La torre d’avorio

La torre d’avorio
di Lorenzo Merlo

Lettura: spessore-weight(2), impegno-effort(1), disimpegno-entertainment(2)

Qualche considerazione sulla parabola storica delle Guide alpine. Quantomeno su una parte di queste, quella dei Collegi con i quali ho avuto maggior relazione: il collegio Nazionale e quello della Lombardia.
Qualcuno vorrà ridimensionare queste note critiche appellandosi agli argomenti che preferirà. A questi, faccio presente che non si tratta di novità: in buona parte sono da sempre state fatte presenti a chi di competenza ai vertici dei collegi citati. Non sono perciò osservazioni del momento.
Semmai dal momento traggono la necessità di essere espresse a un giro più ampio di interlocutori.
La recente tentata ridicolizzazione, della denuncia di una Guida lombarda verso l’eliski, da parte dei vertici del Collegio Nazionale e il dibattito relativo al recente articolo Perché vietarci di andare in montagna pubblicato in Gognablog il 28 marzo 2018, sono stati gli spunti emozionali che hanno ricomposto la memoria su aspetti più volte proposti, in uno spettro di circa trent’anni, e quasi mai considerati dai vertici dei due Collegi. Sì, perché le eccezioni ci sono state, tanto che a un certo punto sembrava davvero ci si fosse avviati a diventare protagonisti della cultura italiana, dalla quale fino a quel momento non eravamo che semplici satelliti ronzanti senza un posto di rispetto se non nella stretta platea alpinistica devota al mito delle Guide alpine e della logica delle difficoltà come stima umana.

Qualcosa è andato storto. Qualcuno ha visto che dietro una facciata invidiabile, c’è la solita struttura.

A un certo punto, le Guide hanno pensato fosse arrivato il momento di emanciparsi da mamma CAI. Hanno dato il meglio di se stesse fino a riuscire a far promulgare una legge che le eleggesse a categoria professionale con l’esclusiva sulle attività alpinistiche e i suoi territori. In termini di crescita, si poteva sentirsi se non ancora pienamente adulti, certamente finalmente indipendenti.

Da allora le Guide hanno creduto che la loro identità fosse naturalmente connaturata alla loro stessa legge e ai suoi connotati. E l’identità si sa, corrisponde alla narrazione che ognuno compone di sé. Ora avevano la legge che in loro vece declamava all’Italia chi poteva e non poteva fare cosa e dove. Il campo era libero, il territorio conquistato. Ogni Guida poteva e doveva sentirsi probiviro della legalità. Come facciata pubblica era un successo invidiabile.

Purtroppo non si sono mai preoccupate di dare a se stesse anche una forza interiore. Almeno sufficiente a smorzare certa arroganza con la quale credevano bastante sventolare a destra e a manca la gazzetta ufficiale.

Perciò, fatta la legge, basta. Si sono fermate. Si sono sentite in vetta alla sola montagna che mancava dai loro carnet. Quella dalla quale, senza timore d’essere contraddetti, con impertinenza monarchica avrebbero spazzato via qualunque critico.

Non tutta la vita si può comprimere entro il codice a barre o qualunque altra legge.

Da quella conquista in poi tutto sarebbe stato in discesa; il mercato della montagna avrebbe dato lavoro a tutte; i clienti sarebbero arrivati; il CAI le avrebbe finalmente dovuto conferire loro la dignità regale che si aspettavano; l’emancipazione si sarebbe compiuta.

Era proprio in quegli anni che forse morì uno spirito critico all’interno delle Guide. Gli anni in cui ancora molte non volevano il titolo di Maestri di alpinismo perché vedevano nell’insegnamento un autogoal: chi avrebbe imparato, non avrebbe avuto più bisogno di loro. Eppure quel titolo ulteriore, che voleva distinguere e al contempo dimostrare il doppio ruolo delle Guide, insegnanti e accompagnatori (che mi era sempre sembrato il successo di un atto creativo, sintomatico di fermento) , oggi sarei disposto a credere che forse è stato solo un tentativo di matricidio, di superamento del complesso di Edipo, di istituire concorrenza a mamma (papà) CAI, di scalfirne l’egemonia.

Rapporto genitoriale conflittuale, di indipendenza mai davvero avvenuta, di reciprocità sempre dichiarata ma mai realizzata, di dignità mai sostanzialmente ottenuta, di tremolante tolleranza, travestita da reiterate promesse di collaborazione sempre prive di seguito. E nonostante tutto, di disponibilità delle Guide a riprovarci, a riprendere il discorso, sempre sospinta in prima fila dalle loro casse vuote, dalla questua del momento, dal canotto di salvataggio che solo il Club alpino poteva lanciarci.

Di tutto il resto che hanno fatto, perché comunque hanno fatto, forse non resta granché sul tavolo della cultura, forse neppure su quello della storia da offrire alle generazioni che verranno. I manuali delle varie attività alpinistiche realizzati dalle Guide, sono passati sostanzialmente inosservati e ben venga sapere ciò che le Guide considerano un successo compiuto in fatto di presenza riconosciuta nella cultura popolare.

Per il canyoning, hanno provato a delegittimare – con meno successo rispetto a quanto ottenuto con le Guide escursionistiche e gli Istruttori FASI – chi era arrivato prima di loro e per farlo sono ricorsi ad aggiornare la legge affinché l’incoronazione alpinistica scendesse anche nelle forre. E, quando per il canyoning ci sono state, le buone relazioni con organismi altri, lo sono state forse più per merito personale di qualche nostro esponente della specialità, che istituzionale.

Se corde e discensore fossero dotazione tecnica dei parapendisti, avremmo anche volato con diritto sui cieli?

A seconda del momento hanno usato la legge come capsula di protezione o come randello di persecuzione. Indimenticabile la messa in scena di un’infiltrata in un gruppo FASI. Orchestrata dall’alto, ha simulato un incidente sul sentiero di avvicinamento per dimostrare l’imperizia dell’istruttore e poterlo così denunciare per abusivismo. A parte certi estremi, la via della credibilità non è stata intentata se non nello stretto spazio del livello tecnico richiesto e vantato e, se non a piccole dosi dovute a brevi dirigenze più illuminate.

Con la creazione degli Accompagnatori di media Montagna, non si sono procurati che un mercato formativo. Per molti anni li hanno lasciati senza diritto di voto pur godendo delle loro quote di iscrizione al Collegio.

Al momento senza successo il tentativo di creare una figura per la scalata su roccia adatta a situazioni tipo quella sarda, e il relativo Collegio. L’assenza di ghiaccio e neve non permette così facilmente di replicarsi in certi territori. E dove le iniziative locali, pur scarseggiando di esperienza rispetto alle Guide, si sono organzzate prima.

Hanno preso accordi con i Maestri di sci concedendo loro il fuoripista. Lo hanno fatto in sordina, comunicando informalmente, da un giorno all’altro, che non era vero che avevano sempre detto che solo le Guide possono lavorare con gli sci sui liberi versanti delle montagne. E il bello non è nello stile parrocchiale della comunicazione, è che lo hanno fatto in cambio di qualche ora di lavoro nella formazione dei Maestri stessi.

In tanti anni non sono mai riuscite a farsi riconoscere dal CAI come operatori del Soccorso alpino nonostante la consistente formazione specifica, né come professionisti retribuiti per tutte quelle circostanze in cui una sezione avrebbe avuto necessità di istruttori o direttori dei corsi stessi.

Lorenzo Merlo

Oggi, la novità dei Vigili del Fuoco così teatralmente in contrasto con la storia della montagna, appare anche una rivincita nei confronti del Corpo Nazionale Soccorso Alpino Speleologico. O forse tentativo (tardivo?) di mettere fuori la testa dal proprio carapace che aveva creduto sufficientemente robusto per far fronte agli assalti delle crescenti critiche.

Come lo Stato non ha saputo valorizzare e preservare i patrimoni naturalistici, paesaggistici e artistici ereditati, così le Guide hanno fatto nei confronti del patrimonio della cultura dell’alpinismo e della montagna, della storia dell’Alpinismo e dell’alpinismo stesso. Eredità mai curata, valorizzata e coltivata, semmai, come fosse imperitura e autosufficiente, tralasciata e sperperata.

E noi, invidiata punta di diamante di tutto l’ambiente alpinistico italiano, cosa lasceremo alle guide dei prossimi 100, 200 anni? O forse la domanda è un’altra: siamo ancora punta di diamante? Siamo ancora invidiate?

Una mentalità diffusa ci faceva ritenere superiori tout court. Fermi tutti questa è una Guida, è un’espressione che non ho mai udito ma l’ho vista, letta e sentita nei modi di molti colleghi. Per quanto mi riguarda è rappresentativo di come stavano o stanno le cose nella concezione di se stessi di molte di noi, nella formazione che li ha indottrinati o quantomeno non li ha dissuasi da tanta superbia.

Forse per un po’ è andata così.

O forse, erano modi per affermare d’essere i migliori senza avere troppi argomenti per dimostrarselo. Ecco allora che si arriva a preferire barare e mentire piuttosto che ammettere una propria carenza momentanea o una dimenticanza: un professionista non deve mai palesare di non essere all’altezza. Questa e altre formule quali ai clienti puoi dire quello che vuoi; l’importante è che si divertano, oltre che direttamente ascoltate, facevano testo, erano condivise da molti. Tralascio di precisare il significato umano di cosa alluda essere se stessi o rinunciarvi indossando la maschera ideale. Una specie di usa e getta o consumismo ribaltato.

In quelle espressioni è presente l’idea dell’altro come un niente, come un oggetto, e l’idea della montagna come campo sportivo; dell’alpinismo come giro in giostra. Non è presente invece, neppure in dose omeopatica la cultura della montagna, la storia dell’alpinismo, un riferimento all’ambiente e al dovere, di chi lo frequenta, di occuparsene, di studiarlo, di comunicare la consapevolezza della sua bellezza e fragilità. Nessuna voce che dicesse che qualunque attività realizzata nella montagna libera non può essere proposta alla stregua di uno sport, di un passatempo. Nessuna voce che riferisse che la sicurezza deriva più dall’ascolto e dalla relazione che da tutti i dispositivi tecnici e tecnologici disponibili sulla faccia della terra.

Nonostante lo spessore di certe posizioni, in fondo è quasi niente rispetto alla vendita di sicurezza che le Guide hanno creduto di potersi permettere e di voler monopolizzare. Per anni hanno esaurito la loro comunicazione con slogan che vendevano sicurezza. Per anni, e forse ancora, è esistito nella formazione il pacchetto sicurezza composto da ARTVA, pala e sonda. Obbligatorio, pena la bocciatura. Poca roba se si pensa che dare un nome alle cose sia necessario e che uno valga l’altro. Ma tanta se si tiene conto che le parole che adottiamo nei nostri discorsi sono rivelatrici della realtà che crediamo di osservare, mentre invece la stiamo creando. Proprio con quelle stesse parole. E a proposito di bocciature, non l’ha potuta scampare chi non sapeva i nomi del gergo del metodo didattico adottato e, a maggior ragione, chi non ne ripeteva le movenze. Anche sul metodo come dogma d’insegnamento, tralascio di precisare il significato, sia formativo che umano.

Le Guide si sono concentrate ad alzare il livello delle difficoltà delle selezioni e nei corsi. Così si sentivano di dover fare per stare al passo dei tempi, al passo del livello che l’arrampicata su roccia e ghiaccio e lo sci stavano alzando. Degli altri aspetti ho visto poco e non saprei dire granché.

Ho visto però negare a un ragazzo di montagna, che d’inverno tirava il piattello dello skilift nel suo piccolo centro da tre impianti, il titolo di Guida alpina Maestro di alpinismo perché su una via moderna non se l’era cavata abbastanza bene con la libera. Gli ho visto chiudere un futuro tra i pascoli e la bellezza del suo italiano stentato, del suo sguardo ingenuo. L’ho visto pronto a credere d’essere lui, che aveva salito tra l’altro la via Simon-Rossi al Pelmo da solo, ad essere in errore, a non essere abbastanza bravo per fare la Guida.

Alcune erano concentrate a dare contro i cittadini. E quando un giorno mi hanno chiesto da che valle venissi, e gli ho risposto dalla Val Padana, la più grande che esista, non solo non si sono concessi una risata, ma hanno preferito considerarla un affronto, che uno senza montagne non doveva permettersi.

A quell’epoca, nel servizio militare c’era la stecca e alle reclute alpine toccava bere dal secchio della pipì dei muli. Dal contesto militare, il nonnismo era semplicemente stato mutuato e sfruttato in quelle situazioni dove qualcuno poteva permettersi di esprimere il proprio potere con quelle modalità. Non c’era ancora il mobbing e non lo avrei comunque sfruttato, ma la questione, insieme ad altre, era di quel genere.

Meglio non marchiarsi di verità, la creatività ne risentirebbe.

In queste righe è tratteggiata la parabola dell’identità delle Guide e una parte della politica che ha condotto le Guide fino a oggi. È un conteggio parziale e pure fatto tornare con il beneficio di qualche approssimazione, ma non per questo meno vero di quelli ufficiali a loro necessariamente monchi. È un buon pretesto per mostrare quanto è stato qui dimenticato.

Oltre ai pochi addendi utilizzati in questa somma, ne mancano tre di clamorosi, che è opportuno citare per far comprendere il tratteggio descritto. Uno riguarda la rinuncia al titolo di Guida alpina Maestro di alpinismo di Popi Miotti. Una Guida storica, che non poteva più tollerare la direzione dogmaticamente tecnicistica della politica delle guide lombarde; che non voleva più tollerare tutto ciò che avevano tralasciato della montagna. Gesto al momento isolato e unico, ma che per quanto lasciato passare in sordina dall’ufficialità, non ha perso la sua forza evocativa per le Guide che ne condividono il valore.

Un secondo addendo di una certa consistenza è stato citato all’inizio: “La recente tentata ridicolizzazione, della denuncia di una Guida lombarda verso l’eliski, da parte dei vertici del Collegio Nazionale”. Riferisce del sostanziale rifiuto da parte della dirigenza di prendere posizione istituzionale nei confronti dell’ambiente e dell’eliski. Un gesto educativo e culturale che non pregiudicherebbe in alcun modo la libertà di scelta delle singole Guide.

Infine, il disinteresse a divenire relatori in occasione della formazione permanente dei giornalisti. Come spiegarsi aver lasciato perdere un’opportunità di questa dimensione? Avremmo potuto raccontare loro tutto sulla montagna e loro come le oche di Konrad Lorenz ci avrebbero preso come mentori. Saremmo stati citati. Saremmo esistiti.

Avrebbero smesso di impiegare termini impropri sulla montagna e sull’alpinismo; avrebbero goduto di un imprinting che avrebbe spazzato via luoghi comuni, sensazionalismo e retorica varia; soprattutto saremmo stati finalmente citati con la nostra giusta identità. Sembra il minimo eppure non è molto se si osserva che ancora, Ah sei una Guida del CAI, vero? Se ancora, dopo tanti anni, siamo confusi e sovrapposti agli istruttori del Club alpino e della FASI, se ancora corriamo il rischio di farci citare insieme ai bagnini e alle guide turistiche.

Le probabili imprecisioni contenute in queste righe allargheranno le fauci di alcuni per cercare di divorarmi. Per tutti gli altri, sufficientemente grandi da non prendere per oro colato la mia modesta opinione, per non farne un solo fascio, c’è materia vera per comprendere lo stato attuale e per trovare una risposta alla domanda che fin da subito posi a chi di dovere: Perché oltre a dire che la Guida siamo noi, non diffondiamo la nostra immagine nel mare della cultura italiana? Volenti o nolenti, organizzando o lasciando al caso, è stata comunque diffusa, con il risultato che oggi come allora stentiamo a galleggiare. La torre d’avorio pesa, noi ci stiamo su ma lei ci trascina giù. Come una nazione è la sua storia, è così per una persona e per ogni entità che si fa soggetto.

In queste righe non ci sono nomi né ordine cronologico o distinguo vari perché non vuole – né potrebbe in alcun modo – essere un atto di accusa contro persone che hanno compiuto scelte legittime semplicemente per me non condivisibili. È perciò solo una narrazione di una progressiva presa di distanza personale.

Dunque è un urlo e in quanto tale non ha modo di fermarsi sui particolari. Come un pianto sa solo esprimere disagio. Non è necessario essere d’accordo o meno. Non è necessario accanirsi a possibili approssimazioni presenti in questo articolo. Così facendo avremmo agio a prenderne le distanze o a esserne fan. Nel contempo perderemmo di vista il vero significato. Perderemmo uno spunto affinché le Guide possano compiere passi avanti, e non certo per merito di queste righe, ma di chi lavorerà per costruire un’identità aggiornata ai tempi non solo nell’a vista.

Per legge avversa potremmo sparire. Lo faremmo zitti e muti? Meglio procurarsi della materia sufficiente affinché siano gli altri, il resto del mondo, a dire siete i migliori.

12
La torre d’avorio ultima modifica: 2018-04-23T05:45:26+00:00 da Totem&Tabù

38 pensieri su “La torre d’avorio”

  1. 38

    Il superstite delirava. Confermo. Di piú non so. Mario era un mio amico.

  2. 37
    Giacomo G says:

    Per restare off topic ( comunque dipende dai punti di vista ), e’ questo il comunicato in questione?

    “Il Collegio Nazione Guide alpine Italiane, che è costantemente in contatto con il Soccorso alpino vallesano (Svizzera) e la polizia vallesana (Svizzera), ha raccolto i seguenti dati accertati e verificati.”
    “Il gruppo guidato da Mario Castiglioni era partito dalla Cabane des Dix come da programma e nei tempi previsti per un regolare svolgimento della gita. Le condizioni della neve e le previsioni meteo permettevano di compiere il percorso.”

    Questi NON sono dati ma opinioni.

    “Le previsioni parlavano di un peggioramento meteo, ma comunque compatibile con il tempo necessario a coprire la tappa che di solito richiede circa 6 ore di marcia. “

    Altra opinione ( rivelatasi sbagliata )

    “Fino alle 9.30 circa il meteo è stato buono con ottima visibilità, come dimostrano le foto scattate da alcuni scialpinisti poi travolti nella tragedia: nell’arco di pochi minuti è subentrata una tempesta molto violenta (temperature molto al di sotto dello zero e venti oltre i 100 km orari).
    Il gruppo di Mario Castiglioni, da programma avrebbe dovuto pernottare al Rifugio Nacamuli, situato su suolo italiano e più lontano della Cabane des Vignettes: per entrambi i rifugi ad ogni modo il percorso coincide fino al piano sottostante i pendii su cui il gruppo si è fermato.
    Vicino al gruppo di Mario Castiglioni si muoveva anche un gruppo di scialpinisti francesi, distanti da loro pochi metri. Si sono arrestati sopra una dorsale di roccette a 3280 metri, nei pressi di un grosso ometto di pietra che è un punto di riferimento dell’itinerario dalla Cabane des Vignettes al Pigne d’Arolla. Lì li ha trovati il Soccorso alpino svizzero.
    Mario Castiglioni è stato ritrovato più sotto rispetto al resto del gruppo: è stato il primo a morire nella tragedia, non si sa se per il freddo o per una caduta o per entrambe le ragioni.”

    “Il gruppo era perfettamente attrezzato per l’itinerario dal punto di vista dell’equipaggiamento, la Guida alpina aveva con sé tutti i dispositivi necessari per la sicurezza, Gps, telefono satellitare e smartphone con carta topografica svizzera.”
    Versione contrastante con quella ( definita delirante da Michelazzi ) del superstite.

    Beh, direi che alle volte tacere non fu mai scritto!

  3. 36

    Massimo Bursi, il perché dei comunicati dei collegi nazionale e lombardo è abbastanza ovvio dopo tutto ciò che la stampa ha detto senza il minimo briciolo di cognizione di causa, un’intervista delirante del sopravvissuto del gruppo che evito di commentare.
    Oltre a questo interviste all'”esperto” di turno che ha parlato non sapendo nemmeno di che area delle alpi si trattasse… confondendo i gruppi montuosi tanto per dirne una…
    “Permetterai” che ci si esprima per riportare i dati reali e confermati dalle autorità, in risposta a tutto il caos mediatico creato ad arte una volta di più, per vendere carta?
    Si parla comunque sempre di istituzione che si assume le sue responsabilità ed esercita il proprio ruolo di parte informata.
    Né Stefano né Marcello hanno scritto un bel niente in proposito, oltre ad esprimere il concetto di: aspettiamo di sapere prima di parlare.

    Concetto sbagliato?
    Oltre a ciò l’articolo dove stiamo scrivendo non riporta nulla di questi fatti e non li interessa e siamo off topic

  4. 35

    Marcello, Stefano… un bel tacere non fu mai scritto… beh ma se siete state voi guide a sollevare un pandemonio con il vostro comunicato che sembra quello dei politici quando vogliono difendere il proprio vitalizio? Ora cercate il silenzio? Forse bisognava pensarci prima!

  5. 34
    Luca Visentini says:

    Paolo, volevo soltanto dire che questo è il momento del dolore.

  6. 33

    Panzeri e Arianna, secondo il mio modestissimo parere state dicendo, per motivi diversi, una montagna di inesattezze. Un bel tacer non fu mai scritto. Dai, su.

  7. 32
    paolo panzeri says:

    Va bene, ho capito, non dico più niente, lascio a voi competenti per autocertificazione, che sapete bene tutto e fate comunicati veritieri per primi fra tutti, informare opportunamente la giustizia su cosa è successo e a chi o a cosa siano attribuibili le morti.

    Buon lavoro, grazie e congratulazioni per tutto. Leggerò le decisioni svizzere e i commenti francesi.

  8. 31
    Luca Visentini says:

    Sì, rispetto e silenzio, per le vittime e la guida in primo luogo.

  9. 30

    No Paolo, non “mi arrabbio”, ti invito soltanto ad evitare di sentenziare o dare giudizi prima tu del giudice che segue l’inchiesta.
    I numeri che dai sono sbagliati compresi quelli “della spesa” ma non sto a spiegarti perché, non sono il perito né il PM che indaga.
    Te lo diranno loro, quando lo avranno definito.
    Lascia invece perplessi, che un accademico che sa benissimo cosa voglia dire fare alpinismo si lasci andare a commenti come il tuo, sulla base di articoli di giornale discordanti l’uno dall’altro (basta leggere la serie di numeri che cambia a seconda della testata… o le varie dinamiche, definite da chi dovrebbe scrivere e riportare, non ipotizzare senza alcuna cognizione solo per vendere pagine…).
    “Andata a lavorare” era riferito a “La torre d’avorio” e maneggiarlo per sentenziare su tutto altro… beh… parli di arroganza?
    Parlare senza esserci stati, è già un sintomo, della tuttologia dilagante che Umberto Eco ha ben definito in uno dei suoi ultimi interventi. Parlare senza sapere, visto che ancora chi indaga non ha definito del tutto la situazione,  è anche peggio.

  10. 29
    paolo panzeri says:

    Sono triste e amareggiato.
    Ha proprio ragione Lorenzo Merlo.
    Non avrei mai pensato che un collegio di guide giustificasse con “cotal comunicato” la tragedia appena accaduta.
    Il gruppo italiano con guida e 9 clienti: 6 morti assiderati e la guida caduta in un crepo.
    I 4 francesi con loro: tutti vivi e vegeti.

    Stefano ora non “arrabbiarti”, ma tu dici: “andate a lavorare”.
    Il vostro mestiere è sicuramente un mestiere difficile e 10.000 euro, ne valuto così, in un colpo solo capitano raramente nella vita, ma 9 clienti con una guida in una gita come quella non è totalmente sbagliato? E poi dalle foto che mi era capitato di vedere ancora col bel tempo alcuni restavano indietro: già stanchi?
    Magari un piccolo esame di coscienza e un abbassare la cresta… non farebbe bene a tanti di voi? La gente non avrebbe più fiducia in molti di voi? E il lavoro, quello vero, non quello “sovvenzionato”, non aumenterebbe?

    Troppi morti, son tre giorni che mi addoloro.

  11. 28
    paolo panzeri says:

    Ho letto di recente un articolo di un grande scienziato nippo-americano che parlava del grosso problema della generazione ultima: è molto ignorante e premia la stupidità. Noi italiani siamo vincenti in questo su tutti i fronti. Spero ne usciremo per primi.

  12. 27
    Arianna says:

    Lorenzo Merlo coglie esattamente nel segno. Una voce dall’interno che sembra farsi portavoce dell’umore del mondo dell’escursionismo e della frequentazione della montagna in tutte le sue sfaccettature. Dal rapporto con l’associazionismo, a quello con le altre categorie alla vera e propria antipatia che è diventata una specie di alone per la figura professionale. A causa di esternazioni, atteggiamenti e battaglie sbagliate. Chiusura, aggressività, arroganza, inadeguatezza al dibattito contemporaneo e ormai da diverso tempo. Un’idea di dominio assoluto e persino risposte evasive e ancora ambigue sulla posizione non presa relativa all’elisky. Dimostrando ancora una volta, se ce n’era bisogno, che l’aspetto deontologico è abbandonato da parecchio. Compreso il racconto, già conosciuto e gravissimo per quello che dovrebbe essere un Ente pubblico, del finto incidente avallato dal Collegio stesso. Roba da dimissioni  pubbliche con relative scuse di tutti i coinvolti. Un vero e proprio reato di falso ideologico fra l’altro.
    Eppure non un solo commento riprende davvero la critica profonda e strutturale che arriva dall’articolo. Alla fine c’è comunque un darsi due pacche sulle spalle. Una specie di: “Cosa vuoi farci, è nella natura umana”.
    Il Collegio delle Guide Alpine ha scelto sempre più di essere rappresentato dai falchi. Ad ogni rinnovo di Collegio Regionale viene eletto un rappresentante sempre più rabbioso, accecato e corporativo. Ad ogni dibattito o confronto pubblico le Guide Alpine sono sempre più rancorose verso qualsiasi difformità rispetto all’idea di essere il perno assoluto. Quando ormai la realtà dei fatti li vede autoemarginati e sempre di più. Oppure si sfilano, come è appena successo in Abruzzo, rivendicando esclusive inutili e eccessive a 360° che non reggono più all’evoluzione normativa.
    Ora sono arrivate addirittura le ridicole “zonazioni”. Come se l’ambiente fosse facilmente classificabile in fasce verticali, con delibere di funzionari compiacenti o semplicemente disinformati.
    Siamo all’implosione, senza che una profonda riforma sia stata possibile. Forse al punto di non ritorno. Con il rischio di essere un virus contagioso, che fa male infatti alla politica con cui questi collegi sono in contatto e che danneggia uno dei pochi mercati che potrebbe essere in salute. Basterebbe confrontarsi sulla qualità, le vere tutele per i consumatori, scambiarsi le competenze e creare meccanismi di formazione reciproca, accettando la fotografia di un mercato in cui da diverso tempo i rapporti di forze sono completamente ribaltati.
    Ma per essere virtuosi ci vogliono appunto persone con virtù.
    E anche Lorenzo Merlo non sembra troppo ottimista al proposito.

  13. 26
    Amedeo M.R. De Santis says:

    Caro Lorenzo sei fantastico e dico davvero, ma questa è roba che si guarda col telefonino. A me dicono che non ho capacità di sintesi, ma pure tu datti una regolata. Un caro saluto a tutti.

  14. 25

    Mah… vi chiedete perché nessuno risponde?
    Alberto, condiviso da Marcello, ha risposto pacatamente e lo condivido anch’io,…  io lo sono meno (pacato)…

    Andate a lavorare!

    Heliski… non lo condivido, ho rinunciato a lavoraci malgrado potrei farlo quando voglio, per svariati motivi che non sto a condividere, perché sono c..i miei, ma non per questo condanno i miei colleghi che lo fanno…NON E’ ILLEGALE!!!

    Per questo ho subito due stagioni di merda, ma l’ho fatto senza pretendere che gli altri condividano… se lo vorranno l’esempio c’è… nessuno deve imporglielo!!!
    La finiamo con questa storia di lapidare i colleghi che per loro natura devono lavorare per mantenersi (il sottoscritto compreso)???

    Tra le guide come in tutte le altre professioni c’è chi deve sudarsi il pane e chi invece pontifica perché non ne ha certo bisogno… bene provate un po’ a sudarvelo il pane vedrete che la musica cambia… e voglio proprio vedere se fate i filosofi dopo…!

    Ho apprezzato l’ultimo intervento di Michele in TV che parlava in maniera molto più culturale di Heliski rispetto ai tempi passati…ora non vorrei ricredermi…
    Buon lavoro per chi deve lavorare e a c..o tutto il resto (cit. Francesco Guccini)!!!

  15. 24
    paolo panzeri says:

    Alberto, mi riferivo a quelli senza tanta passione, tanta competenza e tanta capacità… quelli che dicono cosa fare alle masse, spesso legiferano, e vengono ascoltati o ubbiditi 🙂 … mi sembra che da una ventina d’anni lavorino per aumentare la “selezione naturale” 🙂  propria e degli altri. E di queste persone c’è un bel pienone dovunque, tanto le colpe non sono mai loro, “poverini”.

  16. 23
    Albertio Benassi says:

    e comune l’istruttore CAI non viene pagato. Ma l’allievo quando si iscrive ad un corso CAI paga una quota di iscrizione.

  17. 22
    Albertio Benassi says:

    Nei confronti di un cliente non lo so. Ma nei confronti di un allievo, che accompagno in una uscita, secondo me esiste  almeno una triplice responsabilità:

    – legale; perchè se faccio una cazzata rischio di andare in galera o comunque di mettere nei casini molti altri.

    – morale; perchè mi sento personalmente responsabile dell’incolumità  di chi si affida a me.

    – tecnica; perchè ho il dovere di insegnare e di trasmettere  per rendere autonomo colui che mi sta ad ascoltare. Anche se poi un corso non basta e ci vorrà dell’ esperienza. Ma con il mio insegnamento posso indicargli una strada per farsi questa esperienza.

  18. 21
    Giacomo G says:

    Alberto Paleari rispondera’ da solo, ma credo di avere interpretato bene quello che voleva dire con il “provi un istruttore del cai a farsi pagare…” .

    Non vuole sminuire per nulla il valore dell’istruttore del cai. Ma distingue la “posizione”: se DEVI farti pagare in quanto con esso ci vivi, la posizione e’ diversa, sei forzato a pragmatismi e ad accettare comportamenti “di categoria”;  l’istruttore ha meno preoccupazioni in questo senso.

     

  19. 20
    Alberto Benassi says:

    Paolo,  a me di litigare non m’ interessa. Come non mi interessa difendere  gli istruttori CAI.  Dico solamente che ho fatto l’istruttore CAI con tanta passione, sacrificando  tempo libero che magari potevo impiegare a fare attività personale. Ma di certo non me l’ha ordinato il dottore. Se l’ho fatto evidentemnete mi piaceva e mi piace. Quindi non mi lamento di certo. Dico solamente che qualcuno mi ha dato qualcosa e ho pensato di restituire quello che mi è stato dato.

  20. 19
    paolo panzeri says:

    Professionismo, dilettantismo, volontariato: se li condiamo con tanta passione e ci mettiamo anche la capacità e la competenza diventa difficile distinguere gli uomini che hanno fatto una di quelle scelte.

    Per fortuna molto spesso mancano i condimenti e allora noi italiani ne discutiamo animatamente e spesso litighiamo, o creiamo super partes garanti che di solito creano divisioni che si sovrappongono pasticciando. L’importante è fare in modo che nessuno riesca a distinguere, perché a quel punto ci si affida ai certificati. 🙂

  21. 18
    Alberto Benassi says:

    Provi un po’ per esempio un istruttore del CAI a farsi pagare per essere portato in montagna

     

    I qualità di istruttore CAI ho pensato anche io di rispondere a questa frase di Alberto. Ma poi ho pensato: magari non l’ho capita, e per non scedere nella polemica me ne sono stato zitto.

     

    Forse Alberto la spiegherà meglio.  Allora magai dirò la mia.

  22. 17
    Dino says:

    Provi un po’ per esempio un istruttore del CAI a farsi pagare per essere portato in montagna

    Ecco io non capisco perché in mezzo a tanto buon senso si debba dire e pensare questo. Vorrei aggiungere che in molti anni di scuola e centinaia di allievi MAI mi è solo passato per la testa di farmi pagare per accompagnarli individualmente. Non mio sono mai nemmeno fatto rimborsare le spese della macchina. Mi basta come compenso il loro sguardo di gratitudine in cima e l’affetto che hanno per me quando mi incrociano anche in città a distanza di molti anni, presentandomi a mogli mariti o fidanzate come “il loro istruttore”.

    Quanto è costato a me tutto questo? in termini di aggiornamento, allenamento, impegno molto, ma ampiamente ripagato.

    Quindi se di poesia, bellezza altruismo si parla credo che sminuire la figura dell’istruttore CAI sia sbagliato senza nulla togliere alle Guide il cui impegno e competenza sia fuori discussione.

  23. 16
    Alberto Benassi says:

    “non possiamo che difenderla.”

    Alberto, io più che “possiamo” scriverei:  DOBBIAMO!!

     

    Crdo ci sia differenza.

  24. 15

    Alberto per me ha già detto tutto. Aggiungo a margine che il suo pragmatismo, che condivido in pieno, può far sembrare il tutto meno poetico ma sostengo che questo è uno dei rari casi in cui pragmatismo, romanticismo e poesia possono coesistere.

    Io sinceramente non mi identifico nel modello di guida dell’articolo e penso che proprio la differenza tra le guide e l’italico individualismo siano, sul campo, da considerarsi come ricchezza.

    Diverso è quando ci sediamo a un tavolo per uniformarci forzatamente. Lì quelle nostre peculiarità di cui sopra dovremmo metterle da parte, ma non ci riusciamo. Nessuno è perfetto.

  25. 14
    alberto paleari says:

    La passione la poesia i sogni la bellezza, tutto vero ma non c’è bisogno di essere guida alpina, quello che ci distingue dagli altri alpinisti è che noi con la passione, la poesia, i sogni, la bellezza, ci lavoriamo: i nostri sogni e la nostra passione più i sogni e la passione dei nostri clienti. Quando si parla di una guida alpina si parla di uno che lavora coi sogni, lavora, capito? Non si gingilla. Era questo che volevo rimarcare. Ma per lavorare, con questi sogni, abbiamo bisogno della bellezza della montagna, ed è per questo che noi guide non possiamo che difenderla.

  26. 13
    Michele Comi says:

    Ciao Alberto,

    e’ bello leggerti!

    Mentre scrivo queste poche parole dallo smartphone, in contemporanea una moltitudine di post di colleghi fluttuano nei social, a raccontare montagne, salite, gioie e giostre.

    Lorenzo solleva quesiti e invita al pensiero. Quanti interverranno?!

  27. 12
    lorenzo merlo says:

    Certo. Sapevo della tua rinuncia ma al momento di scrivere quelle righe non mi è venuta presente. Tuttavia non ne conoscevo le ragioni che ora mi dici. Non sapevo la tua condivisione dello spirito di Popi. Evientemente non sono stato adeguatamente attento. Sorry. E complimenti.

    ——

    Nonostante ci si conosca da molto non abbiamo mai avuto occasioni di scambi veri. È un peccato: avevo, come tutti, visto la tua genuinità, il tuo dare tutto. Per me come per tutti era luce.

    Forse una occasione viene ora. Se fare la Guida – usando parole tue – è un mestiere e non una missione, va da sé che tutta la retorica che potrebbe legare le Guide all’alpinismo, all’ambiente, eccetera viene meno.

    Mi chiedo quale persona si iscriva alle selezioni con quell’idea. A mio parere nessuna. Se così fosse, ci sarebbe da lavorare sodo affinché cambino la concezione di ciò che riempe di bellezza i loro sogni. Non mi risulta ci siano energie spese nella formazione in questa direzione.

    Non solo. Se col tempo ci si avvedesse che è solo un mestiere, come ufficialmente, legalmente è, la nuova identità, alleggerita dal peso di quei sogni e di quella bellezza, trasparirebbe nelle espressioni delle Guide. Ma non mi sono mai imbattutto in qualosa del genere. Le Guide non affermano che la montagna è solo tun territorio di lavoro; che le salite poi diventano noiose; che preferiscono lavorare anche con tempo incerto pur di far giornata. Lo sappiamo che lo sanno, così come sappiamo che non lo dicono, perché da quel sogno non ci sveglia mai, o quasi. Non mi pare che qualche Consiglio direttivo abbia mai preso le distanze da tutto quel patrimonio di storia che ci ha generate.

    Se lo facessero tutto o molto cambierebbe. Tanto per le Guide quanto per gli altri. Detrattori, fan, concorrenti, volontari, clienti.

    Ma anche per aspiranti, che davanti a luci come sei stato tu, non vedrebbero l’incarnazione della bellezza sognata, ma solo il modello della torcia per andare poi a comprarsela, come fosse una giratubi.

  28. 11
    alberto paleari says:

    Caro Lorenzo, vedo finora un solo intervento di una guida, credo che sia perché col bel tempo e i ponti del 25 aprile e del 1 maggio le guide stanno lavorando. Anch’io non ricordo di essere mai stato a casa prima di quest’anno in queste giornate, ma dal primo gennaio sono andato in pensione: come sai ho una certa età, ho preferito smettere finché ero in grado di essere io di aiuto ai clienti e non loro a me. Voglio dire, ed è una cosa che si dimentica spesso, che quello della guida è un lavoro, non una missione, e bene o male mi sembra che oggi più di un tempo le guide, arrabattandosi e ingegnandosi in tutti i modi, magari un po’ troppo individualmente, ma siamo italiani, riescano a portare a casa la pagnotta più di un tempo. In un periodo in cui la competitiva è sempre più forte e in cui se non sei bravo non hai successo, il fatto che le guide lavorino è indice della loro bravura. Provi un po’ per esempio un istruttore del CAI a farsi pagare per essere portato in montagna. Le guide ci riescono, e anche bene. Come ho detto non sono più guida: per non diventare guida emerita, cosa che avviene automaticamente quando smetti di fare la guida, ho dovuto chiedere di essere cancellato dall’albo.  Ho pensato, proprio perché la guida è un lavoro, come l’idraulico, che quando un idraulico va in pensione non diventa idraulico emerito, e così non sono più guida, come Popi Miotti, ma meno polemicamente, anche se condivido in gran parte le sue idee.

  29. 10
    Dino says:

    Io leggo l’articolo e non mi raccapezzo più. Conosco almeno una trentina di Guide, di alcune sono stato amico vero, e non le vedo in un tribunale a difendere la professione in termini di legge.

    Non le vedo a tentare di sminuire chiunque abbia qualche iniziativa che, pur fatta bene, anche minimamente possa  minacciare di “togliere lavoro”.

    Hanno una professionalità incredibile; che necessità c’è di appigliarsi a leggi ormai obsolete in chiaro contrasto con le leggi sulla concorrenza?

    Un esempio pratico? la manutenzione delle falesie.

  30. 9
    lorenzo merlo says:

    Certo, i grandi numeri hanno dinamiche e attriti che i piccoli non conoscono.

    Nel nostro caso, mi riferirei ai secondi, ai piccoli numeri. Circa 1500 guide in Italia, le cui identità corrispondono soprattutto ai rispettivi Collegi regionali e provinciali: centinaia, a volte decine di persone.

    Piccoli numeri allude a quel contesto dove tutti sanno tutto, se non sanno seguono il traino comune, se non lo seguono vivono e lasciano vivere. Dove tutti sentono la comunità cui appartengono e si limitano a muoversi al suo interno secondo ruoli riconosciuti, mantendo cosi lo status quo delle dinamiche preesistenti. I piccoli numeri tendono all’equilibrio.

    In questa configurazione non è possibile muoversi alla velocità che permetta agli ultimi di seguire, semplicemente perché il biscione è troppo corto. E, salvo per i casi non ortodossi, la base segue con relativa indifferenza e/o limitata (quantitativamente) dialettica i vertici, e viceversa.

    La figurazione più prossima di tutto ciò è quella della monade. Realtà piuttosto compatta, necessariamente autoreferenziale, disponibile ad arroccamenti, indisponibile a considerare critiche di origine ad essa esterne.

    Giocoforza, l’attenzione va riportata in cima.

  31. 8
    salvatore bragantini says:

    Concordo con Giacomo G. Ogni categoria professionale, e anche le guide lo sono, tende per legge fisica ad “appiattirsi verso il basso”, come verso un minimo comun denominatore, anziché multiplo. Per restare unita deve andare alla velocità del componente più lento del gruppo. Vale per medici, avvocati, ingegneri e così via. Anche per le guide, che sempre uomini ( e donne, meno male) sono

  32. 7
    paolo panzeri says:

    All’inizio qualsiasi gruppo è “specchio” dei suoi (pochi) membri, poi passando il tempo diventa specchio dei “tempi” e tutto difende di se stesso lodando la mediocrità come fosse una missione.

    Poi alla peggio farà come i parassiti che uccidono l’essere che dà loro il nutrimento.

    Non si può fare nulla, la maggioranza segurà sempre i “tempi”, non può capirlo, è fatta dai mediocri.

  33. 6
    Michele Comi says:

    Così i nostri occhi si sono via via (mal) educati, assuefatti all’esercizio dell’autoreferenzialità.
    In questa condizione è assai difficile ritrovare uno sguardo alto e aperto, capace di giocare d’anticipo, recuperare attenzioni, sostare nel silenzio della montagna e intenderne la voce.

  34. 5
    Giacomo G says:

    Un ottimo contributo di Lorenzo Merlo, usa la sua finezza e sensibilità’ pur rimanendo molto lucido. Traspare grande amarezza per quello che avrebbe potuto essere e invece non e’ stato. Certo non bisogna dimenticare che, alla fine, per alcuni non e’ che un mestiere come un altro. E anche che gli uomini singoli restano uomini, con le loro qualità’ e le loro debolezze. La “categoria” invece ha forte tendenza ad ingigantire i difetti della natura umana, egoismo, prepotenza, incoerenza. Il rischio e’ resti la patacca ma dietro ci sia ben poco, se non la persona stessa.  Probabilmente e’ un fatto intrinseco dell’organizzarsi comune, si creano poteri ed interessi, e i principi vanno in secondo piano.

  35. 4
    matteo says:

    Conosco e apprezzo alcune guide, molte ne ho incontrate in giro per i monti e di alcune sono amico.

    Credo ci siano guide di grande spessore culturale e non solo tecnico-alpinistico)  Molte guide sanno essere maestri, affascinare e insegnare oltre che guidare in montagna. Alcune sanno anche ascoltare.

    Da quello che vedo però, prese come categoria , temo che la cultura, l’insegnamento, la volontà di evolversi e crescere siano completamente trascurate. Vedo molta attenzione riguardo l’autorità della figura della guida ma nessuna preoccupazione riguardo alla sua autorevolezza.

  36. 3
    Luca Visentini says:

    Mi dispiace per alcune non così, alcune, ma dal di fuori e dalle Dolomiti confermerei l’insensibilità ambientale, l’arroganza e l’incapacità di mettersi in discussione.

  37. 2
    davide says:

    Forse nella categoria manca un po’ di cultura vera e propria.

  38. 1
    paolo panzeri says:

    Se vuoi dirlo all’inglese: “le guide sono morte, viva le guide”.

    E’ solo il tempo che passa trascinandosi nel bene e nel male l’evoluzione sociale: la ruota che gira, dall’alto al basso, talvolta veloce, talvolta lenta e poi ancora.

    I protagonisti prima o poi muoiono sempre, sia quelli creativi che quelli distruttivi.

    Peccato che la vita debba sempre rinascere per rinnovarsi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.