La pace sportiva di Kalymnos

– Da quanti anni vai in montagna, tu?
Riccardo Milani era in piedi accanto alla mia sedia del ristorante “Prego” e io, senza capire dove voleva arrivare, cominciavo ad annaspare in un calcolo matematico di date confuse nel tempo. Ma per fortuna lui non aspettò la mia risposta: – Avresti mai pensato di vedere aerei pieni di arrampicatori?

E’ vero, li vedi subito: E9 e Montura la fanno da padroni addosso a ragazzi, ragazze, uomini maturi, signore di mezza età. Una folla eterogenea, dalle lingue più disparate, che converge nell’unico mondo roccioso che la accolga con il bel tempo quasi garantito e con il sorriso di chi ha visto lo sviluppo del climbing isolano come una sostanziale svolta della propria vita lavorativa ed economica.

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Perfino i gatti, anch’essi molto diversi tra loro, alcuni spelacchiati, altri feriti perché litigiosi, si aggirano tra le sedie dei ristoranti e miagolando sembrano ringraziare questa fortuna piovuta dal cielo. Qualche gatta incinta si struscia sulle nostre caviglie.

Non c’è stagione bassa a Kalymnos, al massimo si può parlare, a settembre e ottobre, di un’alta stagione. I climber ci sono anche ad agosto, quando le falesie esposte a settentrione sono le preferite: poi al pomeriggio, o alla sera, gli arrampicatori si mescolano ai turisti che si bagnano in un mare da cartolina. Qualcuno di loro è semi-stanziale.

Con Alessandro e Umberto, e accompagnato da Guya, sono stato a Kalymnos nella settimana pasquale. Ne siamo appena tornati, con occhi ancora pieni di mare e rocce multicolori, di uomini baffuti, di donne formose che si tingono di biondo e di vetrine piene di spugne naturali.

A Kalymnos le feste pasquali sono molto “sentite”. Mentre in Grecia normalmente ci sono i fuochi artificiali, qui c’è la persecuzione dei “botti”, di vera e propria dinamite. A parte gli innumerevoli scoppiettii provocati dai bambini con cariche di certo innocue, dinamite del tipo Hi-explosive viene fatta brillare in pieno centro abitato quando meno te lo aspetti. Pare che l’usanza sia nata dopo che i tedeschi in ritirata ne abbandonarono sull’isola grande quantità: comincia qualche giorno prima di Pasqua e non sono rari i vetri rotti.

A Kalydna right Cave, Umberto Villotta su Khali Nikla (6b) e Alessandro Brambillasca su Mami Nova (6c)
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Nel tardo pomeriggio, l’hangout dei gruppi di climber è regolare: a Myrties, il Babis Bar è assai gettonato, mentre a Massouri ci si può quasi stravaccare da Fatolitis. E’ imperdibile l’accoglienza festosa del proprietario, mr. Sakis, da Guya soprannominato “il nonno di Nosferatu” per via di entrambe le unghie dei pollici lasciate crescere a dismisura, annerite e ricurve. Ti saluta come un vecchio amico, poi si lascia crollare sulla sua sedia a dirigere moglie e figli. Abbiamo assistito a un battibecco in greco fra loro durato tutta una sera… sembrava una recita teatrale.

Il ristorante dell’Harry’s Paradise a Emporios è immerso in un giardino di ulivi e di fiori incredibili: peccato fosse chiuso! Ci siamo ovviamente rifatti all’Aegean Restaurant (Massouri), letteralmente proiettato sul mare di fronte a Telendos, oppure al famoso Kokkinidis (sempre a Massouri), gradevole terrazza ritrovo storico del mondo arrampicante, tenuto dalla signora Rita, così gentile da essere ben oltre la cortesia. Altri momenti intensi al Prego, di fronte ai giganteschi piatti cucinati da mr. Stavros, un uomo tanto grosso quanto fluido nei movimenti.

Un altro momento delizioso si è avuto al porticciolo di Telendos, quando da Rita’s ci hanno servito uno Tzaziki “real greek style”, con tanto di quell’aglio da avere alito pestilenziale per due giorni…

La parola d’ordine è “relax”, ti alzi alla mattina e ti convinci, davanti a una ricca colazione, che è proprio il caso di decidere dove andare. Le falesie sopra Massouri sono lì, basta camminare un quarto d’ora. Se vuoi andare più lontano, beh, basta noleggiare i motorini. I più sportivi vanno a piedi a passo di carica, oppure in bicicletta.

Un vecchio alpinista come me è tentato di trovare tutto questo poco operoso viavai molto edonistico e privo di ideali, poi riconosce nella compagnia, nel relax e in questa particolare natura isolana l’essenza che ci governa: il piacere.
Un piacere non inteso come ricompensa per atti eroici, fatiche disumane e dedizione all’ideale: un piacere che sta in piedi da solo, semplice, immeritato. La capacità di immergersi nel dono eterno della quiete, o dello scoprire il nostro lato pigro ed egeo, una specie di egoismo sociale.

La Grande Grotta
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Nessuna di queste divagazioni culturali, nessuna di queste pippe mentali sembra appartenere ai gruppetti di climber che si avviano alle falesie. Però tutti loro hanno almeno un progetto per la giornata. Dispiegano ordinatamente la loro corda singola ammucchiata sul telo contenitore. Si vogliono “scaldare” su difficoltà a loro adeguate, due o tre vie da una lunghezza di corda, a volte monotiri di ben 50 metri di altezza: poi sono pronti per produrre la loro piccola (o grande) impresa personale della giornata, perciò studiano con occhio esperto la via che non sanno se gli riuscirà o no. Di certo gli itinerari sono perfettamente attrezzati, non riserbano quelle cattive sorprese cui qualche falesia nostrana talvolta non riesce ad abituarci. Non sembra cioè che coloro che hanno equipaggiato i percorsi vogliano il nostro fallimento per risultare, loro, i più bravi. Al contrario, sembra proprio che desiderino i nostri piccoli successi e che quindi ci aiutino mettendo lo spit sempre al punto giusto e concedendoci anche una graduazione non severa.

I più di 2200 itinerari delle due isole, Kalymnos e Telendos, hanno ovviamente qualche piccolo particolare non omogeneo, ma nel complesso ti puoi sempre fidare.

Kalymnos ha visto parecchi big passare di lì e magari aprire un difficilissimo itinerario, oppure liberarne uno che era lì in attesa. Durante il Climbing Festival arrivano sempre anche grandi nomi, e lo spettacolo è assicurato. Perché tutto qui, in arrampicata, urla allo spettacolo, basti guardare le grotte con le “tufa” più o meno giganti, concrezioni stalattitiche che permettono le evoluzioni più atletiche.

In arrampicata sulle “tufa” della Grande Grotta
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Ci sono tanti piccoli ricordi che vorrei non si appannassero.
A Palionisos, scendendo alla spiaggia, ci accorgiamo di un pitbull alla catena: lontano da qualunque casa, era nella sua cuccia, un bidone di metallo arrugginito, e infastidito scacciava le mosche da una zampa ferita. Intorno aveva del cibo schifoso, panini interi e una ciotola di acqua fetida e biancastra. Si è alzato a fatica, ma aveva anche la forza di scodinzolare. Attorno, rifiuti di vario genere.
Una vecchiarella, preceduta dall’anziano coniuge, camminava a fatica verso casa: portava una borsa pesante e un bidone pieno di non so cosa, faceva due passi poi si appoggiava al muretto. Anche il marito era carico, ma sembrava più agile. Le ho preso il bidone, l’ho depositato all’uscio.
– Ephkharisto… ephkharisto!
– KalimEra… adIo!
Pochi metri dopo ecco un recinto di quelli da aprire e richiudere per gli animali. Un’altra coppia di anziani ci guardava passare. Nel timore di essere invadente, accenno a tornare indietro. La contadina si alza, mi fa capire che possiamo proseguire e ci offre due biscottoni ancora caldi di forno.
– Questi biscotti diamoli al pitbull – mi dice Guya qualche metro dopo. Si rammaricava di aver lasciato in stanza dei panini raffermi preparati con gli avanzi della colazione e poi non mangiati.

Guya dà i biscotti al pitbull
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L’episodio più indimenticabile è avvenuto alla falesia di Ghost Kitchen. Stavamo arrampicando su Zyva (Far right Wall) quand’ecco che arriva un gruppetto di italiani tra i quali la guida alpina di Fiera di Primiero Renzo Corona. Riconosciutici in maniera comica (ci eravamo visti esattamente un mese prima a una conferenza) perché entrambi ci eravamo tagliati i capelli in modo significativo, Renzo, con un amico, era assieme alla compagna Giusy e al figlio adottivo Manuel, di colore. Proveniente dall’Angola, il ragazzino era vivacissimo, simpatico e molto loquace. Da soli due anni in Italia, se la cavava benissimo con la lingua. Manuel ha voluto sapere i nomi di tutti e, saputo anche il mio e visto il colore dei miei capelli, mi ha subito appellato “don Alejandro de la Vega”, il favoloso padre del suo eroe, Zorro.
Mi fece un mucchio di domande sulle avventure di Zorro, sempre premettendo “don Alejandro”. Giusy mentre assicurava Renzo ascoltava sorridendo e raccomandandomi di non dargli troppa corda. Anche io facevo sicura ad Alessandro “Brambi”, mentre Umberto vagava lì vicino alla ricerca di altre vie giuste per noi.
Approfittando della relativa lontananza dagli adulti, spinto dall’irrefrenabile movimento delle esagerazioni della sera prima e speranzoso di non essere udito, mi lasciai andare a una lieve fuoriuscita di gas intestinale. Nell’isola dei “botti” mi sembrava lecito…
Manuel, che in quel momento era stranamente muto e trafficava con dei sassi… mi guarda e mi chiede con fare giudizioso: – don Alejandro… hai fatto un peto?
– Sì – gli rispondo sperando che la cosa finisse lì, per non negare l’evidenza.
– Don Alejandro ha fatto un peto! – urla a quel punto Manuel coram populo, provocando le risate di tutti gli italiani presenti e la mia definitiva squalifica…

Dopo aver fatto un 7b+ a Ivory Tower, una ragazza americana sta con il suo bambino
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Certo che ne abbiamo fatta di strada: dall’alpinismo, quello delle invernali, del sesto grado e dell’artificiale, siamo passati al Nuovo Mattino, abbiamo scoperto le scogliere, le falesie del mezzogiorno, l’arrampicata sportiva. Poi nel 1996 il romano Andrea Di Bari, in vacanza a Kalymnos, scopre le potenzialità rocciose dell’isola e comincia a valorizzarle l’anno dopo. Qui l’arrampicata parte sportiva, anzi la vendita dei friend nell’unico negozio di articoli sportivi di Massouri è vista come una barzelletta. Qui il “trad” è una parola che non ha senso nominare. Qui parliamo di “runout” quando ci sono quattro metri sprotetti (e succede di rado).

Qui arrivano due ragazze norvegesi e arrampicano sul 6a, 6b e 6c in canottiera mentre noi siamo in pile e pensiamo di indossare anche la giacca a vento, qui un’americana si fa un tiro di 7b+ e poi scende a coccolare il suo bambino che le aveva tenuto un’amica, qui si fa fatica a non prendere chili mangiando la sera a prezzi bassi cose buonissime e aprendo le danze con aperitivi di birra Mythos e di “uso” al ritmo dell’happy hour. Qui si vorrebbe rimanere a tempo indeterminato.

– E tu, caro Riccardo, avresti mai detto, tipo 40 anni fa, che questi aerei pieni di climber lo sono a metà maschi e metà femmine? Te lo ricordi com’era la montagna, allora? Di ragazze neppure l’ombra…
– Eh… ma quella era montagna!

postato il 23 aprile 2014

Alessandro (don Alejandro) e Guya a Vathy
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La pace sportiva di Kalymnos ultima modifica: 2014-04-23T11:44:55+00:00 da Alessandro Gogna

7 thoughts on “La pace sportiva di Kalymnos”

  1. Vabbeh… Don Alejandro… ci andrò anch’io tra quindici anni. Fino ad allora inseguirò la mia curiosità nelle “inculandie”… 😉

  2. Don Alessandro… nostalgie autunnali… di rocce e temperature calde… dove giocare con la roccia e la nostra passione arrampicatoria “alpinisitica”…, dove ad ogni tiro senza l’ansia della prestazione sempre ci godiamo la bellezza di questa passione, profonda passione dove il connubio uomo-roccia attraverso l’arrampicata ci regala un piacere immenso. Anche questa è una sfumatura di quanto abbiamo appreso andando in montagna…

  3. Fai venire una gran voglia di vederla questa Kalymnos; si aggiunga che per un anziano ancora parzialmente autosufficiente, questa benevolenza nelle gradazioni delle vie è molto appagante, basta crederci…
    Comunque Don Alejandro sta meglio con il capello in taglio estivo

  4. Bravo Sandro dal tuo scritto intuisco che l’isola ti sia piaciuta. Non ne dubitavo ma ora me lo hai confermato.
    Betty ed io vi aspettiamo per un altro ritorno, ti porteremo alla scoperta dei posti più nascosti solo per pochi local.
    Saluta Guya
    ps non è vero che stavi meglio con i capelli lunghi! (la mia è tutta invidia)

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