La pietra filosofale

La pietra filosofale
(dall’alchimia alla scienza delle verticali)
di Giovanni Cenacchi
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 123, ottobre 1990)

Lettura: spessore-weight*****, impegno-effort****, disimpegno-entertainment**

Interludio
«Sì, signor redattore, naturalmente signor redattore, lo so che il nostro è un annuario di arrampicata e non una rivi­sta di filosofia. I climber hanno le dita grosse e il…?! Non dica così, signor redattore, e comunque è nostro dove­re… Sì, certo, lo so, ma vede, è che questa storia dell’alchimia che diventa scienza a me sembra proprio la stessa del free climbing che diventa arrampi­cata sportiva e poi… Cosa? Meglio un bel pezzo sulle gare? Nello stile di Gianni Brera? No, non ci avevo mai pensato. E l’alchimia? E tutti i libri che ho comprato? Beh, sì, sul conto spese… pronto? Pronto? Davvero? Ancora cinque car­telle? Grazie signor redattore, certo signor redattore, sì, solo d’arrampicata, spit, campioni, ditoni, gradoni, tendini, tendoni… mi scusi, certo, no, non asso­miglio a Gianni Brera. Cosa? Jerry Moffatt come Isaac Newton? Ah, che trovata! Che genio! Non so però se… Grazie, signor redattore, certo signor redattore, sì, vedrò cosa posso fare…

Pagina di apertura dell’articolo sulla Rivista della Montagna n. 123. Foto: Archivio Remy.

Erano i primi anni ’30, quando Carl Gustav Jung cominciò ad affrontare l’imponente materiale prodotto in più di quattro secoli dal sapere alchimistico. Si trovò subito di fronte a uno sterminato e a volte incomprensibile composto di elaborazioni i cui caratteri erano perennemente in bilico tra l’esplorazione scientifica e la speculazione filosofica, tra la riflessione mistica e l’introspezione psicologica.

“L’oscurità per mezzo dell’oscurità” recitava una regola condivisa da tutti gli alchimisti, che pure mai sentirono l’esigenza scientifica dell’accumulazione della conoscenza né quella di condividere un comune metodo di ricerca. Nell’opera alchimistica non sono previsti né discepoli né tradizione diretta. Tutti gli alchimisti usavano termini sempre diversi per nominare gli stessi materiali e i loro processi di trasformazione, stabilendo per le cose naturali delle classificazioni talmente dissimili tra loro da far apparire l’alchimia una scienza individuale sempre applicabile, ma mai generalizzabile. Ancora più vaghi e misteriosi erano i dettami del metodo sperimentale, che presupponeva lunghi preamboli di preparazione spirituale (digiuno, clausura, studio, preghiera) e ammetteva, nelle varie fasi di trasformazione degli elementi, l’intervento di entità divine e mitologiche, mescolate in quella stessa peculiare commistione che animò le forme più alte della cultura rinascimentale.

Anche per quanto riguarda i risultati dell’opus sperimentale, l’alchimia si discosta dai fondamentali principi del metodo scientifico: l’aurum philosophorum degli alchimisti, somma aspirazione di molti esperimenti, è un ente immateriale generato al culmine di un processo di liberazione che coinvolgeva tutte le dinamiche dello spirito e dell’anima, e che mai doveva essere confuso e corrotto – come avvertono i testi dell’epoca – con l’aurum vulgi, l’oro volgare di vil metallo prezioso. L’aurum philosophorum, dunque, è un prezioso stato della coscienza: grazie a questa e ad altre intuizioni, Jung comprese subito che il sapere tramandato dagli alchimisti doveva essere affrontato, al di là del significato manifesto, come un complesso e raffinato deposito di materiale simbolico.

Così operando, Jung scoprì, ad esempio, che i disegni e i diagrammi rappresentati nelle stampe degli alchimisti coincidevano in modo impressionante con quelle “mappe del sé” che sono i mandala tibetani, e con le figurazioni oniriche e le fantasie di numerosi pazienti in trattamento psicoterapico.

Foto: Archivio Mirko Giorgi

Al termine di un appassionato e faticoso ciclo di studi che ha generato tre poderosi volumi, Jung rivelò la sua teoria: l’alchimia non è una scienza involuta né una scienza che fallisce, ma una psicologia, un’arte preposta alla liberazione e alla conoscenza della natura inferiore, la metafora di un processo che si propone di recare alla luce della coscienza l’oscurità dell’inconscio. Natura esteriore (la natura) e natura inferiore (la psiche) sono nell’alchimia indistinte in un solo processo di redenzione che proietta sulla trasformazione chimico-fisica dei materiali in altri composti la trasformazione di tutti i contenuti della psiche. Per questo motivo l’alchimia non poteva presupporre una tradizione diretta di risultati, e la trasmissione del sapere doveva concernere solo i modi di operare, ma mai dati e nozioni.

Ecco dunque svelato il motivo dell’oscurità e della scarsa circolazione dei contenuti dell’opera alchimistica: essi rappresentano la metafora di un processo di autocoscienza individuale i cui codici, perciò, non possono essere generalizzati in alcun modo.

In quanto opera di individuazione psicologica, nell’alchimia ognuno dice le “sue cose” a suo modo: l’esperienza individuale è così la sola opportunità della conoscenza.

La morte dell’alchimia fu decretata nel ‘700 dalle nuove istanze illuministiche del pensiero occidentale. Troppo vaga e oscura la sua teoria, troppo poco utili e misurabili i suoi risultati, l’alchimia venne soppiantata dal nuovo razionalismo scientifico che pretendeva verifiche e oggettività, supponendo un’assoluta coincidenza tra i princìpi della natura e quelli della ragione nell’univocità dei suoi significati. Le pietre non furono più “pietre filosofali” in cui riflettere la multiforme ricchezza delle produzioni psichiche, ma solo composti di materia inerte che non potevano offrire altro che significati de-terminati, ovvero prodotti nella loro definitiva terminazione scientifica. La natura perse così per noi la possibilità di essere luogo di proiezione dell’anima e la psiche venne fatta coincidere con la coscienza, ovvero con “ciò che io so”.

Cancellando il sapere dell’alchimia, la scienza guadagnò l’oggettività, la possibilità di de-finire le cose naturali, ma perse per sempre l’uomo, la cura della soggettività, la relazione con la vita inferiore, l’attitudine a mantenere legati lo studio di entrambe le manifestazioni della natura: il mondo sensibile e la psiche.

Foto: A. Bacchella

La libera? È come l’alchimia
“Conosci te stesso”, insegnava la massima socratica dei filosofi antichi: “conosci te stesso”, nonostante molti secoli di sviluppo culturale, continua a rappresentare per gli uomini d’oggi l’emblema di un bisogno psicologico ineludibile. La nouvelle vague dell’arrampicata libera fondò vent’anni orsono proprio su questo tema l’innovazione che l’ha forse più distinta nel corso della storia dell’alpinismo: non è necessario soffermarsi troppo su casi come quello di Yosemite per accorgersi che si impose allora una nuova concezione psicologica dell’arrampicata come strumento di autocoscienza preposto alla cura della propria realtà interiore.

Sarà per una sorta di “divertissement” culturale, oppure per un reale e analogo processo di trasformazione storica, ma la genesi e il destino dell’arrampicata libera sembra ricalcare quello dell’alchimia. Entrambe le discipline, infatti, si rivelano allo studio come psicologie che non si dichiarano mai come tali, ma che pure consentono di instaurare una relazione con la natura interiore mediata da un rapporto iniziatico con la natura esteriore. Tanto nell’alchimia quanto nei codici della “libera”, esplorazione e introspezione, soggetto e oggetto sono coinvolti in un’unica esperienza di scoperta.

Non è questa la sede per definire il modo in cui l’arrampicata realizza il suo obiettivo terapeutico, ma è certo che, come per il soggetto premoderno del sapere alchimistico, i contenuti della psiche erano tutti disponibili nello spazio aperto della natura e delle sue manifestazioni; anche per i primi innovatori dell’arrampicata libera il gesto sulla roccia rivelava l’intento di dischiudere un nuovo orizzonte psicologico (ricordate l’espansione della coscienza, l’alpinista come visionario, la realtà separata?) in cui lo spazio verticale si potesse trasformare in scenario e dimora della realtà interiore.

L’obiettivo dei primi freeclimber non era affatto l’aurum vulgi della difficoltà e della prestazione, ma l’aurum philosophorum di una nuova condizione della coscienza in cui prestazione e difficoltà erano mezzi e non fini. I freeclimber non cercavano nella pietra vittorie o primati, bensì le chiedevano appunto di essere “filosofale”, luogo dell’esplorazione e opportunità dell’introspezione. L’arrampicata sportiva è accaduta all’arrampicata libera allo stesso modo in cui la scienza è successa all’alchimia. Oggi come allora il bisogno di verifica e di oggettività, la richiesta di convenzioni e risultati concreti, ripetibili e generalizzabili ha fatto sì che non vi sia più spazio per la cura del soggetto.

I gradi più alti, la migliore classifica, le giurie, la cancellazione della libertà soggettiva dell’inganno, dell’errore, della mistificazione: nell’arrampicata sportiva si è sostituita alla cura dell’uomo quella della sua funzione, ovvero: l’arrampicata sportiva ha sostituito all’uomo la sua funzione e ha assunto come valore prioritario il prodotto di questa funzione.

Che significa? Innanzitutto che l’arrampicata sportiva ha cancellato l’uomo dal suo orizzonte.

Nel suo trasformarsi in un paradigma scientifico della conoscenza, l’arrampicata sportiva non pone più agli arrampicatori una domanda sulla coscienza, sulla presenza personale, “lo sono quassù, io sono”, sembrava essere la risposta che il free climbing induceva all’esperienza degli scalatori degli anni ‘70 e ’80. “lo so, io so fare questo”, sembra essere la sola risposta indotta oggi dall’arrampicata sportiva.

Sono state create sedi di valutazione (le gare), si è fatto di tutto per fissare codici, ordini di misura, regolamenti e convenzioni che permettessero di standardizzare i comportamenti in vista di risultati che sono pure già tutti previsti: il primo posto e un grado di difficoltà, possibilmente il più alto.

Foto: A. Bacchella

Una generazione di semplici funzionari
Gli arrampicatori sportivi non sono più i soggetti dell’arrampicata, bensì i funzionari di una disciplina dell’arrampicata che li travalica proprio in quanto pone l’oggettività nei suoi orizzonti. “La vita sulla punta delle dita”, recitava il titolo di un vecchio film di Patrick Edlinger, vecchio non per la sua data, ma perché oggi l’arrampicata non chiede più agli arrampicatori di cercare, serbare e stringere la propria vita sulla punta delle dita. Penso alle mani, a volte mostruose, di certi top climber, ai tendini ingrossati e alle capsule articolari deformi: queste mani sovrumanamente capaci di “prendere” la roccia, l’oggetto della conoscenza, sono ormai del tutto incapaci di comprendere il soggetto della conoscenza, quel vasto universo umano che sapeva un tempo proiettarsi con le sue mille forme nelle mille forme della pietra. Sulla punta delle dita gli arrampicatori tenevano un tempo se stessi: oggi tengono soltanto le proprie prestazioni.

Con l’avvento dell’arrampicata sportiva la “realtà separata” dei verticultori ha subito quella stessa trasformazione che ha scosso la nostra civiltà con l’avvento della scienza e della tecnica: anche nel piccolo mondo dell’arrampicata paghiamo il conseguimento di risultati, prima impensabili, con la cancellazione di una domanda dell’essere, la cui presenza è indispensabile alla salute inferiore, e con la sparizione di una cultura necessaria alla cura dell’uomo.

Ma quando all’uomo e alla sua cura si sostituisce il nulla della sua funzione, e tale è l’accadere della tecnica, la devastazione di ogni soggettività è difficilmente limitabile. Nevrosi da allenamento, competitività esasperata, stress e vilipendio del corpo sono già oggi i segni di questa rimozione del valore soggettivo. Non tarderanno il doping, le truffe, il denaro che fa e disfa tutto, magari pure le violenze dei tifosi: questo è il prezzo che una disciplina della coscienza, qual era l’arrampicata, dovrà pagare per godere dei record di tutti gli altri sport. Con un solo rimpianto: gli altri sport non sono mai stati qualcosa di diverso, l’arrampicata sì.

Saper scoprire
Meglio? Peggio? Non ha più alcun senso porsi questa domanda, non serve a niente essere nostalgici né moralisti. Ciò che sta accadendo oggi all’arrampicata è successo due secoli e mezzo fa all’alchimia e poi a tutte le altre discipline della nostra civiltà. La nostra vita è talmente pregna di atteggiamenti e comportamenti indotti dal pensiero tecnico-scientifico da renderci impossibile il ristabilimento di una cultura del valore soggettivo ricorrendo soltanto all’arrampicata.

Ma c’è qualcosa che possiamo fare per la nostra tanto vilipesa coscienza di occidentali: essere attenti e curiosi, non rinunciare a pensare, saper scoprire, ad esempio, nelle vicissitudini del nostro piccolo mondo di scalatori, le stesse tensioni e trasformazioni che hanno prodotto la nostra realtà. In questo modo la conoscenza tornerà, come al tempo dell’alchimia, a essere per una volta al servizio della coscienza.

Pur correndo il rischio della presunzione, quanto qui affermato ha dunque solo questo scopo, mai comunque quello della condanna morale. Non c’è niente di male nell’assumere un’identità di arrampicatori sportivi, nulla di male nelle affollate falesie di pietra e plastica e godere nell’inseguimento di un podio o di un nuovo abc nella scala dei gradi. È semmai un delitto non chiedersi perché tutto questo sia accaduto al popolo della vertigine, oppure rifiutarsi di interpretarne il senso storico, o ancora non saper criticare l’impoverimento e la miseria che la nuova arrampicata infligge a volte ai suoi seguaci.

Riaffermare questa capacità di critica significa soprattutto riaffermare proprio quel valore e quella cura del soggetto che l’arrampicata sembra oggi ignorare. Conquistata questa libertà, ogni scelta è una scelta giusta perché fatta secondo coscienza: anche quella di partecipare alle gare, anche quella di diventare il più ambizioso arrampicatore sportivo.

È solo che non bisogna smettere di essere ambiziosi anche nella capacità di pensare e criticare, perché l’identità di arrampicatore sportivo è un po’ come l’identità borghese: tutti abbiamo diritto ad averne una; ma per non esserne vittime, abbiamo tutti il dovere di detestarla.

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La pietra filosofale ultima modifica: 2017-10-13T04:23:33+00:00 da Alessandro Gogna

6 thoughts on “La pietra filosofale”

  1. 6
    Giacomo G says:

    Tutto vero, e’ la societa’ che sta cambiando: in gran parte la deriva si deve all’ iper-sviluppo del turismo, con municipi e guide alpine desiderosi di attirare clienti…

  2. 5
    Alberto Benassi says:

    Giacomo sono solo in parte d’accordo con te. Certo che in arrampicata sportiva la sicurezza è scontata.  E’  vero che ci sono nuove aperture con stile più severo e pulito. Non do la responsabilità della sicurezza all’arrampicata sportiva, che è una attività  diversa. Sicuramente la responsabilità sta in questa società che pretende di vivere l’avventura, di sentirsi e fare i ganzi ma senza rischiare più di tanto.  Ma è altresì vero (almeno per me)  che su molte classiche, estreme o no, sempre più vengono messi ancoraggi fissi, soste e punti di calata con la scusa della sicurezza perchè percorse da parecchia gente. Oppure perchè terreno di lavoro.  Questo avviene sia su roccia che su ghiaccio. Vedi  ad esempio parecchi  itinerari di ghiaccio/misto del Monte Bianco, dove non si esce quasi più in cima , ma ci si cala sulla via completamente attrezzata a doppie. Non mi sembra una differenza da poco.

  3. 4
    Giacomo G says:

    Alberto, anch’io disapprovo la pretesa di fare tutto in sicurezza, ma e’ ingiusto attribuirlo a priori all’arrampicata sportiva in se’.  Si ricade nella visione anni 80. La sicurezza non e’ “pretesa” nell’arrampicata sportiva, e’ un dato per scontato. Ma gli ambiti e le finalita’ non coincidono con quelli dell’alpinismo. Al netto di scelte discutibili del singolo, non vedo una cultura sportiva che contamina. Non mi pare di vedere richiodature a spit delle classiche delle alpi. Le vie a spit “nuove” su cime prestigiose risalgono in gran parte a quasi 20 anni fa, ultimamente non ne stanno nascendo. Semmai l’etica sta andando nella direzione di maggior severita’… A me pare che l’ansia degli anni 80 non abbia piu’ ragione di essere

  4. 3
    Alberto Benassi says:

    “Per me l’alpinismo moderno ha visto piu’ progresso che regresso grazie all’arrampicata sportiva. Lo stile trad ha potuto alzare l’asticella senza dubbio grazie alla preparazione in falsesia.”

    che le capacità alpinistiche siano cresciute anche grazie all’arrampicata sportiva (ma non solo) è vero.

    Ma è anche vero che l’arrampicata sportiva tende ad invadere il terreno alpinistico, con la pretesa che tutti hanno il diritto di fare tutto. E in sicurezza.

  5. 2
    Giacomo G says:

    Interessante dal punto di vista storico e culturale, ma completamente fuori del tempo.

    Le nostalgie dell’Alchimia fanno un po’ tenerezza ma ci possono stare, in fondo tanta razionalita’ e’ noiosa e soprattutto molto meno fascinosa…

    Invece sull’arrampicata sportiva la visione e’ radicale, da anni 80. Il giudizio di condanna e’ esplicito, si viene solo perdonati se si e’ coscienti e si ammette il peccato.

    In quegli anni l’arrampicata era percepita come “invadesse” il nobile terreno dell’alpinismo. Visioni di questo tipo si leggono ancora frequentemente in questo forum.

    Per me l’alpinismo moderno ha visto piu’ progresso che regresso grazie all’arrampicata sportiva. Lo stile trad ha potuto alzare l’asticella senza dubbio grazie alla preparazione in falsesia.

    In sostanza, quando i due ambiti di azione fossero visti come sovrapponibili, con mutuo rispetto reciproco, i presupposti per la guerra di religione cadono…

  6. 1
    lorenzo merlo says:

    Tecnologia, materialismo, scientismo tre strade che portano nello stesso posto. I cristiani lo chiamano inferno, ma trovano corrispondenza in tutte le Tradizioni.

    Non si tratta di domandarsi se esso esiste davvero, si tratta di riconoscerlo in tutte i malesseri e attaccamenti, in tutte le pretese, nella distanza dal presente ovvero nella creazione del tempo lineare, cioè del passato e del futuro.

    Si tratta di emanciparsi dall’infinito oceano delle forme per riconoscerne il simbolo che le supporta.

    Ovvero, come dice magistralmente Cenacchi, per scoprire che l’oro più vero non è per niente quello al quale troppo spesso aspiriamo.

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