La storia di un diedro

La storia di un diedro (GPM 001)
di Gian Piero Motti
(pubblicato su Liberi cieli, agosto 1967)

La Parete dei Militi è considerata dalla maggioranza degli alpinisti torinesi null’altro che uno “sporco muro”, una parete che esce sui prati, e soprattutto una parete marcia. In effetti la qualità della roccia non è delle migliori: si tratta di un calcare assai alterato, che richiede un’arrampicata attentissima, sovente logorante. Ogni appiglio deve essere provato, accarezzato; tutto muove e scricchiola sinistramente e la chiodatura, per di più, è assai difficoltosa per la ricerca di fessure adatte e sicure.

Valle Stretta (Bardonecchia), Parete dei Militi

Con tutto ciò è ferma convinzione in me che la Militi sia un severo banco di prova per qualunque arrampicatore e che costituisca un’ottima preparazione per ogni genere di salita su terreno roccioso. Ci si abitua straordinariamente alla calma, alla continuità delle difficoltà e soprattutto si esercita l’occhio nella scelta degli appigli e delle fessure da chiodare.

Eppure per un certo periodo di tempo nell’ambiente torinese la parete rappresentò qualcosa di veramente sentito; su di essa si avvicendarono tutti i più bei nomi degli anni 40-50, da Giusto Gervasutti a Michele Rivero, a Mario De Albertis e soprattutto a Guido Rossa. La sua personalità artistica, il suo modernismo estetico trovarono modo di esplicarsi lungo gli strapiombi e le fessure della gialla parete.

Uno strano fascino emanano quelle rocce dai colori varianti dal rosso al grigio, dall’ocra al giallo; le piccole cenge costellate di pini danno un senso di serenità e di quiete, uno stacco nella fuga della verticalità.

È interessante comprendere perché l’ambiente torinese si attaccò in tal modo a quello “sporco muro”. Erano senz’altro degli anni difficili. La limitatezza dei mezzi di trasporto e le scarse disponibilità finanziarie non permettevano, come ora, di raggiungere nelle uscite domenicali gruppi come il Bianco o le Dolomiti.

La parete dei Militi in un quadro di Bruno Toniolo (illustrazione dell’articolo originale di Liberi Cieli)

Fu così che alcuni giovani entusiasti trovarono nella Militi la concretizzazione e l’appagamento delle proprie aspirazioni. Ma non per tutti fu un movente di carattere unicamente economico. Per qualcuno fu un sincero e appassionato attaccamento a quella suggestiva valle dai mille colori, alla torre sperduta tra il biancore delle ghiaie e alla grande muraglia rigata dai neri camini.

Giustamente oggi si dice che se i Rossa, i Dino Rabbi, i De Albertis, i Marco Mai, insomma l’élite di quegli anni, avessero potuto ampliare il loro raggio d’azione e di attività, avrebbero senz’altro potuto effettuare imprese di valore internazionale, tanto era il livello tecnico raggiunto.

L’inizio dei primi tentativi alla parete ci porta al lontano 1936, quando si incominciò a posare gli occhi sulla gola centrale e sul grande camino di sinistra. In quegli anni il CAAI era in cerca di una palestra veramente efficace e utile alla formazione di nuovi capi-cordata. Esistevano già palestre come la Sbarua o i Denti di Cumiana, ma erano giudicate insufficienti a tale scopo. Si cercava qualcosa di veramente severo e impegnativo e si pensò di averlo trovato nella Militi. A costo di duri sforzi e non senza incidenti fu aperta la prima via lungo il grande camino che solca il pilastro verticale di sinistra. Cadde in seguito la gola centrale e quella di sinistra: due splendide e dure arrampicate libere su ottima roccia. Due firme del grande Gervasutti.

Rivero aveva osservato a destra della sezione centrale della parete un’esile fessura che solcava uno strano pilastro verticale. Gli parve un ramarro gigantesco abbarbicato alla parete. Nacque la via del Ramarro, impegnativa e delicata per la roccia non sempre sicura. La scuola torinese sembrava aver finalmente trovato la sua giusta dimensione, quando tutto precipitò in un breve istante.

Cadono Gervasutti e Gabriele Boccalatte, crollano i pilastri di tutto l’edificio. Seguono anni di sfiducia e di assestamento; poco per volta, dapprima timidamente, poi sempre più prepotentemente si rinnovano le fronde. I giovani tornano alla parete, riprendono i vecchi itinerari e ne aprono dei nuovi. Sono saliti i camini, i diedri, gli spigoli più evidenti. Si aprono itinerari di estrema difficoltà in ogni settore della parete.

Alessandro Gogna in una ripetizione del Diedro del Terrore, 12 settembre 1982

Guido Rossa sembra non conoscere difficoltà sulla parete. Passa dovunque, in cordata, da solo, in estate e in inverno. Lo attrae il grande, liscio diedro centrale: tetro, opprimente, rigato dalle nere colate di acqua che scendono lungo i suoi fianchi. Un tetto lo chiude verso l’alto. Ci sono tetti e tetti: questo viene in fuori di ben trenta metri!

Eppure l’audacia e la tecnica di Guido hanno ragione di quasi tutto il diedro.

I tentativi si succedono. È ammirevole la passione di chi dà tutto se stesso per un problema la cui risoluzione ben pochi apprezzeranno o potranno capire. Ogni tentativo si arresta lassù, nel marcio, sotto il grande tetto. Il diedro diviene scherzosamente il “diedro del terrore” e assume un’importanza del tutto particolare tra gli alpinisti torinesi. Si doveva vincere il “terrore” se non altro per porre degnamente la parola fine alla storia della parete.

Un giorno Guido lascia Torino, se ne va lontano. Per un po’ il silenzio avvolge la grande parete. Forse anche lei sa di aver perduto la sua stessa anima.

Sorgono le nuove leve e risorge il “terrore”. Alberto Marchionni e Paolo Fiolin Bertino attaccano, ma non riescono a uscire. Si calano lungo gli strapiombi, un pauroso incidente si conclude fortunatamente senza conseguenze per Alberto.

Accadde che anch’io volli fare una visitina al diedro; ma attaccai tardi e giunsi appena sopra gli strapiombi centrali, dopo aver superato tre lunghezze di corda, delle quali l’ultima veramente “secca”: un artificiale su chiodi malsicuri e assai distanziati. Pensai a Guido che per primo aveva superato quel tratto e una volta di più mi resi conto delle sue capacità eccezionali.

Passò un anno, ritornammo alla Militi in primavera, ma il diedro era percorso da una copiosa cascata d’acqua. Niente da fare.

Frattanto anche Gian Carlo Grassi, detto Calimero, si appassionò al problema e volle essere della partita. Originalissima è la figura di questo giovane arrampicatore torinese: di taglia non proprio atletica (Calimero…), tutto nervi, agile e scattante si presenta con un biglietto da visita di tutto rispetto. L’estate 1966 lo ha visto passare alla Sud della Noire, allo spigolo ovest del Valsoera, alla Comici alla Grande, allo Spigolo Giallo, al Demouth, al Ferro da Stiro e su molte altre cosette di questo genere.

Si giunse a settembre. Cauto ottimismo del sottoscritto reduce da una Est del Capucin, euforia di Gian Carlo, com’è d’altronde nel suo carattere.

Carichi di chiodi, cunei e staffe arranchiamo su per le ghiaie basali della parete. Ogni tanto getto un’occhiata fugace e poco convinta a quelle grandi strisce nere che muoiono lassù sotto i tetti.

Bando ai timori! Si va. Tutto procede bene e, forte della mia esperienza precedente, arrampico in testa, seguito da Gian Carlo, veloce come al solito. All’uscita dagli strapiombi centrali qualcosa non funziona: un tintinnio… e Calimero penzola nel vuoto staccato di qualche metro dalla roccia.

Concitatamente mi spiega che è uscito un chiodo. Grazie, l’avevo capito! Lo calo sui chiodi più bassi rimasti in parete, si riprende e in breve mi raggiunge sulle staffe. È ancora un po’ pallidino, ma la presenza dei cinque chiodi cui sono assicurato sembra tranquillizzarlo. Peccato che uno di essi mi resti in mano poco dopo…

Continuo per il diedro, qui assai marcio, e con un bel passaggio in opposizione esco sulle terrazze a tre quarti del diedro. Continuo ancora un tratto e poi l’intuito mi suggerisce che forse l’enorme parete verticale alla mia destra nasconde qualche sorpresa.

L’ambiente è grandioso e selvaggio: a sinistra vedo solo enormi strapiombi che si perdono nel cielo, a destra scorgo una verticale parete nerastra dispettosamente liscia. Sopra di noi il tetto di cui non si riesce a scorgere la fine.

Mi porto diagonalmente a destra. L’inizio è poco invitante: un chiodo a pressione cui fa seguito un chiodo da ghiaccio piantato sino all’anello (Melius abundare quam deficere…). Poi, sorpresa. Girato uno spigolo, la parete nerastra si presenta discretamente arrampicabile. In breve, non ci dividono dalla sommità che una quarantina di metri. Si faranno sospirare.

Fermo su di una terrazzetta che più marcia di così non potrebbe essere, osservo ora a destra, ora a sinistra: non resta che percorrere questo canalino orribilmente strapiombante.

I primi venti metri mi impegnano con una chiodatura da certosino, ma si va. Mi alzo un po’ in libera con molta difficoltà, ma subito sono fermo in una posizione veramente critica.

Bilancio della situazione: appigli zero, fessure zero. Bene! Espansione. Con riconoscenza mi attacco al chiodino piantato in extremis e… sono da capo; comincio a esser stufo di questo marciume, ma ormai solo cinque o sei metri mi separano dall’uscita. Un deciso “molla tutto”, e via in Dülfer in un diedrino liscio e bagnato. Manca solo un metro o poco più, ma non c’è proprio niente. Sento che devo uscire al più presto, altrimenti questa volta finisce male.

Ecco, forse quella scaglietta, lassù, al bordo del diedro, mi può servire. Una spaccata degna delle mie gambe e sono sulla scaglietta: le corde tirano maledettamente, le mani si alzano fiduciose e… grattano disperatamente nel terriccio della cengia soprastante. Per grazia di Dio mi trovo in piedi sulla cengia. Un passaggio estremo e rischioso come pochi ne ho trovati. Ora è proprio tutto finito, e forse me ne dispiace.

Il problema è risolto, ma il gusto della vittoria è amaro. Rivedo i tentativi, le ritirate… Qualcosa di sconosciuto, di affascinante che se ne va. Forse lo stato di perenne insoddisfazione della natura umana non può renderci paghi delle nostre conquiste. Esaurito un problema, subito si va in cerca di un altro anello di una catena interminabile.

Ma la storia del “terrore” non è finita. C’è ancora un tetto, un enorme tetto di trenta metri. Chissà se un giorno…

Diedro del terrore
Relazione Tecnica originale
Attaccare la parete per il Passaggio delle Tre Vie (chiodi, 4° — 5°). Continuare per un facile canalino sino alla base del diedro. Attaccare al fondo del medesimo, in una grotta con fittone di ferro sul fondo.

Uscire da essa (A1 — 4°, 2 chiodi) e continuare facilmente per saltini erbosi e friabili sino ad un buon punto di sosta. Traversare un po’ a sinistra e salire un pilastrino instabile (3° — 4°) sin sotto una parete strapiombante e giallastra; traversare decisamente a destra (1 chiodo, 5°) e salire diagonalmente sin sotto una fessura nera e verticale (4° — 5°). Salirla (A1) e uscire (5°) ai piedi di una lama staccata; superarla e raggiungere un ottimo punto di assicurazione, sotto la prima fascia di tetti.

Salire una placca nerastra (4° sup) e obliquare a destra seguendo una fessura (3 chiodi, 5°), superare un muro liscio (1 chiodo, 6°) e dal chiodo traversare a sinistra sfruttando il bordo orizzontale di una fessura. (1 ch. A1 + 4°). Superare verso destra la pronunciata fascia di tetti, su chiodi poco sicuri (A2 — A3) e continuare verticalmente per un bellissimo diedro (A1 + 4° sino ad un buon cambio su chiodi.

Continuare per il diedro marcio e verticale (A1 + 5°) sin sotto un tetto nero che lo chiude. Traversare a destra in discesa (A1) e salire un canalino verticale con partenza in dülfer (5° — 4°, 1 ch.). Continuare per facili gradini e uscire sulle comode terrazze a metà diedro.

Traversare qualche metro a destra in direzione di uno spigoletto. Superare un muretto liscio (2 ch., A1) e salire lo spigoletto (4°); portarsi a destra sulle placche nerastre che occupano tutta la parete destra del diedro. Salirlo con arrampicata facile e divertente, puntando a destra verso il canalino terminale che fiancheggia il grande tetto.

Innalzarsi nel canalino molto marcio e bagnato (A1 — 4°), obliquare un po’ a sinistra e entrare in un diedro verticale (A1—A2). Dall’ultimo chiodo a espansione alzarsi in libera e percorrere il diedro sino al suo termine (nessun chiodo, 5° — 6°). Si esce sulle terrazze sommitali e per facili gradini si raggiunge il grande cengione.

Orario variabile, da 7 a 10 ore. Chiodi in posto. Complesso di grande impegno e continuità, di estrema delicatezza per la natura della roccia, poco sicura e di chiodatura malagevole.

Gian Piero Motti, G.A.M. – Gian Carlo Grassi, Uget-Torino – Ottobre 1966.

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La storia di un diedro ultima modifica: 2017-05-12T07:24:11+00:00 da Alessandro Gogna

3 thoughts on “La storia di un diedro”

  1. ” Non basta il livello tecnico…”

    Sono d’accordo. Abituati ad arrampicare in Apuane: sud del Sumbra, N.E della Roccandagia, ect., ect. capisco benissimo.
    Ma la roccia friabile, il palero (roccia apuana) …ha il suo fascino.

  2. Il diedro del terrore mi vide li, sono andato a leggere le mie agendine, nel 1984. Mi vide per l’appunto; nel senso che a metà del terzo tiro ci calammo, per l’appunto, terrorizzati. Solo chi si è trovato li può capire. Dal basso foresta bucolica e strada rilassante, cielo azzurro, roccia chiara. Poi in parete tutto cambia. Non basta il livello tecnico…

  3. Sono stato solo una volta scalare sulla parete dei Militi e questo diedro è stato subito evidente. Non può non apparire evidente !
    Come sempre, il racconto di Motti è avviccente. E fa crescere la voglia. Il nome della via poi “Terrore”… è un’altra ciliegina che va assolutamente mangiata.
    Del resto la classifica va mossa e l’asticella alzata…:

    ” Forse lo stato di perenne insoddisfazione della natura umana non può renderci paghi delle nostre conquiste. Esaurito un problema, subito si va in cerca di un altro anello di una catena interminabile.”

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