L’Annapurna (1971-2001)

Sono passati quasi quarantuno anni, di undici che eravamo siamo rimasti in cinque e non ci vediamo né sentiamo mai: i nostri destini hanno voluto così, sembra che alla tragedia si sia aggiunta la beffa dell’inutilità di quell’appuntamento così lontano, tra le nevi e i ghiacci dell’Annapurna. Per anni la figura di Leo Cerruti ha visitato leggera i miei sogni notturni: vagava triste, non sapevamo quello che gli era successo; lo vedevo cambiato, e io mi domandavo, prima di svegliarmi, che cosa avesse di così diverso da prima. Entrambi avevamo cancellato il fatto crudo della sua morte e nel sogno tutto il nostro agire sembrava avere un difetto di senso. Poi, con gli occhi sbarrati nel buio, mi domandavo ogni volta con il cuore in gola come avevamo potuto non capire, non vedere che la catastrofe stava arrivando. Ma con quali mezzi potevamo? A cosa pensavamo, in quei giorni di assedio? Ci è mai passato per la mente che la lista di quei cinque nomi di giapponesi e sherpa scolpiti nella pietra al campo base poteva essere allungata con i nostri? Per poter partire ci eravamo serviti di denaro non nostro, così ognuno di noi pensava, con diversa intensità, di dover qualcosa a quelli che erano rimasti a casa e che erano con noi con lo spirito. Questo però è solo il motivo delle feroci incomprensioni che ci furono tra noi dopo la valanga, non il motivo della morte di Leo Cerruti e Miller Rava. Più volte ho analizzato il mio diario, per scoprire un errore tecnico a nostro carico.

Annapurna, campo 2, 1973. Miller Rava e Leo Cerruti con uno sherpa
Annapurna, spedizione italiana 1973, campo 2: da sinistra, uno sherpa, Miller Rava e Leo Cerruti, qualche giorno prima della tragedia.
I motivi della tragedia non sono tecnici: semplicemente siamo andati a finire in uno dei posti più pericolosi della terra senza saperlo fino in fondo e ne abbiamo fatto le spese. E le liti e le divisioni che sono seguite sono state l’orazione funebre peggiore che potessimo fare, spia del fatto che anche noi sopravvissuti non eravamo in pieno equilibrio con noi stessi. E quando, dopo anni, ci siamo stretti le mani con un sorriso nulla era più come prima.

Annapurna (1971-2001)
Dal lontano 1970 a oggi l’Annapurna non ha mai smesso di attirare gli alpinisti, come tutte le altre grandi montagne di 8000 metri. È difficile in poco spazio riassumere la storia di più di trent’anni, cercando nel contempo di essere oggettivi, di andare nel profondo delle cose e di non limitarsi alle tragedie ed ai successi.

Accanto alla grande impresa di Dougal Haston e Don Whillans sulla parete sud (27 maggio), sempre nel 1970 è da registrare la seconda ascensione della vetta (20 maggio), grazie alla spedizione dell’esercito britannico che, dopo un primo tentativo su uno sperone NE (la futura via degli Olandesi), segue con qualche variante la via dei primi salitori francesi, Maurice Herzog e Louis Lachenal.

Il pericolosissimo campo 2 del versante nord dell’Annapurna. Foto: Luca Vuerich
Salita alla via normale dell'Annapurna, da nord. Campo 2
Nella primavera 1973, una spedizione giapponese ritenta la via dei Francesi a N: purtroppo, anche dopo aver rinunciato, un’enorme valanga caduta dalla Falce uccide 4 giapponesi ed uno sherpa. Stessa sorte capita alla spedizione italiana guidata da Guido Machetto nell’autunno 1973. Questa porta avanti un coraggioso tentativo sull’elegante e assai più difficile sperone NW; viene evitata la prima parte dello sperone, la famosa cresta “a cavolfiori”, salendo dal campo 2 dei francesi in obliquo a destra per raggiungere lo sperone. A 7050 m vi è un temporaneo arresto per il brutto tempo, poi una terribile valanga, caduta la notte del 26 settembre dalla Falce, travolge l’intero Campo 2 e le vite di Miller Rava e Leo Cerruti.

Nella primavera 1974 la pericolosità della via dei Francesi, e soprattutto la zona del suo campo 2, è purtroppo ben nota: così una spedizione spagnola fa la scelta intelligente di salire il più sicuro sperone N della Cima E (8047 m), ancora inviolata: alle 9 di sera del 29 aprile, José Manuel Anglada, Emilio Civís e Jorge Pons raggiungono la vetta, aprendo così la via degli Spagnoli sul versante settentrionale.

Nella primavera del 1975 vi è il primo tentativo di salire l’Annapurna lungo il magnifico e possente itinerario che comprende la vetta dell’Annapurna Fang (ancora inviolata): la spedizione austriaca, condotta da Gerd Gantner, fallisce dopo che una valanga uccide Ernst Schwarzenländer.

Tocca agli olandesi nell’autunno 1977 migliorare la sicurezza della via dei Francesi. Essi infatti salgono uno sperone di neve e ghiaccio tecnicamente più difficile a sinistra, fuori portata delle devastazioni della Falce, ricongiungendosi con l’itinerario originale solo dopo la sezione pericolosa. Raggiungono la vetta Mathieu van Rijswick e lo sherpa Sonam, il 13 ottobre. La via degli Olandesi è perciò molto più sicura, anche se il Campo 2 continua ad essere lo stesso.

Maurice Herzog a 5400 m sull’Annapurna (1950)
Maurice Herzog a 5400 m sull'Annapurna, 1950
Primavera 1978. Una spedizione austriaca diretta da Ernst Gritzner fallisce la ripetizione della via dei Francesi. Nell’autunno, ecco la grande novità della spedizione femminile a un Ottomila. Le americane dirette da Arlene Blum riescono a ripetere la via degli Olandesi: quinta ascensione della vetta, da parte di Vera Komarkova e Irene Miller, con gli sherpa Chewang Rinzing e Mingma Tsering, il 15 ottobre. La morte di Vera Watson e Alison Chadwick-Onyszkiewicz appanna la bellezza di questa vittoria.

Nella primavera 1979, una spedizione francese tenta la prima discesa con gli sci e sale sulla via dei Francesi: il 30 aprile, senza ossigeno, Yves Morin e Henry Sigayret raggiungono la vetta. Morin scende in sci fino al Campo VI, poi muore il giorno dopo in un inesplicabile incidente; nello stesso momento, una spedizione giapponese diretta da Hironobu Yagi, sale la via degli Olandesi (Seizo Tanaka e lo sherpa Pemba, 8 maggio) che, a questo punto, si avvia a diventare la vera via normale alla vetta. Autunno 1979: altro tentativo di ripetizione della via degli Olandesi da parte di una spedizione americana diretta da Robert Wilson.

Primavera 1980. Altro tentativo di discesa con gli sci da parte di una spedizione tedesca diretta da Gustav Harder. La vetta è raggiunta due volte per la via degli Olandesi, ma è impossibile scendere con gli sci. Nello stesso tempo gli austriaci di Sepp Mayerl salgono la più alta cima ancora inviolata del Nepal, l’Annapurna Fang 7647 m, situato sulla cresta SW dell’Annapurna (17 maggio, lo stesso Mayerl, Hermann Neumair e lo sherpa Ang Chopal). Nell’autunno dello stesso anno, un’altra spedizione tedesca riesce a salire da N l’inviolata Cima Centrale 8064 m: Ludwig Greissl (capospedizione), Udo Böning e Heinz Oberrauch, 3 ottobre. Ma in discesa i primi due sono costretti a bivaccare, riportando gravi congelamenti, mentre Winfried Trinkle, nel tentativo di portare soccorso, scivola e trova la morte.

Nel gennaio e febbraio 1981 il giapponese Naoe Shakashita tenta con due sherpa la salita invernale della via dei Francesi: rinuncia al campo 3 per le condizioni proibitive del tempo.

In primavera gli svedesi, diretti da Tommy Sandberg, conducono un serio tentativo alla cresta E. Salito da S il Glacier Dome, lasciano da parte la vetta del Roc Noir. Il 15 maggio Lars Cronlund e Göran Lindblad attaccano la cresta, lunga 4 km, ma devono rinunciare a 200 m dal pendio finale.

Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell’Annapurna, 1970
Mick Burke sul tratto terminale della parete sud dell'Annapurna, 1970
Invece il 1981 è l’anno della parete S. In primavera, i polacchi diretti da Ryszard Szafirski, salgono una via nuova, paragonabile per difficoltà e ripidezza alla parete N del Cervino, con l’uso di 3.300 metri di corde fisse ma senza ossigeno né sherpa. Ci vogliono tre settimane di duro lavoro solo per il tratto tra il campo 2 e il 3. Il 21 maggio Maciej Berbera e Boguslaw Probulski sistemano la loro tendina (campo 5) a 7750 m e lì sono bloccati per 40 ore da una tempesta. Il 23 maggio alle undici ripartono, superano una barriera rocciosa di 130 metri di V grado e alle 17.30 raggiungono la vetta della Cima Centrale 8064 m. In autunno i giapponesi riescono nell’apertura di un altro itinerario, tra la via dei Polacchi e la via dei Britannici, questa volta diretto alla vetta principale: che è raggiunta il 29 ottobre da Yukihiro Yanagisawa e Hiroshi Aota. Due giorni dopo, nel tentativo di raggiungere a sua volta la cima, Yasuji Kato precipita e muore. Sempre nella stagione post-monsonica vi è un’altra tragedia sul versante nord, quasi un doppione di quella italiana del 1973: nel tentativo di salire ancora lo sperone NW, sono travolti da una valanga gigantesca i francesi André Durieux e Yves Favre, assieme agli sherpa Pemba Tsering e Ang Nima.

1982. Il 4 maggio, nell’ambito di una spedizione diretta da Hans Schell e seguendo la via degli Spagnoli alla Cima E, Wastl Worgötter (austriaco) e gli svizzeri Werner Bürkli e Thomas Hägler con lo sherpa Dawa Tenzing riescono a traversare per una rampa fino alla vetta principale: in discesa Bürkli soccombe per collasso e un portatore, Shanti Rai, muore il 12 maggio recuperando i materiali del campo 3. Contemporaneamente, una spedizione tedesca, diretta da Siegfried Siebauer, tenta lo stesso obiettivo, ma nessuno dei membri raggiunge la cima. Nell’autunno, tre forti alpinisti tentano uno sperone a destra della via dei Polacchi sulla parete S. La spedizione è leggerissima (solo 29 portatori): il progetto è di salire alla Cima E e di scendere sul versante N. Dopo un periodo di acclimatazione, che sfibra John Porter, finalmente il 13 ottobre Alex MacIntyre e René Ghilini partono. Nel pomeriggio del 15 sono a metà parete, il 16 sono sotto una parete rocciosa ma, nonostante ripetuti tentativi, non passano. Il 17 abbandonano ma, nella discesa, MacIntyre è colpito da un sasso in testa e muore sul colpo, precipitando lungo la parete. Ghilini scende da solo, trova il corpo del compagno e lo seppellisce al meglio. La morte di Alex MacIntyre, avvenuta nello stesso anno di Boardman e di Tasker, è una tragedia che dà un duro colpo all’himalaysmo leggero e allo stile alpino. E il 18 ottobre, sulla via degli Olandesi, muoiono anche i giapponesi Susumu Akimatsu e Miko Ono.

Autunno 1983. Una spedizione yugoslava diretta da Andrej Štemfelj tenta una via nuova sulla parete S, tra le vie degli Britannici e dei Giapponesi. Nello stesso tempo, sulla via degli Olandesi, la spedizione sud-coreana di An Chang-Yeul subisce al famigerato campo 2 la perdita per valanga di Chung Yang-keun e dei due portatori Malla Magar e Tikaram Magar (24 settembre). Gli italiani di Paolo Panzeri compiono il terzo tentativo allo sperone NW, senza riuscire a raggiungere il punto massimo del 1973 e del 1981. I forti venti impediscono poi ai giapponesi di Tadao Sugimoto di proseguire oltre i 6800 m (19 dicembre) un tentativo invernale.

1984. Nella primavera, dalla Miristi Khola vi è un tentativo francese (Henri Sigayret) sullo sperone WSW del Nameless Peak, una cima tra l’Annapurna e l’Annapurna Fang. Il punto massimo (7200 m) è raggiunto il 23 aprile, ma il 21 una valanga aveva portato via nella loro tenda al campo 3 Patrick Taglianut e Philippe Dumas. Scoperta la tragedia, la spedizione è abbandonata.

Dougal Haston sulla parete sud dell’Annapurna, 1970
Dougal Haston sulla parete sud dell'Annapurna, 1970
Nell’autunno 1984, due grandi conquiste. I due catalani Enric Lucas e Nil Bohigas vogliono riprendere l’idea di Alex MacIntyre, senza però scendere a N. Ma la grande novità del progetto sta nel non prevedere l’uso di corde fisse né di campi pre-sistemati. Lo stile alpino, quello vero, fa la sua comparsa su una grande parete himalayana, sui quasi 2300 m di appicco della parete S dell’Annapurna. Il 27 settembre i due partono con zaini da 22 kg, autosufficienti per una settimana; sostano qualche ora alla base della parete (5800 m) e ripartono alle 22, scalando poi per 19 ore consecutive fino a 7100 m. Lo scopo, raggiunto, era di evitare nella parte più pericolosa, fatale a MacIntyre, le ore calde del giorno. La parete è ripida come la N delle Droites e i due salgono di conserva. Soltanto a 6800, con una deviazione a sinistra e ormai alle prime luci, si tolgono dalla linea del fuoco dei sassi. Il 29, a 7150 m, si trovano nello stesso luogo dove Ghilini e MacIntyre, per mancanza di materiale adatto, si erano ritirati. Lucas e Bohigas, dopo vari tentativi, riescono a superare la breve ma difficile parete rocciosa (V+ e A2) e bivaccano subito sopra, a 7200 m. Il 30 settembre e 1 ottobre risalgono la gigantesca e ripida parete nevosa, sempre in obliquo a sinistra, fino a raggiungere a 7650 m lo sperone della via dei Polacchi. Impiegano tutta la giornata del 2 per salire (V e V+) un’altra parete rocciosa fino a 7800 m. Il tempo è ancora bello, e il giorno dopo i due possono stringersi la mano sulla vetta della Cima Centrale 8064 m. Sono le 12.30, la cordata si ferma in cima ben 90 minuti! Poi scendono e tornano al bivacco di 7800 m. L’ottavo giorno scendono a doppie lungo la via dei Polacchi, fino alla conclusione.

Quasi contemporaneamente, una spedizione svizzera diretta da Frank Tschirky tenta l’inviolata cresta E della Cima E, con il segreto intento però di superare tutta la cresta di 7,5 km sopra i 7300 m fino alla vetta principale e da lì scendere sul versante N. Il 22 ottobre Erhard Loretan e Norbert Joos, partiti dai 6500 m del campo 2, oltrepassano il campo 3 a 6900 m e raggiungono assieme a Bruno Durrer e Ůli Bühler la vetta del Roc Noir; questi ultimi rinunciano, Loretan e Joos proseguono bivaccando poi in un igloo già costruito le settimane precedenti. Il 23 partono alle 5.30 con zaini da 15 kg e raggiungono in sole 8 ore e mezza la vetta dell’Annapurna E (8047 m). Qui senza neppure una parola tra loro, proseguono, decidendo così di fare la traversata della montagna. Continuano fino al colle tra la Est e la Centrale e bivaccano in un altro igloo a 8020 m, con vento fortissimo. Il giorno dopo ripartono, superano la cima Centrale alle 10 e raggiungono la cima principale a 8091 m alle 13.30. Armati solo di una corda da 50 m, di un chiodo da ghiaccio e di una fotografia, scendono con un altro bivacco la via degli Olandesi sul versante N fino a bivaccare ancora a 5000 m, essere sfiorati da una gigantesca valanga e raggiungere il 26 ottobre il campo base settentrionale. Soltanto il 4 novembre, a Kathmandu, possono ricongiungersi con i compagni. Loretan dirà in seguito che mai si era sentito così lontano dai vivi e vicino ai morti.

L’impresa dei catalani è davvero esaltante e porta ancora più avanti, a otto anni dalla parete W del Changabang, lo stile alpino in Himalaya. Il giudizio degli alpinisti su questo punto è concorde e l’impresa è alla stessa altezza di quella dei norvegesi (stesso anno) al Great Trango nel Karakorum. Grandi pareti e grandi difficoltà tecniche. Quella di Loretan e Joos è una performance ciclopica, una cavalcata su difficoltà inferiori, dove però velocità e precisione nei tempi sono portate al limite massimo.

Gli unici protagonisti dello stile alpino a essere sfortunati quell’autunno sono gli svizzeri Pierre-Alain Steiner e Jean Troillet: il loro tentativo sull’inviolata parete WNW dell’Annapurna si spinge ben in alto, ma deve arrestarsi per l’incipiente brutto tempo a 7600 m sulla spalla dello sperone NW (ancora inviolato fino a quel momento). Una caduta di Steiner di 200 m durante la discesa si risolve senza gravi conseguenze.

Reinhold Messner durante la prima ascensione della parete nord-ovest dell’Annapurna (1985)
Reinhold Messner surante la prima ascensione della parete nord ovest dell'Annapurna
Nell’inverno, tre tentativi. Uno alla parete S (i giapponesi di Kuniaki Yagihara) si arresta a 7200 m sulla via dei Britannici. Sul versante N gli altri due, quello dei coreani di An Chang-Yeul e dei due francesi Bernard Muller e Laurence de la Ferrière. Il 13 dicembre i francesi rinunciano, mentre i coreani proclamano un successo che per molte buone ragioni gli viene negato.

Il 24 aprile 1985 Reinhold Messner e Hans Kammerlander, dopo 5 giorni di salita, riescono a salire l’ancora inviolata parete WNW per un itinerario diverso (a destra) del tentato itinerario Troillet-Steiner del 1984. Nell’autunno segnaliamo un altro tentativo giapponese (Jun Yasamura) sulla via degli Olandesi, e gli stessi Troillet e Steiner sul loro tentativo 1984 alla parete WNW, senza successo. E così pure il 23 febbraio 1986 fallisce un tentativo di prima invernale della parete S per la via dei Polacchi da parte di una spedizione bulgara (Boian Atanasov), che ritenta poi ancora nell’aprile 1986.

1986. Altro tentativo italiano allo sperone NW (Giacomo Stefani) in primavera, poi la salita di Fausto De Stefani, Almo Giambisi e Sergio Martini per la via dei Francesi (21 settembre). I francesi di Jérôme Greggory assediano lo sperone NW, con il conforto del primo salitore dell’Annapurna Maurice Herzog che giunge a piedi fino al plateau del campo 2. Purtroppo la morte di Benoît Grison interrompe il tentativo. Henry Sigayret ritenta ancora sul Nameless Peak, sempre sullo sperone WSW, sempre dalla Miristi Khola ma più a sinistra della volta precedente. Lo sperone è quello a destra della parete WNW, quindi a destra della via Messner. Ancora i francesi di Marc Batard cercano di salire la cresta E per un itinerario ancora più integrale, in partenza dal Fluted Peak: ma si fermano il 7 novembre al Glacier Dome.

Il 3 febbraio 1987 Jerzy Kukuczka, con Artur Hajzer, compie la prima invernale dell’Annapurna, per la via dei Francesi, con ciò salendo il suo 14° Ottomila, pochi mesi dopo Messner. Nella primavera seguente e sempre sul versante N i neozelandesi di Robert Hall non vanno oltre i 5600 m, e così pure gli spagnoli di Juan Maldonado, dopo la morte di Andrés Ferrer. Una spedizione spagnola (Josep Marìa Maixe) riesce in autunno a mandare in vetta 5 persone sempre dal versante N, mentre ancora gli spagnoli Juan Carlos Gómez e Francisco José Pérez con lo sherpa Kaji l’11 ottobre concludono la salita della via degli Olandesi in stile alpino. I due giapponesi Yoshitomi Okura e Masaaki Kukushima non riescono a salire in dicembre per il versante N e così pure i franco-canadesi di James Cunningham sulla cresta E. Il 20 dicembre 1987 invece, i giapponesi Noboru Yamada, Yasuhira Saito, Teruo Saegusa e Toshiyuki Kobayashi riescono a raggiungere la vetta dopo aver salito in prima invernale la via dei Britannici. La grande impresa è funestata in discesa dalle cadute mortali di Kobayashi e Saito. La stessa via è ripetuta la primavera seguente da Soro Dorotei, Josef Rakoncaj (ceco), Steve Boyer, Benoît Chamoux e Nicolas Campredon. In autunno, una spedizione internazionale, grazie a Kukuczka e Hajzer, riesce a salire la parete S dell’Annapurna per il cosiddetto Far East Rib, l’ultimo sperone a destra, prima del Roc Noir. L’equadoregno Ramiro Navarrete cade per la rottura di una cornice.

Pierre Béghin durante la marcia di avvicinamento alla parete sud dell’Annapurna (1992)
Annapurna-3pierre-beghin-en-marche-dapproche-himalayenne2
La storia di morte non si ferma. Sempre nell’autunno 1988, il versante N dell’Annapurna falcia i giapponesi Akihiko Mori e Tsuyoshi Ono con lo sherpa Ang Dawa. Altro caduto, il ceco Jiŕí Pelikan, nella prima ripetizione della via Messner (2 ottobre, vetta per Jindrich Martis e Josef Nezerka).

Gli spagnoli di Joaquín Colorado compiono la 21ma ascensione dell’Annapurna, per la via degli Olandesi (3 ottobre, Pablo Aldai e Juan Fernando Azcona), mentre gli spagnoli di Manuel González non superano i 7700 m. In dicembre, i bulgari (diretti da Metodi Savov) tentano ancora la parete S.

1989. In aprile, un poco convinto tentativo di Marc Batard sulla parete S si ferma a 5800 m, mentre Reinhard Patscheider subisce vari incidenti nel tentativo di fare la prima solitaria della parete WNW. Sul versante N, ancora in primavera si registra il tentativo degli austriaci di Peter Wörgötter e in autunno quello dei bulgari di Todor Grigorov e Ivan Vylchev. In questa spedizione, il 28 ottobre Ognian Stoykov, Liudmil Yanakiev e Petr Panayotov lasciano indietro Milan Metkov e raggiungono la vetta, ma in discesa Stoykov e Metkov precipitano nella bufera senza più essere ritrovati. Nell’inverno 1989-90, i coreani di Jang Bong-Wan tentano il versante N, mentre i bulgari (Metodi Savov) tentano per la terza volta la prima invernale della via dei Polacchi.

1990. In primavera, l’Annapurna vede una delle prime spedizioni commerciali, diretta da Mal Duff, tentare la via degli Olandesi senza successo. In autunno, sulla parete S, tentano i coreani di Chun Doo-Sung e gli spagnoli di Javier Bermejo. Sempre in autunno l’italiano Giancarlo Gazzola sostiene d’aver raggiunto la vetta il 25 ottobre, in un tentativo del tutto solitario dal campo 1 in poi. Egli non aveva comunque il permesso, perciò la salita sarebbe comunque illegale. Nell’inverno, gli yugoslavi di Darko Berljak tentano la via degli Olandesi, mentre 5 americani tentano la via dei Britannici sulla S.

1991. In primavera: tentativi da nord degli austriaci (Arthur Haid) e dei tedeschi (Ralf Dujmovits). Nell’autunno altra grave tragedia, sempre a N: assieme a 10 americani (Matt Culberson), una spedizione coreana (Ko Yong-Chul) tenta la via degli Olandesi: muoiono, travolti da una valanga al campo 4, due coreani, Lee Sang-Gu e Lee Seok-Jee, e i 4 sherpa Dawa Sange, Norbu Jangbu, Lhakpa Tendi e Tenzing. Si registrano anche i tentativi degli spagnoli (Albino Quinteiro) e dei giapponesi (Masaru Otani), ma solo la spedizione russa di Alexander Glushkovski riesce a mandare in vetta Sergei Arsentiev e Nikolai Cherny il 24 ottobre. Nel contempo gli austriaci di Hubert Fritzenwallner tentano lo sperone NW (solo fino a 6120 m). Dal 28 ottobre al 31, Slavc Svetičič tenta la parete WNW: sale fino a 6000 m la via Messner, poi per un itinerario diretto e autonomo, a destra del tentativo svizzero del 1984. Svetičič raggiunge a 7800 m lo sperone NW al di sopra del grande risalto, poi è costretto a traversare sul versante N fino a raggiungere la via dei Francesi e da lì scendere con qualche congelamento alle dita dei piedi.

Nel contempo, sulla parete S, mentre i russi di Vassili Senatorov tentano di ripetere la mai ripresa via dei Giapponesi, due spedizioni internazionali dirette dai polacchi Mieczyslaw Jarosz e Krzysztof Wielicki vogliono salire la via dei Britannici. Il belga Gabriel Denamur e il polacco Kasimierz Stępień fanno parte della prima. Il 20 ottobre Denamur parte da solo per la vetta, ma da quel momento non se ne saprà più nulla. Alle 12 parte anche Stępień, ma il giorno dopo riscende dopo aver bivaccato a 7700 m, incontrando Wielicki che a sua volta sta tentando la vetta. Questi segue delle orme che vanno alla cima, vede ancora orme che scendono a N, dove però operano altre spedizioni. Non si saprà mai cosa è successo a Denamur. Wielicki (al suo ottavo Ottomila) e Bogdan Stefko giungono in vetta il 21 ottobre. Il giorno dopo è la volta di Ryszard Pawlowski, Rüdiger Schleypen e Wanda Rutkiewicz (anche lei al suo ottavo Ottomila); e il 23 di Ingrid Baeyens (terzo Ottomila), Mariusz Sprutta e il portoghese Gonçalo Velez.

1992. È l’anno della tragedia di Pierre Béghin. In autunno, gli sloveni di Tone Škarja stanno tentando la via dei Britannici sulla parete S; nel contempo Béghin e Jean-Christophe Lafaille tentano una difficile via nuova tra la via dei Britannici e quella dei Giapponesi. L’8 ottobre salgono, prevalentemente di notte, fino a 6500 m. Il 9 salgono a 7000 (sempre di notte), mentre il 10 affrontano una fascia verticale, tecnicamente assai difficile, nelle ore diurne. Giungono a 7300, bivaccando su una parete di ghiaccio a 70°. L’11 giungono a 7500 m prima di decidere di scendere per il brutto tempo. A 7200 m, l’ancoraggio sul quale stava scendendo Béghin cede. Lafaille vede il suo compagno precipitare assieme alla corda e a tutto l’equipaggiamento tecnico. Dopo essersi ripreso, Lafaille scende slegato su pendio fino a 80° fino al bivacco di 7000 m. Solo il 13 mattina riprende a scendere, con un cordino da 20 m ritrovato là. Come ancoraggi è ridotto ad usare i picchetti della tenda. Avvicinandosi a stento ad una tenda che avevano lasciato, e mentre scendeva su una corda fissa, una scarica gli rompe il braccio destro. È solo nella giornata del 15 che l’odissea finisce al campo base degli sloveni.

1993. Una spedizione tibetano/cinese, diretta da Samdrup, nell’ambito del programma di salire tutti gli Ottomila in dieci anni, sale in primavera sia l’Annapurna che il Dhaulagiri. Il 26 aprile Tshering Dorjee, Ren Na, Pemba Tashi e Akebu salgono da N in vetta all’Annapurna. Nell’autunno, sul versante N, falliscono i catalani di Oleguer Suñe e ancora i catalani di Sebastiá Massague. I due fortissimi sloveni Slavko Svetičič e Franček Knez tentano di portare a termine l’incompleta ascensione di Béghin e Lafaille. Alla fine di settembre Knez si ammala, così Svetičič decide di provare solo, ma il 7 ottobre è travolto per 500 m da una valanga. Viene salvato e, contrariamente a quanto sembrava, non sarà necessario operarlo alla spina dorsale.

1994. Ennesimo tentativo giapponese (Ichiro Hosoda) sul versante N in autunno. Sulla parete S, è ripetuta dai coreani di Park Ju-Hwan la via dei Britannici (10 ottobre, lo stesso Ju-Hwan con gli sherpa Dawa Sherpa, Dawa Tamang e Mingma Tamang). Nel contempo Catherine Destivelle ed Eric Decamp provano una via nuova a sinistra della via incompleta di Lafaille-Béghin. Nell’inverno, a dicembre, i coreani di Kim Teuk-Hee, respinti da una valanga che li aveva travolti, rinunciano sul versante N. Nel ritorno dal campo base, Jun Suk-Byun scivola sul sentiero ghiacciato e precipita a morte.

1995. Il 29 aprile, alle 8.25, i fratelli sloveni Andrej e Davorin Karnicar sono in vetta all’Annapurna, salito da N. Dopo un’ora di sosta, calzano gli sci e scendono fino a 4500 m, arrivando poi al campo base alle 18.00. Intanto il messicano Carlos Carsolio aggiunge l’Annapurna alla lista dei suoi Ottomila. Nello stesso anno Jean-Christophe Lafaille prova a salire in solitaria la via dei Britannici, ma a 7600 m è costretto a rinunciare per la neve troppo abbondante.

1996. In primavera, i russi di S. Efimov, tentano di raddrizzare la via dei Britannici, ma non riescono. Il 3 maggio lo svizzero André Georges, autore di tante solitarie nelle Alpi tra cui il Naso di Zmutt, parte alle 17, sale per tutta la notte e alle 12 è in vetta al Dhaulagiri. Il 14 maggio riparte dal campo base N e dopo 22 ore si ritrova in vetta all’Annapurna. È la prima solitaria.

Il versante nord dell’Annapurna
Annapurna, spedizione italiana 1973, panoramica sul versante N, sperone NW e versante WNW
Il 20 ottobre gli ucraini Sergei Bershov, Igor Svergun e Sergei Kovalov raggiungono la vetta dopo aver ripetuto la via dei Britannici (spedizione diretta da Mstislav Gorbenko). Ancora in autunno, i polacchi di Michal Kochanczyk, riescono nella prima ascensione dello sperone NW, riuscendo tra l’altro ad evitare, con la salita integrale della cresta “a cavolfiori”, il famigerato campo 2. Andrzej Marciniak (che sale alla vetta il 20 ottobre con l’ucraino Vladyslav Terzyul) sostiene che l’itinerario, specialmente per il risalto roccioso a 7400 m, è assai più difficile della cresta W dell’Everest.

1997. Simone Moro e Anatoli Boukreev (uno dei protagonisti dell’odissea dell’Everest del 1996), date le condizioni di neve proibitive, decidono di salire ad un colle tra l’Annapurna Fang e l’Annapurna II: il progetto è di salire al Fang e da lì la lunga cresta fino alla vetta dell’Annapurna I. Il 25 dicembre stanno salendo verso la cresta, Moro è in testa a 6250 m e sta attrezzando quel poco che rimane per raggiungerla. Boukreev segue, assieme all’operatore Dimitri Sobolev. Improvvisamente una scarica si avventa su di loro, una vera e propria valanga travolge Moro e lo fa risvegliare mezzo seppellito nella neve a 5500 m, dopo un volo di 750 m. Sulle punte delle dita si può vedere l’osso, e non ci vede da un occhio. Nessuna traccia dei due compagni. A Moro non rimane che scendere 1400 m fino al campo base, dove è soccorso dall’unica persona presente, il cuoco. Il 26 un elicottero lo riporta a Kathmandu.

Nil Bohigas nella prima ascensione della via dei Catalani alla parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa (1984)
Nil Bohigas nella prima ascensione via dei Catalani parete sud Annapurna, tratto chiave della fascia rocciosa
1999. Il basco Juanito Oyarzabal completa la sua collezione di Ottomila con l’Annapurna. Un uomo scrupoloso a tal punto da aver salito nel 1998 una seconda volta il Dhaulagiri, perché nella prima non aveva raggiunto la vetta vera e propria. Giunge in vetta il 29 aprile con due compagni, dopo aver salito un nuovo percorso a N, molto più a sinistra della via degli Olandesi (via degli Spagnoli?).

2000. Dopo 4 tentativi di spedizioni diverse in primavera, in autunno i francesi diretti da Nicolas Terray (figlio di Lionel) tentano di salire alla vetta nel 50° della prima salita, seguendo un itinerario più a E della via degli Spagnoli (lo stesso dei baschi del 1999?), nell’intenzione di trovare una via normale all’Annapurna che eviti gli enormi rischi della Falce. Christophe Profit e lo sherpa Dorje bivaccano a 7400 m, ma il forte vento li costringe alla ritirata. Tre alpinisti non identificati (forse francesi) salgono senza permesso il versante S per una via che giunge alla cresta sommitale in un punto circa 1 km a W del Roc Noir. Scendono poi sul versante N, senza raggiungere alcuna vetta.

Nel 2001 tutto rimane fermo: sembra che una certa stanchezza abbia finalmente preso il sopravvento sull’ansia di salire un Ottomila a qualunque costo. L’Annapurna non è più così nell’agenda delle spedizioni di tutto il mondo. O almeno non più la via normale, la più omicida di tutte.

postato l’8 agosto 2014

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L’Annapurna (1971-2001) ultima modifica: 2014-08-08T08:00:13+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “L’Annapurna (1971-2001)”

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    Alberto Benassi says:

    L’ Annapurna; la Dea dell’ Abbondanza.
    30 anni di grande alpinismo fatto di gioie e dolori. Tanti dolori. Ma questo è l’alpinismo.
    Un po’ come la vita: gioie e dolori.

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