La parete est di cima Brenta

Storia di un rubino incastonato
di Marco Furlani (tratto dal suo sito La valle della luce).
La cima Brenta 3150 m è “un grandioso e complesso massiccio roccioso e ghiacciato”, scrive Ettore Castiglioni descrivendo la sua massiccia e complessa mole. La sua parete est è una delle più alte, grandiose e selvagge, dell’intero gruppo del Brenta.

L’immane parete est di cima Brenta
L'immane parete est di cima Brenta

Alta architettura visibile da qualunque belvedere posto a est del gruppo, questo imponente massiccio dolomitico ha sempre attratto lo sguardo dell’escursionista; dal Bondone, alla Paganella o dalla Marzola, l’occhio dell’alpinista non poteva rimanere insensibile, attratto da quella grande macchia rossa, quasi un rubino incastonato in una splendida cornice, che è il bellissimo pilastro est.
Questo domina la testata delle Val Perse e sale dalle ghiaie del sentiero Orsi che ne bordano la base con un sol balzo di 600 m fino alla cengia Garbari dove passano le Bocchette Alte per continuare più rotto fino alla vetta.
La storia alpinistica di questa parete è relativamente recente, il forte M. Agostini con A. Moser ne violano l’intangibilità il 13 luglio 1930 salendo con un elegante itinerario di quarto grado su buona roccia sulla nera e spesso bagnata parte destra, ben distanti dal vero e proprio pilastro rosso.

La macchia rossa"il rubino"
La macchia rossa, “il rubino”

Il 28 settembre 1936 gli accademici Matteo Armani e Marcello Friederichsen, due autentici giganti dell’epoca d’oro del sesto grado, salgono l’estetico camino ad arco che borda il pilastro sempre comunque sulla destra: ne esce una via logica, di estetica meravigliosa, stupenda, con tratti veramente impegnativi. Armani la valuta di V grado, ma chi ha ripetuto le vie di questo grande e quasi sconosciuto atleta sa di cosa si parla, in più tratti si sfiora il VI grado.

Il grande eroe sconosciuto Matteo Armani
Il grande eroe semi-sconosciuto Matteo Armani

Qui vale la pena spiegare bene la morfologia della parete in questo settore perché per anni, complice la descrizione di Castiglioni, ci sono stati fraintendimenti.
Egli nella sua guida Dolomiti di Brenta scrive: “la via si svolge lungo quel sottile diedro verticale che delimita a destra l’enorme placca rossa della parete”. Questa descrizione può trarre in inganno l’alpinista, la via Armani infatti segue il camino subito a destra del diedrino ben visibile, molto evidente perché la via attacca prima per un’esile fessura che man mano si trasforma in camino e che solca elegantemente ad arco quasi tutta la parete ed esce per un’evidente colata nera.

Due delle vie che tagliano il Rubino
Due delle vie che tagliano il Rubino

L’attenzione si sposta sulla sinistra, dove la parete presenta uno spigolo poco accennato interrotto da numerosi strapiombi.
Quattro assi dell’alpinismo acrobatico, due guide e due accademici, Marino Stenico, Bruno Detassis, Carlo Sebastiani (Topo) e Marco Franceschini liquidano il problema nel luglio del 1947 con 8 chiodi su 500 metri di V e VI grado. E’ da ricordare che questa è la prima via nuova di Bruno Detassis dopo i lunghi anni di prigionia e privazioni in un campo di lavoro in Germania: al suo rientro a Trento dopo la guerra pesava 47 kg, quando il suo peso forma era di 75.

Bruno Detassis con Ettore Castiglioni
Bruno Detassis con Ettore Castiglioni

All’inizio degli anni ’60 i tempi sono oramai maturi per risolvere il problema principale della parete, il superamento diretto degli strapiombi rossi, impresa studiata nei minimi particolari come nel suo stile da Marino Stenico, poi anche Bepi Loss, altri alpinisti, magari meno famosi ma non per questo meno bravi e agguerriti, come Cesare Cestari e Renato Comper, due sosatini purosangue.
I due attaccarono, ma la mancanza di materiale adeguato e di tempo spegne le loro velleità 50 metri sopra la cengia che divide la fascia di rocce grigie da quelle rosse circa a metà della parete: è tuttavia il punto più alto raggiunto fino a quel momento.
Cesare Maestri con il fedele Carlo Claus attaccano decisi, sembra cosa fatta, ma il diavolo ci mette la coda e durante la notte di bivacco sulla cengia centrale, Cesare ha un attacco di peritonite.
Il generoso ed erculeo Carlo se lo porta sulle spalle quasi fin sulla porta dell’ospedale. Quando il ragno delle dolomiti è in parete, i giornalisti sono sempre all’erta e la notizia arriva a Verona.

Valentino Chini a sinistra e Marco Furlani sulla cengia Garbari dopo la via della Sorpresa
Valentino Chini a sinistra e Marco Furlani sulla cengia Garbari dopo la via della Sorpresa

All’epoca Milo Navasa era uno dei massimi esponenti dell’alpinismo dolomitico e aveva messo a punto un collaudatissimo sistema che si basava sull’apporto di due fortissimi compagni Claudio Dalbosco e Franco Baschera e un’organizzazione impeccabile.
I tre che avevano in programma la salita da qualche tempo colgono la palla al balzo e dal 13 al 17 luglio 1964 superano in perfetto stile alpino senza aiuto dal basso il pilastro con un ardito aereo ed estremo itinerario e dedicano la via alla loro Città di Verona, sono 600 metri di VI+ e A3.
Tutto sembra compiuto, ma nel settembre 1983 dopo un bivacco alla base la collaudata e inseparabile copia di accademici Marco Furlani e Valentino Chini supera l’esilissimo diedro nero (quello erroneamente attribuito da Castiglioni alla via Armani) che borda a destra la parete rossa interrotto nella prima parte da una fascia di grandi strapiombi gialli.

In risalita d'inverno lungo gli strapiombi di cima Brenta
In risalita d’inverno lungo gli strapiombi di cima Brenta

Partono carichi di chiodi pensando di dover vincere la parte centrale con l’uso di mezzi artificiali, ma ne escono in 8 ore di dura arrampicata libera su roccia straordinariamente solida usando solamente 13 chiodi e battezzando i 650 metri con il nome di Via della Sorpresa.

Una nota a parte merita il fortissimo accademico e uomo di punta del nostro alpinismo trentino negli anni ’80 e ’90 Dario Sebastiani “Seba”, atleta formidabile, apritore instancabile e fautore di un’etica severissima, dove i concetti classici si fondono con la sportività e l’avventura; spinto da un travolgente desiderio di nuovi spazi dove poter vivere nuove avventure traccia con Dario Merler un itinerario sulla sinistra della via Città di Verona il 13 luglio 1985. E’ la via Lory, difficoltà V e VI.

Dario Sebastiani "Seba"
Dario Sebastiani “Seba”

Poi Sebastiani, con l’inesauribile Valentino Chini “Vale”, sale la via dei Pilastri, VI, il 23 agosto 1985, altro itinerario molto impegnativo a destra della via Armani: non ci si lasci ingannare dai gradi perché il VI di Sebastiani è molto vicino al VII…

A sinistra del rubino la via "LORY" a destra la via dei "PILASTRI" le due vie di Dario Sebastiani

A sinistra del rubino la via Lory a destra la via dei Pilastri, le due vie di Dario Sebastiani

Con questa salita si chiude il periodo classico, l’ultima impresa in ordine cronologico vede a più riprese tra il 1996 e il 1997 uno degli astri nascenti del momento, l’ardita guida Andrea Zanetti “Zanna”, insieme con Andrea Andreotti, autentica leggenda dell’alpinismo, coadiuvati dalla cengia centrale da Fabio Bertoni che è con loro in vetta: salgono in stile modernissimo il difficile settore fra la via Città di Verona e la via della Sorpresa.

Da sinistra via Detassis, via Verona, via Sorpresa, via Armani
Da sinistra via Detassis, via Città di Verona, via della Sorpresa, via Armani
Andrea Zanetti "Zanna"
Andrea Zanetti “Zanna”

Si tratta di un itinerario grandioso aereo, ottimamente attrezzato, con difficoltà che travalicano il concetto del classico per entrare in una concezione diversa, dove sicurezza, avventura e grande difficoltà si fondono insieme dando origine a qualcosa di superlativo. Sulla parete nei vari tentativi i tre faranno 10 bivacchi terminando la via il 24 agosto 1997. Andrea Zanetti è socio della SOSAT ed ha voluto dedicare questo capolavoro al 75° compleanno della sezione operaia della SAT, per cui la via si chiama via del 75° SOSAT”.

La via è quasi subito ripetuta dall’accademico sosatino Lino Celva con la moglie Ilaria, poi dalle guide Antonio Prestini e Max Faletti, ancora dagli accademici Bruno Menestrina e Dario Feller, a dimostrazione che oramai i tempi sono cambiati e che gli arrampicatori cercano la grande difficoltà ben attrezzata.
Non resta che ricordare la salite invernali, questa parete per la difficoltà di accesso è stata una delle ultime a essere prese di mira in inverno. Un primo tentativo alla via Città di Verona vede Marco Pilati, il più grande invernalista trentino, con Valentino Chini, Aldo Murara e Flavio Marchesoni sferrare un attacco fallito per un’abbondantissima nevicata che li farà rientrare con un altissimo pericolo di valanghe.
Epica è stata la prima invernale e prima ripetizione assoluta da parte di Marco Furlani, con il fido Valentino Chini “Vale” e Cesare Paris, nel siderale inverno 1980/81, dal 19 al 25 gennaio. 6 giorni e 5 bivacchi in parete dopo 17 anni dall’apertura della via Città di Verona.
Alla fine degli anni ’80 la fortissima cordata composta da Michele Cestari e Giorgio Giovannini compie le prime invernali delle vie Armani e Detassis in giornata, la via della Sorpresa invece è appannaggio invernale di Franco Nicolini e Felice Spellini.

Ed ecco ancora il mitico Dario Sebastiani che in cordata con il suo alievo Michele Cestari il 4 febbraio 1998 compie la prima invernale della via 75° SOSAT, altra perla nell’attivita di Dario.

Michele Cestari "Cesta"
Michele Cestari “Cesta”
Giorgio Giovannini
Giorgio Giovannini

Non si cada nell’errore di pensare che la parete essendo rivolta a est sia in inverno più agevolata: il sole la lambisce solo per pochi minuti poi scompare dietro la Cima Baratieri, essendo poi alta di quota e libera verso nord è continuamente battuta dalle fredde correnti polari.
Rimane questa una delle più avventurose pareti delle Dolomiti e se si vorrà magari misurarsi con la vera avventura, una puntata qui è quasi d’obbligo.

Tracciati Via Sorpresa e via dei Pilastri
Tracciati Via Sorpresa e via dei Pilastri

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postato il 17 novembre 2014

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La parete est di cima Brenta ultima modifica: 2014-11-17T07:30:35+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “La parete est di cima Brenta”

  1. 4
    Alberto Benassi says:

    Furly raccontaci qualcosa anche della via LUCIA PIA alla Torre del Val Perse. Altra perla di Marco.

  2. 3
    lorenzo ventura says:

    Complimenti Furly e bei ricordi della via Armani salita insieme credo oltre 20 anni fa. Partenza rif Alimonta, bocca degli Armi o di Cima Molveno ( non ricordo bene), discesa scoscesa e impegnativa ( assenza di tracce) verso il sentiero Orsi, attacco e ritorno all’Alimonta per le bocchette centrali in circa 9 ore. In parete accompagnati per tutta la salita da uno sciame di api che non ci ha mai disturbato che venivano in parete per morire. Non riuscivo a togliere rapidamente un friend..vediamo se qualcuno immagina le giaculatorie del Furly, entusiasmante ricordo della parete nera finale con roccia incredibile a buchi talmente sani e appuntiti al loro interno da ferirsi i polpastrelli Grande via superba, bei tempi, grazie Marco

  3. 2
    Alberto Benassi says:

    bella e imponente la parete rossa della est di Cima Brenta. Un pò di anni fa con l’amico e compagno di tante avventure Giancarlo la salimmo proprio lungo la via della SORPRESA una bella realizzazione tutta in libera del grande Marco.

  4. 1
    Carlo Zanella says:

    quanto e’ bello leggere queste storie alpinistiche

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