La salita visionaria di Kurtyka e Schauer sul G IV

Vicino alla morte, vicino al piacere
di Robert Schauer

C’è qualcosa che affascina nel forzare i limiti: scoprire chi sei e di che cosa sei capace ai margini estremi dell’esistenza. Molti alpinisti dicono di avere sperimentato fenomeni di ampliamento della coscienza trovandosi in pericolo di morte. Uscire vivi da esperienze come queste è quasi una forma di piacere. Questa alterazione della coscienza ottenuta con metodi assolutamente naturali può essere davvero esaltante. Ti senti irresistibilmente spinto ad arrampicare ancora, magari in condizioni ancora più proibitive.

Una volta ho vissuto un’esperienza simile, ho messo piede nel regno della morte e ne sono tornato indietro; è accaduto nel Karakorum nel 1985, durante una spedizione con Wojciech “Vojtek” Kurtyka. Il nostro obiettivo era la parete ovest del Gasherbrum IV, quasi 3000 metri di altezza. Tutti i precedenti tentativi di scalare il “Muro lucente” erano falliti a causa delle difficoltà tecniche, della quota e dell’imperversante cattivo tempo.

La parete ovest del Gasherbrum IV con il tracciato della via Kurtyka-Schauer (1985)

gasherbrum4-schauer-kurtyka
Capimmo subito che, senza portatori, la nostra unica possibilità era scalare la parete in un solo assalto, anziché salire, poi ridiscendere e poi salire ancora, piantando chiodi e mettendo corde fisse, come si fa normalmente su montagne di quelle dimensioni. Per uscirne vivi dovemmo chiamare a raccolta ogni briciola della nostra volontà e della nostra abilità. La prima metà del percorso richiese molto più tempo del previsto; il risultato fu che restammo senza cibo e combustibile. Tuttavia la vetta sembrava ancora alla nostra portata, finché i piani non vennero mandati  definitivamente all’aria da una violenta tempesta. Esausti, ci scavammo una buca nella neve, a 7700 metri, e restammo piantati lì per due giorni. Trascorremmo 72 ore mangiando e bevendo pochissimo, e tali privazioni ci resero anche insensibili al freddo.

In quello stato di apatia era necessario un grande sforzo per distinguere i problemi reali dai fantasmi dell’immaginazione. Mi convinsi che la cordata era composta da tre persone, e che la causa della nostra lentezza era stata proprio quel terzo alpinista inesistente. Credevo anche che ci impedisse di dormire: ci tormentava scrollando il telo da bivacco, ci ostacolava in ogni operazione.

Con la tempesta di neve cominciarono a cadere valanghe a intervalli regolari. Rannicchiati nella nostra buca non avevamo nulla da temere; le valanghe passavano innocue sui nostri piedi. Ma io avevo la sensazione che il terzo alpinista cercasse di buttarmi fuori. In realtà ero schiacciato tra Vojtek e la massa di neve che si ammucchiava sulla buca. La sensazione di claustrofobia mi faceva impazzire e volevo scappare. All’improvviso mi librai come un gracchio. Percepivo tutte le sensazioni del volo in maniera estremamente intensa: il vento in faccia, il freddo pungente, l’assenza di peso. Potevo guardare giù e vedermi imbozzolato nel sacco a pelo, minuscolo puntino sulla parete gigantesca. Com’era stupido rimanere laggiù, pesanti e goffi, quando in cielo si poteva andare in tutte le direzioni.

Ero euforico, non avevo nessuna voglia di tornare nel mio sacco a pelo gelido in quell’orribile buca. Allo stesso tempo ero cosciente della necessità di scendere dalla montagna sano e salvo. Ne avevamo parlato a lungo, tormentandoci in cerca di una soluzione. Se la tempesta fosse durata giorni, qualsiasi movimento avrebbe provocato una valanga mortale. E quanto potevamo resistere senza cibo né acqua? A quelle quote il corpo ha bisogno di 5 o 6 litri al giorno per contrastare la disidratazione e preservare il buon funzionamento degli organi. Mi sentivo così debole che il minimo gesto richiedeva tutta la mia forza di volontà. Vojtek  se ne uscì con l’idea di calarsi giù. Un piano suicida, con sei chiodi e due corde in tutto. Non saremmo mai riusciti ad arrivare in fondo, senza contare il pericolo delle valanghe. Mi accorsi che il mio compagno stava perdendo il senso della realtà; proprio lui, sempre così pragmatico. Pur malconcio come me, aveva continuato a parlare della possibilità di raggiungere la vetta, un obiettivo ormai molto distante dai miei pensieri. Sapevamo che proseguire significava dover trovare una via alternativa per la discesa, con tutta una serie di incognite.

Kurtyka

Comunque eravamo condannati ad aspettare, sia per la nostra debolezza sia per la tempesta. A certe quote non c’è modo di recuperare le energie perse, per quanto uno si riposi. Oltre i 6000 metri il corpo non fa che indebolirsi, si nutre delle sue riserve di grasso, inizia a digerire se stesso. Secondo gli scienziati questo processo scatena in noi una serie di sensazioni molto piacevoli. Senz’altro, in quella attesa forzata, l’istinto di sopravvivenza faceva sì che i pensieri si concentrassero su determinati temi. Dopo aver abbandonato le sembianze del corvo, mi ritrovai nel mezzo di una calca di persone; da tutta questa gente s’irradiava un confortevole senso di calore e sicurezza. Vidi segnali stradali e luci che mi indicavano la direzione da seguire. Poi mi trovai in un supermercato: mi rimpinzavo di salcicce buonissime e altre squisitezze, come in un film accelerato. Tutte queste immagini non facevano che alimentare la mia inquietante sensazione di benessere. Mi sembrava di non avere nulla da temere. Come mai non venivo colto dal panico neppure negli sporadici lampi di lucidità? Forse quell’euforia interiore era un modo per infondermi energia, per convincermi che stavo facendo la cosa giusta, per generare attività e movimento. Prima di allora non avrei mai creduto possibile un fenomeno simile, ma adesso sono convinto del contrario. Da dove veniva quell’energia, dato che nel mio corpo ne restava così poca? Sapevo che altri alpinisti avevano vissuto esperienze simili. Hermann Buhl aveva scalato il Nanga Parbat in solitaria in una specie di trance. A 8000 metri aveva avuto l’impressione di camminare attraverso un frutteto in fiore, e si era convinto che ci fosse un altro alpinista con lui. Di esempi del genere ce ne sono molti. L’incubo durò due giorni. Quando il sole tornò finalmente a scaldare la parete, ci vollero ore prima che il tepore penetrasse anche nei nostri corpi intirizziti. Lottammo per sfuggire alle creazioni del nostro mondo onirico. Era difficile prendere decisioni e agire finché realtà e fantasia si confondevano.

Wojciech Kurtyka sulla parete ovest del Gasherbrum IV

Kurtyka-Gasherbrum

Mi riempii la bocca di neve. Avevo la gola infiammata da giorni. Avrei dovuto bere di più prima. Cercare di rimediare adesso era come versare una goccia d’acqua su una pietra rovente. Lentamente i nostri corpi riacquistarono la capacità di muoversi. Era chiaro a entrambi che l’unica possibilità di salvezza era continuare a salire. Avremmo dovuto farci strada verso la vetta nella neve alta fino alle cosce. Nonostante la pendenza moderata, procedevamo lenti come lumache. Nel tardo pomeriggio uscimmo finalmente dalla parete. Una piccola breccia nella cresta indicava la via di discesa. Non ci fu bisogno di parole. Non avevamo nessuna voglia di fare qualche metro in più fino in cima.

Trovai a naso l’unica discesa possibile tra alte balze di roccia e barriere di ghiaccio. Su quella parete quasi verticale, di una levigatezza disperante, la nostra strada sembrava costellata come per magia di appigli sicuri. Le discese in doppia diventavano sempre più pericolose, ma io continuavo a pensare che non ci fosse nulla da temere. Dopo un’altra notte, un altro giorno e un’altra notte di fatica, mettemmo piede sulla superficie piatta del ghiacciaio. Mi sembrava di fluttuare a mezzo metro da terra. La realtà era diventata irreale. Ci vollero giorni prima che le sensazioni e i pensieri tornassero alla normalità, e in un certo senso non mi dispiacque quello stato di “assenza”.

Quella scalata mi aveva suscitato una marea di emozioni e intuizioni. Sapevo già che quando si sopravvive a situazioni estreme come quella, viene il desiderio di ripetere l’esperienza. Dopo l’avventura sul “Muro lucente” avevo pensato di abbandonare l’alpinismo a quei livelli. Ma gli orrori svaniscono. Arriva qualche cosa di nuovo ad attivare la nostra attenzione. Non si finisce mai.

Robert Schauer
K2 1979, Campo Base, Robert Schauer

Tratto da: Atlante dell’alpinismo, De Agostini e da  http://ivoferrari.blogspot.it/2014/02/visionari-sul-gasherbrum-iv.html (link non reperibile causa successiva cancellazione del blog di Ivo Ferrari, NdR).

Tra i “viaggi” alpinistici e mentali  che più hanno colpito la mia lettura, sicuramente questo racconto è ai primi posti: una via senza Cima, aperta in stile formidabile, due Uomini  sperduti  con la loro capacità, due “visionari” … Un lungo passo tra i passi lenti dell’alta quota (Ivo Ferrari).

Un’impresa che ha fatto sognare, alla pari di poche altre: mi vengono in mente il Tirich Mir di Machetto e Calcagno, il Changabang di Tasker e Boardman, l’Annapurna parete sud di Bohigas e Lucas, il Nanga Parbat per il Rupal di House e Anderson… (Alessandro Gogna).

Biografie di Wojciech Kurtyka e Robert Schauer da:
http://en.wikipedia.org/wiki/Wojciech_Kurtyka (in inglese)
http://de.wikipedia.org/wiki/Robert_Schauer (in tedesco)

postato il 18 marzo 2014

1
La salita visionaria di Kurtyka e Schauer sul G IV ultima modifica: 2014-03-18T07:22:26+00:00 da Alessandro Gogna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *