La via Freedom al Naso di Zmutt

La prima ascensione della via Freedom al Cervino
di Robert Jasper

Dopo i fratelli Schmid, che conquistando per primi la parete nord del Cervino nel 1931 suscitarono grande scalpore e scrissero una pagina importante nella storia dell’alpinismo, quasi tutte le generazioni si sono avventurate sul Cervino ponendosi nuove sfide. Spesso considerata il simbolo delle Alpi per la sua forma fantastica, la parete nord è sempre stata temuta a causa delle sue rocce friabili.

Dalla prima volta che lo vidi, il Cervino ha rappresentato per me la cima più imponente delle Alpi.

E per un alpinista come me la nord era un grande sogno. Nel 1991 scalai le tre principali pareti nord delle Alpi: sull’Eiger, il Cervino e le Grandes Jorasses, tutte e tre in solitaria. Scalai la nord del Cervino con pessime condizioni in parete dovute al fatto che si stava sciogliendo la neve. Nella parte superiore seguii la variante di sinistra, che con passaggi fino al V grado di difficoltà e le rocce intrise d’acqua richiese tutte le mie energie. Ciononostante dopo cinque ore e mezza raggiunsi la cima e presto feci ritorno alla Hörnlihütte dove mi rinfrancai con una tazza di caffè.

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
Nel 1994, sempre in solitaria, volli tentare la scalata di una nuova via percorrendo il lato ovest della parete nord del Cervino, più precisamente in corrispondenza del famigerato Naso di Zmutt, che è stato a lungo considerato l’ultimo vero ostacolo nelle Alpi. Dopo un lungo giorno di arrampicate, però, la sera mi trovai costretto a fuggire minacciato da un temporale. Sarebbe stato troppo rischioso continuare la scalata con l’avvicinarsi di un temporale, perciò dovetti far marcia indietro, nonostante fossi già arrivato a metà della via. Su una parete così ripida quando la roccia è ghiacciata non si hanno molte chances ed è impossibile proseguire la salita. Ma anche la ritirata si presentava difficile, poiché la parte inferiore della parete era pericolosa in quanto ghiacciata e mi trovai come in trappola. Poco dopo però il ritorno si trasformò in un vero e proprio incubo. Andai a sbattere a penzoloni contro la parete. Le pietre mi fischiavano nelle orecchie. Con un piede rotto e uno zaino maledettamente pesante sulle spalle traversai la parete ghiacciata e raggiunsi la cresta di Zmutt. Ora per lo meno non mi trovavo più in parete, mi ero allontanato dal punto più pericoloso. Eppure non riuscii a sfuggire al temporale e, dopo un bivacco, il giorno seguente scesi a valle zoppicando.

Esperienze come questa non le si dimentica per tutta la vita! Il progetto del Cervino continuava a ronzarmi in testa, anche se ci vollero un paio di anni prima che i brutti ricordi si affievolissero e lasciassero spazio ai sogni e alla motivazione.

Ogni volta che mi trovavo a Zermatt rivolgevo desideroso lo sguardo alla parete, sperando che nessun altro mi “rubasse„ questa via, in realtà molto logica. Ogni anno temevo di leggere il resoconto di una nuova spedizione sul Cervino, ma la mia via, dove nessuno sapeva che avevo lasciato appeso un grosso sacco, non fu scalata.

Dopo la nostra spedizione sul Bhagirathi nella primavera del 2001, pareva proprio fosse arrivato il momento giusto per il Cervino, però il tempo non sembrava essere d’accordo. Solo in occasione della fiera sportiva che si tenne a Monaco nell’estate, dove ero impegnato, o meglio prigioniero nei padiglioni, in qualità di consulente di alcune aziende nel settore dell’alpinismo, il tempo diventò bello. Non era possibile!

Finalmente! A metà agosto il bollettino meteorologico prometteva una stabile alta pressione. Il mio compagno sarebbe stato Reiner Treppte, come già per il Baghirathi III.
Finalmente alla Hörnlihütte!

Sulla via Freedom, Naso di Zmutt, agosto 2001
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
Lì per la prima volta riuscimmo, anche se dopo alcune difficoltà iniziali, a raccogliere informazioni un po’ più precise. Dopo che il personale del rifugio, una volta appreso dal quaderno delle registrazioni quale via intendessimo seguire, ebbe comunicato la cosa al gestore con un certo allarmismo, additandoci come due incoscienti, questi, dopo un primo discorso piuttosto moderato, ci mostrò alcune fotografie e ci diede tutte le informazioni che aveva relativamente alle condizioni in parete.

Dopo un giorno di brutto tempo, che fummo obbligati a trascorrere seduti al rifugio, finalmente eccoci pronti a partire. Il nostro amico Wolfgang ci aiutò a portare tutto il materiale all’attacco sotto il Naso di Zmutt. Avevamo attrezzatura per un totale di 60 kg.

Eppure, dopo il primo, faticoso giorno in parete ci fu chiaro che non avevamo portato troppo con noi. La prima sezione della salita presentava un misto di roccia e ghiaccio. Arrampicavamo sul ghiaccio affrontando passaggi di varia difficoltà, sino al grado M5+, poco assicurati. Bello, ma molto impegnativo. Con il sacco pesante nei tiri difficili Reiner cercava di gravare il meno possibile sulla corda, cosa quasi impossibile dato il peso. Non c’era altra soluzione che proseguire così, arrampicando con l’enorme zaino sulle spalle. Una vera faticaccia: sudavamo parecchio entrambi.

Senza il portaledge, la nostra tenda pensile, avremmo dovuto passare già la prima notte appesi nelle imbracature al freddo, a parecchi gradi sotto zero.

I giorni seguenti affrontammo arrampicata impegnativa in un freddo glaciale. Il tempo era sì molto stabile, ma in parete nord potevamo godere molto poco del sole. Questa parte della parete è fredda come un frigorifero. Ci sembrava fosse inverno: temperature come dieci gradi sotto zero erano all’ordine del giorno. E nonostante ciò, noi dovevamo arrampicare per lo più con le scarpette da roccia nei piedi e le mani scoperte. Cambiavamo continuamente: via gli scarponi con i ramponi e avanti con le scarpette da roccia; 30 metri più su altro cambio. Da un po’ stavo appeso sul diedro aperto a strapiombo, il passaggio chiave di grado VIII- A2 della nostra via, ad un’enorme lastra concava e mi stavo chiedendo se il mio peso l’avrebbe o meno fatta cadere. Domanda esistenziale. Ripresi ad arrampicare dopo un’eternità, lasciandomi alle spalle la paura della caduta e la pesante lastra di roccia. Reiner, fermo alla sosta, era già quasi diventato un pezzo di ghiaccio, quando finalmente allestii la sosta successiva e lui potè riprendere la scalata. Rispetto alle normali condizioni della roccia sul Cervino, nell’area del Naso di Zmutt questa si presenta sorprendentemente solida. Ma chi conosce la roccia del Cervino sa che non si può parlare di una qualità della roccia davvero buona.

In vetta al Cervino, dopo la 1a ascensione della via Freedom: Robert Jasper e Reiner Treppte
Sulla via Freedom al Naso di Zmutt
E’ come giocare a scacchi, un gioco dove non ci si può permettere di fare mosse false. Per la giusta tattica è importante l’esperienza! Dobbiamo ancora salire un tiro? Qual è il posto migliore per bivaccare? Lungo tutta la via non si trovavano punti adatti al bivacco, perciò arrampicavamo sempre fino al calar della notte e poi montavamo il portaledge, la tenda pensile. Per lo meno in questo modo disponevamo di una piattaforma in piano e di una casa in verticale. Cucinare, far fondere la neve: ogni volta una cerimonia stancante e senza fine prima che il tè e la cena fossero pronti. Poi verso mezzanotte cadevamo in un sonno profondo finché il suono della sveglia non ci riportava alla realtà. Il mattino lo stesso procedimento, solo al contrario, e più breve e veloce per non perdere troppo tempo. Far fondere la neve, indossare le scarpette ghiacciate e l’imbracatura, rificcare tutto nel sacco e poi avanti di nuovo: arrampicare, congelarsi, tirare continuamente… tutte esperienze che pochi giù a valle hanno provato e che difficilmente possono capire. In realtà non lo può capire nessuno. Quassù la quotidianità ti porta solo a concentrarti sul metro successivo. Il contrasto, così estremo, mi affascina. E’ incredibile quanto il corpo possa riuscire a fare spinto dalla volontà. Tutto si concentra sul procedere nel metro successivo, anche quando si sale strisciando sulla parete come una lumaca lungo l’interminabile via per raggiungere la cima.

Cinque giorni dopo eravamo in cima. Che enorme sollievo all’idea di essere finalmente arrivati, di non dovere più salire!
Gioia per aver conquistato la cima? Non è esattamente ciò che si prova. La cima è solo il punto di svolta della nostra lunga impresa.

Avevamo dovuto razionare le nostre ultime provviste già il giorno precedente, poiché eravamo rimasti in parete un giorno in più rispetto al previsto. Quel mattino divorammo ciò che rimaneva, fiduciosi di scendere velocemente a valle il giorno stesso.

La cima non significava la fine della fatica: avremmo dovuto continuare ad assicurarci e a fare attenzione. Da qui avremmo preso un’altra direzione per scendere di nuovo a valle e far ritorno alla civiltà, cosa che a quel punto desideravamo ardentemente. Ma come avremmo riportato giù i nostri sacchi enormi, anche se nel frattempo, sgravati da alcuni chiodi e dai viveri, erano diventati un po’ più leggeri, restava un mistero.

Sovraccarichi come due muli scendevamo barcollando lungo l’Hörnligrat con le spalle dolenti. Ci calavamo a corda doppia e infine, poco prima che calasse la notte, raggiungemmo la Hörnlihütte. Eravamo a pezzi e mezzi morti di fame. “Siamo al completo!“. Ovunque scarponi, zaini, uomini… Il rifugio era estremamente sovraffollato, pieno di alpinisti che il giorno successivo avrebbero salito il Cervino. “Per favore dateci qualcosa da mangiare!“ Nonostante la cucina fosse già chiusa riuscimmo ancora a racimolare una minestra, un po’ di pane e del formaggio. Non granché dopo una tale sfacchinata, ma meglio di niente. Quindi ci rintanammo nei nostri sacchi a pelo al riparo di un masso un po’ lontano dal rifugio per l’ultimo bivacco, poiché dopo un’avventura così in parete non avevamo nessuna intenzione di sorbirci il continuo russare nel rifugio. “Bentornati nella civiltà!“.

postato il 17 agosto 2014

 

 

 

 

 

 

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La via Freedom al Naso di Zmutt ultima modifica: 2014-08-17T08:00:09+00:00 da Alessandro Gogna

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