La svalutazione della montagna – 01

La svalutazione della montagna 1 (1-2)
Ho sempre visto l’alpinismo, e quindi le attività relative all’alpinismo, come opera d’arte. Costruire un’impresa alpinistica può avere come risultato un piccolo oggetto di artigianato, un’opera d’arte, oppure niente o una cosa brutta ma tutti cercano di costruire come meglio possono. Dal punto di vista storico le opere d’arte sono le più importanti.

La Torre Winkler, esempio di impresa senza competizione
Rifugio Vajolet, Punta Emma, Torre Winkler e Torri principali del Vajolet. Dolomiti Occidentali
Per studiare le opere d’arte dell’alpinismo, e quindi le grandi imprese leggendarie, dobbiamo calarci nei tempi in cui sono state effettuate, soprattutto considerare i tentativi che le hanno precedute, anche perché spesso la vittoria nasconde un po’ le energie che sono state spese sia dallo stesso protagonista vincente, sia da quelli che lo hanno preceduto. Ciò che individua un’opera d’arte, e ne è la base, è una grande carica trasgressiva, una carica di energia che scavalca ciò che prima era fattibile e oltre il quale si pensava non si potesse andare. Quindi è un elemento di rottura.

Dopo possiamo analizzare che cosa è stato fatto nel passato; ipoteticamente si possono dividere le grandi imprese in due categorie: quelle che hanno avuto degli elementi di gara attorno a loro e quelle che invece non hanno avuto un ambiente circostante di competizione. Tra la seconda categoria, per fare solo qualche nome, potrei citare la salita di Georg Winkler sulla Torre Winkler, nel 1887; un Tita Piaz che sale sulla Punta Emma, nel 1900; un Hans Vinatzer che sale la Stevia, nel 1932, e praticamente «inventa» il 7° grado; in tempi più vicini posso citare un Reinhold Messner che sale il Pilastro di Mezzo al Sass dla Crusc e «inventa» l’8° grado o quasi; in territori lontani mi piace dire di Hermann Buhl al Nanga Parbat, oppure di Pete Boardman e Joe Tasker sul Changabang che fecero nel 1976 qualche cosa che allora era incredibile; o, ancora, Reinhold Messner che nel 1978 sale l’Everest senza usare bombole d’ossigeno, cosa che nessuno allora neppure concepiva. Non solo non c’era gara, ma neanche la si pensava cosa possibile; lui era l’unico a pensare a quella sfida. E ha dimostrato di aver ragione. Ultimo esempio, i norvegesi che salgono il loro pilastro di Trango, oggi visto da molti arrampicatori come una delle più belle vie del mondo. E a questo punto passiamo all’altro elenco di esempi, quello delle salite che invece hanno avuto un’atmosfera di competizione intorno.

Il Sassolungo venne salito nel 1863 perché Paul Grohmann aveva saputo che cinque giorni prima aveva provato un altro; egli si precipitò in Val Gardena e vinse la montagna. Ancora più storica fu la lotta sul Cervino, un’epica competizione tra Edward Whymper e Jean-Antoine Carrel; oppure il Campanile Basso, o la parete nord della Cima Grande di Lavaredo, dove si videro parecchie cordate tentare, e finalmente una salire, nel 1933. Le più evidenti di tutte: la Nord delle Grandes Jorasses, e la Nord dell’Eiger. Allora ci fu un articolo di Renato Chabod che raccontò la «Corsa alle Jorasses», quindi siamo in pieno tema; ma si può dire anche «Corsa all’Eiger»; oppure, 1966, la direttissima dell’Eiger che tanto impegnò le televisioni di tutto il mondo per un avvenimento durato oltre un mese, conclusasi poi con la vittoria e con la tragedia. E infine l’impresa mediatica per eccellenza, la salita di tutti gli 8000.

La via Boardman-Tasker al Changabang, altro esempio di salita senza competizione
Changabang, via Boardman-Tasker

La parete nord delle Grandes Jorasses, teatro di competizione
Grandes Jorasses parete nord: le condizioni il giorno 7 luglio 1968

Le salite del primo elenco, senza distinzione, sono leggendarie e sono state storicamente molto importanti, segnando, proprio con il loro stesso esistere, le generazioni e le salite che sono venute dopo. Inoltre i protagonisti si sono meritati non solo la gloria, ma anche i riconoscimenti di bravura, coraggio, creatività, fantasia e immaginazione. Nelle altre salite invece, pur essendo altrettanto leggendarie, pur essendo altrettanto importanti, è come se la responsabilità di quanto è avvenuto, cioè di quanto è stato creato, fosse stata suddivisa tra più persone, proprio perché c’era una competizione in atto: non è attribuibile solo ad una persona o ad una cordata. Penso, ma è un punto di vista soggettivo, che proprio quando c’è competizione, l’impresa diventi più prevedibile, più «scontata».

Quasi il contrario di quello che si vuole: quella stessa tensione che la competizione dovrebbe creare, proprio per il fatto che c’è gara, viene a diminuire in sede di valutazione storica.

Perché diminuisce la tensione? Perché è evidente che al risultato comunque ci si era quasi, perché più persone ormai pensavano allo stesso obiettivo. L’esempio massimo di questo si è avuto proprio nel 1986 con la conquista di tutti e quattordici gli Ottomila da parte di un solo alpinista: secondo me una competizione quasi inesistente, ad arte creata dai media, non so perché, e senza voler responsabilizzare nulla e nessuno. Quando Messner aveva già salito non dodici ottomila, ma sedici, perché questa era la realtà, che importanza storica poteva esserci nel salire i due soli che gli mancavano?

Il Cervino, teatro della più grande competizione della storia
Cervino, parete nord e seraccata, Vallese,

È un dettaglio, voglio dire, è un dettaglio che ha arricchito evidentemente, è un dettaglio che ci voleva, un dettaglio necessario, un dettaglio assolutamente insopprimibile, ma soltanto un dettaglio. Se grandezza ci fu in quest’idea dei quattordici Ottomila non è stato alla conclusione, ma quando per la prima volta fu pensata una cosa del genere, e quindi qui bisognerebbe chiedere a Messner quanti anni prima, tre, quattro, cinque, dieci? In quel momento si è avuta la creazione, la scarica di energia, la carica trasgressiva che dicevo prima. Sostengo quindi che la competizione non è l’elemento decisivo per l’opera d’arte, ma al contrario deve esserci un dislivello proprio tra l’uomo e la montagna, montagna più alta e uomo più basso, affinché questo dislivello possa permettere proprio la famosa scarica che dicevamo prima, questo fulmine che deve scoccare, questa scintilla; allora veramente esplode la grandezza di un’impresa alpinistica o anche di altri tipi di imprese. Ritengo che questo dislivello sia dato soprattutto dalla fantasia che l’individuo ha; quindi privilegiando quello che è il rapporto personale, quello dell’individuo con la montagna, il suo rapporto di amore con la parete. Un rapporto romantico sul quale oggi gravano molte minacce.

continua

postato il 12 ottobre 2014

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La svalutazione della montagna – 01 ultima modifica: 2014-10-12T07:30:29+00:00 da Alessandro Gogna

8 thoughts on “La svalutazione della montagna – 01”

  1. ci sono vie veramente brutte che sono ripetutissime solamente perchè sono una “scala per polli”…..

  2. @Alberto: si una nuova via dovrebbe essere esplorazione. Chi apre decide quante tracce/chiodi/spit lasciare e determina quindi lo stile. Penso inoltre che il valore di una via venga determinato dalle future ripetizioni. Una via che non è ripetuta e sulla quale non ci sono tentativi di ripetizione è una via che di fatto non esiste. Non ho abbastanza esperienza per giudicare che chi apre, apra per se o per altri, in ogni caso la successiva riattrezzatura della via è un altro discorso.

  3. ho capito cosa vuoi dire e concordo con te che la via è l’esplorazione . Pertanto chi apre dovrebbe pensare solo a se stesso e non ai bisogni di chi verrà dopo.
    Anzi dovrebbe cercare di lasciare la via in uno stato tale che anche chi va poi a ripeterla possa metterci del suo, possa trovare non solo l’impegno atletico/arrampicatorio ma anche quello mentale di interpretare il percorso, immedesimarsi con chi è passato prima.
    Credo che per fare questo si dovrebbe cercare di lasciare le vie il meno attrezzate possibile.
    Ma nella società (alpinistica….) attuale, la vedo dura per questo tipo di vie, che se così fatte sono destinate a cadere purtroppo nell’oblio.

  4. Alberto concordo con te.
    Ma questo non è un’opera d’arte dove l’artista prende un blocco informe o un foglio bianco e lo lavora fino a farlo diventare la sua opera d’arte.
    Secondo me se insistiamo che la via è l’opera d’arte finiamo per dare ragione a chi lavora artigianalmente troppo la via fino a manipolare troppo la natura.
    Per me la via è esplorazione

  5. si Massimo ma una via è comunque sempre l’espressione di chi prima la vista e poi salita. Perchè questa “combinazione di passaggi” di cui parli, si può leggere, interpretare e poi salire in stili diversi.
    La persona e il suo modo di concepire e di vivere la natura/montagna fa sempre la differenza.
    Alla fine il risultato è la via e lo stile della via parla della/e persone che l’ hanno creata.

  6. Secondo me una via non è un’opera d’arte ma la scoperta di un possibile passaggio dentro la natura o meglio una magnifica combinazione di passaggi che la natura ci lascia scoprire.

  7. bella l’elissi che porta alla conclusione finale!

    Forse è così in ogni attività umana, anche fuori dall’alpinismo, anche fuori dall’Arte propriamente detta.

    In termini pseudo-matematici, la vedo così: se ci sono molte, moltissime persone che cercano di raggiungere un’obbiettivo comune “immaginabile razionalmente”, ovvero di cui si può immaginare una “metrica”, insomam che si può misurare con il “metro” di oggi, allora l’umanità raggiunge, di solito, asintoticamente, il traguardo desiderato ( ovvero il risultato “competitivo”). Sta roba lì “funziona” bene nell’ambito sociale, economico, sportivo, scientifico.

    Però:

    Le opere d’arte, ovvero le opere d’ingegno in genere (tra cui quelle alpinistiche), nascono secondo me da misteriose spinte interiori individuali (quelle che tu chiami “scariche”) che sono dentro (qualcuno) di noi, che sente una tensione (tu la chiami “dislivello” mi pare) tra grandezze di “spazi quantici” differenti, tra l’uomo e la natura, tra finito ed infinito (dico io, sbruffone).

    E’ vero. E’ necessario un “romanticismo” dici e la sua tutela.
    io, sta roba lì la chiamo “spiritualità”.

    E, per venire a illustri esempi “recenti”,
    è con questo romanticismo che Bonatti ha superato quello che lui chiamava “incommensurabile”,
    è con questa follia lucida creativa che Messner ha progettato il superamento delle sue impossibilità. Quando ? chissadio? Le polemiche di sti giorni contro di lui su un paventato “niente dopo di me” non colgono un messaggio che sta sotto le sue parole, anche lui negli ultimi anni parla di arte, anche lui ci sta dicendo che se ammazziamo il terreno fertile da cui l’uomo riesce a concepire il “dislivello” ed intravedere lassù l’inimmaginabile, allora si che l’alpinismo è morto, a scalare dentro un bicchier d’acqua, dentro un misurino.

    grazie.

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