L’alpinista è un grande scrittore

L’alpinista è un grande scrittore
Fondamenti per un’interpretazione artistica dell’alpinismo e per una nuova ramificazione tra le arti
di Alberto Peruffo
(già pubblicato su Casa di Cultura Contemporanea, 29 agosto 2013)

In vetta al Sass d’Ortiga si lascia una traccia di “lettura”. Poi, seguiranno, altre scritture marginali come testimonianza della “prima scrittura” di Scalet e Bettega
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L’alpinista è un grande scrittore.
Non solo geografico.
A ben vedere, il più grande di tutti gli scrittori.
Per opere, dimensioni e rischi “espositivi”.
I suoi fogli, le sue tele, sono la natura delle grandi pareti.
La sua musica, il movimento generato dall’impressione dei suoi sensi.

L’alpinista – spesso senza saperlo – ovvero senza necessità di renderlo esplicito – è un grande – forse il più grande, secondo la mia suggestione – genere di scrittore. Che non è uno scrittore di genere. Se per scrittura intendiamo il lasciare segni che non siano il facile inchiostro sul semplice foglio di carta o qualche altro artifizio inventato dall’uomo come sostituto della terra; come sostituto della superficie in cui scrivere la propria sensibilità. L’alpinista è perciò in sommo grado uno scrittore; con termini ridondanti e specifici, uno “scrittore geografico”, un compilatore (vedi – per raccogliere la radice della parola – le pile di sassi, gli ometti) di segni – o meglio tracce – sulla terra, dove geografia e scrittura sono termini che si sovrappongono. Geografia infatti può essere tradotto in: “scrittura della terra o sulla terra”. I racconti di ascensione e i resoconti delle loro azioni, degli alpinisti, avvengono dopo, e sono scritture marginali e secondarie rispetto alla prima scrittura, quella geografica. Sono scritture di genere.

L’alpinista è perciò, in quanto scrittore creatore, un grande artista.
Di un’arte non ancora contemplata tra le arti classiche e sulla quale al momento non è necessario soffermarsi.
Una specie di pittore (o altro genere di artista) che non manipola la materia sulla tela, ma che si lascia invece imprimere – la sua sensibilità – dalla materia che percorre, lasciando qua e là qualche segno.

Uno schizzo. Un ometto. Un chiodo. Una sosta. Una parola tra gli amici.

Un’espressione. Di libertà. Concreta.

L’alpinista è infatti uno scrittore impressivo; un artista impressivo.

Al contrario di tutti gli altri, che sono artisti espressivi. Che esprimono la propria creatività manipolando la materia della loro specifica arte, ricavando da questa manipolazione un’impressione di libertà. Astratta. Abs-tractum (un’eccezione è la fotografia, che è un’arte di passaggio tra i due rami: una sosta tra l’impressione e l’espressione).

Riformulo l’ipotesi, alzando il tiro.

“Dal mio poliedrico e difficile punto di vista…”
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Dal mio poliedrico e difficile – per esposizione e relativo rischio – punto di vista culturale – quello dell’artista di situazione, sempre a cavallo tra l’azione di grande impegno e la dura disciplina della contemplazione, e perciò di teoreta ed esegeta con anni e anni di studio e ricerca, non solo sui libri, ma pure sulle geografie concrete che precedono i testi – non ho dubbi: la scrittura geografica è superiore a qualsiasi altro genere di scrittura utilizzata dalle arti classicamente intese e spesso – quando in queste arti c’è ancora una memoria di vita sensibile – ne è la base imprescindibile. In altre parole, la scrittura che si fa fisicamente attraversando luoghi non comuni è superiore alla scrittura che si fa sulla carta o sulla tela o su altra materia (compresa quella della situazione creata a proprio uso e consumo, tipica dello spettacolo, della scena), dove è molto più facile cadere nei luoghi comuni visitati da altri scrittori o da una sensibilità di riporto. Questa seconda scrittura, è sempre una seconda mano, artificiosa, anche quand’è frutto di grande maestria, perché nell’artifizio tipicamente umano di vivere per sentito dire – anche di ciò che si scrive per sé – essa diventa il sostituto della vita reale, della scrittura reale, quella fatta esponendo il proprio corpo e la propria mente, in uno spazio reale. Questa esposizione può essere pericolosa. Non è un’esposizione dentro a una stanza, a una galleria. Neppure l’esposizione di fronte ad un auditorium. Ed è palese che è più facile raccontare – e raffinare questa tecnica – che attraversare in prima persona gli spazi reali della narrazione o della creazione: l’azione di cui si narra e su cui si crea. La scrittura geografica è perciò superiore alla scrittura comunemente intesa per sensibilità e rischio. Lo scrittore comune – l’artista classicamente inteso – è invece spesso un uomo stantio. Un intellettuale che ha alleggerito i sensi e il loro rapporto con la geografia concreta. Di più: quella prima scrittura – con i suoi rari segni e tracce – è immensamente più affascinante e incredibilmente sufficiente – nel suo minimalismo di segni – per ciò che io chiamo il principio di realtà attraverso la condivisione, dove scrittura, narrazione e documento diventano indispensabili, ma mai protagonisti. Ripeto: immensamente più affascinante e incredibilmente sufficiente per quell’unico solido principio per cui dovremmo “realmente” adoperarci (ad-opera) per scrivere qualcosa.

“… Uno schizzo. Un ometto. Un chiodo. Una sosta. Una parola tra gli amici…”
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Ecco che prende forza quanto scritto sopra, di passaggio.
«Uno schizzo. Un ometto. Un chiodo. Una sosta. Una parola tra gli amici».

Prova ne è l’esodo di grandi e piccoli scrittori su carta verso l’azione alpinistica o esplorativa geografica in senso lato. Scrittori che arrivano a percorrere sentieri e percorsi attrezzati, ma mai a mettere le mani e i piedi sulle grandi pareti. Non conosco eccezioni. Un’attitudine forse preclude l’altra. Oppure, con ancora più spinta, chi arriva a scrivere geograficamente capisce la futilità delle “troppe parole” su carta.

Per chiarire in modo veloce questo concetto chiamo in aiuto due artisti sui generis – che vivono al confine delle loro discipline – da cui prenderò in prestito alcuni concetti, perfezionandoli grazie alle loro esperienze. Franco Vaccari e Maurizio Zanolla.

A scanso di equivoci e di facili assimilazioni – prima di abusare del termine arte – la LAND ART è solo un barlume artificioso di ciò che fa l’alpinista in parete o gli uomini che tracciano sentieri sui fianchi del mondo, gli esploratori geografici. Essa è un rigurgito di arte espressiva contemporanea – l’arte classicamente intesa – sulla terra. E i rigurgiti sono poco cosa di fronte alle armoniose partiture semiotiche degli artisti impressivi, gli scrittori geografici.

“By fair means” | Good friends, buoni amici | Pochi mezzi e protezioni veloci | L’abisso è alle spalle
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In primis chiamo in aiuto Franco Vaccari con le sue formidabili Esposizioni in tempo reale, straordinarie performance e operazioni dove l’artista rompe gli schemi delle opere d’arte classicamente intese rendendole processi e operazioni partecipative: nei suoi lavori la separazione tra attore e spettatore scema progressivamente e gli spettatori diventano protagonisti delle opere stesse. Franco Vaccari spesso snatura lo spazio espositivo e quello che in esso avviene, ma non riesce mai del tutto ad uscire dall’artificiosità dello spazio. Ci riesce solo con il tempo. Ecco, l’alpinista che sale in parete tracciando una linea, una scrittura geografica, tutta sua, creando una nuova interpretazione del paesaggio e invitando gli altri a ripercorrerla, fa molto di più. Dal tempo reale delle performance di Vaccari si passa allo spazio reale, dove l’esposizione diventa fisica, a volte tremenda, e l’errore può diventare fatale, specie se si rispettano con rigore le regole radicali del gioco, ovvero sia non si modifica niente di ciò che la parete, la natura offre. Con tutti i relativi rischi espositivi. By fair means dicevano gli anglosassoni nei tempi della nascita dell’alpinismo classico esplorativo, con formula sintetica e di grande effetto, per sottolineare i mezzi leali con cui si affronta la natura selvaggia senza sottometterla alle esigenze del proprio esercizio. Parafrasando una recente e acerba intuizione di Reinhold Messner, l’alpinismo inizia dove finisce il turismo, l’economia, la sicurezza dell’oikos, la casa, il rifugio. La realtà non modificata a nostro uso e consumo.

Per secondo chiamo in causa l’artista per eccellenza dell’arrampicata, “la” componente essenziale dell’alpinismo, sempre attento ai confini tra la particolare disciplina del muoversi in verticale (l’arrampicata libera) e l’alpinismo, la disciplina generale che ingloba l’arrampicata ma di cui non è schiava. Chiamo in causa il grande interprete della scrittura geografica conosciuto come il Mago Manolo, al secolo Maurizio Zanolla. Lo faccio essenzialmente per due ragioni pratiche utili al mio discorso che vanno al di là della stima che posso avere per la lungimiranza della sua passione, sia come visione sia come encomiabile longevità nella pratica. La prima è che ha appena pubblicato una bellissima guida di scritture geografiche del secondo livello (quello dell’arrampicata sportiva) nelle valli del Primiero: come detto, l’arrampicata fa parte dell’alpinismo, perciò in questo contesto il livello di analisi per l’alpinismo comprende quello dell’arrampicata come una sua componente, ma nulla toglie che per chi predilige l’arrampicata sportiva il livello superiore dell’alpinismo scompaia e si metta al primo posto l’arrampicata libera sportiva, certamente più sicura e meno complessa. Guida da dove estrarrò una semplice frase rilasciata durante il passaggio di una recente intervista e che mi aiuterà a chiudere questa suggestione sulla scrittura geografica.

Pale di San Martino | La roccia e il Gruppo più bello del mondo… | “Il grande diedro si avvicina…”
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La seconda ragione è che per fare scritture geografiche di qualità occorrono diversi ingredienti: bellezza, complessità, difficoltà, verticalità espositiva, bontà o drammaticità della materia su cui si operano le nostre scritture. Io credo ci sia un posto difficilmente eguagliabile al mondo – per quanto la mia esperienza possa riportare – per equilibrio dei componenti nel suo lato buono (il lato drammatico è saggio lasciarlo in altre zone poco ponderabili della nostra vita, non meno inevitabili). È il gruppo delle Pale di San Martino – dove vive Manolo – e il non plus ultra tra le vie del gruppo – secondo quanto detto sopra – potrebbe essere la Scalet-Bettega al Sass d’Ortiga, o qualcosa di molto simile a questa.

Ritornando a Manolo – per sciogliere il punto chiave della mia suggestione – nell’intervista rilasciata per presentare In Bilico (Altitudini.it, a cura di Teddy Soppelsa), afferma: «La montagna non è per tutti». Io preciserei, come scrissi in Alpinismo radicale nel 1997 (Annuario CAAI): l’alpinismo è per tutti, ma non è da tutti. Così si evitano esclusioni elitarie e si agevolano approcci consapevoli e selettivi. In una parola, approcci responsabili di fronte al rischio e all’esposizione che la bellezza e la complessità della montagna – il terreno di esercizio dell’alpinismo – comporta. Questo è il significato delle parole del Mago utili al mio scopo.

Esposizione in spazio reale: “letture con cui non si scherza”.
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Ecco così che le Esposizioni in Spazio Reale – riprendendo e allargando Vaccari – diventano scritture o letture con cui non si scherza e che non si fanno per semplici esercizi estetici, didattici, propedeutici, descrittivi, di reportage, di auditorium, ecc, ma per continuare a fare con gioia, consapevolezza e rischio la cosa più importante che l’essere vivente fa da quando è apparso sulla faccia della Terra: andare oltre, fisicamente, al confine che gli è posto davanti, attraversarlo, superarlo, modus sui, con la speranza di non trovare mai il limite ultimo che annienta la vita o che annebbia la mente. Il limite che porta alla morte fisica, o mentale (l’aspetto più inquietante del fisico), a seconda di dove si è scelto di rivolgere la propria scrittura e la propria attenzione. Dentro a una stanza. O là fuori. Dove avvengono le grandi scritture geografiche.

Certo, l’alpinismo non è per spettatori passivi o critici libreschi da salotto. Molti ci provano, e cadono di fronte ai fatti della ripetizione, della lettura in prima persona. Indubbiamente ci si può fare una buona cultura indiretta, ma è un dato di fatto che a certe esposizioni non tutti possono arrivare. Solo gli alpinisti. E alle loro parole dobbiamo credere, specie quando le ripetizioni le valorizzano. Per certi versi, l’alpinismo è la morte dello spettacolo e delle sue regole. E dei critici libreschi: la categoria che ha devoti a tutti i livelli, dalle Università (o altre facili accademie) fino al bar del paese, passando per le Sezioni del CAI.

Lo spettacolo non ha diritto di esposizione. Reale. E neppure la forza. La forza di vivere un’opera d’arte. Geografica.

Bisogna viverla, per giudicare un’opera d’arte scritta sulle pareti; e solo un alpinista può ripercorrere la scrittura di un altro alpinista. La sua esposizione. In spazio reale.

“… l’alpinismo non è per spettatori passivi …”
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Con questo modo di procedere – in fase di sperimentazione e perfezionamento – mi prefiggo lo scopo di ricordare figure storiche dell’alpinismo e alcune tra le loro grandi scritture. Questi e queste sono i veri protagonisti delle future Esposizioni in Spazio Reale. Scrittori e scritture da riproporre – dopo attenta lettura – in questa galleria digitale. O chissà in quali altri luoghi della memoria espositiva. Con modalità e connessione espositive ancora da pensare. Un’esposizione delle esposizioni per usare il linguaggio dell’arte e per dare fondamento a ciò che io e molti altri miei amici consideriamo arte. Non ancora compresa… nei cataloghi della nostra mente astratta.

Nasce così da oggi una raccolta di scritture geografiche.
Senza tempo e senza pretesa di classificazione.
Un mio girovagare attraverso i grandi scrittori geografici che avrò il tempo e la volontà di valorizzare, accompagnato da vecchi amici e nuovi compagni. Con ritmi veloci o meditati bivacchi.

Inizio con Samuele Scalet, scrittore geografico di grande levatura che ho avuto la fortuna di conoscere e di passare un po’ di tempo insieme prima delle sua prematura morte avvenuta improvvisamente nel 2010. Un omaggio a Samuele e a tutti gli amici della Valle del Primiero. Alle Aquile di San Martino, ai vecchi amici gestori dei Rifugi delle Pale e agli alpinisti che le frequentano. Il gruppo di montagne rocciose – a mio avviso – più bello del mondo.
Per questo negli ultimi anni ci torno raramente.
È difficile resistere molto tempo di fronte a tale bellezza.
Esporsi troppo al bello è indubbiamente il massimo dei pericoli.
Come pure restarne lontano.

È una questione di spazio.
La vita.
Su cui purtroppo alla fine vince inesorabile il tempo.

 

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L’alpinista è un grande scrittore ultima modifica: 2015-02-17T07:00:13+00:00 da Alessandro Gogna

2 thoughts on “L’alpinista è un grande scrittore”

  1. In estrema sintesi emerge l’eterna contrapposizione fra l’uomo d’azione e l’intellettuale, rispettivamente appartenenti a due mondi molto distanti fra loro. Ovviamente, c’è chi si colloca a cavallo dei due mondi ma credo che ai massimi livelli sia abbastanza difficile comunicare. Qualunque attività umana portata all’estremo o comunque oltre un livello, per così dire medio, necessita, infatti, di una dedizione tale da non consentire a chi la svolge di occuparsi di tante altre cose.
    Difficile stilare delle graduatorie perché ciascuno di noi interpreta la vita a modo suo. Spesso l’intellettuale puro, sempreché non abbia dei problemi fisici, è fondamentalmente pigro mentre l’uomo d’azione è sovente un iperattivo. Le due figure si guardano spesso con sospetto e difficilmente riescono a comprendere le rispettive motivazioni.
    Per cause che non sto’ a citare per ragioni di tempo e spazio evidenzio che, almeno nella cultura occidentale, esiste una sorta di sudditanza dell’azione nei confronti del pensiero e questo spiega in parte il motivo per il quale alcuni intellettuali o pseudo tali scrivono di alpinismo senza capirci un’acca.
    Credo che per loro la scrittura geografica rimarrà un mero esercizio intellettuale scarsamente condivisibile.

  2. “”Prova ne è l’esodo di grandi e piccoli scrittori su carta verso l’azione alpinistica o esplorativa geografica in senso lato. Scrittori che arrivano a percorrere sentieri e percorsi attrezzati, ma mai a mettere le mani e i piedi sulle grandi pareti. Non conosco eccezioni. Un’attitudine forse preclude l’altra. Oppure, con ancora più spinta, chi arriva a scrivere geograficamente capisce la futilità delle “troppe parole” su carta.”

    Beh Massimo Mila ed Ettore Zapparoli un po’ di pareti se ne intendevano.

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