La risposta di Cozzolino ad Andreotti

La risposta di Cozzolino ad Andreotti
di Enzo Cozzolino
(pubblicato su Lo Scarpone, 1 febbraio 1972)

Lettura: spessore-weight***, impegno-effort*, disimpegno-entertainment***

Caro Andreotti, Le scrivo a proposito di un suo articolo apparso nell’agosto del 1971 sulla Rivista Mensile col titolo Gli scalpellini e di un altro suo scritto, apparso su Lo Scarpone, tempo fa La prudenza nel sacco. Le dico subito che sono contrario al chiodo a espansione e anche alla sua eventuale presenza nello zaino di un alpinista. So benissimo che le mie poche parole, a proposito, non serviranno comunque a smuoverla minimamente dalle sue convinzioni che, nonostante tutto, io rispetto, perché tengo in grande considerazione la libertà d’opinione di ciascun individuo. Voglio dire, con questo, che non è mio costume giungere al punto di mancare di rispetto a una persona, soltanto perché ha un’opinione diversa dalla mia.

Enzo Cozzolino

Le dico solamente che ammiro in lei, veramente, la sua non comune costanza e caparbietà nella disperata difesa di una causa che, gliel’ho già detto, per me è fondamentalmente errata. Ho detto «disperata difesa», ma forse ho sbagliato perché, purtroppo, oggi, sono tanti quelli che la pensano come lei, e per questo il vero alpinismo sta agonizzando.

Comunque altri prima di lei, forse non così apertamente, sono stati i fautori della «prudenza nel sacco». Sono quei sedicenti alpinisti che, ieri, come oggi, hanno voluto affrontare vie di una certa difficoltà, pur non essendone all’altezza, ricorrendo per questo a vari sistemi «prudenziali», solo per voler ad ogni costo fare la famosa via «tal dei tali» e poterlo raccontare in giro. Sono quegli stessi che, su moltissimi itinerari, hanno piantato decine di chiodi, dove i primi salitori erano passati in libera, e ancora quelli che sono giunti al punto di piantare chiodi a espansione su vie come il Diedro Philipp-Flamm alla Punta Tissi in Civetta e la Vinatzer alla Marmolada, rari esempi di arrampicata libera. Questo perché avevano portato, nel loro zaino, il chiodo a espansione a scopo precauzionale, come lei fa.

Lei dunque approva la presenza di questo tipo di chiodo nel sacco di ogni alpinista, in previsione di una eventuale situazione pericolosa, anche sulle ripetizioni, come aveva detto a Dorigatti nel suo articolo.

Ora, essere preparati ad affrontare una determinata via significa, oltre che essere consci di poterne superare le difficoltà tecniche onestamente, anche essere preparati ad affrontare, senza il chiodo a espansione nello zaino, gli imprevisti che la montagna offre, continuamente, agli alpinisti.

La presenza di questi imprevisti in montagna è un fattore che l’alpinista deve accettare nel momento stesso in cui affronta una parete, perché questa accettazione fa parte del gioco. Dorigatti le aveva detto circa le medesime cose. Lei gli aveva risposto che porta con sé il chiodo a espansione, come certi alpinisti «fifoni» portano il casco e il telo termico, come precauzione per un eventuale bivacco. Questo paragone, effettivamente, non mi sembra azzeccato. Un chiodo a espansione ti può far superare qualsiasi ostacolo che, con le tue sole forze, sei incapace di superare, ti può portar fuori o far ritornare da qualsiasi parete, eliminando lo insorgere di qualsiasi imprevisto. Un telo termico o un casco certamente no.

Forse lei, Andreotti, non se ne rende conto, ma questa sua predilezione per la «prudenza nel sacco» testimonia una certa insicurezza nei confronti delle sue possibilità alpinistiche; intenda capacità fisiche e soprattutto psichiche. Il sesto grado è il limite di questi valori. Quindi viene posto alla massima prova anche il sistema nervoso di un individuo. Molti non hanno i nervi talmente forti per fare il sesto grado e allora cercano di annullare il grado troppo alto di tensione o chiodando tratti in libera che facevano loro troppa paura, o portandosi dietro il chiodo a espansione, per precauzione, agendo così in modo poco leale, e barando al gioco. Non avete fiducia in voi stessi, ma nei mezzi tecnici; ma, allora, rinunciate ad essi e andate su vie più consone alle vostre reali possibilità. Vi divertirete senz’altro di più.

Infine, per parlare di chiodi a espansione e vie nuove, personalmente giudico la fase più bella di una prima salita le ansie, i timori, i dubbi della vigilia, gli interrogativi che non cessano mai di tormentarti finché non cominci a salire lungo la parete.

Ma se l’alpinista ha con sé i chiodi a espansione, la faccenda diventa una cosa troppo lineare e sicura. Cade ogni dubbio. Sai che nulla potrà fermarti. Sei già certo alla vigilia che riuscirai nell’impresa e questo, per quanto mi riguarda, non l’ammetto. Io vado in montagna per fuggire la linearità, la sicurezza della vita normale, per trovarvi finalmente delle emozioni, per affrontare degli imprevisti. Questo è ciò che mi piace anche dell’alpinismo.

Poi, con il portarsi dietro su una via nuova i chiodi a espansione, si fa molto presto ad arrendersi davanti a un tratto apparentemente impossibile e si pianta il chiodo famigerato. Così si trovano detti chiodi, piantati dai primi salitori, su vie come lo spigolo degli Scoiattoli alla Bocchetta Alta di Bosconero, dove, al posto dei tre chiodi a espansione, potevano essere adoperati un chiodo normale e… tanta più buona volontà e decisione di passare in libera.

Sperando di poter continuare un giorno il discorso di persona con lei, la saluto.

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La risposta di Cozzolino ad Andreotti ultima modifica: 2017-09-13T05:39:19+00:00 da Alessandro Gogna

38 thoughts on “La risposta di Cozzolino ad Andreotti”

  1. 38
    lorenzo merlo says:

    Scrive bene Callaghan quando culmina con la “vanità”.

    Per vanità facciamo molto e a turno.

    Forse la sua molla – della vanità – si carica in modo inversamente proporzionale  alla nostra autonomia. Un processo che può richiedere tutta la vita o molte vite e magari ancora di più.

    Ognuno di noi, nel procedere verso stagioni più evolute rispetto a quelle già vissute, ogni tanto giudica il prossimo credendosene migliore.

    Non è cosa da poco perché è proprio in quel momento che la luce si spegne, che la nuova stagione si dimostra ancora lontana.

  2. 37
    sergio63 says:

    un interessante contributo a questa discussione mi pare quello postato sul forum di pm dall’ispettore Callaghan…

    http://www.forum.planetmountain.com/phpBB2/viewtopic.php?f=25&t=56636&start=20

    spero non mi spari se lo linko qui…

  3. 36
    Alberto Benassi says:

    Paolo anche io non lo conoscevo. Mi è sembrato bello ed interessante metterlo qui.

  4. 35
    paolo panzeri says:

    Grazie Alberto, non conoscevo questo scritto di Carpani: ha detto “tutto” magnificamente! Lo terrò, ora sono molto emozionato.

  5. 34
    Alberto Benassi says:

    da:  IL GUFO E’ STUFO (http://www.gufostufo.it/blog/bvpost.php?id=15385223#idin) riprendo questo bel pezzo di Nevio Carpani.

    Parlando un po’ di Cozzolino
    Quando cominciai a frequentare la Valle da scalatore principiante, Enzo era già scomparso da parecchi anni. Di lui era rimasto il mito, punteggiato dalle consuete epiche leggende, di cui il mondo dell’alpinismo non ha mai fatto economia.

    In quanto a ciò, posso dire che non sono granchè portato a far parte del coro perchè detesto il concetto del mito. Non amo nemmeno esprimere opinioni sul valore di chi conosco, e dire di ognuno quant’è bravo o meno; figuriamoci se mi va di esprimerle nei riguardi di persone di cui ho soltanto sentito parlare.

    D’altra parte, visto che diversi lettori mi hanno chiesto di scrivere comunque qualche mia impressione su questo straordinario ragazzo, e considerando che a me, un po’ come a tutti gli scalatori veri, non dispiacciono le sfide, proverò a cimentarmi nella delicata impresa di dire qualcosa di lui; ma cercherò di farlo in modo asciutto, lasciando parlare i fatti e schivando commenti superflui.

    E dunque, prima ancora che conoscessi Giorgio, il quale poi pazientemente si prestò a trainarmi sui morbidi terzi e quarti gradi di Valle; in quel periodo, dico, in cui emisi i primi vagiti di scalatore, già sentii parlare di Enzo attraverso quelle leggende di cui ho fatto cenno, le quali continuano a rimbalzare ed echeggiare un po’ ovunque fra le paretine della Val Rosandra.

    Le sentii lungo il torrente o forse al bar, o magari alla radio, o perchè qualcuno mi prestò uno di quei soliti libri scritti con esagerata enfasi. Beh, da tutto ciò ricavai una specie di fiaba indistinta, che non aveva molto a che fare con la storia d’un uomo che si misura con la realtà di un tratto di roccia, con i suoi profumi e la sua consistenza asciutta; poi, quando ne sentii parlare da Giorgio che lo aveva conosciuto piuttosto bene, ed aveva trascorso con lui intensi, spensierati ed allegri pomeriggi provando nuovi e inverosimili passaggi sulle scivolose paretine della Napoleonica, cominciai a capire. In seguito, alcuni mesi dopo la mia iniziazione, passeggiando per la Valle in un tiepido mattino di inizio primavera, ebbi la fortuna di incontrare quel diavolo di Jose che, assieme ad Attilio il filosofo e al magico Sem, erano diretti verso un’arrampicata. Io, che avevo nello zaino le scarpette che portavo sempre, lo sapessi o no, nella speranza di un incontro del genere, timidamente chiesi, e gentilmente mi fu concesso; e cominciò così fra noi una lunghissima e sincera amicizia. Dopo quell’arrampicata che fu per me straordinaria, alla solita osteria, guarda caso, Enzo divenne l’argomento della loro interessante conversazione. Anche Jose lo aveva conosciuto benissimo e ne parlava con molta simpatia. Ecco, fu attraverso quei tre mirabili amici, che cominciai ad immaginare Enzo come una persona vera, grande in tutti i sensi.

    Qualche anno dopo, conobbi e divenni il compagno di cordata di quel raffinato, coriaceo ed esperto scalatore che era Robi. Pure lui lo aveva conosciuto da vicino, e pure lui, come se quel personaggio gli avesse lasciato dentro qualcosa di forte, non perdeva occasione per parlarne, e raccontarmi qualche significativo aneddoto che assieme avevano vissuto. E di Enzo ebbi modo di saperne di più anche attraverso il suo compagno di cordata preferito, il riservato e modesto Flavio, un simpatico ragazzo che conobbi in seguito�

    Ora, qualcuno forse alzerà il sopracciglio per la familiarità che ostento riguardo a questo grande personaggio; ma, vedete: ho arrampicato talmente tanto assieme agli scalatori che lo avevano frequentato e conosciuto nell’intimo che, sebbene non lo avessi nemmeno mai visto, chiamarlo Enzo mi viene spontaneo e naturale. Capite, Giorgio lo chiamava Enzo, Jose pure, Robi anche, e Flavio… allora, Enzo anche per me.

    Ma fu soltanto dopo il mio primo vero incontro con Enzo, fermi nello stesso spazio fisico e divisi solo dalla successione del tempo, che mi imbattei nella sua reale personalità alpinistica, nella sua spiccata classe, nella sua straordinaria audacia.

    Infatti, quando andai per la prima volta a fare una via da lui aperta: i Fachiri sulla Scottoni, ebbi l’esatta percezione della sua grandezza. Mi ricordo bene quella circostanza: ero fermo lì, in attesa di cominciare, enumerando mentalmente le difficoltà visibili e quelle che si potevano solo immaginare, e in quel momento compresi veramente quale spessore tecnico e mentale avesse avuto quel ragazzo.

    Cercate di capire il mio stato d’animo di allora; non so se riuscirò a spiegarlo. Provo così: c’è tutto un mondo che ha un continuo bisogno di costruire il mito dell’eroe su qualcuno che si è spiaccicato al suolo. E’ così radicata la tendenza, ed io ne ho un tale disgusto che, quando Giorgio, Jose, Robi e Flavio, che pure sono tutti scalatori lontani da quel fulgido mondo che sostituisce le persone con la leggenda, me ne parlarono anch’essi, ebbi una strana reazione.

    Vedete, questi cari amici mi descrivevano le sue imprese nel loro solito modo, semplice e diretto; ma allo stesso tempo erano animati da un tale entusiasmo nel raccontare le gesta di quel ragazzo, che ebbi l’impulso di accostare quei racconti alle celebrazioni che sentivo in giro, intrise di esagerazioni e solenne retorica.

    Insomma, mi venne da dubitare se proprio tutto ciò che avevano raccontato fosse vero.

    E così, presuntuoso com’ero, andai sicuro di me stesso su quella difficile via e, quando mi trovai appiccicato sulla parete con un compito davvero arduo davanti a me, rimasi per qualche tempo immobile, una smorfia di sorpresa segnata sul volto. Capii di colpo che i miei amici non avevano affatto esagerato; dopo di che, devo ammetterlo, sacramentai verso di loro per non avermi convinto, ed anche verso di lui. Ed un po’ verso me stesso.

    Dopo questo episodio, dicevo, mi feci di Enzo un’idea che conservo ancora oggi, e che prima di allora non avevo neanche lontanamente avuto. Sognavo di lui. Riandavo alle storie di quei quattro che ne parlavano come si parla di un amico vero e fisicamente reale, un compagno con il quale si condivide tutto ciò che di più bello esiste, il panino di vetta, le incertezze e le gioie di una difficile scalata, l’affinità muta, gli aiuti silenziosi, le intense emozioni che ti legano nel profondo.

    Mi raccontarono della sua propensione alle scalate solitarie, slegato e rigorosamente a vista, ed il mio spirito di scalatore ne rimase straordinariamente affascinato. Sognai di stargli accanto, volai sopra di lui in attesa e lo vidi uscire dal portone di casa sua, montare in sella a quell’ormai logora moto e partire, divertendosi un mondo a smanettare e a piegare su per quelle erte e tortuose stradine di montagna; poi, una volta in parete, lo vidi in equilibrio sulle punte dei piedi, elegante e sicuro, attento ma rilassato, salire leggero come l’aria e raggiungere la cima. Che sogni da sballo, ragazzi!

    Ed ora, se volete che usciamo dal sogno, eccovi un piccolo ritratto finale.

    Era fisicamente molto dotato, virtuosissimo nel gesto, temerario ma non incosciente, colto e intelligente, cordiale ma di poche parole, premuroso con i compagni ma solitario per indole; innamorato dell’arrampica libera senza trapano o porcate varie, quindi subordinato all’etica e rispettoso del magnifico teatro nel quale il gioco si svolge; ambizioso come d’altronde lo siamo un po’ tutti noi esseri mortali, ma abissalmente diverso da quelle incipriate veline dei nostri tempi.

    Questo è tutto ciò che ho ricavato attraverso l’affettuoso ricordo di quei quattro suoi amici, ma anche per qualche mia esperienza personale nel tentativo di imitarlo. Sicuramente è stato detto di lui chissà che altro, cose vere, sicuramente, però, almeno per quanto mi riguarda, di lui sono state prevalentemente citate quelle imprese che lo qualificano soltanto per quel fenomeno che era; non per quella limpida corrente di pensiero che ci ha lasciato.

    Nevio Carpani (nevio@gufostufo.it)

    P.S.
    Quando pensai di scrivere la mia opinione su Enzo in questo sito, selezionando quel materiale fotografico che molto gentilmente suo fratello mi prestò, scorsi un disegno davvero particolare, che esprimeva in modo ironico tutto lo sdegno per un certo modo, invadente ed ignorante, di andar per crode.

    Cesare Maestri, il peggiore dei maestri, stava violentando con un mostruoso compressore uno di quei magnifici monumenti che abbelliscono questo nostro calpestato e oltraggiato Pianeta: Il sublime Cerro Torre. Beh, gli arguti e nostalgici dirigenti del C.A.I., burocrati che certamente erano fra i primi ad avere, chissà perchè, un gran bisogno di eroi, non persero l’occasione di incensare, attraverso i mass media e quei soliti scribacchini da quattro soldi, il bravo Maestri e la sua erculea forza nell’issare lungo la parete il suo fedele compressore (in quel tempo non esistevano ancora i trapani a batterie).

    Mi sembra che anche in quella circostanza, come d’altronde in tante altre , Enzo abbia espresso tutta la sua personalità, il suo pensiero a proposito dell’etica e del rispetto per l’ambiente, nonchè quell’indiscutibile spirito di scalatore di razza. Perdonate la presunzione, ma credo proprio che Enzo già condividesse le nostre idee, anzi, sarebbe più corretto dire che noi ora condividiamo le sue, infatti, non a caso, sosteniamo a spada tratta la filosofia da lui espressa; parlo di quella vera, che ha le sue radici nello spirito degli scalatori antichi e delle loro fiabe sull’uomo inerme, quel piccolo uomo che affronta il gigante, e ne guadagna il rispetto.

    Vedete com’è? una cosa tira l’altra, e scrivere è quasi come aprire una nuova via di roccia: sai quando e dove attaccherai ma non sai dove e quando arriverai; come dire, partendo da Enzo, leggero come un angelo, sono arrivato a quest’altro, pesante come un compressore.

    E così, tanto per non smentire la mia vena polemica, ma anche perchè le chiacchiere stanno a zero e a contare sono soltanto i fatti, mi sembra di poter affermare che quell’uomo, Cesare Maestri, non era certamente un amante della natura, nè tanto meno dello stile. Lo fosse stato, non avrebbe massacrato di buchi quell’inviolata struttura rocciosa, nè avrebbe lasciato poi quel mostro di ferro a marcire lì, ai piedi di quel sublime, oltraggiato monumento.

    Eh, le concatenazioni di pensiero a volte sono strane� Parlando di questa storia, me n’è venuta in mente un’altra, poco edificante; sempre di lui, e sempre sul Cerro. Ecco, se non ve la ricordate ve ne faccio un breve cenno: era la prima volta che il sig. Cesare si cimentava con quella parete, e lo fece con un compagno che poi cadde e scomparve, e questo successe durante la discesa, fu detto, e ci si deve credere fino a prova contraria. Del resto, l’unico fatto inconfutabile è che il poveretto morì; e tutto lo scetticismo che avvolse la sua prima spedizione al Cerro, a proposito del non provato successo, sarebbe ingiustificato di fronte alla parola di uno scalatore di quella fama. Mah, devo dire che riguardo a quell’impresa a me, e forse non solo a me, è rimasto un dubbio, figlio di un semplice ragionamento, che è il seguente: se, come sostenne, avesse la volta precedente già scalato il Cerro assieme a quel compagno scomparso in discesa, chiodando tra l’altro come Dio comanda, chi gliel’ha fatto fare poi di trascinarsi fin lassù quel pesantissimo compressore per ripetere l’impresa già compiuta?

    Ora, a margine di questo doppio episodio e del conseguente mio dubbio velenoso, anche se legittimo, più in generale sarebbe da chiedersi come mai vengano imitati proprio certi modelli di scalatori, al posto di altri molto più bravi e brillanti. Purtroppo la spiegazione è facile ed apre un discorso che non vorrei mai fare, perchè riguarda la decadenza dell’alpinismo e l’abuso che si esercita nei riguardi dell’ambiente. Capite, io vedo intorno a me dilagare la moda di trapanare in modo indiscriminato; e intuisco, ed ho paura, che niente e nessuno arresterà la moda di rendere tutto più facile e consumabile, e allo stesso tempo fingere che ogni impresa sia epica, anche la più banale e più invadente. Ma come si fa a non distinguere la sostanziale differenza fra il distruggere e il conquistare? Fra la grezza prepotenza del violentare e la raffinata arte di sedurre? Fra il logoroico frastuono del trapano e la magia del silenzio?

    Enzo era un grande artista dell’arrampicata pura, difficile da imitare, perchè colui che lo volesse fare dovrebbe avere grandi dosi di umiltà, talento, disponibilità a valutare con rispetto le caratteristiche della parete, equilibrio nel saper dosare le forze e tenere sotto controllo i rischi. Beh, i nostri recenti colleghi, le nuove leve, sono giunti alla conclusione che non vale la pena di rischiare fino a quel punto. Meglio imitare i mediocri, gli eroi di cartone, i furbacchioni gonfiati dalla stampa meschina e compiacente. E’ più facile e conveniente, perchè costoro sono alla portata di molti. Altrimenti, aggiungo io, gli artisti non potrebbero essere considerati tali.

    E tutti gli aspiranti personaggi, che ad ogni costo vorrebbero essere celebrati in qualche maniera, giustificano la loro bramosia di gloria dicendo che il fine giustifica i mezzi. Noi scalatori, invece, non ci accaniamo ad adulterare i mezzi per arrampicare più facilmente, perchè il nostro scopo è l’avventura, il divertimento; è scoprire cosa c’è sopra il cielo e dentro la nostra anima.

    P.S. del P.S.
    Spesso, parlando di arrampicata con coloro che certe cose le hanno solo sentite, o viste in qualche film, mi è stata rivolta la seguente domanda: “Ma ne vale la pena? Sai, io questa cosa proprio non la capirò mai!”

    Ecco che, per il semplice fatto che ci piace giocare a quel gioco, veniamo considerati come se fossimo dei cretini senza un minimo di cervello. In ogni caso, non è difficile dare una spiegazione a questi increduli dal sorriso ironico pronto sulle labbra.

    Ecco, quando andavo a scuola, ogni tanto chiedevo al professore di ripetere ciò che aveva appena spiegato e che io, essendo un testone, non ero riuscito a comprendere. Lui, un insegnante abbastanza paziente, si industriava a ripetere ma, prima di farlo, non poteva fare a meno di allargare platealmente le braccia ed esclamare: “Carpani! sei il solito somaro!”

    E dunque, se qui sono io a spiegare qualcosa e a non capire sono loro, in questo caso non mi sembra di essere di nuovo io, il somaro.

    Certo che è bello arrivare all’età in cui si raccontano le storie ai nipotini; ma tenendo presente che nemmeno colui che trascorre la vita ciabattando ogni giorno verso l’ufficio e ritorno può essere certo di diventare nonno, porre certe domande mi sembra davvero assurdo.

    D’accordo, Enzo scomparve che era ancora giovanissimo, e ciò potrebbe indurre qualcuno a chiedersi se ne valesse davvero la pena. Beh, io affermo che, come non si può valutare la qualità di una vita soltanto dalla sua durata, non si può nemmeno misurare la grandezza di una persona soltanto in base agli anni vissuti. Ne ho conosciuti parecchi di adolescenti cinquantenni con trent’anni di lavoro sulla schiena e qualche vacanzetta Alpitour all’attivo, ed ho scoperto che la loro grandezza, di qualunque entità fosse all’inizio, non aumentava col passare degli anni; e che le loro storie col tempo avevano la curiosa tendenza a diventare sempre più ripetitive e meno interessanti.

    “Cercare il senso della vita può anche condurre alla follia, ma vivere una vita senza senso è il tormento dell’Anima.”

    Con questa significativa frase che Enzo incorniciò e appese in camera sua, augurandovi un’infinità di gratificanti e emozionanti ascensioni, cordialmente vi saluto.

    La prossima volta, se quell’altro amico, che ormai tutti noi consideriamo un fortissimo alpinista fra i pochissimi puri rimasti, mi concederà di pubblicare una nostra confidenziale chiacchierata senza peli sulla lingua, vi presenterò Marino Babbudri; uno scalatore con la S maiuscola.

  6. 33
    Paolo panzeri says:

    Sì, l’ho visto mentre arrampicava, solo una volta, era in alto slegato, qua da noi, e osservandolo ho forse compreso cosa cercava e dove era già arrivato.

    Ne ho visti pochissimi puri come lui.

  7. 32
    adriano campardo says:

    Secono me Paolo ha capito.

    “Penso che LUI avesse ancora la visione dell’alpinismo come “disciplina” e cercasse di seguire delle sue regole estremamente impegnative, sia fisiche che mentali.”

    Ricordo che scrisse pure che sperava sempre di trovare una parete cosi compatta da non potere neppure piantare chiodi , solo cosi non si poteva ricorrere a sotterfugi e si era veramente onesti .

    Un idealista , un romantico che ha segnato una via , una cambiamento. Per un certo periodo molti hanno cercato di seguire i suoi insegnamenti.

    Nel  piccolo lo considero il mio maestro.

     

  8. 31
    Alberto Benassi says:

    Si Paolo ma anche da un punto di vista sportivo non lo trovo corretto.

    Anche perchè quello stesso itinerario un’altro arrampicatore potrebbe averlo aperto subito in libera. Con uno stile e una tecnica diversa.

    Quindi ribadisco,  per me la relazione di apertura deve rispecchiare in tutto e per tutto quello che in apertura si è fatto, come si è fatto.

    Poi in seguito si può dare la relazione della ripetizione in libera. Che può essere anche dello stesso apritore.

  9. 30
    paolo panzeri says:

    E la gloria sportiva dove la mettete?

    Chi fa così per me è molto lontano dall’esprimersi solo come alpinista, vuole esprimersi più come sportivo.

  10. 29
    Alberto Benassi says:

    “come mai molte salite (direi ormai quasi routinariamente) vengono indicate solo col grado in libera, quello di chi le ha liberate (magari l’apritore stesso eh…) e non venbgono indicate invece col grado originale? Ché, l’obbligatorio lascia parecchio a desiderare spesso e volentieri…”

    E qui Stefano fai una domanda che mi sono sempre fatto anche io e spesso ho fatto anche a altri apritori che davano solo il grado in libera, ma non ho mai ricevuto una risposta vera.

    Personalmente, le vie che ho aperto le ho sempre relazionate  con il grado originale.

    Credo che sia giusto e onesto dichiarare nella relazione quello che si è fatto in apertura. Poi magari si darà il grado in libera. Ma quello che si è fatto in apertura va detto.

  11. 28
    paolo panzeri says:

    Alberto: no spit, lo direbbe di sicuro LUI come ancora qualche alpinista “purista”.

    Ma distinguerebbe fra sport e alpinismo, quindi nelle attività sportive accetterebbe gli spit, come tutti fanno.

    Il motivo è semplice: se si fora si passa. Il sapere di poter passare impoverisce il significato di ciò che si fa e la soddisfazione non diventa mai gioia.

    La sconfitta della vita, perché si ignora la possibilità di morire.

  12. 27

    “Roulette russa” è un gioco d’azzardo non è certo ciò che Cozzolino rimarca in quello scritto.
    Onestà è coerenza… com ho già avuto modo di scrivere, sno i criteri di valutazione espressi da Cozzolino che probabilmente nell’idealismo di un ragazzo ventiquattrenne  sono sinonimi dell’esistenza stessa in un’età così giovane… ma… perchè si devono scambiare per altri “valori” in età più avanzata? A mio avviso conta il proprio essere non l’età o altro se uno è onesto lo è sempre se è ladro dentro quello rimane!
    Il capitolo risulta interessante per sollevare un altra questione, molto più attuale…:
    come mai molte salite (direi ormai quasi routinariamente) vengono indicate solo col grado in libera, quello di chi le ha liberate (magari l’apritore stesso eh…) e non venbgono indicate invece col grado originale? Ché, l’obbligatorio lascia parecchio a desiderare spesso e volentieri…

    E’ onestà questa?

    Di vie ne ho aperte molte, ma sempre poi, le ho relazionate col grado originale e magari tra parentesi col grado in libera (se vi è stata)… sarò più “scalfo” di chi apre 6° e A2 e poi cita 7b???

  13. 26
    paolo panzeri says:

    Penso che LUI avesse ancora la visione dell’alpinismo come “disciplina” e cercasse di seguire delle sue regole estremamente impegnative, sia fisiche che mentali.

    Ora questa visione è scomparsa o quasi, mentre solo nell’arrampicata sportiva rimane la disciplina del fisico….. allenamenti da atleti.

    La disciplina della mente è diventata troppo difficile, forse si insegue la totale indisciplina e si inventano discipline mentali poco impegnative, comunque la si lascia ad altri o ad altro, si preferisce accettare pedissequamente ciò che altri dicono e affidarsi a delle regole condivise dalla massa.

     

    L’alpinismo italiano è morto, viva l’alpinismo!……. ma esagero 🙂

  14. 25
    Giovanni Massari says:

    Il succo del discorso di Cozzolino, sempre valido in ogni momento storico, credo semplicemente sia quello di avere un rapporto onesto e leale con la realtà rocciosa che ti si prospetta davanti (nulla vieta che ognuno faccia poi come gli pare). Non credo proprio si tratti di roulette russa tentare le vie in libera con la giusta preparazione e disciplina ma semplicemente di spingere fino a saper rinunciare la’ dove capiamo di non essere in grado (e con un po’ di umiltà ogni arrampicatore conosce benissimo il suo limite psicofisico). La vera roulette russa (per corpo e mente) sarebbe insistere senza averne il livello e procurarsi esiti forse anche fatali o il penoso barare con noi stessi e con il problema roccioso che abbiamo davanti utilizzando mezzi diversi per progredire che non siamo mani, piedi e cervello (ops in ordine inverso). Va da se’ che ogni tratto di arrampicata artificiale viene tentato in libera che è lo stile senza dubbio con meno orpelli e più onesto verso la natura e verso noi stessi, non è detto poi che si riesca dappertutto e questo non significa assolutamente sminuire l’artificiale ma solo cercare di migliorare la prestazione precedente esplorando l’ignoto come l’essere umano fa da millenni in ogni campo. La libera resta evidentemente la massima aspirazione è non lo dico io ma i fatti; vedi come massimo esempio le grande vie artificiali di Yosemite tentate e sempre più spesso riuscite in libera.

  15. 24
    Alberto Benassi says:

    “Dove se uno ha grande manualità, voglia di faticare e anche di rischiare,  passa quasi sempre.”

     

    quasi sempre nel senso che, anche in artif. se uno rinuncia alla foratura, e usa solo quello che la roccia gli offre, non passa.

    E forse l’artificiale, almeno quello di un certo tipo, che rinnega la foratura della roccia,  potrebbe anche diventare ancora più severo che una libera che comunque ammette la foratura.

    Va bene dai qui il discorso si fa complicato e contorto.

  16. 23
    Alberto Benassi says:

    “Detto ciò ed estremizzando un po’ a mò d’esempio è come se Cozzolino dicesse che l’unico modo “onesto” (=senza barare ) per sfidare fortuna è la roulette russa.”

    Non è così  perchè Cozzolino parla di impegnarsi in itinerari alla propria altezza. Colui che gioca alla roulette russa non fa ragionamenti di preparazione e capacità. Gioca la sua vita ai dadi, conta solo nella fortuna.

    “Da questo la mia perplessità nel dare pienamente ragione a Cozzolino. O se volete a Preuss, che in fondo diceva la stessa cosa e che guarda caso è morto anche lui giovane e arrampicando.”

    Credo che Preuss fosse ancora più radicale, non ammetteva l’uso di nessun tipo di chiodo o mezzi in artificiali in genere . Anche l’uso della corda era messa in dubbio salvo in caso di estrema necessità . Cozzolino non mi sembra che nelle sue vie  non abbia usato i chiodi e tanto meno la corda. Amava le solitarie e purtroppo questa passione gli è costata la vita ma questo è un’altro discorso.

    “Senza contare inoltre che questa posizione nega anche qualunque valore all’arrampicata artificiale e a tutta la sua storia, che secondo me non lo merita affatto.”

    Anche io pratico l’arrampicata artificale.  Su questo blog Gogna ha pubblicato un mio racconto di una mia ripetizione in solitaria di una via in artificiale. Non so per certo quali fossero i pensieri di Cozzolino a proposito dell’artificiale. Sicuramente negativi. Ognuno del resto è libero di pensarla come vuole. Uno come Cozzolino che cercava l’avventura pura, e applicava il principio dell’adattamento e quindi della rinuncia. Non poteva certo essere d’accordo con l’artif. Dove se uno ha grande manualità, voglia di faticare e anche di rischiare,  passa quasi sempre.

    Come ho già scritto, mi piacerebbe sapere come la penserebbe Cozzolino a proposito dell’uso dello spit per la sola protezione della libera, coome si fa oggi. Vedi ad esempio stili di scalata e di apertura come quello di Tondini.

  17. 22
    Matteo says:

    “Nel senso che portarsi dietro il chiodo a pressione è come sminuire il confronto con la montagna, con l’avventura,  un pò come assicurarsi sempre e comunque la possibilità di passare. Insomma un pò come barare.

    E come giustamente scrive Massari, che senso ha mettere chiodi a pressione su vie già salite in libera. Solo perchè ci si vuole assicurare in tutto e per tutto la riuscita della salita?”

    Qui si mischiano tre cose ben differenti accomunate dal portarsi il chiodo a pressione (oggi spit):

    1 – per assicurarsi la possibilità di ritorno

    2 – per assicurarsi comunque la possibilità di passare

    3 – per rendere più sicuro un passaggio o via già percorsa senza

    Nel suo scritto Andreotti si riferisce al primo caso, mentre Cozzolino nella risposta mischia un po’ il primo e il secondo. Il terzo  ovviamente è tutt’altro e non c’entra, se non come possibile conseguenza a lungo termine dei primi (comunque da dimostrare).

    Detto ciò ed estremizzando un po’ a mò d’esempio è come se Cozzolino dicesse che l’unico modo “onesto” (=senza barare ) per sfidare fortuna è la roulette russa.

    Da questo la mia perplessità nel dare pienamente ragione a Cozzolino. O se volete a Preuss, che in fondo diceva la stessa cosa e che guarda caso è morto anche lui giovane e arrampicando.

    Senza contare inoltre che questa posizione nega anche qualunque valore all’arrampicata artificiale e a tutta la sua storia, che secondo me non lo merita affatto.

     

  18. 21
    Alberto Benassi says:

    “Forse lei, Andreotti, non se ne rende conto, ma questa sua predilezione per la «prudenza nel sacco» testimonia una certa insicurezza nei confronti delle sue possibilità alpinistiche… Non avete fiducia in voi stessi, ma nei mezzi tecnici; ma, allora, rinunciate ad essi e andate su vie più consone alle vostre reali possibilità. Vi divertirete senz’altro di più.”

     

    Matteo, non credo che Cozzolino intendesse mettere in dubbio le capacità arrampicatorie di Andreotti. Credo invece che fosse un pensiero molto più ampio e ha usato la risposta ad Andreotti per manifestarlo al mondo alpinistico italiano. Nel senso che portarsi dietro il chiodo a pressione è come sminuire il confronto con la montagna, con l’avventura,  un pò come assicurarsi sempre e comunque la possibilità di passare. Insomma un pò come barare.

    E come giustamente scrive Massari, che senso ha mettere chiodi a pressione su vie già salite in libera. Solo perchè ci si vuole assicurare in tutto e per tutto la riuscita della salita?

    Non ha senso, è solo un atto di arroganza. E di non accettazione dei propri limiti.

  19. 20
    Giovanni Massari says:

    Penso che il discorso di Enzo Cozzolino non vertesse soltanto sul discorso di un ostracismo assoluto nei confronti del chiodo a pressione quanto essenzialmente in un suo improprio utilizzo come mezzo di “progressione” per abbattere o mitigare le difficoltà di una prima salita o peggio ancora, di una ripetizione di una via già fatta in libera. Va da se’ che anche oggi lo spit ha lo stesso significato etico – sportivo: ha un senso salire attaccandosi alle protezioni  vie che sono destinate a essere arrampicate su appoggi e appigli naturali?
    Non credo proprio e questo Cozzolino l’aveva già capito: meglio fare qualcosa di più facile sempre nella ricerca di un confronto leale con l’elemento roccia e con se’ stessi lontani proprio dall’eventuale “piattume”, con i suoi inevitabili compromessi, della vita reale.
    Sul fatto poi della sua prematura scomparsa (leoni o pecore) non credo si possa dimenticare che lui cadde in “free solo”, una pratica di ricerca intima e personale in cui il rapporto con la parete è totalizzante al massimo livello e travalica il suo discorso del chiodo a pressione.. Enzo Cozzolino è stato certamente un creativo liberista “ante litteram” e basta salire qualche sua via importante dell’epoca per rendersene conto.

  20. 19
    Says Says says:

    IL casco lo mettono i fifoni. Questa affermazione è di grandezza enorme se rapportata ai tempi e letta oggi. C’è dentro tutto il senso del discorso di Cozzolino, giovane, convinto innamorato del suo alpinismo e di se stesso. A molti è successo che invecchiando hanno piantato gli spit che in gioventù aborrivano. Purtroppo lui non ha avuto il tempo e chissà come si sarebbe comportato.

  21. 18
    lorenzo merlo says:

    “Prudenza nel sacco” è un’allegoria.

    Si riferisce dunque più ad una modalità umana piuttosto che a una persona.

  22. 17
    paolo panzeri says:

    1972 ….. e ora come è l’alpinismo italiano?

    Cosa fa?

    E quanti sono ora che fanno qualcosa, rispetto a tutti quelli che c’erano nel 1972?

    Mentre la popolazione italiana è passata da circa 45 a circa 60 milioni!

  23. 16
    Matteo says:

    Alberto, ho scritto in maniera forse non molto felice, ma certo non intendevo contrapporre Cozzolino ad Andreotti e nemmenola che vita di Cozzolino sia stata buttata nel senso di sprecata.

    Mi rifacevo (un po’ troppo implicitamente, magari) a quello Cozzolino stesso scrive

    “Forse lei, Andreotti, non se ne rende conto, ma questa sua predilezione per la «prudenza nel sacco» testimonia una certa insicurezza nei confronti delle sue possibilità alpinistiche… Non avete fiducia in voi stessi, ma nei mezzi tecnici; ma, allora, rinunciate ad essi e andate su vie più consone alle vostre reali possibilità. Vi divertirete senz’altro di più.”

    che come giudizio pare decisamente tranchant.

    Andreotti arrampicava e bene, era anche un artificialista, ma di sicuro non un coniglio e inoltre da come lo descrive il Furlani doveva essere anche un “brav’uomo”.

    Cioé, dal mio punto di vista, una persona le cui ragioni dovrebbero essere prese in seria considerazione, anche se a pelle meno affascinanti.

  24. 15

    Caro sergio63

    se non ci fossero il leoni nella storia sai che palle una storia raccontata dalle pecore? Poi può pur far piacere belare tutto il giorno ma è una questione di gusti… e nel discorso di Cozzolino questo è rimarcato più volte si potrebbe tradurre così il suo discorso:

    “ognuno è libero di fare un po’ quel che gli pare basta che non si nasconda dietro alle sue debolezze pretendendo che vengano interpretate come grandi virtù…!”

    un discorso che parla di onestà e coerenza, di “giocare” senza barare in un “gioco” che vede la sua vittoria in ciò che ognuno porta a casa seguendo queste due semplici “direttive” (virtù?)…
    poi è anche vero che la pecora di solito fa fatica a rispettare queste “regole” ma rimane sempre pecora malgrado si travesta da leone…!
    Morì giovane è vero ma senza inganni e questo la maggiorparte delle pecore non lo possono affermare!
    Peace and love

  25. 14
    Alberto Benassi says:

    “…Io vado in montagna per fuggire la linearità, la sicurezza della vita normale, per trovarvi finalmente delle emozioni, per affrontare degli imprevisti. Questo è ciò che mi piace anche dell’alpinismo…”

     

    questo era il suo pensiero, quello di un ragazzo di 24 anni. Può darsi che se fosse ancora vivo,  magari l’esperienze della vita gli avrebbero fatto cambiare idea. magari anche quelle sull’alpinismo.

    Ma non si può sapere.

    Di certo quello che lui pensava della “vita normale”  nell’inesperienza dei suoi  24 anni. Molti lo pensano anche a 60.

    Ma non siamo tutti uguali.

  26. 13
    Alberto Benassi says:

    caro Sergio, non mi dare del Signor. Alberto va benissimo.

    Non ho  detto che Matteo ha dato del coglione a qualcuno. Ma se uno scrive così:

    “Basta leggere quanto scrive il buon Furly per pensare che la vita di Andreotti non è stata buttata via:”

     

    credo di capire che di contro Cozzolino la sua, invece,  la buttata via. Però avrò capito male.

  27. 12
    sergio63 says:

    Cozzolino è morto purtroppo molto giovane altrimenti avrebbe scoperto che per certe cose anche la vita “normale” nel bene e nel male è una buona fonte 😉

    “…Io vado in montagna per fuggire la linearità, la sicurezza della vita normale, per trovarvi finalmente delle emozioni, per affrontare degli imprevisti. Questo è ciò che mi piace anche dell’alpinismo….”

    l’alpinismo (nella banalità del mio alpinismo) mi ha dato emozioni uniche…ma anche la vita “normale”… amori…figli…amici…

    in quanto ad imprevisti, sicurezza e linearità…beh…che dire…beata gioventù…(?)

  28. 11
    sergio63 says:

    Penso che i dubbi di Matteo siano parecchio diffusi e condivisibili…poi signor Benassi mi pare che Matteo non dia del c…..e a nessuno; rispondeva a Michelazzi 😉

    a cui direi che troppi “leoni” (non parlo solo di montagna…ma anche quelli) nella storia dell’umanità lo hanno fatto sfruttato troppe pecore e c….i

    per restare alla montagna io resto dell’idea che quanto sosteneva in merito Bruno Detassis sia la cosa migliore…

  29. 10
    lorenzo merlo says:

    In condizioni di ricerca necessariamente si mette in discussione lo stato raggiunto.

    Diversamente si cerca sicurezza nel già noto.

    Non parlavo di lui, parlavo di noi.

  30. 9
    Giandomenico Foresti says:

    Michelazzi for ever 🙂

  31. 8
    Alberto Benassi says:

     

    “tende a trovare le modalità di comunicazione idonee a chi non la pensa come noi;”

    “implica la permanente messa in discussione delle proprie posizioni;”

    Cozzolino (creativo)  è si rispettoso, ma non mi sembra che fosse disposto a mettere  in discussione le proprie posizioni di cui era decisamente convinto.

  32. 7
    Alberto Benassi says:

    “Basta leggere quanto scrive il buon Furly per pensare che la vita di Andreotti non è stata buttata via:”

     

    Perchè quella di Cozzolino si ?

    Mi sembra irrispettoso nei suoi confronti. Anche perchè saranno c….i suoi e non può ribattere.

    Comunque , tanto per sottolineare la risposta di Stefano, si puo morire  nel proprio letto anche da malati. Bella consolazione.

    5 – 24 – 50 – 80 anni. Non c’è una regola per la morte. Queste regole ce le inventiamo noi.

  33. 6
    Matteo says:

    Basta leggere quanto scrive il buon Furly per pensare che la vita di Andreotti non è stata buttata via:

    http://www.planetmountain.com/it/notizie/arrampicata/andrea-andreotti-uomo-e-alpinista-che-volava-alto.html

    e quindi il dubbio mi resta, per leoni e per quaglioni!

  34. 5

    Caro Matteo…

    morire nel proprio letto è la fine migliore che si possa desiderare? Pera lcuni forse sì… personalmente preferirei morire nel letto di qualcun’altro (altra per intnderci…) ma non lo deicderò io… meglio un giorno da leoni che una vita da c…! 😉

  35. 4
    Matteo says:

    Istintivamente e se penso a quello che mi piace e mi fa sognare dò ragione a Cozzolino.

    Però non posso far a meno di pensare che Androtti è morto nel suo letto, per quanto prematuramente, mentre Cozzolino è caduto in montagna a 24 anni e non sono più sicuro.

    Resta il rispetto per Cozzolino, che ha scritto qualcosa di notevole per il tono, la sincerità e il modo di porsi e interloquire: di certo era un grande anche in questo!

  36. 3
    lorenzo merlo says:

    Tra le infrazioni che possiamo arrogantemente imporre all’inscomponibile integrità del creato c’è anche quella che divide gli uomini tra creativi e ripetitivi.

    Quando due individui, uno per categoria, si parlano, sostanzialmente non si capiscono.

    Entrambi alludono ad un mondo personalizzato, reciprocamente incomprimibile.

    Sussiste tuttavia un gradiente osmotico.

    Questo tende ad aumentare o ridursi in funzione di chissà quante ragioni.

    Una di queste ha forse più potenzalità di altre. È il rispetto.

    Esso tende a ridurre lo scontro tra posizioni differenti;

    tende a trovare le modalità di comunicazione idonee a chi non la pensa come noi;

    implica la permanente messa in discussione delle proprie posizioni;

    comporta apprendere da chi dice cose differenti dalle nostre;

    tende a fare esplorare aree nuove;

    a farci scoprire regioni di noi stessi che ci erano sfuggite;

    a farci vedere che quanto rifiutiamo corrisponde a qualcosa noi che vogliamo nascondere.

     

    Forse, arrogantemente, si può dire che una caratteristica dell’uomo creativo è la sua esigenza esplorativa. Sa che quando questa viene meno, quel processo osmotico si inverte. Se ne accorge subito perchè il suo rifugio non è più la bellezza ma il sicuro.

    Grazie Enzo Cozzolino

     

  37. 2
    Alberto Benassi says:

    sarebbe interessante poter sapere cosa ne penserebbe Cozzolino sull’uso dello spit, non per la progressione , ma per proteggere l’arrampicata libera.

  38. 1
    Valerio Rimondi says:

    Parole sante.

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