Ladri di anime

Ladri di anime

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment**

Ladri di anime è stato il primo romanzo (2012) di Carlo Crovella. Successivamente ha pubblicato L’antro dell’orco (WLM Edizioni, 2013) e Chiamami Jack (Fusta Editore, 2015), vedi http://gognablog.com/il-vuoto-di-dio/.

Nel 2015 ha creato la collana informatica Quaderni di Montagna per la diffusione di una cultura matura e consapevole della montagna: l’obiettivo è quello di riaffermare il principio per il quale l’andar in montagna (anche e soprattutto a livello medio nell’impegno tecnico-atletico) non è un semplice sport, ma una vera passione e, come tale, destinata a durare per tutta la vita.

La collana Quaderni di Montagna propone testi in formato pdf a distribuzione gratuita dietro singole richieste da parte degli interessati. In catalogo si alternano monografie, romanzi e saggi di storia alpinistica. Particolarmente apprezzato è risultato il ritratto alpinistico e umano di Giusto Gervasutti, detto Il Fortissimo, a firma dello stesso Crovella e pubblicato nel luglio 2016 (vedi http://gognablog.com/lunico-il-vero-il-solo-fortissimo/). Ladri di anime, ormai esaurito sul mercato editoriale, è ora in distribuzione come numero 5 della Collana Quaderni di Montagna.

La trama
Ladri di anime è la storia di Piero, cinquantenne in crisi di mezza età, che si è rintanato nel suo eremo (una mansarda con terrazza sui tetti di Torino), ha venduto le quote dello studio professionale e trascorre le giornate a leggere, scrivere e ascoltare musica.

Da qualche mese sua moglie Anna è andata a vivere da sola. Ma continuano a vedersi, anzi si frequentano: però, ogni volta che lei se ne va, lui soffre. Gli amici gli suggeriscono, per riconquistare Anna, di inventare un “racconto”, descrivendole arrampicate mozzafiato e inebrianti sciate: infatti Piero è un appassionato di montagna. Ma, via via che si sviluppa questo “racconto”, Piero introduce dei particolari inventati: personaggi, episodi, sensazioni.

All’inizio lo fa quasi distrattamente, ma prosegue in misura sempre più intensa, finché è il “racconto” che prende la mano a Piero e lo spinge a comprendere dolorosamente quale sia la natura dei Ladri di anime.

Dal Bianco alle Calanques, dal Delfinato alle Dolomiti, le arrampicate e le sciate di Piero si estendono dalla fine di un’estate alla fine dell’estate successiva. Un’annata che a Piero appare come il passaggio chiave della sua vita, ma che, in realtà, non si distingue dal resto dell’eternità. Infatti, solo una lieve sfumatura differenzia l’alba di un nuovo mattino dal crepuscolo delle antiche sere.

La profonda conoscenza che l’autore ha potuto concretizzare delle montagne intorno a Torino gli consentono la precisa descrizione degli itinerari inseriti nella trama del romanzo. Gli appassionati di montagna saranno riconoscere lo svolgersi di una va di arrampicata, di una cascata o di una gita scialpinistica percorse dai protagonisti del romanzo come sono state percorse dall’autore in prima persona nei suoi decenni di attività.

Carlo Crovella

Gli altri elementi del romanzo: i libri, la torinesità e le enigmatiche donne di Torino
Innanzi tutto i libri, intesi come testi di letteratura classica, tanto amata dall’autore. Si va dai russi ai francesi dell’ottocento, ai mitteleuropei. Si passa dagli americani veri e propri (come Hemingay) agli americani di casa nostra (Pavese e Fenoglio), ma su tutti domina Kafka, che, seppur assolutamente digiuno di esperienze alpinistiche, scrisse una frase capace di riassume l’essenza stessa dell’andar in montagna: “Conosciamo la meta, cerchiamo la via”.

Crovella, torinese doc, dipinge anche, nelle vicende raccontate, il carattere della torinesità. Un misto di riservatezza e falsa cordialità, di ipocrisia e di understatement (tipico detto subalpino: “Esageruma nen!”), di orgoglio e di severo giudizio verso se stessi.

La torinesità, in montagna come nel resto dell’esistenza, a volte è una corazza protettiva, a volte una gabbia molto stringente. Ma come diceva Don Abbondio circa il coraggio, la torinesità uno non è che se la può dare: o ce l’ha (per nascita, abitudini familiari, ambienti umani frequentati) o non ce l’ha. E non è detto che, come sperimenta il protagonista del romanzo, la torinesità sia sempre e solo un elemento positivo.

A corollario di Torino e della torinesità ecco giungere le donne torinesi. Enigmatiche, sfuggenti, mutevoli, impalpabili nella loro concretezza sono affascinanti come le montane che circondano la città. Al fondo di ogni viale torinese si scorge sempre il profilo di una montagna ben definita (il Monviso, il Rocciamelone, le Levanne, il Gran Paradiso, il Rosa… tutte vette che un torinese, prima o poi, deve aver salito): ogni mattina, dalla città, basta scegliere dove volgere lo sguardo e si troverà sempre, sullo sfondo, una vetta a ricordare che le montagne esistono, con il loro fascino e la loro storia. Ugualmente le dame torinesi non spariscono mai, anche se restano imprendibili e la loro anima non sarà mai pienamente soggiogata da nessuno.

Pur avendo riversato nel romanzo tutti questi elementi di cui ha avuto esperienza diretta, l’autore ci tiene a precisare che la trama del libro è di completa fantasia, cioè che la vicenda umana narrata non ha nulla a che fare con la sua vita personale.

Introduzione
di Andrea Gobetti
L’Autore mi invidia, anche se non ho mai fatto la Walker, i Dru, il Capucin e neanche la Fessura Obbliqua all’Orrido di Foresto senza attaccarmi ai chiodi. La mia signora, poi vede nelle mucche il lato più interessante delle montagne. L’Autore mi invidia perché sono cosi vecchio da esser stato giovane quando valeva la pena di esserlo. Pochi anni di più e avresti garrito anche tu, caro Carlo, e ululato come una balena ramponata, saresti stato col Circo Volante.

Fai bene a invidiarmi. Ero quello che arrampicava peggio di tutti, ma sotto i portici di Torino alla metà dei ‘70 spargevamo letame con la pala, eravamo gli unici ad aver visto il Verdon e aver risposto alla Demande, sul muro dell’Escalès.

Andrea Gobetti

Ciarlavamo d’altipiani da cui non saremmo mai ridiscesi, di gole tenebrose d’ignoranza da cui eravamo evasi arrampicando. I gesti classici: legarsi, sciogliersi, dar corda, balzare sullo strapiombo, prendevano significati simbolici che ci facevano ridere. Anche nella vita si può scalare, beffare la verticale o inchiodarsi di slancio e cadere malamente, cosa poteva esserci di più utile che imparare ad arrampicarla?

“Cerebrali, troppo cerebrali” sentenziò invece, dalla parte più lontana dal cervello, una congiura di calzolai, sadici feticisti, fanatici delle scarpe strette, del dolore delle geisha al pollicione che delizia il cliente pervertito.

Naturalmente la ributtante umanità che ha infestato la fine del millennio ci è andata di corsa, anzi gareggiando, per quel vicolo dei patimenti. Il piede, che aveva appena scontato quarant’anni di vecchio scarpone, fu prontamente rimesso in gattabuia. Il cervello fu mandato in libera uscita, s’andasse pure a distrarre davanti alle vetrine.

Giusto per non fare il disoccupato, guardare il soffitto e rovinarmi le cervicali, per 11 annate di ROC cercai qualche sorta di becchime per la mente degli agili, talvolta con successo, anche se anno dopo anno era sempre più come spremere sangue dalla rapa. Ci pensarono sportivi e cultural-noiosi a farmi chiudere baracca e burattini.

Nel manipolo dei ROC autori (che dovevano saper scrivere, ma anche cavarsela in montagna) Carlo Crovella si dimostrò uno spiritoso e attento testimone del mutar dei tempi. Per questo alla fine son io che invidio lui che ha ancora la voglia di raccontare di monti e donne e tempeste, donne torinesi appunto, la cui scalata è la somma del difficile, dell’imprevedibile, del rovinoso e dell’esaltante. Come fanno?

Forse, basta a loro guardare le montagne in cui sfocia il panorama d’ogni viale torinese per scegliere a quale, quel giorno, voler assomigliare.

Postfazione letteraria
di Giovanni Ramella
Riallacciarsi al filone del “romanzo nel romanzo” può apparire una pratica narrativa passata di moda e rischiosa, per gli inevitabili confronti con i maestri del Novecento. Ripercorrere a ritroso una scia che risale ai Faux-monnayeurs di André Gide, ove diario e racconto si intrecciano, a Niebla del troppo trascurato Unamuno, o al nostro Pirandello è indubbiamente un atto di coraggio che di per sé basterebbe a dar credito all’autore.

Crovella gioca a carte scoperte: dichiara senza reticenze i debiti verso i modelli che rivisita. Ne costituisce la riprova la fitta trama di citazioni letterarie ben incastonate nel flusso narrativo, da Camus, a Sartre, a Cervantes, a Kafka, al Tolstoj di Sonata a Kreutzer, a Pasolini lettore di Delitto e Castigo, a García Marquez, a Musil, senza dimenticare Hemingway e i nostri scrittori piemontesi (Pavese, Fenoglio, Primo Levi): un campionario ricchissimo, con interventi pertinenti e armonici con lo svolgimento del racconto.

Il lettore attento noterà che l’allievo non solo ha imparato bene la lezione dei maestri, ma si è conquistato un suo spazio all’interno del genere, o, se vogliamo, di quel sottogenere che è il “romanzo nel romanzo”. La trouvaille del “romanzo da farsi” e del racconto degli eventi in corso, non si limita a riproporre un espediente narrativo che può apparire consunto, ma è funzionale a un racconto che ha una sua originalità d’impianto, una sua “verità” da comunicare, e che raggiunge esiti felici nella caratterizzazione dei personaggi.

Personaggi, soprattutto quelli femminili, magistralmente tratteggiati, con tocchi da romanzo realista francese dell’Ottocento. Le schermaglie, il gioco dei sottintesi, dei silenzi, le sottili punture di spillo, sostanziano i dialoghi, che sono le zone più felici del romanzo. Deliziosa la descrizione della mantide posta in bocca a don Beppe e ripresa poi da Anna alla fine del romanzo.

Ma veniamo alla sostanza: questo romanzo può essere definito come il “romanzo dell’assenza della donna”, il romanzo in cui, a dispetto delle eccellenti pagine di psicologia femminile, la donna è la grande assente. O se si vuole, questo racconto (nei suoi due filoni paralleli, alla Gide) è un’accanita ricerca, per non dire un’inquisizione, del personaggio che non c’è, una sorta di processo in contumacia.

Il disperato tentativo di uscire dalla solitudine, e di incontrare nella donna l’Altro, è fallito, per ripiegare nella finzione, una finzione appagante, che la “menzogna della letteratura” fornisce prontamente. Si instaura una contrapposizione fra la verità del fittizio e l’insussistenza del reale, cioè Danielle “la persona vera, umana, sana dentro”, che non esiste se non come personaggio di romanzo nel romanzo: “C’è, proprio perché non esiste”, dice Maria, forse la più acuta e sofisticata delle donne di questo romanzo.

E non è un caso che la vera trans, Brenda, non ne sopporti il confronto, e la tema come una rivale. Danielle è la sola con cui Piero si incontra in un rapporto di affinità elettiva.

Ma chi è Danielle? L’archetipo dell’ermafrodito, ossia di un essere al di qua e al di là della differenza sessuale, completo e armonico nella sua indifferenza sessuale, un polo di tensione, in cui l’annullamento della differenza assicura l’unione.

Ma un essere del genere, trans genere, non può che vivere nelle pagine di un libro, secondo una linea di “pensiero negativo”, che da Pirandello giunge a Montale, “vero perché non reale”, se verità e realtà (Montale insegna!) sono inconciliabili.

Piero (e con lui forse l’autore) ha avuto il coraggio di sconfinare, di confondere le carte, di vivere lungo due binari paralleli, nonostante il saggio avvertimento degli amici (“Attento a non sconfinare!”). Ne pagherà il prezzo, non riuscendo più a liberarsi dalla morsa della letteratura, il salvacondotto iniziale che, man mano, diventerà il suo destino esistenziale.

Anna, che dirige, a detta di Piero, il gioco, è dietro le quinte, non c’è, salvo qualche comparsa e l’addio finale. Ma lei stessa nella sua funzione di regista, di stregone occulto, è oltre i confini della realtà, e vive in una dimensione di inverosimiglianza. Insomma, a onta di tanto raffinato psicologismo, che scava nelle pieghe più riposte dell’animo femminile, questo è “un romanzo senza donne”!

Intendo dire, un romanzo con tante donne fantomatiche, distanti, irraggiungibili, indisponibili ad un incontro in profondità. Donne “torinesi”, per l’appunto.

Un libro che fa pensare, e dà da pensare per le tante verità che contiene, che solo la “finzione” metaletteraria può rivelare.

Procedura per ricevere gratuitamente il Pdf “Ladri di anime
Inviare singole mail di richiesta al seguente indirizzo di posta elettronica: crovella.quadernidimontagna@gmail.com
Oggetto: LADRI DI ANIME
Nel testo: NOME e COGNOME del richiedente più GognaBlog.

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Ladri di anime ultima modifica: 2018-02-23T04:11:08+00:00 da GognaBlog

1 commento su “Ladri di anime”

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    Luca Calvi says:

    Ecco,  avevo giustappunto voglia di leggere qualcosa di diverso dal solito…

    Taaac… T’arriva il consiglio dal Gran Capo!

     

    Grazie Alessandro, suggerimenti preziosi!

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