La montagnaterapia

La montagnaterapia
di Angelo Brega (medico psichiatra DSM Treviso)

La montagnaterapia, secondo la definizione ormai classica di Giulio Scoppola et al. (2007), è “un originale approccio metodologico a carattere terapeutico-riabilitativo e/o socio-educativo, finalizzato alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione degli individui portatori di differenti problematiche, patologie o disabilità; esso è progettato per svolgersi, attraverso il lavoro sulle dinamiche di gruppo, nell’ambiente culturale, naturale e artificiale della montagna”.

Tale approccio viene utilizzato in diversi ambiti – vi sono ormai numerose esperienze nel campo della salute mentale, delle dipendenze, della disabilità fisica e psichica – e può essere declinata in modi molto diversi. Con il termine di montagnaterapia si intendono discipline che vanno dal trekking, all’arrampicata, alla speleologia, allo sci: si può dunque considerare un insieme di attività molto flessibile e adattabile a differenti esigenze.

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Gruppi che si occupano di montagnaterapia sono attivi nel nostro Paese da diversi decenni: a partire dal 2000 circa il movimento ha cominciato a darsi un’organizzazione più strutturata, attraverso la suddivisione del territorio nazionale in “macrozone”, ognuno delle quali fa capo a un referente. Dal 2008, a cadenza biennale, si tengono i convegni nazionali finalizzati a favorire la condivisione di esperienze e fare il punto sullo stato dell’arte.

Non sono a tutt’oggi state stilate delle linee guida, che definiscano in modo esclusivo la montagnaterapia: questo anche per salvaguardare la ricchezza e la “biodiversità” dei diversi gruppi che costituiscono il movimento: tuttavia vi sono alcune prassi largamente condivise, che possono rappresentare la differenza fra un’attività riabilitativa, qual è la montagnaterapia, e una semplice escursione in montagna. I gruppi sono costituiti da un numero variabile di utenti (da 4-5 a oltre 15), accompagnati da operatori di diverse professionalità (medici, psicologi, educatori, infermieri, OSS ecc.), con la collaborazione di esperti della montagna (accompagnatori CAI, guide alpine, guide escursionistiche). Le uscite sono solitamente precedute da un incontro preparatorio, e seguite da una restituzione di gruppo.

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I benefici attesi dall’attività di montagnaterapia sono diversi. Innanzitutto, sono ormai consolidate le evidenze scientifiche a sostegno dei benefici generali legati all’attività motoria, per quanto riguarda il sistema cardio-circolatorio, la capacità respiratoria, il peso corporeo, il controllo glicemico, il tono muscolare. A ciò si aggiungono crescenti evidenze scientifiche sugli effetti positivi dell’attività fisica sulla salute mentale, e in particolare il suo effetto antidepressivo. Obiettivi co-essenziali includono la promozione di uno stile di vita sano, la limitazione di abitudini nocive come tabagismo ed abuso di alcol e il miglioramento nella cura di sé. Per riprendere l’espressione di Leslie Stephen (1871), la montagna costituisce inoltre un terreno di gioco che consente di confrontarsi con i propri limiti, affrontando la fatica, le variazioni climatiche, il timore dell’esposizione, con importanti ricadute in termini di autostima e autoefficacia (Albert Bandura, 2000).

Un aspetto particolarmente interessante è la possibilità, offerta dalla montagnaterapia, di riprendere contatto con un ambiente naturale, relativamente incontaminato, da parte di persone che in molti casi trascorrono una vita ritirata, sedentaria e con scarsi stimoli. E’ stato infatti teorizzato un costrutto, chiamato Nature deficit disorder, secondo cui la mancanza di contatti con l’ambiente naturale è causa di un’ampia gamma di problemi comportamentali (Richard Louv, 2005). Non si tratta di una vera e propria diagnosi medica, ma piuttosto di un modo per descrivere i costi umani dell’alienazione dal mondo naturale.

Pordenone, Lo sguardo oltre, novembre 2016
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I presupposti teorici della montagnaterapia presentano infine punti di contatto con discipline quali l’ecopsicologia (Theodore Roszak, 1992, vedi Nota 1) e l’ecologia profonda (Fritjof Capra, 1997, vedi Nota 2).

Una seconda serie di effetti terapeutici è legata al fatto che l’esperienza di gruppo nel contesto della montagna permette inoltre un’esperienza relazionale diversa e molto significativa: da un lato nel gruppo degli utenti, con la possibilità di sperimentare ed elaborare dinamiche collaborative e competitive, e dall’altro nel rapporto con gli operatori, stimolando questi ultimi ad interpretare il proprio ruolo in modo più flessibile e meno stereotipato.

Non è da sottovalutare il fatto che molti operatori che promuovono la montagnaterapia sono a loro volta appassionati di montagna: la possibilità di “contaminare” l’attività lavorativa con una propria passione, condividendola con utenti e colleghi, è uno stimolo per la motivazione, che rappresenta un elemento fondamentale nel lavoro di cura, e costituisce un fattore protettivo contro il burn-out (vedi Nota 3).

Importante è infine il ruolo degli accompagnatori esperti, con i quali si instaurano spesso valide relazioni personali, che si estendono oltre l’attività di montagnaterapia. La collaborazione con associazioni radicate sul territorio come il CAI permette di realizzare interventi significativi in termini di lotta allo stigma.

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Per concludere, la montagnaterapia rappresenta un approccio in fase di crescita, sia nel numero di soggetti coinvolti, sia dal punto di vista dello sviluppo di una riflessione teorica, con pubblicazioni di articoli, tesi di laurea, comunicazioni a congressi (vale la pena di ricordare il quinto convegno nazionale Sentieri di salute: lo sguardo oltre, svoltosi a Pordenone dal 16 al 19 novembre 2016, con ampia partecipazione di pubblico e di addetti ai lavori). Se c’è naturalmente ancora molto da fare, in particolare in termini di sistematizzazione e valutazione degli esiti, riteniamo tuttavia che la montagnaterapia sia ormai da considerare un’attività riabilitativa sufficientemente supportata dalla letteratura scientifica, e che possa dunque costituire un utile strumento da aggiungere alle proposte terapeutiche dei diversi servizi di cura.

Lo sguardo oltre in tal senso ha approfondito la sua visione sul come fare montagnaterapia e sul come misurarne l’efficacia. Nella sessione plenaria è stato lasciato uno spazio per ogni macrozona e per quella del Veneto-Friuli Venezia Giulia per ogni provincia: mantenendo vivo anche il confronto territoriale. Sempre per curiosare oltre, ha aperto inoltre spazi paralleli di riflessioni provenienti dall’econarrazione (Duccio Demetrio), dall’ecopsicologia, green mindfullness e la psicosintesi (Marcella Danon), dall’outdoor management training (Marco Rotondi), dalla psicologia analitica, la spiritualità-filosofia e l’alpinismo (Tavolo dell’associazione Temenos), della valutazione (Bruno Genetti, Paolo Piergentili e Luciano Pasqualotto). Lo sguardo oltre ha sconfinato anche dall’Italia con l’esperienza francese di Seuil (Parigi), ampliando anche nel contesto italiano e oltralpe a proposte dedicate al Ministero di Grazia e Giustizia. Sì, perché esistono anche proposte di montagnaterapia dedicate all’Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Massimo Galiazzo, referente Montagnaterapia VFG e responsabile scientifico del Convegno Lo sguardo oltre)”.

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Nell’ambito della montagnaterapia è inoltre possibile sviluppare delle forme potenzialmente interessanti per una diversa fruizione della montagna, con la promozione di forme di turismo responsabile, ecologicamente sostenibile e solidale: si pensi alle collaborazioni intraprese da alcuni rifugi, con la possibilità di svolgere tirocini lavorativi da parte di utenti dei servizi di cura.

La collaborazione con il Club Alpino Italiano è ben consolidata, e molte aziende sanitarie hanno stipulato protocolli d’intesa con il CAI.

Sono stati realizzati, a partire dal 2008, cinque convegni nazionali, a cadenza biennale, organizzati nell’ordine dalle macrozone: Trentino, Lombardia, Centro Italia, Piemonte, Veneto-Friuli Venezia Giulia. Già negli anni precedenti al 2008 tuttavia vi erano state diverse iniziative di formazione e divulgazione sul tema.

Merita una citazione l’importante evento Sentieri di libertà: un convegno itinerante, che si è tenuto in Sardegna (Ogliastra) nel 2014 e nel 2016, con la partecipazione di centinaia di utenti, operatori e volontari. L’esperienza dei gruppi sardi ha dato vita a un libro (Non ci scusiamo per il disturbo) e a un film (Semus fortes) che sono stati presentati in varie città in Italia e all’estero. Gli stessi autori del film Semus fortes, Mirko Giorgi e Alessandro Dardani, hanno anche realizzato il documentario Vincersi, che racconta la storia di un gruppo di atleti non vedenti che praticano l’arrampicata sportiva.

Sono inoltre stati organizzati eventi formativi specifici sulla montagnaterapia: ricordiamo il corso di formazione su montagnaterapia e disabilità di Campocecina, in Toscana, del 2014, e il corso svoltosi a Valcanale, sulle montagne bergamasche, nel 2015, con il coinvolgimento della Commissione medica del CAI.

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Anche la produzione scientifica nell’ambito della montagnaterapia comincia ad avere una buona consistenza: è stato pubblicato un testo, In su e in sé – alpinismo e psicologia, di Giuseppe Saglio e Cinzia Zola (Priuli&Verlucca, 2007); sono stati poi pubblicati articoli su riviste scientifiche nazionali, relativi alla salute mentale e alle dipendenze. Molti sono poi gli interventi pubblicati sugli atti dei congressi nazionali, e anche le tesi di laurea e specializzazione sull’argomento (molti di questi contributi sono reperibili sul sito www.sollevamenti.org).

Su internet il principale riferimento è stato inizialmente il sito “Sopraimille”: attualmente vi sono diversi siti, fra cui segnaliamo www.montagnaterapia.it, www.sollevamenti.org, www.amionlus.it. Ricordiamo anche la pagina facebook “montagnaterapiainrete”.

Nota 1. Altre terapie cercano di curare l’alienazione fra persona e persona, fra persona e famiglia, fra persona e società. L’ecopsicologia cerca di curare la più fondamentale alienazione fra la persona e l’ambiente naturale.
Nota 2. Per riconquistare la nostra piena natura umana, dobbiamo riconquistare l’esperienza della connessione con l’intera trama della vita. Questo riconnettersi, religio in latino, è la vera essenza del fondamento spirituale dell’ecologia profonda”
Nota 3. Sindrome da stress lavorativo, caratterizzata da esaurimento emotivo, irrequietezza, apatia, depersonalizzazione e senso di frustrazione, frequente soprattutto nelle professioni a elevata implicazione relazionale (medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, ecc.)

Bibliografia essenziale
Bandura, Albert: Autoefficacia: teoria e applicazioni, 2000
Stephen, Leslie: The playground of Europe, 1871
Louv, Richard: Last child in the woods: saving our children from nature-deficit disorder, 2005
Roszak, Theodore: The voice of the Earth, 1992
Capra, Fritjof.: La rete della vita, 1997

Angelo Brega
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E’ nato a Pavia il 20 agosto 1966. Dopo la laurea in medicina all’università di Pavia, si è specializzato in psicologia clinica all’università statale di Milano.Ha poi seguito un’analisi predidattica a indirizzo adleriano con la Società italiana di psicologia individuale e ha conseguito l’idoneità all’applicazione delle tecniche di psicoterapia autogena presso il CISSPAT di Padova. Ha lavorato nei servizi pubblici psichiatrici, in provincia di Como e Bergamo, a partire dal 1995; per alcuni anni ha prestato servizio presso il Ser.T di Treviglio (BG). Nel 2004 si è trasferito dalla Lombardia in Veneto e attualmente è medico psichiatra al CSM di Oderzo – ULSS 9 di Treviso, seguendo in particolare i percorsi riabilitativi del centro diurno “il Porto”. Dal 2009 partecipa all’attività del gruppo di montagnaterapia “i Pelandra” di Oderzo. Ama frequentare la montagna, facendo escursionismo, sci da fondo, mountain bike, alpinismo e arrampicata sportiva (con modesti risultati, dice lui, ma molta passione). Da diversi anni pratica qigong e taiji quan (stile yang e chen) e meditazione zen, come discepolo della scuola rinzai del monastero di Scaramuccia. Negli ultimi anni ha sviluppato un particolare interesse per la psicoterapia basata sulla mindfullness.

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La montagnaterapia ultima modifica: 2017-01-12T05:17:14+00:00 da Alessandro Gogna

3 pensieri su “La montagnaterapia”

  1. “alla sconnessine con la natura, ecc.”

    oggi per essere connessi abbiamo bisogno dello ” smartphone” altrimenti ci sentiamo soli…

  2. Che la montagna sia terapeutica lo sa chi la frequenta. E’ triste pensare che ci sia bisogno non di qualcuno che ti accompagni: un amico o una guida o un accompagnatore, ma un terapeuta, per recuperare quel distacco che in molti si è creato tra se stessi e la realtà vera e naturale, tra il proprio modo di vivere e ciò che è armonia, al punto da diventare patologico.
    Una civiltà che perde questo contatto è già di per sé decadente, prima la patologia si riscontra su singoli individui e man mano diventa patologico il sistema intero.
    Ovviamente non mi riferisco alla “montagnaterapia” per chi soffre di disabilità o rivolta alla riabilitazione fisica, ma alle patologie della mente che sono sempre più diffuse o più semplicemente alla frustrazione, all’esaurimento, allo stress, alla sconnessine con la natura, ecc.

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