L’arena della moltitudine

L’arena della moltitudine (l’impossibile violentato)
(ottobre 1990)

Avevo tre possibilità davanti a me: andare, non andare oppure recarmi al campo base per non impegnarmi più di tanto. Ho scartato subito l’ultima perché contraria al mio modo di vivere le cose.

Andare significava controllare il mio equilibrio di vita, vedere se c’era spazio per un’azione faticosa, lunga, preceduta da un impegno prima della partenza altrettanto coinvolgente. La risposta fu no. Non sono più quello di undici anni fa. Perfino la consapevolezza di aver contribuito anch’io a deturpare quella montagna non mi diede la forza sufficiente per liberarmi delle mie colpe, per alleggerirmi la coscienza ogni volta che si parla di montagne dignitose.
La rinuncia mi è costata, però si è rivelata un grosso investimento di energia.
Ho conosciuto i grandi silenzi e le grandi bolge, montagne temute o solitarie, accanto a pareti che sono arena della moltitudine. Momenti di quiete e momenti di azione. Ho vissuto nella competizione e nella voglia di dimostrare chi ero, mi sono immerso in paci così profonde da non poterne più distinguere le componenti e i ritmi.

K2, 1979 K2 spedizione 1979, da Concordia verso il K2

Sono stato molto fortunato perché le montagne della leggenda, dei grandi esploratori e conquistatori, le montagne da sognare mi sono apparse nel loro grandioso mistero.
Questa fortuna oggi è merce rara, occorre spingersi sempre più lontano, nel regno del poco conosciuto. Ciò che è stato epico ha perso molto mistero. Per ritrovarlo ovunque, i modernissimi dovrebbero non sapere nulla del passato.

Per altri versi la civiltà avanza. Prima la strada della Valle dell’Indo e del Karakorum Pass, poi il collegamento Kathmandu-Lhasa: ora la carrozzabile da Skardu ad Askole. La guerra più alta e più inutile del mondo, il Nepal strozzato dall’India, che a sua volta è un magmatico crogiuolo di tensioni religiose, e il Tibet soffocato dalla Cina. Non possiamo fare nulla per queste grandi ingiustizie, se non osservare, forse pregare.

Sono ben lontano da una serena compassione. Il distacco quieto dall’immagine di un’umanità brulicante non si è compiuto e la mia mente vaga spesso su un’immaginaria cartina geografica, a scala diseguale, a zone più o meno bianche, in un già vissuto misto di spazi e tempi diversi, che in comune hanno solo il mio occasionale ruolo di osservatore, attento e compartecipe. Genti ondeggianti come portassero un carico a spalle, pellegrini alla meta di grotte sacre, borbottii di motori diesel all’affannosa scalata di passi rarefatti, uomini vicini alla vetta ridotti a volontà ansimanti.

Posso riconoscere nel caos di ricordi situazioni e luoghi precisi: spesso mi succede di pescare qualcosa che si rifiuta di essere trascinato a galla.
I ricordi sono fonte di grande energia, a patto che non s’inseguano momenti selezionati: questi non torneranno mai più e accettare questa semplice verità è l’investimento di energia che ci è richiesto. I ricordi vivi non sono quelli che s’affollano, è la folla stessa che è viva, pescarvi dentro per isolarvi il singolo bel momento è dissipatorio.
A 7400 m il campo 3 sbatte al vento, stiamo per andarcene e non torneremo più. Della spedizione italiana al K2 del 1954 avevo visto corde e cartine di cioccolata, oltre a qualche barattolo dall’etichetta così ben conservata che vi si poteva leggere l’ingenuità e la freschezza della pubblicità di quei tempi. Della spedizione giapponese del 1976, gigantesca e tecnologica, abbiamo incontrato tende intere, campi morsi e pressati dal ghiaccio.

La spedizione francese del 1979 alla Magic Line stava seguendo un percorso come se quella via fosse un obiettivo di guerra: e Patrick Cordier mi dava ragione. La nostra piccola spedizione ha lasciato sullo Sperone degli Abruzzi due tende, almeno 6-700 metri di corda e materiale vario per i campi di quota.

Dovevamo ripartire e il mio saccopiuma, bello, iper-tecnico e confortevole giaceva lassù a 7400 m, protetto da un’esile tendina che di lì a poco sarebbe stata spianata, poi ghiacciata, poi confusa con i resti delle altre spedizioni.

Dovevamo ripartire e non badavamo alle nostre tracce, incuranti degli insegnamenti dei pellerossa, di John Muir, di Gary Hemming. Non realizzavamo che gli insegnamenti di Messner, di Cozzolino e di pochi altri sull’assassinio dell’impossibile avevano certo creato un nuovo modo di sentire ma erano ancora troppo legati alla necessità del successo per eliminare non soltanto i mezzi usati ma anche le tracce del nostro passaggio.

Non pensavamo che il nostro comportamento leggero era solo un anello del lungo stupro dell’impossibile, una continuata, ripetitiva volontà di annullamento della montagna-madre. Siamo stati noi i piccoli responsabili di quel processo che ha portato alla grande tragedia del 1986, quando una folla di piccoli uomini ha tentato la rapina del K2. Chi è morto non può dire la sua, non può scrollarsi di dosso questi miei vani giudizi. Chi è vivo, se vuole, può essere testimone di accusa o di difesa di se stesso.

Servirsi delle tende, delle corde, dei sacchipiuma altrui, della pista battuta da altri non è male quando non c’è altra scelta. Può essere negativo se si gioisce di questo insperato vantaggio che la sorte ci dà, come se saltare i preliminari con una donna fosse un merito.

K2,1990
Free K2, 1990, bonifica

Un piccolo generatore di corrente è sufficiente per assicurare la comunicazione telefonica e il fax al campo base. I giornalisti possono seguire quasi in tempo reale la grande avventura. Ma il pubblico è bombardato da notizie in diretta, da sentimenti sbattuti in prima pagina, da emozioni che pretendono di essere così forti da essere sotto vuoto spinto.

Prima le relazioni scritte, poi le fotografie, poi il cinema. Adesso la televisione e il fax. Non c’è più privacy in certi campi base. E ora siamo anche andati a rovistare nelle latrine dei campi base, nelle discariche dei trekking.

I “re dell’avventura” di Jonathan hanno la sfortuna di morire due mesi dopo la trasmissione, mentre si mette in dubbio la parola di Tomo Česen.

Credo che siamo al fondo di ogni sporcizia. Quel luridume che tanto affannosamente condanniamo e cerchiamo di estirpare dai versanti delle nostre montagne non è che lo specchio di un reiterato stupro di cui ogni giorno siamo artefici e testimoni.

La grande energia dei ricordi indistinti, alimentata come un ghiacciaio dalla neve delle piccole cronache e dei grandi sentimenti, è un serbatoio immenso. Il vigore che mettevo nelle mie ascensioni, la voglia di vivere, l’amore che provavo per una montagna più grande di me hanno subito uno spostamento: dalla massa indistinta è nata un’energia che mi spinge, mi fa vivere l’ottimismo delle forze che ancora mi rimangono. Vedere che qualche altro sente come me aggiunge altre forze. Sono contento di osservare che anche altri tendono agli stessi obiettivi, pur con differenti filosofie. È una grande consolazione sperare che presto nascerà qualcosa di nuovo.

Comodità, competizione e spazzatura sono la fine dell’avventura: ma sono forse l’inizio di quella dopo.
(ottobre 1990)

 

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L’arena della moltitudine ultima modifica: 2014-11-27T07:30:01+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “L’arena della moltitudine”

  1. 1
    Alberto Benassi says:

    un volta c’era “l’arena della solitudine”…..

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