La Parete dei Militi

La Parete dei Militi
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Liberi cieli, 1970)

Lettura: spessore-weight*, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***

Nel 1955 la rivista Scandere pubblicava una vasta monografia sulle palestre di arrampicamento torinesi, scritta da Arturo Rampini. In essa figurava anche la Parete dei Militi. Sono passati diversi anni e non sono in verità molte le vie nuove aperte sulla grande muraglia, ma le vie «vecchie» sono state sovente ripetute ed alcuni criteri di valutazione sono stati rivisti ed uniformati al sistema odierno di valutazione. Alcune vie non erano ancora state ripetute e la relazione dei primi salitori si è poi rivelata un po’ scarna o talvolta (leggi Guido Rossa) eccessivamente e pericolosamente severa.

Mi sono così accinto a questo lavoro di revisione e di aggiornamento delle vie aperte sulla parete, su cui ho trascorso alcuni dei momenti più intensi della mia vita alpina. Ho cercato soprattutto di curare la chiarezza, valendomi di schizzi schematici sul modello di quelli francesi, ossia indicando le difficoltà per ogni tiro di corda e i punti di sosta.

Ringrazio vivamente tutti coloro che mi hanno fornito informazioni e notizie utili, soprattutto Guido Rossa per i suoi chiarissimi schizzi e il gran numero di notizie interessanti e poco note, Gian Carlo Grassi per la stesura di numerose note tecniche, Corradino Rabbi, Paolo Bertino e naturalmente… Arturo Rampini, della cui opera sovente mi sono valso per la stesura delle note tecniche.

Note caratteristiche
Imponente e grandiosa parete verticale caratterizzata da grandi pilastri e profondi camini che delimita il lato destro idro-orografico del vasto pianoro inferiore della Valle Stretta. L’altezza della parete e quindi la lunghezza delle vie varia da 180 a 350 metri.

La particolare conformazione della parete permette di arrampicare solo da maggio a fine ottobre. Data l’esposizione settentrionale della parete, in inverno le vie sono in pessime condizioni, per la presenza di neve e soprattutto di ghiaccio nei camini e il salirle può costituire una notevole impresa. Fa eccezione la via dello Spigolo Grigio, che data l’esposizione e la verticalità, è sovente in ottime condizioni anche in inverno.

Assolutamente sconsigliabile arrampicare sulla Parete dei Militi all’inizio della primavera (marzo-aprile) quando sulle terrazze superiori sono ancora presenti grosse quantità di neve: il disgelo provoca slavine e valanghe che precipitano lungo la parete trasportando sassi e sovente anche tronchi d’albero.

La roccia a un esame superficiale sembra assai vicina alla dolomia e al calcare: si tratta infatti di rocce calcaree, ma siamo ben lontani dalla saldezza e dalla ricchezza di appigli della dolomia.

La roccia, prevalentemente formata da calcari e da calcescisti, è profondamente alterata e richiede la massima attenzione durante l’arrampicata. In genere buona, anzi sovente ottima, nelle zone più scure, nerastre e grigie. Pessima nelle macchie rossastre, dove addirittura è impossibile l’arrampicata e molto friabile nei settori giallastri. A volte lo scorrimento superficiale dell’acqua e delle slavine ha levigato in misura notevole la roccia, formando placconi biancastri di roccia saldissima, ma liscia come il marmo.

In genere le strutture interne, camini e fessure, presentano roccia decisamente migliore che in parete aperta o sugli spigoli. Naturalmente sulle vie più frequentate si è svolto un notevole lavoro di ripulitura degli appigli instabili e delle rocce malferme.

L’arrampicata deve essere, ripeto, molto attenta, saggiando la consistenza di ogni appiglio prima di affidarvi il proprio peso, evitando gli scatti bruschi e i «retablissemants» brutali sui blocchi e sulle lame. Anche la chiodatura richiede particolari precauzioni: evitare di chiodare lame staccate e blocchi addossati alla parete. Cercare sempre di sfruttare il fondo dei diedri o le stratificazioni orizzontali della roccia. Si rendono utili in genere chiodi piuttosto lunghi e sottili, che penetrino a fondo nella roccia senza forzare i bordi della fessura. Altre volte, invece, sono di grande utilità grossi chiodi a U o anche chiodi da ghiaccio di tipo Cassin ad anello libero.

Ricordo infine che le vie più percorse sono le più solide e le più sicure e che in genere tutti i chiodi necessari sono in posto.

Valle Stretta, Parete dei Militi, Alessandro Gogna sul passo delle Tre Vie (inizio di vie Gervasutti di sn e di ds e di Diedro del Terrore), 12 settembre 1982

Accesso
Da Bardonecchia 1312 m fino a Melezet 1367 m, posto di frontiera, necessaria carta di identità o passaporto. Carta verde non richiesta, in quanto la strada ha termine al Rifugio di Valle Stretta.

Quindi per ottima strada in terra battuta, percorribile da ogni tipo di automezzo, fino al grande pianoro alla base della parete. Chilometri 10 da Bardonecchia. Come punto di appoggio si può utilizzare il Rifugio di Valle Stretta della Sezione di Torino del Club Alpino Italiano, posto a 1790 metri al termine della strada, due chilometri dopo il grande pianoro sotto la parete. Il rifugio è sempre aperto in estate con servizio di alberghetto e sovente anche in inverno il sabato e la domenica. Servizio con gatto delle nevi, per informazioni rivolgersi a Bardonecchia al custode Piero Maggi.

Avvertenze
I termini destra e sinistra sono sempre intesi nel senso di chi cammina o di chi arrampica, salvo diversa indicazione.
Gli orari sono rapportati a cordate di due persone, assuefatte alla difficoltà e alle caratteristiche della parete.
La classificazione delle difficoltà è data secondo i termini della scala francese, ossia per gli itinerari:
F = facile
PD = poco difficile
AD = abbastanza difficile
D = difficile
TD o MD = molto difficile
ED = estremamente difficile
con le loro suddivisioni in inferiore e superiore. Per i singoli passaggi, per l’arrampicata libera: I-II-III-IV-V-VI (inferiore-superiore); per l’arrampicata artificiale: A1-A2-A3-AE.

Parete dei Militi, Ernestino Fabbri sul Diedro Giallo, 11 settembre 1982

Storia alpinistica
Ogni volta che Michele Rivero percorreva la bella Valle Stretta, giunto ai piedi della Parete dei Militi, non poteva fare a meno di soffermarsi a lungo, stranamente soggiogato dal fascino di quella tetra e repulsiva muraglia, che sembrava respingere ogni proposito di salita. Eppure, a poco a poco, Rivero andava convincendosi che lungo qualche ruga sottile, lassù nei neri camini, tra le grandi placche levigate, forse si sarebbe potuto passare. Ma proprio lassù, al termine della parete, alcuni pini che si affacciavano sul vuoto, sembravano irridere beffardamente ai suoi propositi di scalata.

Erano giorni gloriosi per l’alpinismo torinese. I grandi accademici di allora, Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte, Rivero, erano in cerca di una palestra severa e veramente adatta agli scopi che si prefiggeva la «Scuola d’alpinismo» torinese, appena sorta. Si erano resi conto che la palestra era indispensabile per adeguarsi a livelli tecnici raggiunti dagli alpinisti delle Alpi Orientali. L’alpinismo torinese rischiava forse di rimanere un po’ indietro.

Vi erano numerose altre palestre, come i Denti di Cumiana, la Rocca Sbarua o il Plu, ma mancava un terreno d’azione veramente impegnativo per continuità e per lunghezza, un vero trampolino di lancio verso imprese severe in alta montagna.

Così nell’autunno del 1936 Rivero decide di portare un primo tentativo a quelle rocce stranamente stratificate, simili forse come aspetto alle belle «crode» delle Dolomiti. Con alcuni amici Rivero ha condotto a termine alcune ascensioni di forte difficoltà nel gruppo del Civetta, ritiene quindi di aver acquisito l’esperienza necessaria per cimentarsi con quella parete così diversa da quelle delle Alpi Occidentali.

Rivero e Castelli salgono il cono di ghiaie al centro della parete e giungono all’attacco delle rocce. Ma non sono i soli: un altro gruppo di alpinisti, venuto a conoscenza dei propositi di Rivero, sta avvicinandosi dalla parete, per attaccare un grande camino più a sinistra del settore centrale della parete, dove i due intendono salire.

Parete dei Militi, Alessandro Gogna sul Diedro del Terrore, 12 settembre 1982

I due non ci badano e attaccano così il passaggio iniziale; subito si rendono conto che non si tratta certo di dolomia: appigli malsicuri, roccia friabile e stranamente stratificata, placche levigate. Dopo un passaggio obliquo molto difficile imboccano un canalino verticale e sbucano in un zona di terrazze. Le risalgono fin contro la muraglia verticale e nerastra, impressionante, sbarrata da tetti giganteschi e da strapiombi insormontabili. Riescono però ad individuare una linea probabile di salita: si tratta di attraversare a destra fin quasi allo spigolo che delimita la parete, dove un esile camino a pochi metri dallo spigolo sembra lasciare qualche speranza di salita. Ma ormai è tardi e devono ridiscendere. Mentre ritirano l’ultima corda doppia, scorgono il gruppo dei… competitori mentre si sta lentamente ritirando, calando con grande difficoltà il capocorda ferito: era volato cercando di superare un profondo camino dall’orrido aspetto.

Ma il gruppo, formato dai due fratelli Ceresa, da Enrico Adami, da Enrico Devalle e da Achille Calosso, appunto il capocordata volato, non si diede per vinto e ritornò all’assalto. Ad essi si unì anche Leo Dubosc, alpinista eccezionale, e valendosi della sua bravura il gruppo riuscì ad aprire la prima via sulla parete, seguendo il grande e profondo camino a sinistra delle gole centrali.

Anche il grande Gervasutti, il Fortissimo, non può fare a meno di interessarsi alla parete. Nel 1941, con Guido de Rege di Donato, apre una via lungo la grande e profonda fessura-camino di sinistra, delle due che solcano a fondo la parete nel settore centrale: si tratta di un’arrampicata difficile sia per la qualità della roccia, a tratti molto friabile, che per la difficoltà dei passaggi, sovente molto faticosi e rudi, adatti quindi alle straordinarie doti atletiche del «Fortissimo».

Ancora Gervasutti, questa volta con Rivero, nel 1943 percorre la grande fessura-camino di destra, caratterizzata da alcune caverne che rendono l’ambiente stranamente grandioso e suggestivo. L’arrampicata è bella e divertente ed anche la roccia è migliore, anzi a tratti molto salda.

Ma certo Rivero pensa sempre al «suo» problema: il camino a sinistra del grande spigolo. Il 5 settembre del 1943 con Giuseppe Gagliardone è all’attacco della parete.

Ripercorrono il tratto iniziale e attraversano lungo le terrazze fino ai piedi della parete terminale. Salgono due lunghezze di corda senza incontrare difficoltà eccessive, a parte l’estrema friabilità della roccia. Per raggiungere l’inizio del camino che si intravvede trenta metri più in alto, devono ora superare una fascia strapiombante completamente marcia, insuperabile. Gervasutti già aveva tentato, ma tradito da un appiglio instabile aveva compiuto un lungo volo, per fortuna senza gravi conseguenze.

Attraversano allora a sinistra e dopo trenta metri scoprono un piccolo diedro di roccia sana che incide la fascia strapiombante. Lo superano e proseguono direttamente superando notevoli difficoltà su roccia molto malsicura, fino a una cengia friabilissima, che attraversando a destra li riporta nella direttrice del camino. Lo percorrono fino al termine con interessante arrampicata in opposizione ed escono sulle grandi terrazze sommitali.

Rivero è soddisfatto, gli pare finalmente di aver trovato un campo d’allenamento degno del livello tecnico raggiunto dall’alpinismo dolomitico. L’edificio ormai poggia su robusti pilastri, ma tutto crolla in un solo istante.

Gervasutti cade al Mont Blanc de Tacul, la perdita è irreparabile. Ma il destino sembra infierire crudelmente sugli alpinisti torinesi: anche Gagliardone cade sull’Aiguille Noire, Boccalatte al Triolet… E poi la guerra, altri caduti, altri lutti irreparabili.

Una nera ombra si stende sulla grande parete, a lungo rimane in silenzio, senza i secchi colpi di martello, senza i richiami, senza i comandi per le manovre… Ma l’alpinismo torinese non è finito. Vi sono i giovani, i giovani che escono dalla guerra, senza soldi, con gli ideali distrutti e infranti, i giovani che vedevano in Gervasutti un simbolo, un esempio da perseguire.

Sono Guido Rossa, Corradino e Rodolfo Rabbi, Marco Mai, Umberto Prato, Giorgio Rossi, Giacomo Menegatti, Ettore Russo, Mario De Albertis, Arturo Rampini… Tutte le domeniche si ritrovano nel grande prato sotto la parete, sono affiatati, sono tutti amici, un solo ed unico gruppo per comunione di ideali e di intenti: nasce così il Gruppo Alta Montagna. Non hanno grandi mezzi, ma una passione enorme e capacità eccezionali. Sovente partono da Torino in bicicletta, a volte il treno li lascia a Susa, sono tempi difficili, ma non disperano. Il Bianco, le Dolomiti, sono gruppi ancora lontani, accarezzati nei sogni.

Ma c’è la valle, la bella valle dai mille colori, straordinariamente bella in autunno quando i larici si tingono d’oro e si confondono tra le rocce rosse e giallastre. Il Gruppo è legato alla valle, alla parete, ha saputo scrivere qualcosa sulla parete, lassù nei neri camini, nei diedri immensi e giallastri, sui placconi levigati, è rimasto qualcosa del Gruppo.

Vengono ripercorse tutte le vie aperte dai «grandi» sulla parete, a volte con numerose varianti di estrema difficoltà. Vengono percorsi gli spigoli, i diedri, le fessure e i camini più evidenti. Si aprono vie di alta difficoltà e di grande interesse, ormai il livello tecnico raggiunto è veramente eccezionale e sarà confermato dai formidabili risultati ottenuti dal Gruppo, quando riuscirà a uscire dalla valle e a lanciarsi sulle grandi montagne.

L’anima del Gruppo e della parete è Guido Rossa; è un artista, un arrampicatore elegantissimo e dalle visioni lungimiranti. Apre sulla parete le vie più difficili e più rischiose, ma è sempre il grande diedro centrale che lo affascina. Un diedro immenso, liscio, nerastro, sbarrato da fasce di tetti e di strapiombi, l’ultimo dei quali sporge sul vuoto per più di trenta metri. Guido ogni domenica è sotto la parete: percorre tutte le vie, da solo e in cordata, in estate e in inverno. Attacca il grande diedro una, due, tre, quattro volte, supera la prima grande fascia di tetti con un tiro «capolavoro» in artificiale, ma giunto sotto il grande tetto non riesce a proseguire: la roccia è marcia, non è possibile chiodare e le grandi placche nerastre a destra sembrano insuperabili.

Anche Walter Bonatti, allora a Bardonecchia, si interessa al problema: anch’egli sale fin sotto il grande tetto, ma poi deve ridiscendere. Frattanto Guido attacca anche il nero e marcio camino a destra del grande diedro, che per i suoi strapiombi, scherzosamente è divenuto «il diedro del terrore», ma la roccia marcia rende insuperabile il tratto centrale del camino.

Il 3 gennaio 1953 Rossa sale in prima invernale e da solo la via Gervasutti di destra. Tre anni dopo, il 17 giugno 1956, in un solo giorno, da solo, sale lo spigolo Fornelli in 25 minuti, la via De Albertis in 40 minuti e la via Gervasutti di sinistra in un’ora. Ogni commento è superfluo.

Ma poi Guido lascia Torino e una seconda ombra scende sulla parete. A poco a poco subentra un periodo di progressivo abbandono e ritorna il silenzio nei grandi camini e sulle terrazze costellate di pini.

Parete dei Militi, via De Albertis, Gabriele Beuchod assicura Roberto Bonelli, 18 luglio 1980

Eppure qualcuno subisce ancora il fascino di quelle rocce: Alberto Marchionni e Berlino attaccano il diedro del terrore, superano la prima fascia di tetti, ma poi, data l’ora tarda, devono ridiscendere. Si sfila il chiodo dell’ultima corda doppia e Marchionni compie un volo pauroso, per fortuna senza conseguenze.

E poi tocca ai giovanissimi: con grande rispetto per i «grandi» e con molto timore si avvicinano alla parete e ne subiscono il fascino. Grassi e Motti ripetono quasi tutti gli itinerari della parete e ne restano soggiogati: alcune vie aperte da Rossa non erano ancora state ripetute e si rivelano estremamente difficili, di grandissimo impegno e dimostrano in pieno le grandi capacità dei ragazzi del Gruppo. Anche loro vogliono cimentarsi con il diedro del terrore. Un primo tentativo di Motti e Sacco va a vuoto, ma poi nell’ottobre del 1966 Grassi e Motti riescono a portare a termine la salita del diedro, trovando un passaggio proprio su quei lisci placconi nerastri che sembravano insuperabili.

Frattanto anche altri giovanissimi si interessano alla parete: Paolo Armando, un eccellente arrampicatore milanese trapiantato a Torino, con Andrea Cenerini porta un deciso tentativo alla formidabile parete verticale e strapiombante compresa tra lo spigolo meridionale e la via Dubosc: le difficoltà sembrano fortissime, vi sono enormi tetti, la roccia è friabilissima. Rossa aveva già tentato, però molto a destra, lungo una fessura che inizia da una profonda grotta sotto grandi tetti. Il suo tentativo viene ripreso senza successo da Motti, Grassi e Willy Fassio.

Armando supera lo zoccolo di placconi grigiastri e giunge sulle terrazze sotto la muraglia strapiombante. Supera una prima difficilissima lunghezza di corda, poi sale Cenerini, ma un chiodo cede e precipita per 40 metri, fermandosi fortunosamente sulla terrazza e restando miracolosamente illeso.

Per un tragico destino Armando e Cenerini cadranno insieme nell’agosto del 1970 sulla parete nord del Monte Gruetta.

Oggi la parete non è molto frequentata dai torinesi, che forse non amano la roccia friabile. Vi sono sempre i soliti che ripetono le solite salite, ma i giovani, anzi i giovanissimi, trascurano un po’ la parete e forse è un male.

Mi auguro perciò, che questo lavoro possa riavvicinare i giovani alla Parete dei Militi, dalla quale sicuramente sapranno trarre delle grandi soddisfazioni.

Segue la monografia vera e propria.
Attenzione: data la pesantezza del file in pdf, potrebbero essere necessari alcuni minuti per il download.

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La Parete dei Militi ultima modifica: 2017-09-21T05:43:53+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “La Parete dei Militi”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    Ho arrampicato per la prima volta su questa parete alcuni anni fa sullo spigolo Fornelli. Salita divertente su buona roccia.

    All’inizio di questa estato siamo ritornati per salire la De Albertis-Rivero. BELLA!! Più impegnativa di quello che pensavamo, anche se attuale richiodatura la rende “addomesticata”. Pensare ai primi salitori su quelle fessure decisamente poco proteggibili con l’attrezzatura di allora, fa togliere il cappello, per la bravura tecnica e il folto pelo sulla pancia. Il “Diedro del Terrore” è un bel prossimo abbiettivo.

     

  2. 3
    Giuseppe Penotti says:

    Ero legato con Marco Lanzavecchia. La via “addomesticata”mi aveva ribatutto al secondo o terzo tiro negli anni 80. Già con le scarpette ma ancora con chiodi e martello e su una roccia che impressionó non poco me e il mio socio di allora. Le impressioni di Motti sulle vie storiche sono ancora ben attuali.  La parete è solare a guardarla. Poi ti infili dentro e tutto diventa improvvisamente tetro e severo. Insomma popolare non lo sarà mai, nemmeno nelle vie richiodiate.

  3. 2
    Giacomo G says:

    Nel rileggere le descrizioni e i racconti di Motti bisogna riportare tutto al giusto tempo. Ora quel tipo di arrampicata di ricerca e di avventura si fa molto poco. Dubito che la poca frequentazione sia aumentata, anzi. Probabilmente gli unici scalatori si vedono sulle pareti delle gare. Posto fresco ( e molto bello ) d’estate ma la parete e’ stata letteralmente devastata. Scavi un po’ ovunque, ma il peggio sono le cementate per consolidare la roccia, la cui qualita’ e ‘ ben descritta da Motti. Mai visto nulla peggio, neppure negli anni bui dell’uso della sika!

    Comunque, alcune vie sono piacevoli dal punto di vista sportivo.

  4. 1
    Marco Lanzavecchia says:

    Ho arrampicato per la prima volta alla militi la settimana scorsa su una delle vie più facili e “addomesticate”. Sarà stata la pioggerella, sarà stata la tetraggine del posto… Non posso dire di essere stato molto a mio agio. Ma debbo ammettere che saranno state quelle, sarà stata la storia antica e quella un po’ meno… Ma il fascinol’ho sentito.

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