L’alpinismo non è delle guide alpine 5

Alpinismo, arrampicata e tecniche non sono delle guide alpine – 5a puntata (5-5)
di Carlo Bonardi

PARTE SETTIMA

§ 31. Ancora in diritto: anche in alpinismo l’obbligo legale di comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze, per giunta migliori?
Questi lunghi preamboli, certo hanno disorientato e stancato il lettore praticante d’alpinismo, unico soggetto a muovere l’interesse mio, che vorrei potesse continuare ad andar per monti come gli piace, anche ove fosse da modesto “pellegrino”.

Occorre però collocarli in un sistema economico e giuridico che non vede ragioni per lasciare santuari.

Il timore che vengano imposti comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze – magari “di qualità superiore” od “alla moda” – non va creduto infondato.

Tanto più in un generale sistema che ha attenuato se non eliminato gli ideali e le pratiche di forza, pericolo e gloria, sostituendole appunto con quelle di tipo normalmente assistenzialistico o tentando di farlo, salvo quando ritenga conveniente il contrario

[Genesi del mutamento… cit.; Flash di alpinismo parti varie, di Massimo Bursi, ad esempio nella n. 2 su Giusto Gervasutti od altrimenti, con interessanti valutazioni dell’A. (che però spesso non condivido), Gogna Blog].

24 giugno 2011. Couloir de la Plate des Agneaux (Massif des Ecrins). Per festeggiare i 16 anni di Perceval Gagnon, la madre Patricia Bogard e gli amici Catherine Sénéchal, Véronique Semet, Frédéric More ed Henry Chaillé, si legano assieme. Questa è l’ultima loro foto, perché pochi metri dopo tutti precipitarono in seguito alla caduta del primo capocordata, Chaillé. Senza scampo per nessuno.AlpinismoNonGuide-5-Tragique-cordee-les-dernieres-photos_article_landscape_pm_v8

Senza approfondimenti e fermo che si può sostenere altro, basta portare precedenti e qualche norma suscettibile di applicazione o pericolo di applicazione.

 

  1. A) Precedente esemplare: dal Decalogo dello sciatore di Beirut 1967 alla sua recezione giurisprudenziale e legislativa.

 

Parto evidenziando che, in tema di circolazione sulle piste da sci e con l’occasione del verificarsi di sinistri, mancando in origine una precisa normazione ed esclusa poi dalla Corte di cassazione l’applicabilità della disciplina del Codice della strada, la soluzione da tempo maturata è stata di prendere a riferimento norme elaborate in sede privata, poi recepite in giurisprudenza ed altresì in decreti ministeriali e pure nella legislazione dello Stato (cit. legge 2003, n. 363, ecc.), ad esempio, per stabilire se ha legalmente “precedenza” lo sciatore “a monte” o quello “a valle”.

La violazione dei precetti concernenti lo sciatore, in sé non costituiti in forma di legge né dotati della relativa forza, ha finito per essere impiegata per definire la legittimità o meno dei comportamenti, inquadrati nella violazione degli artt. 43 codice penale e 2043 codice civile sopra riportati, quindi, tramite essi, per individuare le condotte colpevoli

[forse il primo testo italiano che in materia ha estesamente studiato l’argomento è di Giacomo Bondoni, Il diritto sugli sci: teoria e pratica, casi concreti e clinici, Verona, Libreria giuridica, 1977. Notizie recenti, in Internet].

Gli operatori pratici, fissando regole, consapevolmente o meno, giungono a farle recepire come norme ad amministrazioni, giurisprudenza e legislazione;

 

  1. B) Paralleli:

 

  1. a) evoluzioni.

 

Si consideri che un’evoluzione simile si era già verificata nella materia della prevenzione delle malattie del lavoro: quando in Italia non era normativamente stabilito quali precisamente fossero i picchi e le durate di esposizione al rumore ecc. tali da portare a lesioni dell’apparato uditivo (ipoacusia) e quindi al relativo reato, in sede giudiziaria vennero usate risultanze tratte da studi scientifici, anche di altri Paesi (esempio: Associazione governativa americana degli igienisti industriali, ACGIH); poi, la stessa materia è stata trattata con precisione dalla legge, che di quegli studi ha recepito i contenuti

 

[per la situazione in origine non specificamente normata, D. Santirocco e R. Zucchetti, Prevenzione degli infortuni e igiene del lavoro, ed. Buffetti, 1986, pag. 312 ecc.

Indi, D.Lvo 15 agosto 1991, n. 277, artt. 38 ss per definizioni, valutazione del rischio, ecc., e artt. 50 ss per le sanzioni.

In giurisprudenza, sulla legittimità del rinvio da parte del legislatore ordinario al sapere scientifico ed alle regole tecniche, sentenza Corte costituzionale n. 475/1988; in materia penale, sentenza Corte di cassazione, Sez. IV, 5 maggio 2005, n. 24303];

 

  1. b) in generale,

 

1= secondo l’ordinaria giurisprudenza civile,

 

tralatiziamente ripetuta nelle cause sportive, chi abbia cagionato danni ad altri nell’esercizio di attività che siano considerate o ritenute pericolose od in rapporti di obbligazione, ne risponde con una sorta di automatismo, poiché, per essere liberato dalla responsabilità, tocca a lui dare la prova – sovente difficile se non “diabolica” – di avere fatto il possibile per scongiurarli: detta diversamente, il c.d. “rischio della mancata prova” è posto dalla legge a carico suo piuttosto che del danneggiato

 

[in genere questi cause vengono inquadrate nell’ambito dell’art. 2050 codice civile* cui già ho accennato, oppure, in caso di rapporti, economici o no, del contratto di prestazione d’opera intellettuale ex artt. 2229 ss o del c.d. “contratto sociale” ex art. 1218** stesso codice, utilizzati soprattutto ove esistano tra i compartecipi rapporti caratterizzati da diversità di esperienze tecniche, età, ecc.:

 

* art. 2050 c.c., in materia di responsabilità da “fatti illeciti”,

 

“Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose.

Chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno”;

 

** art. 1218 c.c., in materia di “inadempimento della obbligazioni”,

 

“Responsabilità del debitore.

Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Circa il primo, la “pericolosità” in senso giuridico non è la stessa che nel senso materiale tipicamente connota l’alpinismo (su quest’ultima, vd. Imprevedibilità in alpinismo:… cit., Gogna Blog).

Circa il secondo, il riferimento al debitore non riguarda solo chi lo è di denaro ma altresì di una prestazione fisica e/o intellettuale].

Si badi che, quanto ai sinistri sportivi, le ordinarie norme del codice civile (e penale) sono da decenni già ampiamente applicate in giurisprudenza, e con severità

[ad esempio, viene ripetuta la massima:

“La presunzione di responsabilità contemplata dalla norma dell’art. 2050 c.c. per le attività pericolose può essere vinta solo con una prova particolarmente rigorosa, essendo posto a carico dell’esercente l’attività pericolosa l’onere di dimostrare l’adozione di ‘tutte le misure idonee ad evitare il danno’: pertanto non basta la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma occorre quella positiva di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso, di guisa che anche il fatto del danneggiato o del terzo può produrre effetti liberatori solo se per la sua incidenza e rilevanza sia tale da escludere, in modo certo, il nesso causale tra attività pericolosa e l’evento e non già quando costituisce elemento concorrente nella produzione del danno, inserendosi in una situazione di pericolo che ne abbia reso possibile l’insorgenza a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate. … .”, Corte di cassazione civile Sez. III, 29 aprile 1991 n. 4710].

Vi sono possibilità di sfuggire a tale meccanismo, ma ardue (basate appunto sulla mancanza o sulla c.d. “interruzione del nesso causale”; sulla pur riconosciuta discrezionalità delle scelte nei diversi casi concreti; sugli autonomi doveri e sugli obblighi di comportamento facenti capo all’affidato; ecc.);

2= secondo l’ordinaria giurisprudenza penale

(qui dal punto di vista probatorio vale un principio opposto a quello che può valere nel civile: l'”onere della prova” è a carico dell’accusa, in mancanza, insufficienza o contraddittorietà l’imputato deve essere assolto), si viene considerati responsabili quando venga individuata, non necessariamente per contratto ma anche solo nei fatti, una c.d. “posizione di garanzia”, un affidamento di altri (casi normali per la g.a.-m.a., per l’istruttore del CAI, per chi sia più esperto nei confronti di chi sia con lui in rapporto di “sicura subordinazione”, ecc.)

[Romano cit., pagg. 352 ss. Qualche cenno in miei commenti a Il diritto degli sport di montagna scende a valle, Gogna Blog];

  1. c) norme di settori particolari (“Le regole! Le regole”!): art. 2087 codice civile, D.lvo 9 aprile 2008, n. 81, e successive modifiche (ecc.).

Diversi – per ora ancora sparsi, ma, se alpinisti, incoscienti – chiedono “a naso” l’applicabilità di nuove regole in generale o di quelle relative alla prevenzione di malattie professionali od infortuni lavorativi, o quantomeno del pensiero ad esse sotteso: molto più numerose, specifiche e stringenti rispetto a quelle desumibili dai pochi soprariportati articoli dei codici penale e civile, soprattutto nel fatto dell’imporre / importare comportamenti, conoscenze, pensieri, materiali, tecniche ed assistenze preventivi più complessi ed evoluti nel momento storico

[per certi versi il tema venne trattato ad esempio nella sentenza della Corte costituzionale 1990 n. 127 – reperibile in Internet – circa la compatibilità di normative volte ad evitare inquinamenti ambientali in riferimento alla sopportabilità per le aziende dei relativi costi. In specie, il referente costituzionale che fu utilizzato è l’art. 32 della Carta fondamentale, il quale pone l’esigenza preminente di tutela della salute individuale e della collettività: ambiti che a mio parere non devono essere confusi col caso alpinistico].

Ad esempi:

1) l’art. 2087 del codice civile, norma di antica produzione (1942) ma sempre considerata assai avanzata a tutela del lavoratore, il quale dispone,

“Tutela delle condizioni di lavoro.

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro (rilevano in punto anche gli artt. 35 ss della Costituzione);

2) il D.Lvo 2008, n. 81, insieme sistematico e complesso di norme “… in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Va qui premesso che, a ben vedere, esso stesso espressamente indica una sua inapplicabilità alla materia sportiva (ci risiamo: l’alpinismo è sport?), infatti,

– art. 74:

“Definizioni

  1. Si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato «DPI», qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo.
  2. Non costituiscono DPI: …
  3. e) i materiali sportivi quando utilizzati a fini specificamente sportivi e non per attività lavorative;” …];

ma, a non andare a fondo, numerose sue norme potrebbero comunque essere malamente evocate in materia di sinistri alpinistici, ad esempio,

– art. 2, con la formalizzata giuridica distinzione tra i concetti di “pericolo” e “rischio”,

*”Definizioni.

  1. Ai fini ed agli effetti delle disposizioni di cui al presente decreto legislativo si intende per…
  2. r) «pericolo»: proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni;
  3. s) «rischio»: probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione;”

[vd. Differenza tra pericolo e rischio, ed altri, Gogna Blog];

– art. 15 comma 1 lettera c),

“Le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro sono: …

  1. c) l’eliminazione dei rischi e, ove ciò non sia possibile, la loro riduzione al minimo in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”;

– art. 115,

“Sistemi di protezione contro le cadute dall’alto.

  1. Nei lavori in quota qualora non siano state attuate misure di protezione collettive… è necessario che i lavoratori utilizzino idonei sistemi di protezione… quali i seguenti:
  2. a) assorbitori di energia;
  3. b) connettori;
  4. c) dispositivo di ancoraggio;
  5. d) cordini;
  6. e) dispositivi retrattili;
  7. f) guide o linee vita flessibili;
  8. g) guide o linee vita rigide;
  9. h) imbracature”.
  10. Il sistema di protezione, certificato per l’uso specifico, deve permettere una caduta libera non superiore a 1,5 m o, in presenza di dissipatore di energia a 4 metri.”…;
  1. d) “travasi”?

– Invero, se si rileva la tendenza ad applicare all’alpinismo norme proprie del diritto prevenzionistico del lavoro, le stesse g.a.-m.a. avevano a suo tempo prestato consulenza al normatore statuale onde rendere applicabili le esperienze di tecnica e materiali d’arrampicata a settori quali l’edilizia; e tale opportuno impegno è stato poi loro riconosciuto

[così vd. ad esempio, dopo i precedenti approcci:

– “Senato della Repubblica. Commissione parlamentare di inchiesta sugli infortuni sul lavoro, con particolare riguardo alle cosiddette ‘morti bianche’. Documento conclusivo dei lavori della Commissione. … istituita dal Senato in data 23 marzo 2005:

… Secondo indicazioni dell’UNI 10, bisognerebbe migliorare l’ergonomicità dei dispositivi di protezione individuale, che attualmente tendono, da un lato, a proteggere dalla caduta, ma, dall’altro, a determinare altri rischi e/o impacci. Occorrerebbe altresì: l’introduzione di un riferimento più chiaro agli obblighi formativi…; l’individuazione di una categoria specifica per i lavori in quota…; la formazione di istruttori specialisti da parte di guide alpine, con esame finale e relativo attestato.”;

– indi, quanto al D.Lgs 2008 n. 81 cit., Allegato XXI Accordo Stato, Regioni e Province autonome sui corsi di formazione per lavoratori addetti a lavori in quota. …

Individuazione dei soggetti formatori e sistema di accreditamento.

Soggetti formatori del corso di formazione e del corso di aggiornamento:

  1. a) Regioni e Province autonome…;
  2. b) Ministero del lavoro…;
  3. c) ISPELS;
  4. d) Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori…;
  5. e) Organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia;
  6. f) Scuole edili;
  7. g) Ministero dell’interno, ‘Corpo VV.FF.’;
  8. h) Collegio nazionale delle guide alpine di cui alla legge 02/01/1989 n. 6 ‘Ordinamento della professione di guida alpina’. …”];

– pure alcune aziende produttrici di attrezzature per arrampicate operano al contempo nel campo della prevenzione dell’infortunistica lavorativa o della “sicurezza” in generale, proponendo alla clientela materiali uguali od adattati alle rispettive esigenze, mediante apposite procedure di marketing

[esempio, vd. sito con immagini di Climbing Technology, Internet].

Non discuto della bontà dei materiali o delle politiche del lavoro e commerciali; ma tocca agli alpinisti essere accorti, per evitare che ciò che viene proposto e utilizzato in un diverso settore o la mentalità di questo finiscano per dovere essere adottati anche nel loro, non compatibile.

Per farli pensare, si veda proprio il caso dei c.d. “lavori in quota”, cioè quelli che si svolgono a distanze (alpinisticamente) tutt’altro che rilevanti dal piano stabile, ove la legge del lavoro impone l’utilizzo di apposite attrezzature e precauzioni, normalmente a 2 metri da terra (ma anche meno…), ad esempio,

art. 126 D.Lvo 9 aprile 2008, n. 81 cit.:

“Parapetti

  1. Gli impalcati e ponti di servizio, le passerelle, le andatoie, che siano posti ad un’altezza maggiore di 2 metri, devono essere provvisti su tutti i lati verso il vuoto di robusto parapetto e in buono stato di conservazione.”.

Cosa accadrebbe se qualcuno ritenesse di applicare tali regole non tanto al cit. “imprudente” Alex Honnold ma a pratiche tipo gitarella su terreno appena impervio, che per ora ogni alpinista ritiene ovvio non sia da affrontare con materiali e tecniche di assicurazione?

– c’è da stupirsi, se il legislatore ha preso di mira anche l’alpinismo?

Quella che segnalo è al momento solo una tendenza, ma di dannoso reciproco travaso multidirezionale

[“… Per imparare a sciare occorre in primo luogo imparare a scivolare senza timore. La prima riflessione diventa quindi quella di meditare brevemente sul significato negativo che generalmente si associa ai termini: ‘scivolare, sdrucciolevole, terreno o superficie scivolosi’ al punto che la normativa sulla sicurezza del lavoro contiene una norma che impone al datore di lavoro di eliminare le superfici sdrucciolevoli e di esporre nei cantiere l’apposito cartello, dove tra l’altro deve essere esposto l’avviso di allerta in presenza di superfici scivolose (cfr. D.L.gs 626/1994 art. 33, c. 3; DPR n. 547/1955 art.11). Lo sci dunque si presenta subito anomalo e in contrasto con le raccomandazioni di prudenza inculcate nel pensiero comune.”: così da L’importanza della gradualità nell’insegnamento dello sci come educazione alla consapevolezza dell’ambiente montano e dei propri limiti.

E “… Mentre iniziavo a scrivere la mia relazione, nel settembre di questo stesso 2012, il soccorso alpino era impegnato nella ricerca di un alpinista sorpreso dal mal tempo sulla via del pilone centrale della Brenva sul Monte Bianco. Una via nota per la difficile ritirata di Walter Bonatti, che, sorpreso dal mal tempo era riuscito a mettere in salvo il suo cliente, mentre decedette il compagno Oggioni. Ci si chiede come una società moderna, che ha esigenze di sicurezza della popolazione, possa tollerare questi rischi e come affrontare il difficile compito della protezione civile fra il rispetto della libera determinazione del cittadino, l’esigenza di salvezza della popolazione, la verifica delle posizioni di garanzia poste a tutela dei singoli. Per quanto riguarda i rapporti di lavoro subordinato, la gestione del rischio nelle indicazioni che il D.L.vo 9/4/2008 n. 81 impone agli imprenditori, deve essere valutata in termini di controllo dell’esposizione al rischio e di valutazione della gravità di un evento dannoso possibile, con l’indicazione che se un’attività prevede un rischio grave, immediato, inevitabile con alto grado di probabilità, tale attività semplicemente non deve avere luogo ossia deve essere evitata, mentre quando il pericolo può essere superato è indicata la necessità di una buona prevenzione basata su appropriate misure di protezione oltre che sull’informazione e la formazione. La società moderna sotto questo aspetto è anacronistica, infatti si pretende la massima responsabilizzazione a carico dell’imprenditore nel campo del lavoro, con coinvolgimento della collaborazione dei lavoratori, ma nello sport e nel tempo libero gli utenti sfuggono ad ogni regola di prudenza.”: così ne Il rischio nella pratica dello sci: tra prevenzione e soccorso, da “Ricerca sulla realtà della Valle d’Aosta per Forum giuridico Europeo della neve Bormio 15 dicembre 2012”.

Entrambi gli scritti sono dell’avvocato Marisella Chevallard, in Internet].

Quanto sopra è significativo a rappresentare i numerosi che per bonarietà non si avvedono di dove andrebbero a cacciarsi od a cacciare qualcuno; e chi ne è consapevole ed aspetta o sollecita che in questo “mercato” si creino le condizioni per la collocazione di beni o servizi.

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§ 32.
Altri:
realizzatori e custodi di impianti sportivi e loro semplici utenti.

Va altresì tenuto presente che la legge impone obblighi stringenti al produttore e/o commerciante di determinati materiali anche sportivi o per la predisposizione di impianti a ciò dedicati (vie o sentieri ferrati e palestre d’arrampicata artificiali o trattate da soggetti identificabili; ecc.)

[cenni nel manuale del CAI I materiali per alpinismo e le relative norme, 2007, pag. 17 ecc.; nonché ancora Viola cit.].

Queste norme non vanno riferite al praticante che li utilizza; ma, a parte il dubbio che viene lasciato, c’è la spinta di chi ne fa mercato a produrne per lui il già evidenziato obbligo d’impiego secondo modalità determinate;

ma: “utenti indisciplinati” e “chiusure” / “interdizioni”.

Con la conseguenza di problemi nuovi, sorgenti negli immancabili casi i cui gli approntamenti predisposti manifestino difetti od altri guai, per mancanza di manutenzione o simili.

Ai quali prima di tutto si rimedia impedendone lo stesso regolamentato impiego, se non dando colpa agli utenti

[esempi, La chiusura del sentiero ‘Antermoia’, Chiusura temporanea di Gamma 1 e Gamma 2, Rischio e rischio residuo lungo le vie e i sentieri di comunicazione 1 e 2, Gogna Blog. Oppure Escursionisti insubordinati: tagliati i cavi della ferrata di Montalbano, Internet];

dal pericolo cercato e subito alla “gestione del rischio” (attenti alle parole ed al “risk manager”!).

Non può – riassuntivamente – stupire come da qualche anno pure il frasario e la prassi alpinistici siano mutati, su spinta di quegli interessi.

Ho accennato alla classica parola “pericolo” (compare per oltre cento volte nel codice penale del 1930), sempre più sostituita od affiancata con “rischio” (quest’ultima è sconosciuta al medesimo codice penale. Invece, nel ben più corposo codice civile, per suo oggetto dedicato ad interessi direttamente economici, pericolo compare circa trenta volte, una settantina rischio, parecchie per modifiche sopravvenute).

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Una netta distinzione tra i due concetti non è possibile ed a volte si sommano o sovrappongono, conseguentemente è normale che i termini vengano impiegati indifferentemente e senza avvedersi del problema

[Vincenzo Militello, Rischio e responsabilità penale, ed. Giuffrè, 1988, pagg. 7, 17, ecc.].

Per me, orientativamente – però – nella prima è sottolineato il contenuto esterno della possibilità di danno (cadute valanghe, fulmini, la stessa possibilità di caduta dell’arrampicatore, ecc.), nella seconda ciò su cui l’alpinista può intervenire (allenandosi, chiodando, assicurandosi, munendosi di abbigliamento, materiali, ecc.) divenendone in parte protagonista / misuratore / controllore, quindi – a volte pretenziosamente – “gestore”, ed anche per altri, volenti o nolenti, secondo un’impostazione pure qui mutuata dalle scienze aziendalistiche

[quest’ultima matrice si rileva in Differenza tra pericolo e rischio, ecc., cit.; nonché, in genere, in quanti ora ci vengono a raccontare del “rischio residuo”, che in alpinismo il “rischio zero” non esiste, che lo stesso va “pesato”, e simili].

Anche le parole d’uso aziendalistico sono pilotate ed ovunque impiantate (dagli alti / superiori, alle eccellenze, ai talenti, alle performances, agli stakeholders, ai vincenti, ecc.), ora veramente stancano.

Non è il luogo per occuparsi dei relativi problemi.

Posso solo rimarcare che la realtà della montagna è indifferente a giochi linguistici, chiacchiere, input / output, P.N.L., sicumera, mistificazioni: nulla possono al momento dei fatti reali, anzi possono creare nuove occasioni di danno.

In particolare, il moderno gestore di rischi alpinista non è, o, se lo è o lo fu, non importa, poiché la sua è un’azione diversa: da un lato c’è chi va in montagna, dall’altro chi per professione gli dice cosa deve fare e non fare, senza però sporcarcisi le mani

[nei sistemi di gestione del rischio va inserita l’opera intrapresa da AvalcoTravel Mountaineering Academy di Filippo Gamba, che ha poi pubblicato un apposito libro: vd. in Internet nonché Travel Engineering, Test di auto-valutazione sulla gestione del rischio e cenni già in Prodotto montagna. Salva nos ab ore leonis, Gogna Blog. Un riferimento al metodo è risultato dall’intervista 20.7.2014 dell’accademico CAI Giorgio Crivellaro al Sole 24 Ore, vd., coi commenti, in Un capolinea è una partenza (risposte a Crivellaro), Gogna Blog.

Il modello della gestione del rischio è variamente applicato o proclamato anche per le attività di volontariato: in punto, Luigi Pati, a cura di, Il rischio scelto. La formazione alla sicurezza per le organizzazioni di volontariato, ed. La Scuola, 2012; Guido Martinelli e Marta Saccaro, Sport dilettantistico: come gestirlo, ed. Ipsoa, 2013; ecc.. Figuriamoci – da più lungo tempo – in tutti gli ambiti lavorativi, ecc., normalmente assai complessi, esempio ultimo, Patrizio Rossi, Alessia Comacchio, Andrea Mele, La gestione del rischio sanitario medico-legale, ed. Giuffrè, 2014].

Per quanto qui conta, non ha senso trattare o solo pensare allo stesso modo od in modi analoghi ambiti sociali obbligati e controllati come quelli lavorativi, dei servizi sanitari, della circolazione stradale, ecc., e l’alpinistico, nel quale, oltre alla natura, il pericolo normalmente è cercato, senza necessità e senza contropartite.

 

PARTE OTTAVA
§ 33.
Cuculo.
Avvicinandomi a concludere, porto ancora, per sintonia, questa metafora, che ritengo pertinente e mi è molto piaciuta:

“L’immaginazione del mercato – osserva Bernard Maris – è senza limiti. Come il cuculo, nidifica in tutto ciò che è gratuito. Esclude gli occupanti precedenti, imprime il proprio marchio sui beni non venali, impone loro loghi, marchi, pedaggi, e poi lo rivende”

[riportato da Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena, ed. Bollati Boringhieri, 2008 – ristampa 2009, pag. 47].

NdR: Bernard Maris è stato uno degli uccisi nella strage di Charlie-Hebdo, il 7 gennaio 2015. Era un importante economista e professore, faceva parte del 
Consiglio generale della Banca di Francia e su quella rivista scriveva come Oncle Bernard (zio Bernard).

Si rammenti quanto già esemplificato: nuovi materiali d’arrampicata e apparecchiature elettroniche da portarsi, diffusione di impianti di videosorveglianza, culture, formazioni, convegni, audiovisivi, norme, certificazioni, validazioni, contributi, ecc.; da ultimo, i droni da valanga (per ora non personali).

Una cordata giunge in vetta all’Aiguille du Midi
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§ 34. “Sovversivi del mercato”.
Non si creda che quanto sostengo venga normalmente passato indenne in virtù del diritto di analisi e critica che dovrebbe connotare una matura società democratica.

Discorsi come i miei, al di là di cortesie, non sono accettati: per coloro che perseguono fini e modi di mercato, chi si oppone è un sovversivo, che va contrastato o convertito; oppure, ne prendono idee per farne il contrario

[“La resistenza del consumatore può intendersi come ‘l’insieme delle azioni che impegnano qualcuno nella risposta, neutralizzazione o opposizione, allo scopo di contrastare, sventare o sconfiggere manovre giudicate oppressive (Fournier, 1998, p. 89) provenienti da operatori di mercato. … I consumatori mettono così in atto un processo sovversivo, secondo la sequenza definita dai situazionisti (Debord, 1967), ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968: svalutazione dell’ordine precedente stabilito dall’azienda e creazione di una nuova situazione, una sorta di contro-programma del prodotto o del marchio, che deriva direttamente dalla realtà quotidiana (Aubert-Gamet, 1997)…. Secondo alcuni (Muniz, Shau, 2007), tuttavia, questi comportamenti di resistenza sono costruttivi e devono essere analizzati come tali dalle aziende, le quali possono reintegrare questi dirottamenti nella propria offerta: dovrebbero cioè essere considerati come elementi facenti parte integrante del sistema del consumo (Holt, 2002)”: così Antonella Carù e Bernard Cova, Marketing e competenze dei consumatori, SDA Bocconi – Egea, 2011, pagg. 69-70].

Io spero invece in chi pratica alpinismo.

§ 35. Cogliere “il filo”.
Per chi segue le cose d’alpinismo, nessuna della informazioni che ho sopra enumerato od accorpato è una scoperta, mentre spero che almeno alcune considerazioni possano avere interessato e magari “colpito” il paziente lettore.

Uno dei tratti caratterizzanti chi vive nell’odierna società conoscitiva e dell’informazione sta nell’essersi visto passare sott’occhio una serie di cose e pensieri senza averne colte le cause, i significati e gli intenti, di talché, pur non avendo percepito o percepito a sufficienza, nemmeno può lamentare che non gli erano state (in qualche modo…) palesate.

La decostruzione di una realtà per l’individuazione del filo conduttore è opera faticosa: mi auguro che questa potrà servire.

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§ 36. Domanda essenziale:
tutto quanto sopra implica “a contrario” che il praticante, singolo od organizzato, professionista o dilettante, il quale non porti od impieghi certi materiali, non segua certe istruzioni o pensieri, non adotti certe tecniche o non compia certi gesti, non si faccia accompagnare, ecc., che, in ultima analisi, non accetti o pratichi regole “responsabili” etero-stabilite, agisce in maniera “non corretta”, senza “sicurezza”, “imprudentemente”, “pericolosamente”, “rischiosamente”, “dannosamente” o simili?

Si badi che, senza scomodare la “colpa specifica”, tali espressioni possono già essere intese per equivalenti di “imprudenza” o “negligenza” o “imperizia” di cui all’art. 43 c.p., dunque di “colpa” legale, specie nel caso di correlato sinistro, e che possono diventare segni di illegalità.

[in punto, sul tema dell’equivalenza di espressioni giuridiche, Romano cit., pag. 394.

In diritto, la violazione di prassi / pratiche comportamentali – ormai immancabilmente nei frasari aziendali e politici denominate “buone” – può importare conseguenze legali.

Si ricordi quanto sopra detto a proposito della punibilità in sé di comportamenti pericolosi, a prescindere da danni e/o dal fatto che possano attingere altri.

Accenni nei miei Prodotto montagna. Salva nos… cit., e Mercato del pericolo / rischio e sicurezza… cit.].

Per opera di chi e per quali scopi reali? Magari solo vendere beni o servizi?

E se qualcuno vuole ancora l’avventura?

Mont Maudit, cresta est. Foto: Jean-François Hagenmuller
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§ 37. Sintesi e conclusioni ovvero:
società securitaria, regole,
assi pigliatutto, controllori e sanzioni, ignavi, prede.

A fondamento, il discrimine sta nell’istituire o rafforzare soggetti che hanno potere politico e/o economico e nel tenere dall’altra parte chi non ne ha, soprattutto i privati non organizzati, che sono subordinati ma utili per sborsare e comunque obbedire, salvo ove abbiano raggiunto posizioni di prestigio:

– per l’ambito politico, mi basta riportare un estratto dell’analisi sociologica e storica di Robert Castel,

“… In Francia, in occasione delle ultime scadenze elettorali, il tema dell’insicurezza ha acquistato una tale forza da rasentare a volte il delirio… . In queste società di individui, la domanda di protezione è infinita… Ma questa stessa società sviluppa al tempo stesso delle esigenze di rispetto della libertà e dell’autonomia degli individui… una contraddizione tra una domanda assoluta di protezioni e un legalismo che si sviluppa oggi… nelle forme esacerbate di un ricorso al diritto in tutte e sfere dell’esistenza, fino alle più private… L’uomo moderno vuole assolutamente che gli sia resa giustizia in tutti i campi, ivi compresa la sua vita privata: il che apre una grande carriera ai giudici e agli avvocati. Ma egli vorrebbe assolutamente, alla stessa maniera, che la sua sicurezza fosse garantita nei dettagli della sua vita quotidiana: il che apre la via, questa volta, all’onnipresenza dei poliziotti.”

[L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti, 2003, pagg. 14-15, traduzione italiana, Piccola biblioteca Einaudi];

– per l’ambito economico, qualche frase da una nota opera di Ulrich Beck,

“… Primo, cresce la scientificizzazione dei rischi; secondo, cresce il business col rischio (le due cose si influenzano a vicenda). Non è affatto vero che la denuncia dei pericoli e rischi della modernizzazione sia solo critica; è anche, nonostante tutte le resistenze e le demonizzazioni del caso, un fattore di sviluppo economico di prim’ordine, come risulta fin troppo chiaramente dallo sviluppo dei rispettivi settori economici… . Il sistema industriale trae profitto, in misura rilevante, dai problemi che esso produce (…)”

[La società del rischio. Verso una seconda modernità, 1986, traduzione dal tedesco, ed. Carocci, 2013, pagg. 73-74].

Orbene, per quanto riguarda il nostro piccolo mondo, mirano a fare stabilire alle g.a.-m.a. ed a qualcuno per tutti, professionisti o no, cosa sono alpinismo, arrampicata, tecniche e quindi anche i riflessi (escursionismo, ciaspolismo, ecc.), e, così, a gestirli.

Abbiamo:

da un lato,

– un legislatore non capace, svogliato, o callido nel fare una legge, che commissiona le sue funzioni, ora nella generale ottica di valorizzazione / privatizzazione alias mercatizzazione di ogni attività umana, e che predilige norme assistenziali più specifiche e stringenti, credendo di così risolvere i problemi attinenti ad ogni diversificato ambito non solo economico ma di vita;

– chi gli sta appresso assecondando / orientandolo e, dimentico di remore identitarie, meglio si rapporta pure con i variegati soggetti del territorio (autorità e privati), contendendo ed imponendo e già mirando ad ulteriori ambiti, guardandosi dal rendere per tempo davvero conosciute ai praticanti le proprie operazioni ed i propri scopi / interessi, secondo la logica del fatto compiuto;

dall’altro,

vari, in primis il Club Alpino Italiano, che di queste cose dovrebbe essere protagonista, i quali nulla sanno, o non se ne preoccupano, o ci si mettono in qualche modo, o lasciano scorrere, a volte restando pure l’ipotesi di accordi con chi agisce sottotraccia;

nel mezzo,

i normali praticanti d’alpinismo, arrampicata, escursionismo, che intanto non sanno o dormono. Forse si indigneranno, poi.

FINE

Carlo Bonardi (Brescia, 11 ottobre 2014)

http://gognablog.com/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-1/

http://gognablog.com/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-2/

http://gognablog.com/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-3/

http://gognablog.com/lalpinismo-non-e-delle-guide-alpine-4/

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L’alpinismo non è delle guide alpine 5 ultima modifica: 2015-02-07T07:00:19+00:00 da Alessandro Gogna

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