il problema del rischio come una caratteristica antropologica che riguarda tutte le attività umane: se amiamo la montagna, dobbiamo essere i primi a valutare il rischio come un fattore che riguarda l’esistenza stessa, senza attribuirlo in modo parziale alle nostre attività, perché sarebbe falso e masochista. Se l’evoluzione non ci avesse dato la propensione ad affrontare rischi anche mortali, specialmente da giovani, non avremmo mai superato le avversità ambientali delle epoche preistoriche e l’umanità sarebbe estinta da un pezzo. Non possiamo cancellare in noi questa spinta, possiamo imparare a controllarla per usarla in modo sensato. Come già dicevo a Oreste, io per esempio in vari decenni di frequentazione della montagna in diversi continenti per un centinaio di giorni all’anno, non ho mai assistito a incidenti gravi o mortali. Al contrario, in ambito civilizzato ho visto incidenti di ogni tipo, cadaveri per le strade e sangue di morti ammazzati, oltre a innumerevoli comportamenti – specie di guida di veicoli motorizzati – che paiono essere inviti espliciti alla morte di venirci a prendere. A me pare che almeno metà degli automobilisti non si faccia alcun problema a far rischiare la vita a chi ha intorno, dimostrando quindi ben più incoscienza dell’alpinista medio. In teoria l’alpinismo è ancora una delle poche attività che ci insegnano a essere prudenti, anziché a pretendere la sicurezza come servizio dovuto, che mezzi tecnologici e altre persone dovrebbero assicurarci. Prima di riflettere su come comportarsi meglio in montagna, direi che dovremmo essere coscienti che la strada stessa seguita quasi automaticamente dall’umanità – crescita produttiva e progresso tecnologico accelerati e incontrollabili – è il pericolo numero uno: che piaccia o no, è insostenibile, eppure tutti corriamo più o meno fiduciosi verso l’inevitabile epilogo. Non siamo capaci di mutare i comportamenti che porteranno non alla fine di qualcuno, ma di tutti; è proprio la pretesa di una vita sempre più protetta e sicura, in cui si è giovani fino a 80 anni e alla morte non si pensa, a causare la corsa senza freni verso il consumo di ogni risorsa, e anche a perpetuare l’ingiustizia verso vari popoli che ovviamente tutte queste risorse non possono averle. Perciò, prima di criticare l’alpinismo, dobbiamo criticare l’ipocrisia del comportamento umano universale. Proprio perché le cose stanno così, l’alpinismo e più in generale il rapporto autentico con la natura non troppo addomesticata diventano alcune delle ultime fonti di consapevolezza a nostra disposizione; dimensioni dove imparare come si comporta la realtà non mediata e come possiamo rispondere ai suoi eventi . Altro che attività inutile! La battuta di Lionel Terray era ovviamente una presa in giro di chi non capisce niente di alpinismo. Non c’è niente di più utile per la nostra coscienza che continuare a confrontarci con vastità, fatica, difficoltà, fame, sete, rischio controllato, nebbie e piogge, solitudine, silenzio, animali, piante e rocce, bellezza, e anche paura; proprio se smettiamo di sperimentare tutte queste cose diventiamo incoscienti, ed è quello che sta accadendo all’umanità.
    Tornando all’appello di Oreste, il mio parere è che per stimolare a una maggior conoscenza della montagna, e quindi a scelte più responsabili, l’unica strada sia quella di dare buoni esempi di alpinismo appassionato, intensamente vissuto e ricco di grandi esperienze proprio perché non impostato come gioco d’azzardo. Lo si può fare come istruttori o accompagnatori, o come testimoni di un certo alpinismo, o con serate e divulgazione, la scelta dei modi è ampia. Ma non è facile, perché il pubblico apprezzerà sempre molto di più chi dimostra di saper fare cose difficilissime rischiando la vita piuttosto che chi non enfatizza questi aspetti (sta nella nostra indole umana; e ciò vale anche per quegli spettatori che poi fanno i moralisti). Secondo me ciò che può davvero appassionare oggi, spostando l’attenzione dal rischio a qualcos’altro, è la possibilità di ricreare una relazione molto approfondita e intensa con l’ambiente montano e tutti i suoi eventi. Lo si può fare recuperando semplicità: togliendo tutta quella tecnologia che si mette in mezzo tra noi e l’ambiente e che distrugge l’autenticità del rapporto, rendendo inevitabile la ricerca del tecnicamente sempre più difficile, perché è l’unica cosa che resta. Si può testimoniare quanto sia avvincente non fare la cima o la via o il grado, ma riuscire a incorporarsi nell’ambiente e in quello che vi accade fino a portarlo addosso come fosse il nostro vestito; essere pienamente là, in parete, sul ghiacciaio, nel bosco o sul pascolo, raggiungendo l’eccezionale risultato di saper leggere ciò che accade, e di adattare il nostro movimento a quelle condizioni uniche, di quel giorno, di quel luogo, di quell’istante. Nessuna meta materiale obbligata, se non passare e sostare là in mezzo, da esseri viventi naturali e non da corpi bionici teleguidati dalla rete. Come uomini antichi, come animali, il traguardo è essere e mantenersi vivi là dentro, e sentirsi bene. Vivere è la meta. Andare e tornare innumerevoli volte, riuscendo ogni volta ad adattare percorso e azioni a ciò che davvero incontriamo e alle nostre capacità, senza mai farsi cadere nel tranello di forzare per raggiungere uno scopo deciso a priori a tavolino. La via nasce nel confronto. Andare sulle cime per beffare la logica del mondo, la pretesa di un “risultato” semplicistico e di immediato consumo. Nessuna perdita se si interrompe un itinerario e si torna indietro, perché subito se ne inventa un altro, e così si sarà vissuto di più, due facce del reale, due vie, in un colpo. Forse (forse) alcuni incidenti assurdi diventerebbero meno frequenti. Poi un giorno moriamo comunque (probabilmente a casa, sulla strada o in ospedale), ma in effetti se il vissuto della montagna depositato in noi riusciamo a portarlo dentro e tra gli altri per un tempo giusto (non sappiamo quale), è anche questo un successo della nostra passione.

  27. Emanuel Panizza, qui si parla di dilettantismo non di professionismo, se nella tua attività professionale tu non limitassi al massimo i rischi per salvaguardare il tuo cliente, avresti sbagliato professione: in questo caso appare chiaro tu sia andato fuori argomento, almeno per quanto riguarda quel punto…
    Leggendo poi gli altri post, oltre all’argomento, che ripeto per un’altra volta, è ALPINISMO, quindi dilettantismo che nulla ha a che vedere con aspetti professionali delle guide alpine, tanto per puntualizzare ancora una volta, mi sembra che l’andazzo stia diventando quello che ebbi modo di vedere a suo tempo nel forum di Planet Mountain e poi di Fuori Via, un andazzo di batti ribatti, spesso gestito da persone che la montagna la vedevano solo in cartolina e con proposte come quella letta su di un post qui dentro che per rispetto al blog non definisco:

    “…potresti scegliere di praticare da casa un tuo alpinismo interiore contemplativo e poter scoprire “il piacere di una montagna diversa”…

    Credo questo blog, almeno in questo caso, abbia raggiunto in poco tempo la stessa situazione, la quale portò all'”esaurimento” dei forum…

  28. Brava Paola!
    Un “OSSERVATORIO PER LA VITA (IN MONTAGNA)”.
    Interessante.
    Molto interessante!

  29. Dopo aver letto attentamente l’articolo di Oreste Forno e di Roberto Serafin e i vari commenti/contributi in merito alla tematica trattata,
    suggerisco ad Oreste Forno di dar vita ad un “OSSERVATORIO PER LA VITA (IN MONTAGNA)”.
    I sostegni non gli mancherebbero di certo.

  30. Se ogni volta che parto per andare in montagna dovessi andare con la convinzione di morire, non ci andrei. E’ chiaro che la possibilità di un incidente c’è sempre … l’imponderabile, un errore… ma diverso è essere disposti a morire. Questo sì mi sembra veramente troppo. Il pericolo fine a se stesso, il gusto per l’adrenalina non è per me.
    Se mi interessasse il solo gusto dell’adrenalina non importerebbe andare in montagna. Ci sono molti altri e più comodi modi per giocare con il pericolo, giocare con la vita e la morte. Dove solo la fortuna o la sfortuna contano.
    Andare in montagna e fare alpinismo è un’altra cosa. Se si presenta una situazione pericolosa, si cerca di evitarla (almeno io). Se non è possibile farlo si cerca di mettersi nelle condizioni di poter rischiare il meno possibile. E’ un po’ come salire una parete difficile, cercando comunque la linea più facile, sicura. Insomma si usa il cervello e non la fortuna/sfortuna. Poi come già ho detto tutto può succedere anche perché noi non siamo il centro dell’universo ma solo un piccolissimo ingranaggio.

  31. Vado in montagna da 30 anni e più. Ho fatto cose facili, difficili (almeno per me) pericolose e altre invece piuttosto sicure. Ho fatto salite impegnative ma pur impegnandomi sono salito sereno. Altre volte invece pur partendo da casa pensando di essere all’altezza sono tornato indietro oppure non ho nemmeno attaccato. Ho sognato di poter fare certe ascensioni ma alcune le ho scartate subito perché ho ritenuto di non essere all’altezza altre invece pur essendone decisamente attratto le ho scartate perché ho ritenuto che fossero troppo oggettivamente pericolose. Altre volte pur sentendomi bene ho rinunciato perché le condizioni valutate sul momento non mi/ci sembravano sicure.
    Con questo voglio dire che l’invito a riflettere che ha scritto Filippo è più che ragionevole è fondamentale per poter… “ritornare”… a casa ma anche una prossima volta in montagna. Ma non si può affermare che una certa attività siccome qualcuno… non si sa bene chi… la reputa troppo pericolosa, allora bisogna vietarla.
    Quindi avere paura è più che giusto, avere prudenza e senso del pericolo sono doti che devono fare parte della qualità di un buon alpinista.
    Ma siccome esiste l’imponderabile che come giustamente scrive Filippo non possiamo controllare, che facciamo allora? Rinunciamo a priori a fare certe ascensioni, anzi qui è stato suggerito di VIETARLE!! come se fosse un reato, un cattivo esempio.
    Ricordo che l’imponderabile agisce sul facile, come sul difficile, sul sicuro come sul pericoloso. Chiaramente una cosa più è pericolosa e più ci sono possibilità che possa succedervi un incidente. Ma non c’è una regola.
    Guarda la grande frana che di recente ha cancellato il Pilastro Piussi alla Cima Su Alto. Chi la poteva prevedere. Se ci fosse stato qualcuno lì a scalare, oppure anche sullo zoccolo in comune ad altre vie, ma anche sul tranquillo e sicuro sentiero che dal Vazzoler va al Tissi, sarebbe stata una tragedia. Avendo salito, qualche anno fa, il Diedro Livanos lì a fianco, dove per arrivare all’inizio del diedro bisogna risalire lo zoccolo in comune al Pilastro, non mi è mai passato per la testa che potesse franarmi addosso tutta la parete. Eppure le pareti, le montagne franano. Sono sempre franate.
    Sono stato imprudente? Sono stato superficiale?
    Sì, lo sono stato perché non mi sono fermato a riflettere e non ho valutato questa possibilità che poi in effetti qualche anno dopo si è trasformata in realtà…

  32. Sono cresciuto convinto di morire in montagna, disposto a morire in montagna, facendo tutto in funzione del poter arrampicare. Quando ho provato dolore ho spinto ancora di più sull’ acceleratore. Ho tirato i dadi su diverse cascate. Poi, a un certo punto è un passaggio naturale diventare Guida Alpina. E già lì capisci che il tuo compito è ridurre i rischi, nell’impossibilità di annullarli. Poi incontri una donna che prende i tuoi ideali e li mette a soqquadro senza nemmeno averne l’intenzione. Poi arrivano i figli e realizzi che loro valgono più di qualsiasi altra cima inviolata del Mondo. Adesso ho l’occasione di poter insegnare, trasmettere qualcosa ai nuovi ragazzi che vorranno diventare guide alpine. Vorrei insegnare loro l’umiltà e il rispetto nell’andare in montagna. A mio parere oggi si stanno perdendo molti valori in generale e anche in montagna non colgo più quel profondo desiderio interiore che fin da piccolo ho visto in diverse persone e che mi ha sempre spinto in alto. Ambizioni e invidie non dovrebbero nemmeno esistere nel vocabolario della montagna. La vita è un dono e si sa, non ci appartiene… a noi però viene dato il compito di viverla responsabilmente e di rispettarla. Ritengo che le parole di Oreste racchiudano un grande messaggio di lode alla Vita e alla Montagna. Nessuno punta a mettere l’uomo sotto una campana di vetro, tanto meno lui. Bisognerebbe semplicemente ponderare meglio ogni scelta e valutare più attentamente i rischi. Mi ha colpito molto l’intervista di uno dei più forti alpinisti al mondo che, al ritorno dalla solitaria all’Annapurna, ha affermato di non poter continuare in quel modo, pena la vita, ma che questo non avrebbe significato smettere di fare alpinismo. Quando ad esempio Oreste parla della caduta nel crepaccio, il mio pensiero non va al fatto che non si sarebbe dovuto trovare lì, ma la critica cade sul non essersi legato e quindi adeguatamente protetto: LA ‘PELLE’ A TUTTI I COSTI, E NON LA CIMA A TUTTI I COSTI! Bellissimo pensiero!!! 
    Penso sia molto più facile non trattare questi argomenti “scomodi”, invece è giusto affrontarli perché ci portino a riflettere sull’essere più consapevoli e responsabili riguardo le decisioni che prendiamo in Montagna.

    GA Emanuel Panizza

  33. Paola,
    potresti scegliere di praticare da casa un tuo alpinismo interiore contemplativo e poter scoprire “il piacere di una montagna diversa”; per non diventare un fantasma e giocare con altri fantasmi ma per giocare con i tuoi figli, vivere per i tuoi cari e poter scalare la tua montagna interiore.
    Fai attenzione però anche a questa montagna diversa.
    Anch’essa nasconde i suoi pericoli.
    Anche intorno ad essa si aggira lo “spirito di gravità”.
    Percorrere il sentiero che porta alla sua vetta è pur sempre rischioso poiché ad ogni vetta corrisponde sempre un abisso.

  34. Cara Paola,
    sinceramente non ho capito molto il tuo post, ma la tua possibile ironia non mi è comunque molto chiara.
    Mi dispiace che non hai capito il mio messaggio, ma sicuramente è colpa mia perché non intendevo dire di tornare indietro al primo canalone o alla prima parete incontrata sul tuo percorso. Chi ti scrive proprio qualche mese fa è volato trenta metri più in basso su una via in Grigna, ma continua ad andare in montagna. Mi piace, mi dà gioia.

    Il mio scritto, o meglio il senso che non sono stato capace di esprimere, era quello di tirar fuori quel tuo pacchetto di sigarette nel momento in cui ti accorgi di trovarti davanti ad un canalone o ad una parete che per te (definitivamente, o magari solo temporaneamente) è un rischio troppo elevato. Fermati e prova a pensarci un attimo. Come ho scritto precedentemente: tu meriti di andare in montagna, ma credo che meriti anche di tornarci…

    L’imponderabile è imprevedibile per definizione e scappa al nostro controllo. Fa parte di ogni azione umana, non solo quella di andare in montagna. Ma a volte una semplice riflessione intima e personale può far molto.
    Buone montagne.

  35. Filippo scrive: “lo scritto di Oreste Forno è un po’ come quel messaggio sul pacchetto delle sigarette: c’è, tutti sappiamo che fanno male, ma ormai a quelle poche righe non facciamo neanche più caso. Il Sig. Forno ci invita soltanto a fermarci un attimo a riflettere, a leggere quelle righe, sia ora mentre siamo qui davanti al computer, sia domenica prossima quando magari ci troveremo di fronte ad un canalone o ad una ripida parete.”
    Io ringrazio Filippo sopratutto per avermi ricordato del messaggio sulle sigarette.
    Prendo il pacchetto e leggo in basso scritto a neretto: “IL FUMO UCCIDE”.
    Sul retro del pacchetto a caratteri più piccoli ma in grassetto: “Smetti di fumare – Vivi per i tuoi cari.”
    Domenica prossima andrò in montagna e trovandomi davanti ad un canalone o ad una ripida parete prenderò in mano il pacchetto di sigarette. Rifletterò e ne trarrò che vi è una sorta di similitudine tra il fumo che è un elemento e la montagna che è un altro elemento e ne dedurrò: “LA MONTAGNA UCCIDE” – “Smetti di andare in montagna – Vivi per i tuoi cari.”
    Mi si porranno due scelte: Continuare a fumare e a salire la ripida parete oppure smettere di fumare e tornarmene a casa.
    Cosa farò?

  36. Buongiorno a tutti,
    Ho avuto diversi ripensamenti prima di scrivere queste righe, ero molto insicuro se fossero servite davvero. Del resto ad un post con oltre 60 commenti cosa potrebbe mancare?!? Forse, quasi sicuramente, nulla; eppure mi è sembrato che finora non si sia concentrata l’attenzione su un punto fondamentale dello scritto del Sig. Oreste Forno. Per questo mi permetto anch’io di scrivere due righe e dare il mio modestissimo contributo, consapevole che poi come è stato giustamente detto l’alpinismo è bello anche perché ognuno di noi ha la libertà di pensare come meglio crede.

    Io per primo, leggendo ogni vostro intervento mi sono sicuramente arricchito e fatto un’idea più completa della discussione. All’inizio dei suoi interventi, ad esempio, mi sembrava di essere piuttosto in disaccordo con il Sig. Alberto, poi però approfondendo la lettura ho scoperto di pensarla per certi in un modo molto simile a lui, trovandomi all’opposto in disaccordo sulla questione divieti del Sig. Danilo (o, se non altro, sarebbe un discorso molto ampio che non si può trattare solo con poche righe).

    Sono assolutamente d’accordo con il Sig. Alberto quando parla di Marco Anghileri, riguardo al suo celebre approccio alla montagna e alla sua incredibile capacità di valutare la situazione e i pericoli. Il pilone centrale del Freney era una via a cui stava salendo da diversi anni, era preparata, studiata e valutata. Però, i fatti sono risaputi e purtroppo oggi Marco Anghileri oggi non c’è più e noi siamo qui a piangerlo. Ma io sono convinto che il Sig. Forno non si riferisse direttamente a Marco Anghileri. Del resto lui stesso lo dice che chi va in montagna è conscio che ci possano essere dei rischi mortali che scappano al nostro controllo

    Il punto che stava particolarmente a cuore al Sig. Forno a mio parere era un altro. Lui non voleva di certo venire qui a impartire la sua lezioncina o tantomeno imporre divieti. Il suo intervento voleva essere un invito a fare una propria ed intima riflessione sul perché andiamo in montagna.
    Ecco, lo scritto di Oreste Forno è un po’ come quel messaggio sul pacchetto delle sigarette: c’è, tutti sappiamo che fanno male, ma ormai a quelle poche righe non facciamo neanche più caso. Il Sig. Forno ci invita soltanto a fermarci un attimo a riflettere, a leggere quelle righe, sia ora mentre siamo qui davanti al computer, sia domenica prossima quando magari ci troveremo di fronte ad un canalone o ad una ripida parete. Fermatevi e riflettete, perché come lui ha scritto “anch’io ci sono passato e spesso mi sono domandato quante cose belle avrei perso negli anni a venire se quel volo nel crepaccio fosse finito diversamente.” Noi meritiamo di andare in montagna, ma anche in futuro meritiamo di tornarci.

    Sembra una banalità, ma non lo è. Segretamente dentro di voi, quante volte fate un simile pensiero? Io credo molto poche: Si sa: siamo presi da mille pensieri/problemi/ambizioni che spesso le cose importanti le tralasciamo, o magari per abitudine, come per i messaggi sul pacchetto delle sigarette, non facciamo più caso.

    Volevo solo dirvi questo, grazie per l’attenzione.
    Filippo

  37. Che se ne parli a me va benissimo. Io, a differenza di Voi sono una persona tollerante, che non vuole imporre la propria visione alpinistica a nessuno. Cosa che invece VOI state subdolamente TENTANDO di fare denigrando un’attività bellissima e piena di vita. Un’attività per la quale c’è chi ha dato la vita e quindi è degno del MASSIMO RISPETTO e non essere da Voi usato come esempio di superficialità.
    Io vado in montagna per me punto e basta. Se rischio la pelle sono cose mie e non TUE.
    E se siete in tanti a pensarla così, quale è il Vostro prossimo passo? Raccogliere le firme per promuovere una legge parlamentare che vieti ancora di più la libertà della persone di esprimersi in montagna secondo le proprie passioni e idee??

    Non sei in grado di fare certe scalate. Bene accetta i tuoi limiti, come faccio io e fai altro. Ma non cercare di imporre i TUOI limiti agli altri.

  38. Con l’arroganza non si va da nessuna parte, non solo in montagna.
    Chiudo il mio breve intervento dicendo che quello che voleva Oreste Forno è stato ottenuto, ossia che se ne parli e lo si sta facendo in parecchi siti e blog.

    Buone cime, buone passeggiate, buone scalate a tutti voi.

  39. … “siamo in tanti a pensarla come te”…

    Bene sono contento, io sono per la diversità che è arricchimento. I cani più forti sono i meticci, non quelli di razza…

    Ma… “siamo in tanti”… anche noi a pensarla diversamente da voi e da Lei, Sig. Serafin.

  40. “Che cosa ne pensa delle malattie mortali?”. E il tipo di rimando: “Ah, guardi, io sono contrario”. Come il signore della celebre battutaccia di Marcello Marchesi, tutti noi siamo tendenzialmente contrari alla morte. Perciò non si vede per quale ragione dovremmo chiudere un occhio quando e se la Signora con la Falce miete vittime in montagna con la solerzia che sappiamo, specie negli ultimi tempi.
    Ma un conto è dirsi contrari e un altro è attivarsi perché “ci sia una montagna per la vita e non per la morte” come ha auspicato Roberto De Martin, presidente del TrentoFilmfestival che in primavera ha ospitato Oreste Forno e ne ha rilanciato l’appello agli alpinisti perché abbiano più rispetto per la vita, quella degli altri compresa.
    Già lo si si sapeva. Il nervo è scoperto. L’argomento è scabroso, suscitatore di diffidenze e malumori. E di scongiuri, naturalmente. Dell’appello di Forno si era parlato in aprile sui blog più seguiti. Ma ora è stato giocoforza tornarci sopra con qualche contorcimento prima che qualcuno, per il quieto vivere e per non danneggiare l’immagine della montagna così bisognosa per la sua stessa sopravvivenza di visioni positive, vi stenda sopra una cortina fumogena.
    Forno merita la massima considerazione, prima di tutto perché, da alpinista di razza, sa che cosa vuol dire rischiare la vita in montagna. Lo conosco come persona integerrima, un po’ idealista. E poi non ha nemmeno l’aggravante di fare di mestiere il giornalista e di sproloquiare sulla montagna assassina (chissà perché le disgrazie in montagna non passano mai inosservate sui giornali a differenza di tante altre disgrazie stradali e domestiche…).
    Personalmente, benché rappresentante della vituperata categoria dei giornalisti o forse proprio per quello, mi schiero con l’amico Oreste. In quel quarto di secolo in cui mi sono occupato della stampa sociale del Club Alpino Italiano ne ho visti morire tanti (troppi, a mio modesto avviso) tra gli alpinisti “che contano” dopo avere talvolta instaurato con loro un rapporto di amicizia.
    Se in quel periodo della mia vita mi fossi occupato di sport motoristici considerati ad alto rischio, sarebbe stato lo stesso? Forse è una questione di statistiche: i piloti di formula uno, superprotetti nei loro abitacoli, rappresentano un gruppo ristretto mentre di alpinisti il mondo per fortuna è pieno. E poi vai a sapere quanti si ammazzano gareggiando nei rally o in competizioni “minori”…
    Accolgo comunque ben volentieri l’invito di Forno a martellare sull’argomento, scusandomi se urto la suscettibilità di qualcuno fra gli alpinisti che si sente martellato. C’è bisogno di una tregua? Alcune sciagure pongono in effetti imbarazzanti domande alle quali Forno cerca di dare risposta nel suo documento. Non nascondiamoci dietro un dito.
    Ma si, l’alpinismo non può continuare a trasformarsi in un gioco di fantasmi che ormai non appassiona più nessuno. “Di fronte al dolore causato dall’ennesima tragedia che ha avuto come teatro il Pilone Centrale del Freney, nel Gruppo del Monte Bianco”, spiega Forno nel citato documento che ha per titolo “La montagna per la vita” (andatevelo a leggere su Gogna blog), “ho sentito un rabbioso bisogno di alzare ancora di più la voce. Sarà che di dolore ne ho già visto troppo, sarà che non concepisco più che un ambiente dove si va per Vivere con la V maiuscola diventi troppo spesso terreno di morte”.
    Qualcosa si deve e si può fare allora, oltre ad alzare la voce come fa Forno e senza ricorrere a divieti. Ma che cosa? Più di dieci anni fa Joe Simpson, autore dello straordinario best seller “La morte sospesa” (Vivalda, 1998), si è detto convinto nel “Richiamo del silenzio” (Mondadori, 2003) che “una punta acuminata che sporgesse dal volante a dieci centimetri dal petto del guidatore” sarebbe il dispositivo di sicurezza più efficace per ridurre gli incidenti sulla strada. Cinture vietate, naturalmente. “Più o meno”, ha concluso, “la stessa cosa è accaduta nell’arrampicata. Il miglioramento dei materiali e delle attrezzature concorre a rendere le salite più difficili e pericolose. E’ un circolo vizioso, magari divertente”.
    Il circolo vizioso di cui parla Simpson, bisogna ammetterlo, si è innescato con la nascita dell’alpinismo. De Saussure nei “Voyages dans les Alpes” asseriva che correre un rischio porta in sé il proprio compenso: mantiene viva la “costante agitazione” del cuore. “Da quel momento”, spiega oggi lo scrittore alpinista inglese Robert MacFarlane (“Quando le montagne conquistarono gli uomini”, Mondadori 2005), “la ricerca del rischio, il deliberato mettersi in condizioni di provare paura divenne cosa desiderabile: un genere di lusso”.
    D’accordo, il destino tende agguati tremendi anche quando il rischio non lo si va a cercare, non lo si corteggia. Si va in pensione, si crede di avere ritrovato la libertà dopo avere tanto tirato la carretta e, come racconta quel tale su uno dei tanti blog alpinistici, si è ghermiti da una tremenda malattia. D’accordissimo. Ma vi assicuro per esperienza personale che talvolta dalle tremende malattie se ne esce, pur tra indicibili sofferenze, con un pizzico di fortuna e con i determinanti contributi dei bravi medici. E si torna a vivere.
    Leggo ancora nel libro di MacFarlane (che di rischi da bravo alpinista ne ha presi, più o meno consapevolmente, parecchi), un particolare che mi colpisce. Nella buona stagione, spiega, a Chamonix muore in media in montagna una persona al giorno. ”Ma di queste assenze non ce ne accorgiamo”, osserva.”Nei bar non si vedono posti vuoti gelosamente protetti dagli amici in lacrime, per le strade non si incontrano parenti straniti, distrutti dal dolore. Unico indizio è il rombo degli elicotteri del soccorso. Spesso si vede qualcosa penzolare sotto l’elicottero in volo. Di solito è un sacco di immondizia; a volte un sacco che contiene un cadavere”.
    Forno vorrebbe suggerire che per sentirsi vivi non è necessario mettersi nelle condizioni di finire in quell’orrendo sacco di cui parla MacFarlane, anche se tanta gente questo inconsciamente sembra cercare. La vera sfida è cercare sempre più di non farsi mettere nel sacco, in quel sacco.
    Non si fa troppe illusioni l’amico Oreste, ma nel tracciare un primo bilancio di questa sua missione non certo velleitaria si compiace che se ne sia parlato su Mountain blog, che il suo appello abbia acceso dibattiti nella rete, che Giovane Montagna annunci di pubblicare il documento facendo seguire un forum, che anche Mountain Wilderness abbia chiesto di poterlo pubblicare, e che analoghe richieste gli siano arrivate dal Cai di Vittorio Veneto, dagli Annuari di Bergamo e di Sondrio.
    E’ importante che se ne discuta. Forza Oreste, non ti arrendere. Siamo in tanti (o no?) a pensarla come te.
    Roberto Serafin

  41. Poi vorrei dire anche un’altra cosa. Tanto… tanti nemici, tanto onore!

    Chi condanna queste imprese… suicide… e professa una montagna… giusta… non vorrei che in verità fosse poco sincero e in verità nascondesse una certa incapacità per impegnarsi in un certo tipo di alpinismo.
    Cioè vorrei farlo ma in verità non sono capace, non ne ho il coraggio, ecc.
    E allora che faccio? Condanno l’alpinismo, quello vero!! Cercando di descrivere gli alpinisti… quelli veri… come dei suicidi, dei votati alla morte, attribuendogli la carica di ambasciatori di morte.

  42. Dopo aver letto l’articolo del Sig. Serafini, dove è anche citato quello che avevo scritto del mio amico che si è ammalato dopo essere andato in pensione… “quel tale”… sono io.
    Mi sono proprio arrabbiato. Mi arrabbio perché qui in modo subdolo e violento si sta facendo della pubblicità negativa nei confronti dell’alpinismo, facendolo passare come un’attività di morte, e si limita la libertà delle persone.
    Si ha il coraggio di scrivere che “non appassiona più nessuno” quando poi i primi a scrivere grandi cavolate sugli incidenti in montagna sono per primi i giornalisti. Che spesso e volentieri non sanno di cosa scrivono. Che non scrivono quasi mai la verità dei fatti. Soprattutto si va in montagna per appassionare se stessi e non certo gli altri.
    La montagna è bella perché ognuno la vive a modo suo. A ognuno di noi fa provare emozioni diverse. C’è a chi basta guardare un fiore, un paesaggio, passeggiare su un sentiero, c’è chi invece ha bisogno di avventurarsi nei posti più complicati e anche pericolosi.
    A ognuno il suo!! In base alle proprie esigenze, capacità, sensibilità e gusto dell’avventura.
    Come ho già scritto siamo esseri diversi e pensanti. Non siamo fatti con la fotocopia e abbiamo bisogni diversi. Ognuno di noi dà un valore diverso alle cose e anche alla vita.
    Se non te la senti di fare certe cose oppure non le condividi, non le fare! Nessuno ti giudica. Ma non cercare di impedire a me di farle.

  43. Concordo pienamente con il commento di Vatteroni.
    Io non potrei aggiungere altro se non che chiedere al moderatore di questo blog di tenere ancora in evidenza in prima pagina del blog l’articolo di Forno sia per l’importanza dell’argomento che per l’interesse suscitato nei lettori.

  44. Riflettendo sul pensiero espresso da Heidegger nella sua opera “Essere e tempo” riguardo L’essere-per-la morte (a proposito ringrazio Paola per averlo proposto) non posso non considerare l’espressione “a volte si muore” – usata da Forno nel suo articolo – come un luogo comune.
    A proposito del “si muore” Heidegger afferma: “Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma dei Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno. Il morire, che è mio in modo assolutamente insostituibile, è confuso con un fatto di comune accadimento che capita al Si. Questo tipico discorso parla della morte come di un “caso” che ha luogo continuamente.”
    Forno conclude il suo articolo con “il pensiero di poter trovare il modo di aiutare chi va in montagna a non morire. Giunti a questo punto, credo di poter dire che la cosa migliore da fare, e forse l’unica, sia una sola: parlare della possibilità di morire in montagna.”
    Sono d’accordo nel parlarne ma come possiamo scrollarci di dosso un’ “imminenza che sovrasta”?
    Parlando della possibilità di morire in montagna potremmo superare la possibilità della morte in montagna?
    Sempre Heidegger a proposito della possibilità della morte dice: “Nella sua qualità di poter-essere, l’esserci non può superare la possibilità della morte. La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. Come tale è un’imminenza sovrastante specifica. Questa possibilità più propria, incondizionata e insuperabile, l’esserci non se la crea accessoriamente e occasionalmente nel corso del suo essere. Se l’esserci esiste, è anche già gettato in questa possibilità.”
    Quindi non possiamo superare la possibilità della morte.
    Possiamo però superare la possibilità della morte in montagna e la soluzione non può essere che una sola e priva di compromessi: non andare in montagna.

  45. Oltre a concordare appieno con CRISTINA BACCI, che ha sintetizzato perfettamente la questione vorrei ancora capire se si parla di alpinismo o di che altro…?
    Perché altrimenti tutto ci può stare ma non si parla di alpinismo quando si considera una lista “X” un elenco di persone che hanno scritto pagine importanti in questa attività e non si chiedevano certo come siano i bollettini né se qualche turista della domenica avrà da dire qualcosa nel caso gli andasse male…
    Come detto, sempre che si parli di alpinismo, altrimenti per divagare e sferrare calci nel sedere a chi “non vuole capire” (che qualcuno qui sta parlando di altro e non certo di alpinismo) ci sono migliaia di forum dove si può dire qualunque cosa e trovi di sicuro chi ti dà ragione…
    Ed evitiamo per non scadere nel volgare di citare persone che non possono dire la loro, anche se citazioni di bassa fatta come quella letta su Marco possono far capire lo sviluppo cerebrale di una persona!

  46. Buongiorno.
    Mi spiace doverlo dire (non è simpatico) ma chi si affida totalmente ai bollettini valanghe o, PEGGIO!, a quello che dicono giornali e tv, secondo me, in montagna ci va poco e ne sa ancora meno.
    La valutazione del manto nevoso va fatta sul posto ed è assolutamente necessario essere in grado di farla. Ciò che dice il bollettino è puramente indicativo. Spesso basta spostarsi di 30 km per trovare condizioni completamente diverse. Chi fa i rilievi (almeno in Veneto) fa quello che può, trovandosi sempre più senza… soldi!
    Non parliamo poi delle cretinate che sparano in tv o sui giornali: meno ne sanno e più pontificano. E’ uno sport molto praticato in Italia.
    Nessuno va in montagna per ammazzarsi, soprattutto tra quelli che hanno una vera passione. Io tutta sta gente che rischia a tutti i costi non la vedo! Semmai ci sono quelli che non si rendono nemmeno conto di quello che stanno facendo. Di solito sono quelli che poi chiamano il soccorso perché si sono persi, hanno le vesciche, sono stanchi, ed altre amenità. Ma questa è un’altra storia.
    Non bisogna mai dimenticare che non sempre gli incidenti avvengono per un errore. Spesso (più spesso di quanto si crede), si è semplicemente SFORTUNATI. Può darsi che Anghileri sia stato sfortunato, si sia trovato nel punto sbagliato al momento sbagliato e sarebbe ora di lasciarlo riposare in pace!!! Non si può prevedere tutto e non esiste la sicurezza totale, né in montagna né altrove.
    Per quanto riguarda il soccorso, finiamola con la storia dei poveri soccorritori perchè non se ne può più!
    Alcuni sono effettivi e VENGONO PAGATI. Fanno quel lavoro lì. Amen.
    Altri sono volontari e non sono obbligati ad intervenire. Se decidono di andare avranno i loro motivi.
    Chi si fa male paga un contributo. Chi è stanco, ha freddo o si è sbucciato un ginocchio paga per intero. Ormai è così in tutta Italia.
    Saluti

  47. Mi sembra di capire che molti non capiscano. Anzi non vogliono capire il senso di queto discorso partito da Oreste e seguito da molti di noi. NESSUNO vuole vietare. NESSUNO vuole mettere divieti. Ma se per esempio qualche comune mette una ordinanza di divieto per pericolo o se i bollettini meteo/valanghe danno pericoli è da idioti fare i fighi… o no? sinceramente non me ne frega nulla se qualcuno di voi ha fatto 28-30-100 ripetizioni o solitarie o vie nuove o che cazzo… oppure se ne è andato solamente su una via normale di qualche tremila o quattromila… o una escursione. Le si facciano tutte queste cose, con la giusta preparazione, con la giusta attenzione, con la testa e con la capacità a volte di rinunciare… e basta portare ad esempio i mostri sacri per dare voce al “si può e si deve fare lo stesso”… perché ci sono altri che non sono tornati a casa e allora mi metto a fare elenco di questi? Basta. cerchiamo una volta per tutte di capire il senso delle cose. Anche il continuare a parlare di Marco non va troppo bene secondo me… Permettetelo però un commento: era preparatissimo, era il migliore, aveva testa, coscienza su quello che andava a fare… ma ha corso dei rischi anche in allenamento che non hanno senso secondo me e postando su facebook… e io so di preciso che molti “normali” nonostante un pericolo marcato di valanghe o ordinanze comunali o tg che allertavano o addirittura rifugi chiusi per non invogliare a salire per via dei rischi… hanno detto “se ci è andato lui che conosce allora sono esagerati gli avvertimenti”… e molti sono andati. Non voglio fare alcuna polemica ma prendo solo come esempio quello che più volte avete riportato voi e non venite a dire che sto dicendo “se l’è cercata” oppure “dopo tanti rischi prima o poi”… ma in questo caso se uno è comunque libero di fare ciò che vuole, almeno l’esempio lo dia corretto perché l’emulazione (soprattutto se sbagliata) non va bene. E ripeto, come credo che intenda anche Danilo, nessuno vuole divieti e nessuno deve vietare niente a nessuno e ognuno è libero ma magari si vuole solo fare una “taratura” dei propri strumenti di misura e valutazione. E condivido anche il discorso sul soccorso alpino volontario… io se fossi in loro, dopo molti recuperi di incidentati partirei coi calci nel culo… volontari che rischiano la vita per qualche idiota…

  48. Soltanto un breve cenno storico alpinistico (ma parliamo di questo?) più che altro per Danilo Genovina, perché credo che per fare alpinismo e non essere soltanto un turista montano sapere di ciò che si sta parlando sia importante:
    28 luglio 1911: Paul Preuss, il “Cavaliere della montagna”, scala in solitaria la parete del Campanile basso nelle Dolomiti di Brenta seguendo una linea che per difficoltà all’epoca era impensabile… VOLEVA FARE IL FIGO…
    1936: Emilio Comici la ripete nello stesso stile.
    1937: Emilio Comici ripete la sua via alla parete nord dell Cima Grande di Lavaredo in 3 ore e 3/4 in solitaria (parzialmente auto-assicurato)…
    VOLEVA FARE IL FIGO…
    e questi sono alcuni dei classici
    Claude Barbier (nome ignoto…?) ne scalerà parecchie anche in prima ripetizione tipo la Comici-Benedetti alla nord-ovest del Civetta.
    Renato Casarotto, basta ricordare il Diedro Cozzolino al Mangart e non serve altro anche perché la lista sarebbe lunghissima.
    Lorenzo Massarotto, celebri le sue solitarie sulle Pale di San Lucano… e non solo…
    Reinhold Messner variante d’uscita della via Vinatzer in Marmolada… e non solo…
    Alessandro Gogna moderatore di questo Blog che ne compie svariate già agli inizi carriera e non si ferma fino a pochi anni fa…
    e sono solo alcuni che VOLEVANO FARE I FIGHI…
    Maurizio Zanolla (Manolo) ne apre nuove una decina oltre alle più svariate ripetizioni.
    Ivo Ferrari che ne ha salite a decine.
    Heinz Grill ormai noto più che altro per le sue vie alla portata di tutti in val del Sarca che ha un carnet di solitarie da far rizzare i peli… tra tutte basta la Ezio Polo in Marmolada.
    Tra gli ultimi exploit Hansjoerg Hauer che ha salito il mito slegato… “Weg durch den Fisch” o più semplicemente il Pesce in Marmolada.
    Tutti a VOLER FARE I FIGHI…
    E sono solo alcuni nomi per il qual motivo mi scuso con tutti quelli che non ho elencato, cosa probabilmente impossibile da fare visto che la salita solitaria fa parte dell’alpinismo, è la sua versione più pura, e scalano moltissimi in questo stile, anzi oserei dire che spessissimo è uno dei massimi risultati al quale moltissimi alpinisiti aspirano.
    Mi ci metto pure io tanto per la cronaca, con 28 ripetizioni tra le quali alcune prime ripetizioni e 6 vie nuove sempre free-solo
    ma … VOLEVO FARE IL FIGO…
    ALPINISMO NON è REGOLA NE’ DIVIETO, QUELLO VA BENE A CHI FA TURISMO E CREDE DI FARE ALPINISMO!
    Buona montagna

  49. Buonasera.
    Ho letto una frase che mi ha non poco angustiata: “non scalare una parete rocciosa se non si è legati e imbragati”.
    AIUTO! Sarei in galera da anni…
    Sono contraria ai divieti e sono favorevole al buon senso. Concordo in pieno col Sig. Massimo Bursi che ha fatto una sintesi perfetta.
    Se dovesse capitarmi un incidente, non mi preoccuperei certo di quello che pensa la gente di me. Perché preoccuparsi tanto? Ognuno pensa quello che vuole. Anche questa è libertà. Non mi fa sentire a disagio essere indicata come incosciente solo perché ho la passione per la montagna. C’è gente che me lo dice apertamente. Avranno fatto i loro ragionamenti, che sono assolutamente liberi di fare. Tanto mi lasciano nella più totale indifferenza.
    Leggendo gli interventi precedenti mi sembra che, fondamentalmente, ci siano 2 correnti. C’è chi non vuole vincoli (e mi ci metto anch’io) e c’è chi pensa che divieti e regolamentazioni possano essere utili per limitare gli incidenti. La sicurezza totale, in montagna come in auto o in casa, non esiste. È un’illusione. Purtroppo molti ci credono e le aziende che vendono materiale ci marciano alla grande!
    Chiudo con un pensiero alle mamme. La mia ha 80 anni e vive in Romagna. Di solito ci sentiamo 2 volte al giorno, anche quando sono in giro per i monti. Ma quando vado a trovarla e faccio 350 km, di cui parecchi sulla famigerata SS 309 Roma, mi chiama ogni ora…
    Buona serata e state sereni

  50. Estremizzo… ma in alpinismo valgono 2 regole:
    1) cercare di portare a casa la pelle – sempre!
    2) vietato vietare – sempre!

  51. …”Come dovrebbe essere vissuta la montagna”… ma questa affermazione è AUTORITARIA!!
    Secondo te e secondo Forno c’è una regola giusta e sbagliata per vivere la montagna. E quella GIUSTA è la vostra!!
    Inquadrati e coperti; mutismo e rassegnazione… come a militare.
    La montagna la VOGLIO vivere e non la DEVO vivere. E la voglio vivere secondo la MIA mentalità, secondo la MIA etica, il Mio stile, le mie capacità tecniche, fisiche e mentali. Perché non siamo tutti uguali. Siamo esseri diversi, liberi e pensanti. E non secondo un sistema codificato da una commissione di giusti… a cui tutti ci dovremmo attenere.
    L’alpinista è come un artista e si esprime in base al suo modo di concepire e realizzare un’opera d’arte. Una salita è come un’opera d’arte rispecchia la personalità di chi la realizza. E l’arte è libera.

  52. Leggo: “… fare capire come dovrebbe essere vissuta la montagna”.
    Questo “dovrebbe” risponde all’etica del “dovere”. Tu devi!
    Io vivo la montagna secondo l’etica del “volere”! Io voglio.

  53. Non continuo la discussione in quanto mi sembra di essere frainteso, il mio intento era condividere a pieno ciò che è sostenuto da Oreste Forno. Sig. Alberto, va bene la solidarietà ed è giusto che ci sia, ma quando un Soccorso Alpino viene movimentato, faccio un esempio, per uno stupido bloccato in parete perché pensava di farcela ma invece mancandogli allenamento ed esperienza ha voluto fare ugualmente una cosa più difficile di quello che poteva fare, è giusto fare pagare l’intervento, la prossima volta ci penserà su più volte prima di rifare una scemata del genere. Un altro stupido, su un ghiacciaio senza ramponi, scivola e si rompe una gamba, interviene il Soccorso Alpino e anche qui paghi, così un’altra volta sul ghiacciaio ci vai con l’attrezzatura adeguata e non metti a rischio la vita di questi Grandi Soccorritori che si dannano l’anima tutto l’anno per intervenire per cercare di salvare la vita alle persone.
    Tornando alla tragica scomparsa di Marco Anghileri non so come sia andata, sottolineo solamente il fatto che certe cose a volte potrebbero anche essere evitate e spesso nella foga di fare un qualcosa di diverso che mai nessuno ha fatto, ci si dimentica che a casa ci aspettano, moglie, bimbi, genitori, amici, questo lo vogliamo capire?
    Rispetto tutti i Vostri preziosi interventi anche se diversi dal mio pensiero e ripeto che non è il mio obiettivo fare cambiare idea alle persone ma fare capire come dovrebbe essere vissuta la montagna.
    Saluti

  54. Sono stato 20 anni nel Soccorso Alpino e non ho mai pensato di farmi pagare da chi andavo a soccorrere perché ho sempre pensato che una volta o l’altra ne avrei potuto avere bisogno anch’io.
    Evviva la solidarietà…
    Che epoca di merda che stiamo vivendo. Sono proprio fuori luogo e tempo…
    Visto che Oreste Forno ha iniziato il suo discorso prendendo a esempio l’incidente di Marco Anghileri, vorrei ricordare che Marco non era senza le corde.
    Era impegnato in una cosa molto difficile per non dire estrema ma aveva preso tutte le precauzioni. Purtroppo le cose non vanno sempre come si vorrebbe. Forse Marco ha fatto un piccolo errore. Ripeto ERRORE!
    “Chi non ha mai sbagliato… scagli la prima pietra”… Forse è stato solo sfortunato. Ma non si possono fare certe affermazioni perché si corre il rischio di accusare una persona di superficialità, cosa del tutto ingiusta!! Perché Marco, ripeto fino alla nausea, si è preparato a questa IMPRESA nei minimi particolari e portandosi dietro tutta la necessaria attrezzatura.
    Che vogliamo fare, VIETARE l’alpinismo solitario??
    L’alpinismo è pericoloso? Sì, lo è!! Allora vietiamolo in toto, punto e basta!! In fondo a cosa serve? C’era qualcuno che scriveva “conquistatori dell’inutile”…

  55. Capisce che però obbligando una persona a legarsi e ad imbragarsi su una parete rocciosa limita sicuramente il rischio di caduta e non può dirmi di no, vero? Il mio intento è quello di passare il messaggio di Oreste Forno, nella speranza che se ne parli il più possibile e che possa servire a più persone, il tutto senza pretendere di fare cambiare idea a chi non la pensa come me e Oreste Forno, ci mancherebbe, ogni pensiero è sempre ben accetto, anche se questi non vanno nella stessa direzione.

  56. Sig. Genovina, se lei ritiene che il mio intervento sia fuori luogo è in errore.
    Gli incidenti accaduti a coloro che scattavano fotografie sono accaduti “sul luogo” in montagna. Non è anche questo “morire”?
    Quindi calza alla perfezione ed è perfettamente inerente al “problema” sollevato da Forno.
    Inoltre lei vorrebbe “vietare” di scalare una parete senza essere legati e imbragati (dalle pareti rocciose sono volati anche coloro che erano legati e imbragati) eliminando con un solo colpo di spugna la disciplina del “free solo” e mettendo in discussione ciò che di più puro vi è nell’alpinismo.

  57. Divieti come ad esempio:
    – non scalare una parete rocciosa senza essere legati e imbragati

    obblighi come ad esempio:
    – uso del caschetto nell’arrampicata

    Sig. Vinicio, il Suo intervento “Sig. Genovina potrebbe lei accettare un divieto di scattare fotografie in montagna?”
    secondo me è fuori luogo, sto parlando di divieti per evitare possibili incidenti o infortuni, gravi o meno gravi che siano e a volte mortali. Invece ci sono incidenti “stupidi”, ad esempio percorrere un ghiacciaio senza ramponi quando poi la persona cade, si fa male, deve fare intervenire il Soccorso Alpino. Questo non è un incidente “stupido”? E’ intelligenza questa da parte della persona che non ha messo i ramponi?
    Io farei pagare anche gli interventi fatti dal Soccorso Alpino a quelle persone che affrontano la montagna con negligenza, ad esempio, resti bloccato in parete e non riesci a continuare la scalata perché non hai più le forze e non sei allenato, bene, ti vengo a prendere a paghi a pieno l’intervento, questi comunque sono altri argomenti che vanno al di fuori di quanto detto inizialmente da Oreste Forno in questo topic.

  58. Sig. Genovina, potrebbe lei accettare un divieto di scattare fotografie in montagna?
    Eppure sono successi incidenti in merito e anche mortali. Persone che sono precipitate dalla vetta mentre scattavano foto sia in periodo estivo che invernale.
    Concentrati sull’apparecchio fotografico e sull’inquadratura, è sufficiente un attimo di estraniamento e distrazione per fare qualche passo e inciampare oppure scivolare e inevitabilmente precipitare.
    Possiamo questo ritenerlo un incidente stupido?
    E quale sarebbe al contrario un incidente “intelligente”?
    Non vi sono incidenti stupidi o incidenti intelligenti. Vi sono solo incidenti lievi, più o meno gravi, e mortali.
    E anche questo tipo di incidente (anche se non frequente) rientra tra le possibilità di morte in montagna.

  59. Danilo Genovina dice: “Per quanto riguarda i divieti sicuramente alcuni potrebbero salvaguardare la vita e magari prevenire stupidi incidenti.”
    Sarebbe utile che li elencasse.

  60. La libertà di godere la montagna ci sarà sempre, almeno lo spero, altrimenti ci dovessero togliere anche quella, saremmo proprio giunti all’assurdo. Io e Lei Sig. Alberto la pensiamo diversamente in merito all’argomento ma sempre nel rispetto reciproco e ascoltando il parere di ognuno, se pur non uguale al proprio. Rispetto che ci dovrà sempre essere nei confronti della montagna e in tutti coloro che la praticheranno. Per quanto riguarda i divieti sicuramente alcuni potrebbero salvaguardare la vita e magari prevenire stupidi incidenti e così facendo limiterebbero anche tutti quegli interventi effettuati dal Soccorso Alpino dovuti alla superficialità delle persone nell’affrontare la montagna.

  61. Va bene. Abbiamo discusso, ci siamo confrontati, ognuno ha espresso le sue idee e ognuno è rimasto sulle proprie! Il bello della montagna, dell’alpinismo è anche questo: ci sono tanti alpinismi quanto sono gli alpinisti. Evviva l’anarchia alpinistica che però per me deve avere un limite. Quello di non invadere la libertà di godere la montagna secondo le proprie personali convinzioni.
    E’ questa la mia paura di oggi, tempo della mania della sicurezza. Del resto prima si entra in costa… “invito a riflettere”… poi ci si allarga… “DIVIETI”.

  62. Condivido pienamente quanto scritto da Francesco, qui non si vuole proibire niente a nessuno e tanto meno di andare in cima all’Everest, ci mancherebbe, ognuno appunto è libero di fare quello che vuole; il discorso è di sensibilizzare e cercare di godersi al meglio la montagna, cercando di prendere meno rischi nell’affrontarla, cercando sempre di percorrerla in piena sicurezza, magari legandosi e mettendoci più tempo ma almeno poi di tempo ne avremo ancora tanto a nostra disposizione e per goderci la vita, invece non legandosi per fare più in fretta ad arrivare in cima, col rischio poi di non avere più tempo per la propria vita in quanto si è sotto terra con un mazzo di fiori in mano. Ecco, questo non ha proprio senso. La montagna va vissuta, va goduta ma non va conquistata a tutti i costi, bisogna saperci rinunciare a volte, tanto lei è sempre lì pronta ad accoglierci e a regalarci grandi emozioni, grandi panorami e grandi gioie. Io dell’imbecille lo do a chi affronta la montagna senza le dovute sicurezze, ponendo così a rischio la sua vita e spesso anche quella degli altri e qui posso anche dire che in caso di tragedia che se l’è proprio cercata, poi ripeto, ognuno della propria vita faccia quello che vuole ma resti sempre un imbecille se affronti la montagna con superficialità e più che altro se metti in pericolo la vita degli altri. Se io sono su una parete ben saldo e ben legato e uno sopra di me fa lo spavaldo o il figo affrontandola senza corda per fare vedere che lui è forte e potente ma poi cade e tira giù anche me, ecco, altro che dargli dell’imbecille!

  63. E bravo Francesco Jerry Colombo!
    Non lo dico ironicamente, ma “per sul serio”…
    Quello che pensi può certamente essere condivisibile ma… PUO’ e non DEVE…!
    E’ questo il punto nodale.
    Ognuno deve essere libero di scegliere la propria esistenza con bene e male, annessi e connessi senza che qualcun’altro lo indichi per strada o lo tacci di imbecillità o tanto altro ancora…
    Vivi e lascia vivere, a me la montagna questo ha insegnato e non credo di essere stato un cattivo allievo…

  64. Forse avranno poco senso per te (Francesco) ma dopo 30 anni e più di alpinismo credo di avere una certa maturazione (vecchiaia), anche facendo errori e molte rinunce.
    Ti posso assicurare che qui da noi chi muore in montagna si prende dell’imbecille per il semplice fatto che andare in montagna non è necessario. Ma qui siamo in Toscana in riva al mare e la cultura per la montagna non è certo quella delle regioni alpine.
    Ti assicuro che quando uno affoga in mare o muore con la moto a 200 all’ora nessuno al lavoro mi fa le battutine. E’ un fatto di cultura.

    “Viverla in modo più ragionato”… vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Certo che prima di partire valuto le condizioni della montagne e anche le mie. Certo che quando sono sul posto se un pendio lo valuto valangoso, quindi pericoloso mi rigiro. La cima a tutti i costi sono d’accordo anche io che non ha senso, se non quello che prima o poi ci rimetto la pelle. Ma un incidente può sempre capitare. Perché nonostante tutta la prudenza e la preparazione, non possiamo prevedere tutto.
    Allora che dobbiamo fare. Dobbiamo rinunciare a priori di impegnarci in certe avventure? in certe imprese?
    Una solitaria è pericolosa. Lo è ancora di più se le difficoltà sono superiori alle proprie capacità, se le condizioni della montagna non sono delle migliori. Ma anche se mi lascio dei margini e se le condizioni sono più che favorevoli una solitaria resta comunque pericolosa, punto!!
    Allora come ci dobbiamo comportare? Secondo il tuo ragionamento non sono da fare!
    Pensi che Marco quando ha deciso di affrontare il Pilone da solo e d’inverno non abbia “RAGIONATO”? io penso di SI!!
    Eccome se ha ragionato, erano anni che pensava a questa salita e si preparava. E quando ha deciso di andare ha scelto un periodo di tempo stabile per diversi giorni. Si è portato tutta la necessaria attrezzatura e anche un cellulare con il quale restava in contatto con amici.
    Le grandi imprese hanno dei rischi da affrontare che è chiaro che devono essere calcolati e si deve essere preparati anche alla rinuncia, altrimenti si gioca alla roulette russa, ma non possono essere completamente eliminati.
    Se l’uomo non avesse corso dei rischi forse non sarebbe arrivato sulla luna. Forse i Vichinghi non sarebbero arrivati in America.
    Quanto alla mia mamma è chiaro che si preoccupa per me. Anchio mi preoccuperei, ma lei come tanti altri non lo capisce perché vado in montagna.
    Pensi che te ti capiscano? che tutti capiscano il tuo bisogno di andare in montagna?

  65. Nessuno dà dell’imbecille a nessuno anzi… solo i paragoni che tu fai (Alberto) hanno poco senso. Malattia? Certo, se uno fuma o si droga sa a cosa può andare incontro e anche per questo ci sono avvisi e campagne di sensibilizzione: poi ognuno come ho già detto è libero. Le altre malattie forse è meglio non chiamarle in causa no?
    Lavoro? certo, se uno rinuncia alle protezioni forse… ma può succedere e non perchè lo si va a cercare.
    Incidente stradale? certo, se uno si ubriaca o va a 200 all’ora forse i rischi aumentano ma anche in questo caso forse ci gioca di più la casualità.
    Se affoghi al mare? Certo, può succedere per vari motivi ma se ci sono onde alte due metri o c’è la bandiera rossa forse non è il caso…
    La stessa cosa secondo me vale per la montagna. Nessuno dice di non andarci più ma è il come che forse va rivisto. Non si può proibire la montagna e ci mancherebbe, ma se voglio andare per monti quando vi è pericolo valanghe marcato e ai tg avvisano di essere prudenti forse un pensierino lo si potrebbe fare prima di partire, no?
    E ripeto fino alla nausea… ognuno è libero. Nessuno di noi sta cercando di vietare la montagna ma di viverla in modo più ragionato per evitare incidenti gratuiti.
    E ricordiamoci che la montagna non è assassina ma va conosciuta, rispettata, ascoltata… senza paraocchi (tanto a me non succede nulla) oppure perché sono forte (ma il pericolo oggettivo non guarda se sei forte o no e quindi perché mettere altra benzina sul fuoco dei rischi?).
    E credo che alla tua mamma non interessi cosa dice la gente… ma interessi che non succeda nulla a suo figlio.
    Così come i miei genitori, o amici, o figli o moglie… anche per rispetto a loro e per amore loro devo cercare di evitare di andare a mettermi nei casini senza motivo o perché esagero. Poi è certo che se mi capita qualcosa dopo essere stato avvisato ma ci sono andato lo stesso e qualcuno mi dà dell’imbcille… prendo e porto via, ringraziando il destino magari per essermi fatto solo un po’ male. Io ci vado e ci andrò sempre in montagna. Non me ne starò sul divano a guardare la tv o al bar a bermi una birra (beh sì, magari dopo una bella salita…) ma la discussione che qui è partita non è sata fatta per giudicare o proibire o criticare… solo sensibilizzare sul modo… Che si parli delle Grigne o di Himalaya.
    Come sulle sigarette c’è scritto che nuociono alla salute, forse anche ascoltare i bollettini meteo/valanghe o eventuali divieti provvisori di salita o valutare se la salita che si sta facendo è alla prtata delle proprie capacità… In tutti i casi uno è libero se fumare o se andare comunque… ma è anche libero di smettere di fumare o di tornare indietro e ritentare un’altra volta.
    Stefano e Alberto, ognuno è libero di fare come e ciò che vuole. Sempre. E la paura di cui palavo io non è la paura che fa tremare le gambe (allora sì che torno indietro, cazzo…) ma quel giusto metro di misura che mi permette di valutare meglio le situazioni. Io non metto via piccozza e ramponi no, mai, la montagna è la mia passione. Ma cercherò di utilizzarli al meglio e nel momento e modo che credo (o mi hanno consigliato) essere i più giusti.

  66. Concordo totalmente su quanto scritto da Stefano.
    E’ veramente incredibile, si accetta, si comprende la morte dovuta a tante cause: sul lavoro, per una malattia, per un incidente stradale, se affoghi al mare mentre ti fai il bagnetto.
    Ma se muori in montagna a scalare, te la sei andata a cercare e sei un emerito imbecille.
    Io abito in Versilia tra il mare e le Apuane. Se un turista affoga d’estate mentre fa il bagno, nessuno dice nulla, anzi… “poverino”… “purtroppo”… Ma se uno muore in Apuane, ecco che partono le polemiche: “Montagna assassina”, “se l’è voluta”, “ma che ci vanno a fare”…
    Qualcuno subito vorrebbe chiudere la montagna perché pericolosa mentre le spiagge non le chiude nessuno.
    Dopo un incidente in montagna appena arrivo al lavoro ecco subito arrivare le battutine: “Ne è morto un altro”…
    Se poi muori sul lavoro allora sei un eroe. Come se la morte sul lavoro fosse giustificata, messa in conto. Invece di lavoro si dovrebbe vivere e non morire, perché il lavoro dovrebbe servire a vivere!!
    Anche la mia mamma me lo dice: “Se poi ti succede qualcosa, chissà cosa dirà la gente”…
    Che sia solo un fatto di mancanza di cultura di montagna?
    La montagna è vita, ma una vita secondo le personali convinzioni, sensazioni, emozioni. Come ognuno di noi la vuole vivere e non come ti vorrebbe imporre qualcuno. La vita va vissuta senza la paura di morire, senza vivere nell’attesa della morte stando sotto una campana di vetro. Oggi viviamo il tempo della “messa in sicurezza”, della “rivalutazione”, della “programmazione”, delle “risorse umane”, della “riqualificazione”. Insomma siamo nella civiltà della minestra pronta e mangiata. Con la scusa che siamo un costo per la società vorrebbero proibirci tutto.
    Tutto questo a me non piace, non mi appartiene.

  67. Leggendo questo articolo di Forno, ho pensato di vendere la mia roba, anzi, la butto via sennò qualcuno si fa male di sicuro… e con quella butto via il sogno, quel motore personalissimo, che può essere similare, ma mai uguale l’uno a quello degli altri, il quale traina la mia voglia di alpinismo…
    Poi ho voluto rigirare il coltello nella piaga ed ho letto ancora tutti gli interventi… non esco più da casa!
    Sono ateo e quindi arrivare in cima probabilmente è un’offesa a dio per il quale tante croci sono state incarnate alle cime (sarebbe interessante un post sull’argomento alla stregua dell’eliski)…
    Ho scoperto poi, grazie alle parole di eminenti psicologi (non è dato sapere quali e comunque se uno è psicologo sappiamo che detiene il titolo della verità…) e addirittura di Epicuro che il mio ateismo il quale vede la morte come un passo inevitabile della vita è sbagliato, perchè come predicavano i preti erranti medievali: “Ricordati che devi morire!”
    Non parlo poi delle solitarie per le quali probabilmente al mio approdo all’eden o magari al nirvana (chissà che tra divinità magari prima o poi si accordino…) verrò come minimo additato se non fustigato perchè ho fatto le cose “con foga e senza testa”.
    Mi consola il fatto che non sarò solo e rivedrò qualche amico.
    Insomma sono ignaro dei rischi che corro, anzi proprio non li comprendo, perché credo di essere immortale… mi sfugge però come mai a volte sento quel pizzicorino al fondoschiena che fino ad oggi ho pensato fosse timore… mah… chiederò spiegazioni a qualche psicologo!
    Ho capito insomma che non puoi fare ciò che ti piace, che ti rende vivo, che ti dà modo di respirare la tua libertà e quindi la tua appartenenza a questo pianeta. NO! Non puoi farlo…! Non puoi sentirti in pace con te stesso, ma devi avere paura! Vivere una vita grigina o se magari grigio scuro ancora meglio, allevare figli, andare a messa magari, e poi puoi sempre giocare alle slot in qualche baretto, scolarti qualche tanica di alcoolici che sembra facciano meno male delle canne, fare un po’ di turismo sessuale con minorenni in Thailandia o a Cuba, guardare “Grande fratello” e spettegolare poi su facebook o similia… e anche tanto di più… tutte cose che attualmente mi sono sfuggite… ma mi rifarò…! C’è sempre tempo di rientrare sulla retta via no…???
    E per finire sono contento che adesso potrò anch’io mettermi dalla parte di chi difende la vita, potrò anch’io dire “quello se l’è cercata!!!” con cognizione di causa, potrò dire di aver capito tutto, perché adesso ho paura di morire…
    O magari invece no, magari continuerò sulla mia strada, continuerò a pensarla e a viverla diversamente questa vitaccia… continuerò ancora a pensarla come quel grande maestro non solo teatrale che fu Charlie Chaplin:
    “Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa piacere così come sei!
    Quindi vivi!
    Fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha anteprime di prova: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi!”

  68. “Le grandi imprese di solito si compiono a prezzo di grandi pericoli (Erodoto)”.
    La storia dell’alpinismo è costellata da grandi imprese.
    L’uomo è libero di scegliere e la scelta è solo sua e incondizionata. E’ assolutamente e completamente “libero” di decidere e stabilire il senso e i fini della “sua” esistenza.
    Se un individuo decide di compiere una grande impresa, conseguentemente sarà compiuta a prezzo di grandi pericoli e le responsabilità delle “sue” azioni necessariamente ricadranno solamente su di colui che in “assoluta libertà” ha stabilito di compiere.
    Nell’articolo leggo: “Montagna come mezzo” per dare un senso alla propria vita.
    A proposito del senso Sartre così diceva: “La vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla; sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che sceglierete”.

  69. Molto interessante leggere l’ultimo gran bel libro di Kurt Diemberger “SETTIMO SENSO”.
    Il settimo senso è per me il richiamo che ti induce a salire verso l’alto e che si contrappone alla voce che ammonisce e contrasta la prudenza suggerita dal sesto senso.
    L’alpinista, dice Diemberger, è spesso in bilico tra due pulsioni: quella che ti dice frena (il sesto senso) e l’altra, quella che ti sprona ad andare avanti, a osare (il settimo senso).

    Lì, in quel punto, sostiene Diemberger, c’è il timone della vita. Ma il timoniere in ogni caso sei sempre tu.

  70. Come sempre accade credo che la realtà di una discussione così importante stia sempre a metà strada tra le varie opinioni. Tutte sacrosante e corrette e poi comunque c’è la preparazione psico-fisica, le proprie capacità tecniche, l’obiettivo, la visione di come affrontare la propria avventura…. Un alpinista preparato e tecnicamente forte può ridurre i rischi soggettivi di una ascesa (quelli oggettivi no e qui arriva la capacità di valutazione…. e poi a volte il fato ci mette lo zampino). Il tutto è come individualmente si affronta ogni ascensione ma il fatto di saper valutare i rischi e saper tornare indietro diminuirebbe a tutti i livelli il numero di incidenti. Ci sono affetti, amicizie, relazioni, responsabilità anche da valutare e non può essere uno sponsor, o denaro, o orgoglio, o rischiare per essere al vertice che ci fanno perdere la visione ultima. Il saper tornare indietro è una vittoria, non una sconfitta. Una vittoria per la vita propria e per quella di chi si ama e ci ama e secondo me anche rispetto per se stessi e per i propri cari. Cassin e Messner stessi sono tornati indietro parecchie volte e sono diventati “vecchi” pur nella loro carriera costellata di rischi e difficoltà e ottenendo successi dopo più tentativi. Cassin diceva che la paura deve essere compagna di ascensione perchè aiuta a valutare la situazione e permette di non chiudere il cervello ma aprirlo valutando meglio le situazioni. Poi ripeto, il fato a volte ci mette lo zampino e può succedere in ogni frangente della vita e anche in escursioni semplici ma perché dare al fato una carta in più? Io per esempio sono tornato indietro questo inverno su una cima del leccese, il Due Mani, con mio figlio. Cima semplice, quasi priva di pericoli. Ero quasi in cima ma il pendio mi sembrava troppo carico di neve e anche se forse troppo prudente ho detto a mio figlio di fare dietro-front perché non ero sicuro. Mio figlio alle prime armi con ramponi e neve avrebbe voluto la soddisfazione della vetta ma… siamo tornati la settimana successiva con condizioni assestate e… dove eravamo tornati indietro vi erano i resti di un distacco (mini slavina) caduta in settimana. Certo forse non sarebbe successo magari il giorno della nostra ascensione ma perché rischiare un incidente quando si poteva tornare? E’ stata la scela giusta? credo di sì. Anche come esempio a mio figlio che la vita è più importante della via. E questo dovrebbe essere fatto anche da alpinisti di fama… l’esempio. Sul Grignone ho visto io coi miei occhi tornare indietro a metà salita un alpinista forte e conosciuto per aver salito tutti i 14 ottomila valutando pericolosa l’ascesa. Io ho preso questo esempio.

  71. Infatti scalare, salire in solitudine è una sensazione molto particolare. Solo te e la montagna, la natura. Le decisioni sono solo tue.
    Te lo immagini Walter Bonatti cosa deve aver provato quando da solo, in 5 giorni, a soli 25 anni, ha superato il pilastro sud-ovest del Dru e ha spostato in avanti di 20 anni la lancetta dell’alpinismo. Il grande alpinista inglese Doug Scott nel sul bellissimo libro “Le grandi pareti” lo definisce: “Bonatti era una perfetta macchina per arrampicare”.
    Cosa deve aver provato Bonatti quando ha trovato la soluzione per poter proseguire con il famoso lancio di corda.
    “La solitudine è indispensabile per l’uomo, perché acutizza la sensibilità ed amplifica le emozioni (Walter Bonatti)”.

  72. “Che ci invita a staccarci dalla terra per trovare in alto una risposta ai perché di questa nostra vita. Che ci offre la speranza di Qualcosa che va oltre questa vita.”
    Questa è una considerazione puramente “metafisica”.

  73. Potremmo considerare anche il fatto che a qualcuno non interessi la vicinanza ad una divinità e quindi raggiungere una vetta per godersi la sua “solitudine”.

  74. Cosa manca alle tue foto??

    Semplicemente mancano l’Everest e il K2, come forse mancherà il Cerro Torre e tante altre montagne dove non sei ancora stato. Che ne so, magari mancherà anche il Cervino. Oppure la modesta ma bellissima Pania della Croce.
    Ma non è una questione di classifica.
    Io il monte Procinto, piccola cima apuana, non lo cambieri con nessuna altra montagna. Perché a questa piccola e poco conosciuta cima ci sono legato con mille ricordi e mille emozioni.
    Però potessi, mi piacerebbe salire sul K2. Non perché è famoso o perché lo ritengo più importante del Procinto. Ma perché è una bellissima montagna e perché ancora non ci sono stato e penso anche che mi possa dare delle emozioni particolari che magari solo il K2 può regalare.

  75. Ci si può sentire vicino a Dio anche andando in cime meno impegnative e difficoltose, magari per andare ad osservare un’alba o un tramonto e qui di emozioni ne puoi provare tante anche senza essere in cima agli 8848 metri dell’Everest; io queste forti emozioni e a volte anche la vicinanza a Dio la trovo nella mia splendida zona, dove le cime sono a portata di tutti, di famiglie e di bambini.
    Qui un link di alcune foto delle mie escursioni, non voglio farmi pubblicità perché non ne ho bisogno ma vorrei fare capire le mie emozioni e quello che provo: https://picasaweb.google.com/114868639776495800393
    Cosa manca nelle mie foto rispetto a quelle fatte all’Everest, al K2, tanto per citare i due colossi più famosi al mondo?
    Io in sole poco più di 2 o 3 ore riesco a raggiungere questi fantastici posti che mi trasmettono e regalano tanto e ci posso portare anche i miei figli per fargli vedere quello che la montagna ci può regalare.

  76. …per cosa poi…
    Magari solo perché se ne sente il bisogno, l’attrazione.
    Magari perché come dice Armando Aste le montagne sono i pilastri del cielo e ti fanno sentire più vicino a Dio.
    Magari perché la lotta ti fa sentire vivo.
    Magari perché la prima solitaria ancora non l’ha fatta nessuno.
    ecc.
    I motivi possono essere tanti, ma sono personali e sono dentro di te.
    C’è chi lo sente questo bisogno e chi non lo sente.

    Certamente se lo fai solo per mantenerti lo sponsor (e penso che qualcuno lo faccia) allora è un altro discorso ed è molto pericoloso. Per te e per l’esempio che dai altri altri.

  77. Appunto, “per cosa poi”?
    fin che ti va sempre bene sei un grande, vieni osannato e spinto da tutti a superare sempre il limite di te stesso, quando non ti va bene?

  78. “….per cosa poi…”

    Alessandro Gogna 1a solitaria della via Cassin allo sperone Walker

    Walter Bonatti 1a salita e 1a solitaria pilastro S.W. del Dru e altre

    Armando Aste (cattolico!! “la vita è un dono e non si può giocare ai dadi” ) 1a solitaria della via dei Francesi alla cima ovest di Lavaredo e altre

    Reinhold Messner 1a solitaria del Diedro Philipp-Flamm alla Civetta e altre

    Renato Casarotto 1a solitaria e invernale al diedro Cozzolino al Mangart e altre

    Ueli Steck 1a solitaria della parete sud dell’Annapurna e altre

    Royal Robbins 1a solitaria della via Muir al Capitan e altre.

    … per cosa poi…

  79. Vi suggerisco di riflettere su: “è meglio ingannarsi sul conto dei propri amici che ingannarli…”!
    E’ tratto da Castaneda e vi espongo una riflessione valida anche per questo tema.
    “La sicurezza del saggio non è quella dell’uomo comune: l’uomo comune cerca la certezza negli occhi di chi guarda e la chiama sicurezza del sé; il saggio cerca l’impeccabilità nei propri occhi e la chiama umiltà. L’uomo comune dipende dai suoi simili, mentre il saggio dipende solo dall’Infinito (= Dio)”.
    Ulisse

  80. Condivido pienamente Francesco, ognuno lo esprime in modo diverso questo pensiero ma alla fine il succo è quello, speriamo che questo possa fare riflettere molti Alpinisti.

  81. Sono un semplice escursionista/alpinista e ho letto con attenzione le riflessioni di Oreste sulla morte in montagna, ambiente che amo in modo totale perchè mi dà tanto e mi permette di gioire nonostante la fatica e io vorrei girare la sua affermazione “Pelle a tutti i costi e non la cima a tutti i costi” parafrasando un altro suo libro dicendo “Montagna corsa alla vita e per la vita”.
    Certamente è ciò che si ha come scopo nel frequentare la montagna che alza i limiti del rischio. Li ha elencati benissimo tutti e credo fermamente che la “morale” sia quella che viene fuori dal suo libro “La farfalla sul ghiacciaio” con Marco e Paolo che si sono portati dietro la loro voglia, la loro sfida ma seguendo l’insegnamento di Saverio.
    Certo è complicato per alpinisti “famosi” o in gara per qualche record cercare di capire questo, ma la vita è un bene prezioso e lo si ha una volta sola… La cima, le cime, sono sempre lì… si può tentare un’altra volta se i rischi sono oltre le possibilità oggettive o soggettive.
    Certo è che anche affidarsi a guide ultimamente mi ha fatto riflettere parecchio… Mi sembra che molte volte il “dio” denaro faccia la differenza e anche le guide portano clienti in luoghi e situazioni che non sarebbero proprio sicure: recentemente alcuni incidenti si potevano evitare se il primo posto lo avesse avuto la sicurezza e non il profitto… non voglio criticare gratuitamente, ma mi è sembrato che qualche accadimento si poteva evitare.
    Io sono diventato prudentissimo da quando ho famiglia e figli… mi informo, chiedo ai rifugisti, alle guide stesse, mi affido al mio istinto e il dietro-front è diventato routine… passo magari anche tra amici e conoscenti come debole ma credo davvero che la vita è troppo bella per rischiarla così.
    Noto poi molto spesso che alpinisti “forti” e conosciuti postano su facebook, sui blog o su social network vari foto e resoconti di salite di allenamento fatte su montagne che presentavano pericoli di valanghe e slavine (bollettini vari con gradi di pericolosità 4 e 5) e purtroppo questo diventa un rischio forte per escursionisti/alpinisti normali che pensano: “se ci sono andati loro vuol dire che si può…”. Anche l’esempio conta.
    Io ci sono andato con mio figlio su alcune cime anche in questo inverno particolare ma quando la situazione era abbastanza stabile o più sicura e comunque ancora con una certa apprensione.
    Poi è vero che si rischia tutti i giorni anche per strada, al lavoro, sulle scale, durante un temporale… ma forse il chiedere troppo… è troppo.
    Quindi montagna come “Corsa alla vita”… Che bello essere in cima alla Grignetta coi miei figli, dormire in sacco a pelo nel bivacco, godendo del tramonto la sera, del vento che flagellava il bivacco la notte, l’alba del mattino, i camosci sui pendii… in tutta sicurezza e godendo di quella montagna che ci permette di gioire e non di temere. Di vivere e non di morire. Di tornare a raccontare una salita su una via normale goduta e faticata invece che di qualche canalone o grado di difficoltà superiore in situazioni a rischio… per cosa poi…
    Resta il fatto che come per ogni cosa della vita di ognuno anche l’andare in montagna è un qualcosa di “libero”… credo però che il dare un po’ più accento alle modalità di farlo per evitare rischi e tragedie sia doveroso per fare in modo che la gioia di vivere una passione come l’andare per monti resti tale.

  82. Capisco perfettamente quello che vuoi dire.
    Ma perché parti dal presupposto che chi si impegna in certe ascensioni non rifletta?
    Ci sarà anche chi non riflette, chi gioca alla roulette russa, chi parte e si butta alla cieca, tanto si sente invincibile, immortale. Ma non credo proprio che sia per tutti così.
    Se io mi alleno, mi preparo, studio il percorso, la relazione, guardo il meteo, mi porto la necessaria attrezzatura. Insomma faccio tutto quello che deve fare un’alpinista prudente e responsabile di se stesso e del suo compagno/i. Non mi si può accusare di non avere riflettuto, di avere tenuto un comportamento imprudente se poi mi succede un incidente.
    Ci sono delle cose che nonostante tutta la nostra preparazione e prudenza poi vanno oltre.
    Ben diverso è quello che sta succedendo sull’Everest. Lì si sta sacrificando tutto al dio denaro e all’arroganza di certi ricconi che con il loro denaro si sentono in diritto di fare tutto anche se non sono in grado di poterlo fare. E siccome hanno pagato bisogna rendergli tutto possibile, spianargli la strada verso la vetta accettando anche di mettere in estremo pericolo la vita di chi deve fare il… “lavoro”… sporco e cioè gli Sherpa che ci lasciano la pelle.
    Sherpa ovvero lavoratori di alta quota che ci lasciano la pelle per fare divertire i signori.

  83. “Per il resto della via sono salito sciolto. Ho fatto bene? ho fatto male? posso dire che ho fatto le mie valutazioni, in base alla mia preparazione e al mio senso del pericolo e quando ho sentito il bisogno di legarmi perché ho ritenuto che fosse troppo pericoloso l’ho fatto. Ma posso però dire che nei tratti in cui ero sciolto se magari mi avesse colpito un sasso mi avrebbe fatto cadere. Sono stato imprudente? può darsi. Forse avrei dovuto legarmi su tutti i tiri. Certamente sarei stato più prudente ma anche molto più lento mettendomi al rischio di correre altri pericoli.”

    Sig. Alberto, secondo il mio parere mi permetto di dirLe che Lei è stato un po’ troppo imprudente nel non legarsi in tutti i tratti, il fatto di essere poi molto lento Le avrebbe però dato maggiore sicurezza però. Poi è logico, la vita è piena di pericoli, li si incontrano anche al mattino raggiungendo l’ufficio in macchina (parlo per me) però allora cosa facciamo? ci mettiamo con le gambe sotto il tavolo e seduti su un comodo divano? io e Oreste vogliamo dire e spiegare di fare le cose riflettendo, farle con più calma e tutto questo potrebbe aiutare chiunque ad evitare spiacevoli tragedie, capisce quello che voglio dire?
    Si potrebbe stare qui a parlare per ore ed ore, di ogni singolo episodio occorso e di ogni singolo alpinista e della propria esperienza, ma sono convinto che usando un po’ di più la testa nell’affrontare determinate cose, potrebbe salvarci la “VITA”.
    Saluti.

  84. Caro Danilo ho preso in prestito le tue parole per fare un esempio. Ma quando sei in solitaria se cadi da una via di III grado (facile) oppure da una di VII (difficile) il risultato non cambia. E poi ognuno ha i suoi limiti. Quello che per me è difficile magari per te è facile. Poi c’è da dire che quello che è difficile magari non è pericolo. Mentre lo può essere quello che è facile. Ad esempio la risalita di un canale soggetto alle scariche di un seracco è facile ma estremamente pericoloso.
    Marco era un ragazzo molto forte e aveva un limite alto e credo che non fosse una sprovveduto nel senso che si impegnava in cose di cui si sentiva all’altezza di poterle affrontare con un certo margine di sicurezza anche se decisamente difficili.
    Ma anche chi si impegna in cose più facili, rischia!
    Io non posso essere sicuro di sapere se Marco pensava o non pensava a un possibile incidente durante le sue solitarie. Però visto che prima di affrontare queste avventure si preparava molto bene e visto che sapeva anche rinunciare quando non gli sembrava il caso di insistere. Credo che questo pensiero di non essere infallibile lo possedeva. Anche perché non è che si impegnava in queste sue difficili solitarie invernali senza portarsi dietro corda, chiodi, ecc., cioè senza l’attrezzatura per potersi proteggere durante la scalata.
    Posso dire quello che io ho pensato nell’affrontare una solitaria. Il 15 marzo scorzo ho salito da solo la via Zappelli sulla parete nord del Pizzo delle Saette in Apuane (nulla a che vedere con le salite di Marco). Mi sono assicurato in soli due tratti perché ho ritenuto che farli sciolto fosse troppo pericoloso. Per il resto della via sono salito sciolto. Ho fatto bene? ho fatto male? Posso dire che ho fatto le mie valutazioni, in base alla mia preparazione e al mio senso del pericolo e quando ho sentito il bisogno di legarmi perché ho ritenuto che fosse troppo pericoloso l’ho fatto. Ma posso però dire che nei tratti in cui ero sciolto se magari mi avesse colpito un sasso mi avrebbe fatto cadere. Sono stato imprudente? può darsi. Forse avrei dovuto legarmi su tutti i tiri. Certamente sarei stato più prudente ma anche molto più lento mettendomi al rischio di correre altri pericoli.
    E se mi fosse successo qualcosa ci sarebbero stati i soliti commenti: “se l’è voluta”, “se l’è andata a cercare”. Ma questo vale anche a chi è in cordata. Insomma già il solo andare in montagna a fare alpinismo, arrampicata è imprudente. E una morte sul lavoro o per malattia è scusata, è capita. Mentre una morte in montagna non è capita, compresa, accettata.
    Meglio stare con le gambe sotto al tavolino e guardare la televisione su un bel divano.

  85. Oreste Forno afferma: “E allora credo che si possa anche accettare la possibilità di morire in montagna, se questo avviene in modo del tutto accidentale e non per negligenza, o per errore, o presunzione, o per troppa pienezza di sé, purché si faccia comunque il possibile per scongiurarla.”
    Ritengo che la possibilità di morire in montagna “si possa accettare” o “non si possa accettare” indipendentemente se questa avvenga in modo del tutto accidentale, parzialmente accidentale, oppure per negligenza, ecc. ….
    Se l’individuo non accetta questa possibilità è “libero” di scegliere di non andare più in montagna.

  86. il mio commento non era assolutamente riferito alla tragedia accaduta a Marco Anghileri ma alle tragedie accadute in questi ultimi anni e non ultima quella riguardante gli Sherpa nell’ Himalaya; resta comunque il fatto che anche le solitarie del “Buch” non erano comunque una passeggiata ma erano rischiose e dove si metteva sempre in pericolo la vita, poi se ti va bene sei un Eroe, se ti va male si piange la persona scomparsa. Attenzione che con questo non sto dicendo che “Buch” era uno sprovveduto oppure uno senza testa, però il rischio mortale nelle sue imprese era decisamente alto e non so se lui pensava a questo.

  87. Nonostante quello che purtroppo è accaduto, non credo che il Buch si sia impegnato nella solitaria invernale sul Pilone “con foga e senza testa”. Anzi sono sicuro che Marco si sia impegnato in questa “avventura” con molta preparazione e dopo aver valutato bene i rischi e i pericoli a cui andava incontro.
    Questa capacità di valutazione l’aveva già dimostrata in precedenza nel primo tentativo solitario e invernale, fatto alla via dei Bellunesi allo Spiz di Lagunaz, quando non sentendosi tranquillo e sereno ha rinunciato per poter ritornare in un momento migliore. Cosa che poi ha fatto riuscendo nella solitaria.
    Può anche darsi che ci si faccia prendere la mano e offuscare la mente dal demone della conquista. Forse questo è successo a Jerzy Kukuzcka nel tentare la conquista della parete sud del Lotse, dove nonostante tutta la sua esperienza di alta quota, forse… dico forse, non è riuscito a capire che magari era troppo stanco, magari perché era stato troppo in quota per poter continuare nella scalata con quella mente lucida che potesse garantirgli una sufficiente dose di sicurezza.
    Ma l’uomo è anche soggetto a sbagliare. Non è una macchina programmata. E quando ci si muove in situazioni al limite, un piccolo sbaglio di valutazione può costare molto caro. Non si può avere la pretesa di poter controllare tutto.
    L’avventura è avventura anche perché non è tutto programmato, perché c’è l’incertezza, perché c’è il rischio di non riuscire. Certo bisogna avere il senso della rinuncia. Se si sa rinunciare si può sempre ritornare e riprovare. Se si sa rinunciare ci è concessa una seconda possibilità. Ma a volte quando ti sei impegnato in una scalata difficile e rischiosa, l’unica possibilità di “salvezza” passa verso l’alto.
    Quindi o si rinuncia in partenza a fare una certa ascensione oppure se si decide di farla bisogna accettarne i rischi. L’importante è esserne consapevoli.
    Quello che mi sento di criticare perché lo ritengo un esempio pericoloso è di giocare con la propria vita alla “roulette russa” dove ci si diverte per il solo gusto del rischio di ammazzarsi.
    Alla roulette russa non c’è abilità, non c’è preparazione, non ci può essere prudenza. C’è solo fortuna e sfortuna.

  88. Buongiorno,
    personalmente ho seguito alcune serate di Oreste Forno dove si parla appunto di tutto questo discorso riguardante la “facile morte” che avviene in spedizioni di cime oltre i 7.000 metri; secondo me non è facile fare capire ai giovani alpinisti il rischio che corrono, in quanto presi dalla foga e dall’adrenalina nel riuscire a conquistare la vetta e tutto il resto, compreso il rischio di morire passa in secondo piano, è brutto da dire ma secondo me è questo il punto. A volte si dice che il nostro destino è già segnato e potrei essere d’accordo ma a volte il destino lo si può cambiare e ne sono più che convinto. Si può morire anche durante una semplice passeggiata fatta in riva al lago o in una semplice montagna e qui penso che possa essere il destino, magari un masso che si stacca e ti colpisce, una stupida scivolata e questo appunto è il destino, ossia non ci potevi fare niente, chiamiamola anche sfortuna. Il fatto invece di cambiare il destino lo vedo più che altro in salite che vanno sopra lo sforzo umano e dove la natura si può ribellare in pochi secondi, specialmente in alta quota. Quello che Oreste vuole cercare di fare capire non è il fatto di non andare a fare queste spedizioni ma di andare a farle con testa, sapendo che a casa si hanno mamma, papà, moglie, figli, amici ecc, i quali ti rivorrebbero a casa il prima possibile e non dentro ad una casa di legno ma ancora in vita pronti per un abbraccio. In questi casi bisognerebbe sapere rinunciare alla cima quando le condizioni diventano estreme e pericolose, rinunciare potrebbe essere una sconfitta sportiva ma una vittoria per la vita e secondo il mio punto di vista; a volte bisognerebbe “avere paura di morire per non morire”.
    Questo è il mio pensiero e non è facile farlo capire a chi fa le cose con foga e senza testa.

  89. Alegher Oreste, sono Paolo amico di Lorenzo (quel Lorenzo ancora là sulla parete). Egidio m’ha girato e ho letto quello che hai scritto e penso sia cosa impossibile frenare l’euforia di chi va in montagna ai livelli di gente come il Bach…
    Io credo che ognuno di noi abbia un destino: 5 miei amici che con me condividevano avventure in montagna sono passati a miglior vita, io sono ancora qua, ora il mio modo di andare in montagna è cambiato, sono ingrassato e già la forma fisica cambia il mio modo di andare in giro, gli anni passano e i tempi di recupero sono + lenti, vivo la montagna con maggior osservazione, sono appena stato con l’ely al col del lys, magnificat sublime vedere in 3D quello che vedevo sui libri e il pensiero correva agli amici lassù.
    L’arrampicare x me è diventato divertimento e portar in giro gente che vuole appassionarsi alla montagna, spiegandone anche i rischi, ma noto che molti non vedono i rischi e x fargli capire creo degli esempi a rischio calcolato (voli in strapiombo) e similari.
    Io penso che quello che faccia male ai giovani d’oggi, siano i video adrenalinici: redbull, monster, ecc. che spaziano in tutti campi sportivi.
    Mettere regole penso sia impossibile e contronatura, ma dare lezioni di vita penso sì, quello sia possibile: io ci provo nel mio piccolo.
    Sto osservando il “progetto Icaro”, non so se lo conosci, è un’ottima idea x i giovani che si avvicinano al freerider senza nessuna esperienza, vediamo come prosegue, quest’anno euforia totale, speriamo continui così.
    A presto
    Paolo Galeazzi (aka Nacio2000)

  90. Nell’articolo di Oreste Forno vi è un accenno alla rimozione della morte. Dice: “Uno di questi è la rimozione della morte, una caratteristica dell’alpinista che lo porta a nemmeno considerare il fatto di poter morire in montagna (parole di psicologi).”
    Già Epicuro affermava: “La morte, il più atroce di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.” Ancora: “La morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza.”
    Penso che l’alpinista consideri il fatto di poter morire in montagna ma poiché soffre e gode nelle sue azioni ovvero “sente” e “vive” può “conoscere” solo questo sentire. La sua volontà di potenza tende a “vivere”, a superare gli ostacoli. La paura è sempre presente, ma poiché vive, “la sua morte” non può essergli che estranea e non può rappresentarsela.
    Sigmund Freud a ragione diceva: “La propria morte è irrappresentabile, e ogni volta che cerchiamo di farlo, possiamo costatare che in realtà continuiamo a essere presenti come spettatori. Perciò la scuola psicoanalitica ha potuto anche affermare che non c’è nessuno che in fondo creda alla propria morte, o, ciò che equivale, che nel suo inconscio ognuno di noi è convinto della propria immortalità.”

  91. Che dire poi del mio amico e compagno di cordata Almo. Almo in montagna si è preso i suoi rischi ma non gli è mai successo niente. Ma poco dopo essere andato in pensione, quando finalmente poteva dedicare tutto il suo tempo alla scalata, ne era felicissimo.
    Almo si è ammalato e tra cure e sofferenze, mi sento di dire che si è guadagnato la morte.
    E’ questa una morte più giusta, più comprensibile, più…”SCUSABILE”… invece di quella se fosse morto in montagna?
    I suoi cari soffriranno meno visto che non è successo in montagna?
    Eppure lui non c’è più ugualmente…

  92. Le considerazioni di Forno possono essere fondate nel grande dolore che si prova per una perdita ma non sono condivisibili per una scelta di vita che prevede di vivere una vita, non una non vita!
    E questo non vuol dire che la vita è vita se vissuta solo sul filo del rasoio.
    Pochi giorni fa qui in Apuane è morto un escursionista che su un semplice sentiero è stato colpito da un sasso che improvvisamente si è staccato dalla montagna.
    Il dolore dei suoi cari sicuramente sarà grandissimo e duraturo nel tempo ma cosa gli dobbiamo rimproverare?
    Anche lui stava giocando la sua vita ai dadi? stava facendo una cosa rischiosa? Non mi sembra.
    Oppure c’è qualcosa di molto più profondo e misterioso a cui non possiamo rispondere.

  93. “MARTELLAMENTO”.
    Le considerazioni di Forno per me sono più che fondate e condivisibili.
    Non però l’invito a martellare.
    Questo termine e questa pratica, impiegati già da lungo tempo, hanno la loro applicazione privilegiata nei settori di pubblicità e marketing (ne faceva menzione critica Vance Packard nel suo “I persuasori occulti” mentre poco addietro li aveva raccomandati il Ministro Michela Brambilla giusto a proposito del turismo montano; per non parlare di ulteriori campi e delle somiglianze: ad esempio, nel diritto tributario, c’è chi i contribuenti li ha distinti tra “percossi” ed “incisi”).
    Per carità, si sente e vede fare di tutto, ma, a fronte di un tema così profondo e delicato come quello evidenziato da Forno (tema che tutti gli alpinisti conoscono bene, anche se normalmente lo eludono) non va bene l’idea dell’imposizione, la cui traduzione più facile e probabile finisce per essere quella normativa, di divieto.
    Il fatto è che se c’è qualcuno che martella, c’è qualcun altro che viene martellato: questa non è condizione degna per gli esseri umani, dunque non è accettabile.
    Men che meno per gli alpinisti, coi quali piuttosto basta parlare.

  94. Perdere qualcuno che si ama è un grande dolore, soprattutto se questa perdita avviene a causa di una passione così… “INUTILE”… come l’alpinismo.
    Ma poi… “inutile”… per chi? Per chi lo pratica. Per chi ne sente la forte attrazione magari non è poi così… “inutile”…
    Quindi posso anche capire quello che esprime Oreste nel suo scritto, ma non lo condivido. L’alpinismo non è una ricerca della morte. L’alpinismo è l’esaltazione della vita, è gioia di vivere. Ma la montagna, l’alpinismo sono senza dubbio pericolosi. Il pericolo è insito nell’ambiente stesso, è insito nelle debolezze umane. Ma dobbiamo anche dire che l’uomo non è sulla terra per essere eterno. Non è qui sulla terra per aspettare la morte.
    Sì… “aspettare”… perché prima o poi, la morte è la logica e naturale fine della vita. Quindi che dobbiamo fare durante questa “attesa” chiuderci in una campana di vetro infrangibile che ci proteggerà per tutti gli anni che ci saranno dati di vivere, ma non ci eviterà il risultato finale!
    Oppure dobbiamo andare incontro alla vita e alla morte… vivendo la nostra vita nel modo migliore possibile e comunque secondo quello che sentiamo dentro ognuno di noi?
    Io penso che la vita vada vissuta e non c’è un modo giusto o sbagliato. Vissuta secondo la propria mentalità, il proprio credo, le proprie passioni e convinzioni. Chiaramente questo non vuol dire che dobbiamo giocarcela ai dadi. Andare in montagna lo dobbiamo fare con preparazione, prudenza, senso del pericolo e principio della rinuncia, ma poi credo ci sia qualcosa che va oltre noi, più grande di noi a cui, nonostante tutte le nostre buone intenzioni, non possiamo arrivare. A volte, dopo strani incidenti, o assurde morti, mi viene da pensare che tutti noi abbiamo una strada scritta, un diario scritto che prima a poi arriva all’ultima pagina. Altre volte rifiuto questo pensiero che mi assale e mi impongo che siamo noi che decidiamo il nostro futuro. Così pur avendo fatto delle solitarie ho avuto paura della mia debolezza e ho scelto un giusto (forse) compromesso.
    Ma se mi ammalo di cancro? Come è successo al mio amico Almo! Allora questa ultima pagina non la scrivo io. La scrive qualcun altro!
    Io credo che questa vita sia solo un passaggio e per questo la dobbiamo vivere non passione, certo non con fanatismo, ma con tanta passione.
    Che poi sia in montagna oppure altrove questo poco conta.

  95. Ricevo e pubblico il primo commento, quello di Renato Frigerio.
    Per un commento al lungo testo di Oreste Forno “La montagna per la vita”, più che un riscontro scritto, risulterebbe più valido ed esaustivo un confronto verbale, meglio ancora un dibattito a più voci. Su molte delle posizioni espresse è innegabile che possono essere contrapposti punti di vista differenti, anche se in linea di principio non mi sento di contestare le considerazioni da lui proposte. Qui però ci troviamo di fronte non alle indiscutibili affermazioni della matematica o delle scienze empiriche. Nel caso in questione piuttosto ci troviamo assai vicini a ciò che confina con lo spirito, dove già questa parola viene interpretata in sensi diametralmente opposti. Intendo dire che, per parlare di morte, bisognerebbe prima esporre che cosa rappresenta per ognuno questo avvenimento. Credo che una risposta soggettivamente diversa comporti anche differenti considerazioni su tutte le rispettive conseguenze, secondo che uno sia convinto che la morte sia davvero la fine di tutto e non piuttosto il passaggio che porta alla pienezza della vita. Non può essere forse questo l’interrogativo inconscio che agita la vita di ogni uomo a determinare i vari comportamenti esistenziali e a verificare in ultima analisi tutte le deterrenze al rischio così bene descritte nel saggio di Oreste Forno? Del resto, infatti, non constatiamo ogni giorno che, nonostante i molti ammonimenti, chi è dedito al fumo continua a fumare, chi si droga non si sogna di smettere? E non si muore per incidenti vari anche quando si è intenti a lavorare, o quando ci si trova impegnati in ogni genere di attività ludica o sportiva, come quando si passeggia tranquillamente su un marciapiede o ci si sposta con prudenza in automobile? Che dire poi dei quotidiani delitti mortali dettati dalla gelosia, dall’avidità o semplicemente da una mente malata? Le conseguenze derivanti da tutta questa casistica sono forse meno tragiche e dolorose di quelle dovute a una morte causata da un azzardato comportamento in montagna?
    C’è anche un altro aspetto che dovrebbe essere preso in considerazione e che riguarda allo stesso modo chi viene colpito da una disgrazia o da una malattia che porta alla fine propria o dei propri cari. È la domanda che sorge inevitabilmente e che si fa udire in forma lacerante: perché proprio a me? Non è forse anche questo aspetto che esprime la presunzione della incolumità propria o familiare ciò che alberga nel profondo dell’uomo?
    A mio parere, tutto questo rivela una problematica che rende percepibile un’enorme quantità di sfaccettature da cui non si può sfuggire nemmeno quando si affronta la tematica intesa dalla giusta preoccupazione di prevenire le tante morti in montagna e si vanno ad esporre considerazioni e motivazioni che non possono essere sottovalutate, ma che per essere accolte esigono la risposta fondamentale che si può dare soltanto da se stessi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *