La piccozza di Maria

Questo è un racconto di fantasia (che è stato pubblicato due anni fa in un notiziario del CAI ULE di Genova in occasione dell’anniversario di fondazione) ma che trae spunto da un fatto vero accaduto ad Andrea Mantero.

Nell’estate del 1992, dopo aver effettuato con i suoi compagni la salita del Diedro Sud alla Tour des Jorasses, scendendo sul ramo orientale del Ghiacciaio delle Grandes Jorasses (v. area cerchiata nella foto), Andrea ha trovato un’antica piccozza inglobata nel ghiaccio vivo: il lungo manico in frassino era spezzato in due, nel lacciolo era imprigionato un sovraguanto di tela gialla.

Sulla targhetta di ottone, dopo la pulitura, è apparsa l’incisione: “Maria Tüchle – Schwaig B. Nürnberg“.

Andrea incuriosito effettua lunghe ricerche, ma l’unico dato reale fornitogli dall’ufficio anagrafe tedesco del comune di nascita è che Maria Tuchle è nata nel 1902 ed è deceduta nel 1977. E‘ sepolta insieme con il marito nel cimitero di Schwaig B., un comune nei dintorni di Norimberga. Non esistono discendenti. Nessuna altra notizia utile a chiarire le circostanze…

E’ probabile che prima di Machetto, Calcagno e Cerruti là sotto non passeggiassero tanti alpinisti e tantomeno alpiniste tedesche. Più realisticamente la piccozza è arrivata con le valanghe dalla parte sommitale delle Grandes Jorasses fino in fondo al ghiacciaio.

Andrea ha voluto così con un po‘ di romantica fantasia (ma ricordando alla fine i fatti reali) dare un perché, riscrivere la storia per far riaffiorare quella testimonianza del passato, con una plausibile ricostruzione di quanto può realmente essere accaduto tanti anni fa sul versante italiano delle Grandes Jorasses.

La piccozza con la sua vicenda, è così arrivata da un passato ormai remoto fino ai nostri giorni, navigando anno dopo anno, come un messaggio in una bottiglia attraverso il tempo. Ora è esposta nel piccolo ma ben curato museo della montagna situato nei locali del municipio di Genova-Bolzaneto

Le Grandes Jorasses da sud-ovest

La piccozza di Maria
di Andrea Mantero

– Sì fraulein Maria! Ci siamo quasi!
– Sì Enrico! Questa volta è nostra!
E’ la giornata giusta, questa volta la vetta delle Grandes Jorasses, un sogno che Maria rincorreva da anni, è finalmente a portata di mano!

E’ l’estate del 1935, in una radiosa mattina di luglio, Maria e la sua guida stanno salendo lungo la via normale alla Punta Walker, massima elevazione delle Grandes Jorasses a quota 4208 m. Sono arrivati con le prime luci nel punto dove occorre attraversare il couloir Whymper nella parte alta della via, sono in perfetto orario.

Enrico è una giovane guida di Courmayeur, ha già accompagnato nello scorso anno Maria Tuchle e suo padre Hermann, appassionati alpinisti bavaresi, in diverse escursioni nel massiccio. Vivono a Schwaigh, un paesino alle porte di Norimberga.

Già l’estate scorsa avevano tentato quella scalata, ma avevano dovuto desistere quando il vento e la tormenta avevano trasformato quel paesaggio incantato in un luogo infernale.

Ora sono tornati fin qui a Courmayeur ancora più decisi e fiduciosi di vincere questa montagna allora alla ribalta delle cronache: sulla sua grandiosa, mai scalata parete nord era iniziata una spasmodica competizione internazionale, anche sulla spinta dei crescenti sentimenti nazionalistici, per aggiudicarsi la prima salita… ma già i primi tentativi avevano avuto un esito tragico.

Proprio nei primi giorni di quel luglio aveva fatto scalpore la notizia della prima salita assoluta, lungo lo sperone Croz: i tedeschi Rudolf Peters e Martin Meier riuscivano nell’impresa, anticipando seppur di un solo giorno la cordata degli italiani Giusto Gervasutti e Renato Chabod.

Agli italiani si era accodata anche un’altra cordata: una certa signorina Loulou Boulaz con la sua guida Raimond Lambert di Ginevra. I quattro supereranno la parete combattendo, nella difficile sezione superiore, contro un furioso temporale… grazie alla tenacia di Gervasutti, “il fortissimo”, e dopo un penoso bivacco che aveva portato gli alpinisti allo stremo delle forze, usciranno il giorno successivo finalmente in vetta. Seconda ripetizione e prima salita femminile!

Maria ha una passione crescente, incontenibile per l’alpinismo, e non poteva essere altrimenti, ogni estate fin da piccola aveva trascorso lunghi periodi nelle valli del Tirolo, sgambettando dietro il passo di papà per ripidi sentieri su fino ai rifugi e oltre…

Hermann era un profondo conoscitore delle Alpi Bavaresi e del Tirolo. Su quelle montagne, negli anni precedenti la prima guerra, aveva effettuato numerose scalate; poi, durante il conflitto, per ironia della sorte, quelle stesse crode erano divenute un sanguinoso teatro di battaglia: lì sul fronte italiano aveva vissuto la tragica esperienza della guerra di trincea.

Sul Reposoir

Hermann era ufficiale nelle Kaiserschützen, le truppe austriache di alta montagna, era un soldato cresciuto nella disciplina e nella dedizione al dovere, ma quella cruda e dolorosa esperienza, vissuta tra quei monti che tanto amava, lo aveva segnato nel profondo portandolo a un conflitto di coscienza tra il dovere di ufficiale e i principi morali dell’uomo.

Nonostante tutto, per quel nemico che aveva dovuto combattere non nutriva odio o rancore ma rispetto e compassione. Di quella vita in trincea amava raccontare alla figlia non le atrocità, ma quegli episodi di dignità, di umanità, di solidarietà che a volte avevano unito gli opposti schieramenti.

Come in quelle notti in cui austriaci e italiani si confrontavano anziché con le armi con canti della propria tradizione popolare. A volte bastava un accenno, poche parole quasi sussurrate in solitudine da un soldato perché venissero riprese via via lungo le trincee diventando un coro, una melodia che avvolgeva la montagna intera… I Kaiserschützen e gli Alpini cantavano le stesse cose, l’amore, la casa, la famiglia, e a volte cantavano nello stesso dialetto: si aggrappavano ai propri ricordi per restare aggrappati alla vita, per non soccombere al freddo, per non impazzire…

Quella dolorosa esperienza non aveva cancellato la sua passione per la montagna e dopo il conflitto ritornava spesso sulle Alpi finalmente libere dagli orrori della guerra.

Ma questa volta Hermann dovrà rinunciare al progetto… certo gli anni sono tanti… e quel maledetto ginocchio, rovinato da una scheggia di granata, non lo lascia più in pace… questa volta non sarà al fianco di sua figlia, ma ha fiducia in lei e soprattutto in Enrico che stima come guida e come persona.

Enrico fa la guida alpina, nella stagione estiva alterna quel mestiere con i lavori in campagna, nella stalla e su all’alpeggio; in valle è conosciuto per la sua esperienza, per la sua forza e anche per qualche avventura vissuta in parete con qualche amico, aprendo nuovi difficili itinerari. Ma queste imprese non vengono capite dai valligiani che anzi le criticano considerandole inutili pazzie…

Fa la guida per portare un po’ di soldi in famiglia, ma anche perché quel lavoro gli permette di conoscere e frequentare questi turisti colti e raffinati, che spesso vengono da paesi e città lontane, è curioso, assetato di tutto ciò che è nuovo, diverso.

Ama le sue montagne, ne conosce e rispetta la forza e la durezza, ma allo stesso tempo il suo spirito libero e avventuroso ne sente anche i limiti. Non soffre per le difficoltà di quella vita, ma vive in una costante inquietudine. Sogni e progetti fantasiosi sono i suoi pensieri. Pensa all’America, agli spazi sconfinati, alle grandi città, cerca qualcosa che non può avere né trovare negli stretti confini della sua valle.

Con il mestiere di guida ha avuto modo di conoscere inglesi, francesi, tedeschi e persino qualche americano… non conosce veramente le lingue, ma parla un buon francese ed ha acquisito ormai un certo bagaglio di espressioni in inglese e in tedesco, anche se a volte mischia l’uno con l’altro… comunque si fa capire.

Ma questa volta è diverso… Da un anno a questa parte lo scambio di lettere con Maria per pianificare salite e progetti per l’estate in arrivo si è fatto via via più fitto…

Ora la bella e giovane “fraulein Maria” sempre raggiante, sempre entusiasta, ma sempre irraggiungibile, gli ha rapito il cuore, Maria è ora il nuovo che c’è dall’altra parte, è tutto quel mondo che gli è sempre stato negato.

La cordata procede velocemente, Maria è ben allenata e i due superano con non velato orgoglio alcune cordate guidate da altre guide valligiane…

Bisogna fare in fretta… la mole scintillante del seracco sommitale incombe come ultimo baluardo a difesa della Punta Walker. Ha nevicato in quota negli ultimi giorni e la neve che poche ore prima reggeva il peso degli alpinisti ora, riscaldata dal primo sole cede ad ogni passo spezzandosi in lastre inconsistenti… Ora la progressione si fa lenta, faticosa ma non è questo che lo preoccupa…

Enrico non ha bisogno di riconoscere una situazione pericolosa, il pericolo lo vede, lo sente, anzi, lo fiuta come lo fiuterebbe un camoscio o uno stambecco… queste placche di neve ventata sono infide… il manto nevoso è instabile… è inutile negarlo, forse sarebbe meglio scendere.

Gli occhi azzurri di Maria incrociano i suoi, lei ansima profondamente, in quegli occhi Enrico legge quella gioia e quella determinazione che aveva imparato a conoscere anche in altre salite…
– Cosa c’è Enrico?
– Niente…
– E allora… perché ti sei fermato?
Maria conosce quella espressione sul volto di Enrico e non le piace…
– Niente fraulein… ora vediamo…
– Vediamo… cosa? Cosa c’è che non va? Il tempo è bellissimo! Siamo in orario… hai detto tu che ci siamo quasi!
– Non va bene fraulein! Qui è molto pericoloso!

Maria non capisce o meglio non vuole capire… Ora la voce le trema e gli occhi sono lucidi… quasi a supplicarlo… bisbiglia qualcosa in tedesco.
– Bitte, Maria non capisco…
Enrico farebbe qualsiasi cosa pur di renderla felice… ma non può commettere imprudenze…

– Va bene, va bene… facciamo così: ritorniamo sui Rochers Whymper, scaliamo lo sperone fino in punta, poi di lì vediamo… possiamo raggiungere per cresta la punta Walker!
Sa che è un percorso più lungo, occorrerà più tempo, ma è una via sicura.

– Bene. E allora… cosa aspettiamo? Andiamo!
Maria è visibilmente innervosita, dopo quell’attimo di incertezza, di paura, ora è ancora più decisa… forte… bellissima!

Tornano così sui loro passi e attaccano senza esitazione lo sperone roccioso. Maria infila la sua piccozza tra la schiena e lo zaino, con attenzione, è nuova di zecca, è un “Akadem Pickel”: la testa in acciaio forgiato, la punta seghettata per fare presa sul ghiaccio, il bel manico in frassino e la targhetta lucida in ottone con inciso il suo nome, un attrezzo splendido, il più bel regalo che papà potesse farle!

Devono tenere i ramponi ai piedi, le rocce sono coperte qua e là da un sottile strato di ghiaccio. I ramponi mordono bene, ma a volte stridono raschiando la roccia viva, bisogna tenere le moffole alle mani e non è facile fare presa, però Maria è brava, riesce a mantenere il passo e l’equilibrio, non ha incertezze, i suoi movimenti sono delicati e precisi.

Di tanto in tanto, nei tratti più scoscesi Enrico si ferma, assicura la corda a qualche spuntone di roccia e la aspetta: osserva e ammira quella figura così fragile e forte al tempo stesso, il berretto rosso, benché calcato sulla testa non le copre i lunghi capelli biondi raccolti in due piccole trecce che le donano un aria sbarazzina; ogni volta Maria lo raggiunge alla sosta e nonostante la fatica sorride felice.

Ancora qualche tratto con facili rocce, poi poco prima della vetta trovano ghiaccio duro, Enrico deve “gradinare”: con pochi, precisi colpi di piccozza crea un piccolo appoggio dove far presa con i ramponi, un gradino, un passo, un gradino, un passo, è un lavoro logorante ma non per una mano esperta e allenata. Poi a poco a poco la pendenza diminuisce, a un tratto l’orizzonte si apre, il blu li circonda… sono in cima alla punta Whymper!

Per Maria l’emozione è grande, incontenibile.
– Danke Enrico!
– E’ stato un piacere, Maria!

La classica stretta di mano che suggella come consuetudine il successo di una cordata è seguita, dopo un attimo di imbarazzo, da un abbraccio… Enrico la stringe tra le braccia, non vorrebbe più lasciarla, l’uomo forte e sicuro, si smarrisce, è indifeso, confuso.

– Ora possiamo raggiungere la Punta Walker, vero? E’ così vicina!
– Eh… sì certo Maria… se proprio vuoi…

Grandes Jorasses, versante sud-ovest

Sono le 10, la variante seguita ha comportato un ritardo sulla tabella di marcia, forse sarebbe corretto cominciare a scendere subito sullo stesso percorso roccioso, più difficile ma più sicuro.

Là sulla punta Walker sono già arrivate le cordate che hanno continuato per il percorso più diretto… forse non così pericoloso come Enrico pensava! Iniziano così a percorrere la cresta che dovrebbe portarli in breve sulla punta massima.

Ora Maria non sente nemmeno più la fatica, è troppo carica, quasi corre nel primo tratto di cresta che in discesa li porta alla sella tra le due vette.

Ma poi, nel tratto in salita, incontrano nuovamente accumuli di neve ventata inconsistente. Enrico apre di gran lena la strada affondando a volte con tutta la gamba, va al massimo, ma deve fermarsi ogni tanto per farsi raggiungere: quella breve traversata li impegnerà per oltre un’ora. Ma la fatica è ripagata ampiamente dallo spettacolo che li circonda: Maria è in estasi, mai era salita così in alto… Ancora uno strappo, qualche roccetta, finalmente raggiungono la meta.

La vetta è ormai deserta, le cordate che li hanno preceduti hanno già iniziato la discesa. Non c’è vento, il sole è forte, sono in due in cima al mondo.
– Finalmente! Ora possiamo riposare! Ho una fame!
– Sì fraulein, ci fermiamo…

Enrico traffica nel grosso zaino dove ha stipato poche ma indispensabili cose: qualche indumento, guanti e occhiali da ghiacciaio di riserva, la lanterna, uno spezzone di corda, la borraccia, una mezza pagnotta e l’immancabile dotazione di fontina dell’ alpeggio.

– La più bella colazione della mia vita, Enrico!
– Sì Maria… la più bella…!

E’ vero, sarebbe uno dei momenti più belli della sua vita, ma Enrico non è tranquillo, pensa alla discesa, alla neve che sta diventando pesante, ora per far presto devono scendere per la via diretta, sotto il seracco… beh… oggi ci sono saliti e scesi tutti… scenderemo di lì anche noi…

Sul Reposoir

– Si sta così bene qui, possiamo restare ancora un po’, vero?
– No fraulein! Adesso dobbiamo proprio scendere!

Si preparano, in tre o quattro ore saranno alla capanna, già pregustano un bel piatto caldo e quella bottiglia di buon rosso che Enrico ha portato per festeggiare il successo.

Rifanno gli zaini, le legature in vita, stringono le cinghie in cuoio dei ramponi, Enrico riavvolge al meglio la corda, la canapa bagnata dalla neve si è ghiacciata, è rigida come un cavo di acciaio, avvolge al meglio il resto a spalla, Maria veste sopra le moffole in lana dei copriguanti in tela gialli, manterranno i guanti asciutti; piccozze alla mano, discendono il pendio nevoso sotto la vetta.

Attraversano velocemente il pianoro sotto il seracco, seguendo le tracce delle altre cordate. Enrico va spedito e Maria fa non poca fatica a tenergli dietro… è un po’ stanca ma riesce ancora a scherzarci sopra: – E’ inutile che mi tiri… tanto questo è il mio passo! Guarda che se vuoi andare avanti, io scendo anche da sola…!
– Va bene, va bene, ho capito! Però andiamo…!

Appena la pendenza aumenta Enrico la fa passare avanti per poterla tenere assicurata… La neve tiene, tutto procede per il meglio, sono alla fine del traverso, nella parte sommitale del ghiacciaio quando il silenzio è rotto da un boato, secco, sinistro…

Tutto si svolge in una manciata di secondi, Enrico guarda di scatto in alto e vede una massa di ghiaccio proveniente dal seracco, precipitare verso il basso, nella loro direzione.

– Achtung! Achtung! Salta!
Anche Maria ha visto, impietrita.
– Mein Gott!

L’azzurro del cielo, il bianco della neve, il verde della valle, quell’armonia, quell’incantesimo d’un tratto svanisce, è il caos: il precario equilibrio che governa la montagna in un attimo si è rotto: prima un vento improvviso, gelido, forte, carico di cristalli di neve li investe, poi giganteschi blocchi di ghiaccio sfrecciano sibilando a poca distanza, il manto nevoso si frattura in enormi lastroni che scivolano, si impennano e si accavallano l’uno con l’altro per poi esplodere, tutto prende velocità come un fiume in piena, è una forza immane e inarrestabile.

Enrico salta di lato, verso le rocce, anche Maria cerca di spostarsi, ma non fa in tempo, viene ghermita dalla massa nevosa che la trascina verso il basso.

Solo un urlo, poi in un ultimo, disperato tentativo di resistere all’impatto, pianta la piccozza in profondità, ma è inutile, viene travolta. Non c’è più il blu del cielo, è in un turbine di neve, non c’è il basso e non c’è l’alto, si sente prima trascinare e poi schiacciare da una pressione crescente, non può resistere, è tutto buio.

Enrico non ci ha pensato su, ha agito d’istinto, si è lanciato a margine del canale, tra neve e roccia, ha afferrato la corda nel tentativo spasmodico di arrestare la caduta, ma lo sforzo diviene in pochi istanti sovrumano, lo sa, la corda lo strapperà via…

Urla per lo sforzo, per la rabbia, per la disperazione, resiste ancora con tutte le sue forze, poi in un istante, la tensione si esaurisce, ora tutto è fermo, silenzioso, bianco.

Ma Enrico urla ancora, urla il suo nome, reagisce, blocca la corda al meglio, poi si slega, corre seguendo la corda come un filo di Arianna, scava come un forsennato, è sfinito, continua a scavare e finalmente la trova, Maria è riversa nella neve, immobile…

Hermann si è alzato presto quella mattina, salirà leggero, senza zaino fino alla capanna, vuole andare incontro a Maria, comunque in una giornata come quella non poteva certo restare in paese! E’ felice per la figlia ma la rinuncia alla salita gli ha lasciato l’amaro in bocca.

Alla capanna ci sono pochi alpinisti, le cordate provenienti dalla vetta sono arrivate alla spicciolata. Sì, Maria con Enrico arriveranno tra non molto, erano un po’ indietro, li hanno visti scendere.

Le ore però trascorrono, quella che prima era impazienza ora è diventata inquietudine. Ma le guide lo rassicurano: è con Enrico… di lì a poco arriveranno… ma su, nel ghiacciaio non si vede nessuno… e poi quel rumore sordo, che aveva sentito provenire dall’alto, cos’è stato?

E’ ormai pomeriggio inoltrato, è passato troppo tempo dall’ultimo avvistamento, Hermann sa controllarsi, sa gestire l’ansia e la tensione nei momenti difficili, ne ha passate tante. Ma questa volta c’è sua figlia, freme, continua a guardare l’orologio, deve essere successo qualcosa.

Basta, deve agire, non c’è più tempo da perdere! Racimola nella capanna un minimo di attrezzatura, due giovani guide di Courmayeur, Arturo e Laurent, appena arrivati da Courmayeur con i loro clienti, condividono la sua preoccupazione: lo accompagneranno.

In verità cercano in un primo momento di dissuaderlo, andranno loro due, sono veloci, esperti e conoscono bene la montagna. Ma Hermann non ci pensa nemmeno, non può fermarlo nessuno.

Nonostante l’età, è un uomo ancora prestante, alto, asciutto, i folti capelli bianchi si stagliano su un viso abbronzato e segnato dal tempo. Insomma l’aspetto di quel tipo e il suo fare deciso e risoluto incutono un certo rispetto nelle due guide.

Partono così in tre dopo aver dato disposizioni di allertare i soccorsi a valle nel caso non fossero ritornati prima della notte.

Arriveranno alla dorsale rocciosa del Reposoir, a quota 3400 metri, all’imbrunire. Dei dispersi, nessuna traccia. Intanto le giovani guide hanno avuto modo di ricredersi su quel tedesco, sarà anche vecchio ma, accidenti, va come un treno!

E’ lui a incalzare, a serrare i tempi, e sa anche muoversi con destrezza su quel terreno. Hermann ora non sente più gli anni, non c’è stanchezza, non c’è ginocchio che tenga, ha solo un obiettivo: trovare e soccorrere sua figlia.

Gridano più volte a gran voce, ma nel silenzio assoluto sentono solamente il proprio respiro affannato.
– Signore è quasi buio, dobbiamo bivaccare, domani alle prime luci continueremo! Arriveranno anche i nostri colleghi a darci man forte!
– No! Saliamo ancora! Abbiamo le lanterne! Non possiamo fermarci!
– E’ pericoloso! Non possiamo scalare al buio!
– Allora andrò solo.

400 metri più in alto, su un piccolo terrazzino roccioso c’è Enrico, tra le sue braccia, il corpo di Maria. La paura e la disperazione del primo momento, appena aveva trovato il suo corpo inanimato, avevano lasciato il posto a una gioia incontenibile, a un pianto liberatorio: era immobile, aveva perso il berretto, i guanti, la neve le ostruiva la bocca, le labbra erano violacee, ma dopo alcune convulsioni aveva iniziato a tossire, aveva ripreso a respirare, a lamentarsi, a vivere.

Maria era ancora incosciente; a prezzo di enormi sforzi Enrico l’aveva portata fuori dal pendio su un terrazzo, aveva infisso nella roccia un buon chiodo, ora erano al sicuro. L’aveva coperta con tutti gli indumenti a disposizione e con la sua giacca. Era poi riuscito ad accendere la lanterna anche se il vetro si era rotto dopo il balzo per sottrarsi alla valanga. Riparava con le mani la fioca fiammella: era il segnale della loro presenza e nella notte gelida l’unico conforto.

400 metri più in basso: – Diavolo d’uomo! D’accordo! Continuiamo, anche se è una pazzia!

Tre piccole luci salgono lentamente sulla dorsale rocciosa, vanno praticamente a tentoni, slegati. Le guide conoscono bene il percorso, ma così, nel buio totale è tutto un altro affare: la flebile luce della lanterna illumina a mala pena davanti al loro naso, con una mano la reggono con l’altra si tengono alla roccia, nei passaggi più ripidi si passano la lanterna per avere le mani libere, ma la progressione è penosa.

Salgono ancora, è notte fonda quando, il più giovane incespica, un urlo, un’imprecazione, una lanterna precipita.
– Basta! Fermiamoci! Di questo passo ci ammazzeremo!
– Sì signor Hermann, Laurent ha ragione! Non possiamo continuare così…!

Hermann è disperato, grida ancora nel buio il nome di Maria, di Enrico. Più in alto, sul terrazzo, Enrico le parla anche se lei non lo sente.
– Stai tranquilla, finirà pure questa notte, arriverà presto il sole, arriveranno i miei amici, ci aiuteranno, scenderemo tutti insieme…

Trema per il freddo ma soprattutto per quella vita che deve salvare, ha già passato altre notti in parete, anche in circostanze critiche, ma ora quella vita dipendeva da lui e ne sente tutta la responsabilità.

– Ma… hai sentito Maria? E’ stato il vento? Eppure mi sembrava…
Enrico prova a gridare a sua volta…
Hermann: – Avete sentito ragazzi? Ci siamo! Ci siamo! Sono loro! Siamo qui! Arriviamo!

Hermann chiama ripetutamente la figlia, ma sente soltanto le grida di Enrico, l’angoscia lo attanaglia, sale d’impeto l’ultimo tratto che li divide, poi finalmente arriva sul terrazzo, dietro di lui gli italiani che per una sorta di rispetto, temendo il peggio, restano un poco indietro. Hermann ha un nodo in gola, bacia e abbraccia la figlia e poi Enrico. Ora sono tutti riuniti. Dall’ansia passano in un istante alla gioia, a un’euforia collettiva. Vittoria! Vittoria! Esclama il più giovane! Continuano ad abbracciarsi, a darsi pacche sulle spalle. Con le bevande calde, le coperte e le premurose cure da tutti prodigate, poco alla volta Maria si riprenderà. Arturo tira fuori la sua piccola inseparabile armonica, gli italiani intonano la dolce melodia di Montagnes Valdôtaines. Passeranno la notte stretti gli uni agli altri su quel piccolo terrazzo, nel cuore della montagna.

A parte un principio di congelamento, una slogatura della caviglia e qualche contusione Maria si metterà presto in piedi, tornerà in Bavaria col padre.

Con Enrico si scambieranno ancora molte lettere, progetti, promesse. Ma non ci sarà per loro un’altra possibilità per incontrarsi: negli anni successivi, grosse nubi grigie si addenseranno sui cieli d’Europa.

Quello che la montagna aveva creato, la solidarietà, l’amicizia, la passione, doveva di lì a poco essere cancellato, i popoli divisi, la civiltà distrutta da un secondo immane e disastroso conflitto.

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La piccozza di Maria ultima modifica: 2017-05-20T05:58:14+00:00 da Alessandro Gogna

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