L’alpinismo non è delle guide alpine 2

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 2a puntata (2-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SECONDA

§ 12. Intermezzi giuridici: art. 43 codice penale; “pericolo” (per altri e/o per sé).
Prima di esaminare le novità, occorrono cenni sintetici ad alcuni argomenti giuridici tecnici, che, come meglio si constaterà, sono connotati e connotano prassi e realtà di tipo sociale e politico.

Art. 43 (sub “colpa”) del codice penale (anno 1930, vigente).

Nella parte che interessa, dispone:

“Il delitto:

è colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia [nota: c.d. “colpa generica”], ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline” [nota: c.d. “colpa specifica”]. …

[non è facile distinguere tra loro i significati delle fonti normative lì denominate “leggi, regolamenti, ordini o discipline”, tant’è che in generale la composita formula sulla colpa specifica si riassume, a raffronto col caso della colpa generica, nel senso che “… si tratta sempre, sostanzialmente, di inosservanza di regole specifiche di condotta”, così Vincenzo Manzini, Trattato di diritto penale italiano, Utet, ristampa 1985, vol. I, pagg. 809 ss.

Onde cercare di capire:

– in generale, per “regolamenti” si consideri che il significato non è da linguaggio comune, poiché il referente storico / giuridico era a quelli di provenienza pubblicistica di cui alla (poi sostituita) Legge 31 gennaio 1926, n. 100, o, inteso successivamente, di cui all’art. 87 della Costituzione ed altro (legge 23 agosto 1988, n. 400, art. 17 ecc.); tra i vari tipi, ne possono essere emanati da singoli enti pubblici, come collegi od ordini professionali, ma “… la preminenza della fonte legislativa… comporta che il potere regolamentare tenga conto di quanto predeterminato dalla legge (principio di legalità)…”, così Giuseppe de Vergottini, Diritto costituzionale, sesta ed., Cedam 2008, pag. 234. Da ultimo classifica la fonte regolamentare Elio Casetta, Manuale di diritto amministrativo, ed. Giuffrè, XVI^ ed., 2014, pagg. 369 ss.

Per “ordini” si intendono comandi o divieti specifici impartiti da autorità amministrative.

Per “discipline” alcuni atti normativi privati;

– in particolare quanto all’art. 43 c.p.,

“… Il codice, dopo le leggi, enumera i ‘regolamenti, gli ordini o le discipline’. Si tratta di fonti normative che costituiscono oggetto di studio nel diritto costituzionale e nel diritto amministrativo. Ai fini della ricostruzione della colpa specifica, è sufficiente qui ricordare che i ‘regolamenti’ contengono norme a carattere generale predisposte dall’Autorità pubblica per regolare lo svolgimento di determinate attività (si pensi ad es. al regolamento di esecuzione del codice della strada); mentre gli ‘ordini’ e le ‘discipline’ contengono norme indirizzate ad una cerchia specifica di destinatari e possono essere emanati sia da Autorità pubbliche, sia da Autorità private (si pensi ad es. agli ordini emessi da soggetti pubblici o privati per regolare attività lavorative ovvero alla disciplina interna di una fabbrica). Va in proposito precisato che la responsabilità colposa non viene meno, ove la regola precauzionale violata sia contenuta in un regolamento o in altra fonte scritta eventualmente viziata da invalidità formale: ciò che conta è che la regola di condotta violata corrisponda davvero ad una norma precauzionale adatta al caso di specie”…, così Giovanni Fiandaca e Enzo Musco, Diritto penale. Parte generale, Zanichelli, sesta edizione, 2010, pag. 552].
Applicato in campo alpinistico, l’art. 43 c.p. caratterizza i casi di effettiva verificazione di certi fatti materiali (omicidio o lesioni personali: artt. 589 e 590 c.p.): per esso non rilevano ad esempio un’imprudenza o l’inosservanza di un’ordinanza sindacale di divieto, ove non abbiano prodotto quelle negative conseguenze.

Date le finalità di questo scritto, non tratto di tali fatti; evidenzio invece che l’inquadrabilità o meno di comportamenti alpinistici, attivi od omissivi, nelle riportate parti dell’art. 43 c.p. (colpa generica o specifica), ne determina, quando si verifica un sinistro, l’illiceità per l’ordinamento giuridico (penale, ma anche per altri settori: civile, amministrativo, disciplinare, ecc.).

Serve ad illustrazione un’applicazione giurisprudenziale:

“In tema di colpa specifica, l’inosservanza della prescrizione legittimamente imposta dalla pubblica amministrazione costituisce, di per sé, l’essenza della colpa, non essendo consentito al destinatario dell’ordine di sostituire il proprio giudizio di prevedibilità o evitabilità a quello della p.a., adottando condotte diverse. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto illegittima l’esclusione della colpa dei responsabili di una pista da sci i quali non si erano attenuti alla prescrizione della apposita Commissione tecnica provinciale che aveva condizionato l’agibilità della pista alla realizzazione di una barriera dai 12 ai 14 metri dinanzi ad un ponte, ma ne aveva collocato una di lunghezza inferiore a 10 metri) (Corte di cassazione, Sez. IV, 21 marzo 2002, n. 11445)”.

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Pertanto,chi stabilisce elementi che possano poi essere ricompresi nelle citt. parti dell’art. 43 c.p., orienta e vincola le possibilità operative dei praticanti, singoli od organizzati, già sui piani sociale e politico, e, in caso di sinistro, su quello giuridico delle responsabilità legali.

“Pericolo” (per altri e/o per sé).

Il diritto della responsabilità tradizionalmente tende ad approntare tutele solo per fatti che abbiano prodotto conseguenze materiali negative (morte o lesioni personali, ecc.), o, come altrimenti si può dire, un “danno” (o la “lesione di un bene giuridico naturalistico” od altre espressioni analoghe).

A volte però interviene prima (si dice che “anticipa la soglia di punibilità”), cioè vieta e sanziona quanto un danno potrebbe produrre, anche se questo non si è verificato, dunque la sola messa in “pericolo” di un bene ritenuto giuridicamente rilevante (specie la vita o l’incolumità personale).

Ancor più quando il diritto si occupa solo del pericolo di un danno, occorre che quest’ultimo sia quello cagionabile ad altri (id est: a persone. Sorvolo su quello a cose e/o animali)

[esemplare in tale senso è l’art. 2043 codice civile del 1942, vigente, norma fondamentale:

“Risarcimento per fatto illecito.

Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”].

Per gli sci-alpinisti è il caso – circa il pericolo per altri (deve trattarsi di c.d. “incolumità pubblica”) – del “delitto di valanga” (artt. 449 – 426 c.p.), che negli ultimi anni li ha fatti tanto arrabbiare: cagionare la caduta di una valanga (fenomeno di certe caratteristiche ed in certe condizioni: sorvolo) costituisce reato a prescindere dal fatto che qualcuno ne sia restato ucciso o ferito (altrimenti si aggiungerebbero gli ulteriori reati suindicati)

[in diritto, Stefano Corbetta, Delitti contro l’incolumità pubblica. I delitti di comune pericolo mediante violenza, in Trattato di diritto penale parte speciale, vol. II, tomo I, Cedam, 2003, pag. 245 ss. Vi si consideri soprattutto l’ipotesi colposa.

Quella dolosa è alpinisticamente improbabile, anche se non da escludere ove potesse venire in esame il c.d. “dolo eventuale” (vd. Internet), che Salvatore Prosdocimi ritiene logicamente configurabile anche nel caso di c.d. “reati di pericolo”, salve particolarità per le singole fattispecie incriminatrici, vd. Dolus eventualis. Il dolo eventuale nella struttura della fattispecie penale, Giuffrè, 1993, pag. 145; proprio con riferimento allo sciatore, tale forma dolosa è ammissibile anche per Corbetta cit., pag. 297, ma senza particolari motivazioni.

Non mi risultano precedenti giurisprudenziali su valanghe dolose, circa le quali, peraltro, la confusione dei non giuristi è massima: dibattendo tra altrui esposizioni (7 marzo, ecc.), ero intervenuto in argomento con Disgrazie in montagna, in Giornale di Brescia, 15 marzo pag. 43, indi aprile 2006.

C’è poi una tesi particolare, del Vice questore aggiunto forestale Alessandro Cerofolini, che, se fosse da intendere nel senso di applicabilità del delitto doloso o colposo di valanga a prescindere da pericoli o danni causati all’incolumità pubblica delle persone ma a tutela solo di ambiente flora, fauna e comunque del territorio, sarebbe inaccettabile quantomeno per violazione del principio di necessaria tassatività nella formulazione delle norme incriminatrici, vd. Il reato di inondazione, frana e valanga, in Il diritto all’ambiente on line (2003?) ed altrove, Internet].

 

Però, ultimamente, il legislatore nazionale e addirittura quelli regionali e provinciali – in ottica securitaria (“La sicurezza! La sicurezza!”), sovente infondata e strumentale a tutt’altri interessi – hanno teso a stabilire norme che rendono illeciti vari comportamenti sportivi, o sul piano penale o almeno amministrativo (salvo il discorso sulle reciproche contaminazioni: sorvolo), in ottica solo preventiva, a prescindere da eventi di danno

[bastino il ricordo del tentato c.d. “Emendamento Bertolaso” a legge dello Stato, cenni nel mio Il diritto va in montagna, in La Rivista del CAI settembre-ottobre 2010 pag. 78-79; il progetto di legge n. 0175 per il “Riordino normativo in materia di attività motorie e sportive” di iniziativa del Presidente della Giunta regionale della Lombardia, presentato il 26.7.2012 e volto a prevedere come illecita ed a sanzionare la creazione di pericolo “per sé o per altri” da parte del praticante sportivo, modificato con la soppressione del “per sé” a seguito dell’intervento del CAI; alcuni aspetti della proposta di legge Senatrice Lanzillotta 2013, post per qualche diverso accenno].

 

Col risultato di rendere illecito e dunque sottoponibile a controlli, impedimenti, divieti, e poi di assoggettarlo a sanzioni e ad altre conseguenze, quanto possa essere inteso come “imprudente”, anche solo per l’autore e pure se manchi un sinistro a chiunque

[Alex Honnold, “aggirandosi con fare sospetto” nei pressi di una roccia, potrebbe essere impedito all’attaccarla, “multato”, gli potrebbe essere sequestrata l’attrezzatura (le scarpe…?), ecc. Poiché, presumibilmente, forse per evitarsi “danni d’immagine”, con quelli del suo livello non lo faranno, le attenzioni saranno facilmente rivolte ai praticanti “normali”].

Per me, questi ultimi non vanno turbati con eccessi e paranoie giuridiche: dal prosieguo dello scritto risulterà che glieli hanno imposti e che ciò non è ancora ritenuto abbastanza.

§ 13. “Giuridificazione” (e “responsabile”).
Serve evidenziare la recente generale tendenza al passaggio dal sistema giuridico tradizionale, per lo più fondato sull’applicazione ai singoli casi concreti delle indicazioni codicistiche – c.d. “elastiche” – rientranti nell’ambito della sola colpa generica (negligenza, imprudenza, imperizia), ad uno maggiormente fondato, ma senza abbandono delle predette, su ipotesi normative di colpa specifica (violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline).

Nel primo, il legislatore non dice cosa la persona (l’alpinista) debba fare o non fare e dunque lascia che sia di volta in volta il giudice a stabilire se il comportamento portato alla sua attenzione rientri nella negligenza, imprudenza od imperizia, con la conseguenza che più ampi spazi discutibili saranno lasciati alle argomentazioni di interessati (preteso offeso ed accusato) ed esperti (periti o consulenti di parte).

Invece, ove sia addebitata la violazione di norme specifiche, il significato legislativo e l’orientamento giurisprudenziale sono nel senso che, accertatane la sussistenza, la responsabilità non può essere messa in discussione e l’accusato deve essere condannato.

Esemplificando: è la differenza tra il prevedere che in automobile si debba non tenere una velocità eccessiva piuttosto che non superare un limite fisso predefinito. O, in alpinismo, che si debba essere prudenti o impiegare tot. rinvii per ogni tiro di corda, o che un istruttore possa o no lasciare salire da capocordata un allievo da lui reputato capace.

Invero, anche nel caso di violazione di norme specifiche, restano possibili discussioni ed assoluzioni, soprattutto sul fatto che la norma in oggetto doveva essere proprio diretta ad evitare il verificarsi di quanto poi accaduto (non ho pagato il bollo dell’auto, però la vittima è andata a sbattere indipendentemente da ciò) o sulla possibilità che il rispetto della norma non avrebbe potuto evitare il sinistro (suicida gettatosi repentinamente sotto le ruote di un’autovettura che pur viaggiava oltre il limite di velocità).

Qui rileva notare che, in progressione di tempo, la tendenza sociale e del diritto è stata nel senso di aumentare, a dismisura, la previsione e l’utilizzo delle norme specifiche, come se le altre non esistessero o non fossero sufficienti e dandolo ad intendere o magari soltanto “replicandone” i contenuti sotto apparenti nuove spoglie: in ottica sovente solo securitaria a monte spinta dalle esigenze di collocare o giustificare strumenti, servizi o posizioni piuttosto che di risolvere convenientemente problemi di prevenzione.

Detta tendenza viene spesso richiesta od adottata dagli stessi praticanti alpinisti, senza che si rendano conto- nel rito del “responsabile” – né della previa esistenza di norme ampiamente e severamente applicate né del contenuto e delle conseguenze di siffatti interventi (post).

Inoltre, dovrebbe essere chiaro che, più si specificano i comportamenti vietati, più facile sarà il passaggio – riallacciandomi a quanto sopra esposto – alla previsione di punibilità a prescindere dal verificarsi di un sinistro e dal fatto che esso debba essere a danno di altre persone; dunque, sarà più ristretto il campo di libertà lasciato al praticante.

[in generale, fermo che il fenomeno non è solo della modernità, tra gli AA. giuridici vd. Fiandaca – Musco cit., pag. 552, per i quali, sub Vantaggi ed inconvenienti della positivizzazione delle regole precauzionali, riportando l’opera di Giorgio Marinucci, precisano: “Da un lato, la predeterminazione legale delle regole di prudenza garantisce la certezza del diritto assai più delle elastiche norme sociali di condotta applicate sul terreno della colpa ‘generica’. Tuttavia, a fronte di questo vantaggio, la colpa ‘specifica’ presenta un grave e tutt’altro che trascurabile inconveniente: ‘se, infatti, la semplice difformità della condotta concreta dalle norme scritte basta a far presumere, iuris et de iure, l’esistenza della colpa, e se poi l’evento tipico cagionato da quella condotta viene addossato all’agente solo sul presupposto del rapporto di causalità, allora per tutti i reati colposi con evento (…) l’avvento massiccio della positivizzazione delle regole di prudenza segna nientemeno che il ritorno alla responsabilità per il mero versa(ti)ri in re illicita”; e Prosdocimi cit., introduzione. In ambiti vasti, Jurgen Habermas Morale, diritto, politica, Piccola Biblioteca Feltrinelli, 1986, ed. 2007, pagg. 5-6-20-23-30, ecc., che si riporta all’opera di Max Weber; Stefano Rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto, ed. ampliata Feltrinelli, 2009, esempio pag. 13, ove utilizza il concetto di “imperialismo giuridico”.

Per lo specifico alpinistico su questi temi, oltre ai miei Il diritto va in montagna cit. e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza in montagna, in Annuario CAAI 2012/2013, pagg. 148-149, vd. il mio intervento Libertà in alpinismo: aspetti giuridici in evoluzione al 60° Trentofilmfestival (Trento, 20 maggio 2012), del quale spero di potere produrre in futuro una relazione scritta].

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PARTE TERZA

§ 14. Novità.
Riprendo il discorso sulle proposte di legge, evidenziando come contengano qualcosa che, nonostante un allarme invano lanciato, continua a sfuggire al gran numero degli stessi praticanti l’alpinismo ed alla maggior parte degli addetti ai lavori; onde fare capire, continuo per passaggi.

Reperto riusato, la professione post-amatoriale: il “falso strategico”.

Si cominci leggendo l’esordio della relazione di presentazione della proposta Saltamartini (sintomatico: c’era già nella Di Centa- Quartiani e nella Fosson):

“Con la legge 2 gennaio 1989, n. 6, il legislatore statale intervenne per istituire l’ordine professionale delle guide alpine e degli accompagnatori di media montagna, superando l’originario carattere amatoriale di queste attività e trasformandole in vere e proprie professioni“. A conferma di ciò, come nelle proposte precedenti, in essa è richiamata “Corte costituzionale, sentenza n. 372 del 3 luglio 1989”.

§ 15. Inciso: considerazioni da un tentativo di definire l'”amatoriale” e il “ludico / amatoriale” e sulle c.d. “certificazioni” (Decreto Balduzzi 2013 sui certificati medici sportivi).
Per sistemazione normativa – esaustiva o no – in Italia l’ambito dello “sport” era nominalmente diviso tra “professionistico” e “dilettantistico” nonché tra “agonistico” e “non agonistico”

[vd. La legge 23 marzo 1981, n. 91 sul professionismo sportivo, di Gabriele Nicoletta, Internet. Direttamente, detta normativa riguarda le attività riconducibili alle Federazioni C.o.n.i.],

ma, recentemente, vi è stata una individuazione, da parte del normatore nazionale – c.d. Decreto Balduzzi*, ministero salute, 24 aprile 2013 e successivi maneggi ed abrogazioni – anche delle figure dell”amatoriale”, e del “ludico / amatoriale” circa il certificato medico, e di qual tipo, da richiedere per lo svolgimento di attività sportive o di alcune di esse

[* art. 2 Decreto Balduzzi 2013:

Definizione dell’attività amatoriale. Certificazione”

  1. Ai fini del presente decreto è definita amatoriale l’attività ludico-motoria, praticata da soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI (nota: il CAI non è di questi), individuale o collettiva, non occasionale, finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona, non regolamentata da organismi sportivi, ivi compresa l’attività che il soggetto svolge in proprio, al di fuori di rapporti con organizzazioni o soggetti terzi”].

Tale novità ha fatto fibrillare il mondo delle associazioni sportive, comprese quelle, come il CAI, non investite, quantomeno direttamente, dal decreto medesimo.

Solo per quanto interessa in questa sede, si può:

– evidenziare la generale tendenza, nell’ambito dell’ideologia della c.d. “società della conoscenza” piuttosto che in quella della tradizionale “società della produzione”, a rendere oggetto di interventi esterni tutta una serie di ambiti economici e di vita che in precedenza ne erano esenti, e, dunque, non solo alla sempre maggiore invasività di mercato e politica ma, allo scopo, al provocato accentuarsi della presenza di un nuovo soggetto / funzione / servizio, il “certificatore”; costui non per ciò esercita l’attività che valuta e ne lascia la responsabilità ai diretti praticanti, mentre impone loro la propria presenza “culturale”, assistenziale, burocratica, di potere, di tempi da impiegare ed alfine di costi. Né può sfuggire che prevedere l’obbligo di avvalersi di certificati rilasciati solo da alcuni tipi di uffici o di professionisti deriva ed influisce sul mercato di questi ultimi e dei loro concorrenti mai legittimati o delegittimati

[una matrice è rintracciabile nel testo del punto 5 del Consiglio Europeo Lisbona 23 e 24 Marzo 2000, Conclusioni della Presidenza, Trattato di Lisbona 2000:

“L’Unione si è ora prefissata un nuovo obiettivo strategico per il nuovo decennio: diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo…” (sic)];

– e pensare a cosa davvero definisca (invero “Ai fini del presente decreto”; ma con portata che di fatto potrebbe portare ricadute ex art. 43 codice penale) un indicatore anodino quale l’attività “ludica-motoria… finalizzata al raggiungimento e mantenimento del benessere psico – fisico della persona” (ci stanno l’andare senza serie intenzioni con ragazze o ragazzi; la “palla asino”; altro)

[per precedenti terminologici, Homo ludens di Johan Huizinga, anno 1939, traduzione italiana, ed. Piccola biblioteca Einaudi.

Circa lo “sport”, una tra le varie pseudo definizioni-matrice è nell’art. 2 comma 1 Carta europea dello sport – Rodi 13-15 maggio 1992, ovvero “Si intende per ‘sport’ qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obbiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli”.

In argomento vd. inoltre Genesi del mutamento… cit., nota 9; Emanuele Isidori e Heather L. Reid, Filosofia dello sport, ed. Bruno Mondadori, 2011, pagg. 27 ss.

Il termine “benessere” (a volte esoticamente detto wellness) è stato ormai portato ad investire situazioni sofisticate ed è a mio parere a sua volta abusato: per averne idea, basta il titolo del Rapporto Bes 2013: il benessere equo e sostenibile in Italia, ISTAT, Internet.

In punto, il mio Coccole di montagna, Gogna Blog].

Non mi dilungo oltre: risulta che ogni opera definitoria – peggio se arbitraria o malfatta – trova difficoltà

[nel diritto in generale, emergono i problemi connessi all’utilizzazione da parte del legislatore di termini ed espressioni tratti dall’esperienza e dal linguaggio comuni, come ad esempio ha osservato Prosdocimi cit. pag. 24 a proposito dell’impiego dei concetti giuridici di dolo e colpa. Peraltro, ciò non dimostra che le formulazioni particolareggiate siano migliori].

§ 16. Tornando a bomba (superamento / trasformazione)
Che la professione di g.a.-m.a. sia superamento o trasformazione dell’originaria attività amatoriale non è vero.

Piuttosto, l’asserto può essere decifrato quale astuzia preimpostata.

Infatti, i praticanti sanno che tale attività – come da sempre avvenuto e senza congetture od archeologie – si può fare amatorialmente (per diletto, o come dire si voglia) o per professione:

– tra i due ambiti, se non si sommano le pere con le mele e salvi motivi lato sensu politici, non si può affermare la “parità”

[per la soluzione, a mio parere fuorviante, dell’ormai antica Dichiarazione di comunità di intenti 28.5.1983 tra rappresentanti di guide e CAI, cenni in Professionismo, Volontariato… cit., nota 14];

– mentre, a parte ulteriori aspetti procedurali o formali (iscrizione ad albo, ecc.), la discriminante non sta nella migliore “qualità” e/o “eticità” dell’uno sull’altro e ma nel fatto che quella professionale è attività “economica”, l’altra no

[esempi del secondo tipo: genitori che portano i figli in arrampicate, od attività organizzate a livello di volontariato come corsi e relative uscite del CAI. Lasciamo perdere substrati od ulteriori casi particolari: una g.a.-m.a. esercita anche per personale diletto, può operare gratuitamente; ecc.].

 

Conta dunque che la professione di g.a.-m.a. non è né l’evoluzione né la trasformazione dell’amatoriale (lo è del cit. “mestiere”; e ci possono essere alpinisti rifuggenti titoli e compensi, insegnanti ed accompagnatori bravissimi) neppure dal punto di vista della qualità della prestazione; mentre, come detto, l’unico fondamento della relativa riserva per legge è connaturato alla garanzia dell’incolumità del cliente.

Ma, soprattutto, conta che, se così non fosse, si arriverebbe a ritenere l’attività amatoriale più non esistente o non più degna di esistere oppure rimasta involuta rispetto al professionismo: pensiero violento nei confronti delle persone che – essendoci libertà (?) – in montagna ci sono andate e vogliono continuare ad andarci solo per passione e neppure forzosamente istruite e/o accompagnate.

Non dimostra il contrario il cit. avallo della sentenza n. 372/1989 della Corte costituzionale, anch’esso riusato dal tentato nuovo legislatore della professione di “maestro di arrampicata”: l'(errato) inciso sul “superamento” / “trasformazione” era stato infatti impiantato* nella sentenza medesima con prelievo dal testo della relazione di presentazione della cit. legge 1989, n. 6, istitutiva della professione di g.a.-m.a., e, dunque, a prescindere dall’interrogativo sul fatto che singoli giudici fossero o debbano o possano essere edotti di cose alpinistiche, non è attribuibile alla Corte ma a coloro che avevano predisposto la legge

[* per la Corte: “Secondo quanto viene illustrato nella relazione alla proposta presentata alla Camera dei Deputati il 30 novembre 1987 con il n. 1989, la legge in esame é stata determinata dalla necessità di dare <un doveroso riconoscimento giuridico e un’adeguata disciplina> all’attività delle guide alpine, che <superando l’originario carattere amatoriale, si é trasformata in una vera e propria professione>: e questo anche in relazione al forte incremento dell’attività sportiva legata all’escursionismo alpino, che ha imposto di <prevedere adeguate garanzie di preparazione tecnica e professionale a tutela dell’incolumità degli alpinisti>”.

Tale genesi potrebbe sembrare – ma sarebbe un esame superficiale – essere stata fatta propria pure dalla Corte, poiché, nella medesima sentenza, essa continuava: “… In altri termini, pur restando l’attività di guida alpina connessa alla materia turistica, una diversità nei limiti verrà, infatti, a rappresentare la conseguenza naturale delle connotazioni nuove che l’attività di guida assume quando da semplice esercizio sportivo ed amatoriale si trasformi in vera e propria professione liberale, riconosciuta e garantita dalla legge attraverso l’istituzione di un particolare ordinamento professionale…”].

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§ 17. Altri equivoci, intranei e da esterni: sulla “professionalità” del c.d. “volontariato” e sugli “operatori legali non alpinistici”. Conseguenze.
I termini per la comprensione del problema ancora non sono chiari:

  1. a) che l’amatorialità, ed un suo successivo ambito organizzato, il c.d. “volontariato” (del CAI e di altre organizzazioni), siano cose diverse dal professionismo, dovrebbe essere evidente a chi pratica l’alpinismo, e, pertanto, le precedenti osservazioni dovrebbero fare riflettere chi da (solo) “volontario” proprio non riesce ad evitare di definirsi “professionale”, con “professionalità”, o simili

[da anni è stato un florilegio, forse al top il “volontariato estremamente professionale” de Lo Scarpone, n. 11/2006, pag. 08.

Ma l’art. 20 della cit. legge 1989, n. 6, pur sempre dispone:

“Scuole e istruttori del CAI

  1. Il Club alpino italiano, … conserva la facoltà di organizzare scuole e corsi di addestramento a carattere non professionale per le attività alpinistiche, sci-alpinistiche, escursionistiche, speleologiche, naturalistiche e per la formazione dei relativi istruttori.
  2. Gli istruttori del CAI svolgono la loro opera a carattere non professionale e non possono ricevere retribuzioni. …;”.

E si ricordi altresì la già riportata previsione dei “gradi della professionalità”, riferita alle guide alpine, nell’art. 11 della Legge quadro per il turismo 1983, n. 217.

In argomento, Professionismo, Volontariato… cit., qui specie sub paragrafo “’Volontariato professionale’ o ‘con professionalità’: ossimoro”. Ossimoro vivo e mutante, anche nei ranghi alti, da ultimo Presidente generale CAI Umberto Martini, Relazione morale, in Montagne 360 giugno 2014, pag. 62].

Vero che è in corso l'”acquisizione” del volontariato all’economia di mercato ed alla politica (non ci si penta poi di quello che deriva); però, quantomeno poiché normalmente la professionalità di una posizione aumenta oneri e responsabilità legali, parrebbe dover conseguire che chi né possiede tali qualifiche né ha necessità di possederle voglia evitare di attirarsene le gravose conseguenze

[in diritto, viene di consueto affermato che la responsabilità del professionista è superiore a quella di chi non lo sia, ad esempio nel senso per cui, ad uguale intervento concreto, da un medico si pretende contenutisticamente più che da un approssimativo soccorritore in urgenza.

Su quest’ultimo argomento, Mario Romano, Commentario sistematico del codice penale, II^ edizione, Giuffrè 1995, vol. 1, pagg. 423 ss; Giuseppe Pavich, Il cosiddetto agente modello, in La colpa penale, Giuffrè 2013, pag. 80 ss con giurisprudenza ivi indicata].

Per giunta, “volontario”, rispetto a “professionale”, piuttosto che un minus, è diverso

[“… pur se non consistono in attività di tipo professionale, le prestazioni di volontariato devono essere svolte, nei vari settori di operatività, con una preparazione particolare e con una perizia specifica, che richiedono un’apposita didattica e un’accurata opera di affinamento delle attitudini naturali del volontario e che, ove fossero carenti, condannerebbero il volontariato all’inefficienza e, quindi, al deperimento”, Corte costituzionale, sentenza n. 75 del 1992, caso ripreso da Professionismo, Volontariato… cit.];

 

  1. b) ma una diversità evidente tra amatorialità e professionalità non ci sarà per gli operatori “non alpinistici”, coloro che applicheranno la proposta ove divenga legge: magistratura ed avvocatura, oltre a forze dell’ordine, ausiliari vari, amministrazioni pubbliche, imprenditorie, ecc.

Questi ruoli – per natura e funzione – non prevedono e non possono prevedere la necessità d’intendersi di cose d’alpinismo né tantomeno di condividerne o solo ammetterne lo “spirito”: con la conseguenza che, quando una materia di contenuti e natura molto particolari (se si vuole: “anormali”) sia trattata da chi “normalmente” non la “vive”, c’è da aspettarsi che certe distinzioni non vengano percepite o siano prese quali sofismi, e, comunque, che siano di fatto disattese

 

[in Genesi del mutamento... cit. riportavo di un caso giudiziario d’addebito e risarcimento danni in separazione coniugale segnalato da fonte giuridica autorevole, la quale aveva considerato emblematica la “dedizione fanatica a hobby individuali (come) l’alpinismo” e l’aveva apparentata a quelli di “pesantezze legate al sesso… gusto sfrenato per i travestimenti, inclinazioni alla pedofilia, sadismi e masochismi di vario genere; reati, incesti, incitamento o sfruttamento della prostituzione, insaziabilità; ‘fantasie malate’, costrizioni alla moglie agli scambi di coppia… feticismi…”, ecc.: Paolo Cendon, Lei, lui e il danno. La responsabilità civile tra coniugi, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, 6, 1257.

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Però, in magistratura vi è ammissione delle proprie difficoltà nel trattare materie scientifiche / tecniche, ad esempio sentenza Corte di cassazione, Sez. IV penale, 29 gennaio – 9 aprile 2013, n. 16237, sull’ambito della responsabilità professionale del medico:

“… l’acquisizione al processo di informazioni scientifiche adeguatamente attendibili non è sempre agevole, tanto più quando si entra in ambiti complessi, controversi, caratterizzati da sapere in divenire… . Questa Suprema Corte (…) ha già avuto modo di porre in luce i pericoli che incombono in questo campo: la mancanza di cultura scientifica dei giudici, gli interessi che talvolta stanno dietro le opinioni degli esperti, le negoziazioni informali oppure occulte tra i membri di una comunità scientifica; la provvisorietà e mutabilità delle opinioni scientifiche; addirittura, in qualche caso, la manipolazione dei dati; la presenza di pseudoscienza in realtà priva dei necessari connotati di rigore; gli interessi dei committenti delle ricerche. Tale situazione rende chiaro che il giudice non può certamente assumere un ruolo passivo di fronte allo scenario del sapere scientifico, ma deve svolgere un penetrante ruolo critico, divenendo (come è stato suggestivamente affermato) custode del metodo scientifico. …”].

§ 18. Art. 2050 codice civile: ahia!
Non mi sorprende pertanto che nell’ambiente alpinistico abbia provocato sorpresa e disappunto una recente applicazione giudiziaria – anche se fondata pure su altri profili e circa la quale il discorso andrebbe meglio esaminato – proprio per l’affermata parificazione di responsabilità tra professionisti e volontari

 

[caso di causa civile da sinistro in insegnamento da volontariato su via ferrata, trattato da Corte di cassazione, Sez. III civile 24 luglio 2012, n. 12900, riassunto in “La Corte di cassazione e la ‘naturale pericolosità’ della montagna”, oggetto di diversi commenti, e, da ultimo, delle illustrazioni dell’avvocato, Vincenzo Torti vs. Corte di cassazione; Gogna Blog.

Per la sentenza:

“… In relazione allo scopo perseguito dalla ricorrente che dichiaratamente mira ad un’enunciazione di principio che consenta di escludere che la propria attività di incoraggiamento all’approccio sicuro alla montagna, svolta su base volontaristica ed a titolo gratuito, sia qualificabile come pericolosa, con le relative gravose conseguenze in ordine al regime di imputazione della responsabilità ed al possibile effetto dissuasivo che potrebbe derivarne, va infine prestata piena adesione ai relativi rilievi della Corte d’appello. E’ detto in sentenza che ‘la lodevole e meritoria attività svolta dal CAI, Club Alpino Italiano, ente pubblico con finalità sociali, le cui sezioni sono sottosezioni di stretto volontariato, senza fine di lucro e non di impresa, non assume alcuna rilevanza in merito alla configurazione giuridica della responsabilità da delineare nel caso che ci occupa’.”.

Giustamente in senso opposto, appunto Vincenzo Torti, La responsabilità nell’accompagnamento in montagna, 1994, collana “Montagna e diritto” del CAI, pagg. 43-44, ecc., e in Montagna da vivere, montagna da conoscere, collana “I Manuali del Club Alpino Italiano”, 2013, pagg. 107 ss].

 

Certi esiti forse non si sarebbero avuti se i praticanti del tempo libero avessero ben individuato e difeso la propria natura e le proprie prerogative.

Né così vengono aiutati i professionisti.

CONTINUA

http://www.banff.it/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://www.banff.it/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

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http://www.banff.it/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-5/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 2 ultima modifica: 2014-12-28T07:30:30+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “L’alpinismo non è delle guide alpine 2”

  1. Perché sarebbe ancora da ampliare? fortunato te che riesci a godertelo, le gama non so se riescono a finirlo… 🙂

  2. Veramen iteessante, non vedo l’ora di leggee il prossimo. Speriamo lo leggano anche le g.a.m.a. …
    Tra l’altro è di forte stimolo ad ampliare il dibattito. Grazie.
    Gianfranco Valagussa

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