L’arte di ritirarsi elegantemente

Forse l’alpinismo è un’attività che non dovremmo prendere troppo sul serio; chi va in montagna per svago vuole lasciarsi alle spalle i cosiddetti valori della città, vuole cioè divertirsi in compagnia di amici cari, provare sensazioni personali, rilassarsi, vivere avventure e anche ampliare la propria ricerca esistenziale. L’alpinismo comunque, nell’ambito sociale, diventa anche competizione e a questo proposito sono state scritte valanghe di parole nel tentativo di spiegare le regole etiche che possono influire in questo sport.
Nell’articolo che segue, Tom Patey considera in chiave ironico-sarcastica alcuni aspetti derivanti da questa benedetta etica e inoltre mostra l’altra faccia dell’alpinismo britannico, fatto non solo di mostri e di arrampicatori estremi.
Tom Patey, medico scozzese e valente alpinista, aprì numerose vie nuove in patria e altrove (notevole è stata la prima salita alla Mustagh Tower con una micro spedizione di quattro elementi). Morì tragicamente dieci anni fa mentre scendeva in corda doppia da una guglia sulla costa nord della Scozia. È rimasto celebre per la sua grande personalità: amava intensamente la montagna, ma con molta allegria, suonava la fisarmonica e raccontava una quantità incredibile di storielle sui personaggi del mondo alpinistico
(Redazione Scandere).

Lettura: spessore-weight**, impegno-effort*, disimpegno-entertainment****

L’arte di ritirarsi elegantemente
(o il gioco di rimanere grandi alpinisti anche quando non si arrampica più)
di Tom Patey
(tratto dal volume The games climbers play, a cura di Ken Wilson, Diadem Books editore, Londra, 1978. Pubblicato in italiano su Scandere 1980)
(traduzione di Luisa Dusi e Ronnie Richards)
(i disegni che illustrano l’articolo sono di Claudio Sant’Unione)

L’alpinismo attuale sta diventando altamente competitivo; ogni anno vengono superati grossi problemi che creano la spinta, nel singolo, per non perdere la propria reputazione di arrampicatore. Questa è la ragione per la quale mi propongo di scrivere alcune righe sull’arte di mantenere intatta una certa nomea anche quando vengano a mancare le capacità per proseguire in una determinata attività. Mi avevano suggerito un altro titolo che era «Viz, come essere un grande alpinista senza mai arrampicare», ma non si sarebbe adattato al problema di chi invece si è ben guadagnato una certa fama e desidera solo conservare il proprio posto sul campo di battaglia. Questo, si badi bene, è un manualetto per alpinisti, non per ciarlatani.

Il non in forma
Questa strategia è molto antica, ma tutt’oggi ampiamente usata: si tratta di non ammettere mai di essere in buona forma, così da poter sempre dichiarare un malore improvviso all’attacco di una via o, per sottrarsi per un periodo più lungo, parlare di mancanza totale di allenamento.

Purtroppo al giorno d’oggi è sempre più difficile avvalersi di questa scusa, in quanto troppi alpinisti si allenano seriamente (flessioni, pesi, footing, ecc.); e allora, al primo sintomo di scarso allenamento, si viene indirizzati in palestra.

La via sporca
«Robaccia, ciarpame, via spastica e sifilitica» sono una parte dei termini adoperati dagli alpinisti inglesi per sottovalutare le vie della Scozia dove non siano riusciti ad alzarsi per più di un metro da terra o addirittura non siano riusciti a trovare nemmeno l’attacco.

Vari testimoni potrebbero descrivere il nostro arrampicatore aggrovigliato in staffe e cordini mentre tenta di superare il passaggio chiave di una via scozzese (valutata poi mica tanto difficile), ma la «linea ufficiale» ribadirà il disgusto per quel passaggio irto di rovi e, cosa veramente raccapricciante, con ciuffi d’erba!

I sensi estetici di questo valente arrampicatore saranno a questo punto talmente offesi da indurlo ad abbandonare la salita e condurlo per il resto della giornata in qualche accogliente locale; così la reputazione è salva, la sconfitta si tramuta in una grossa vittoria morale.

Il forte ghiacciatore in vacanza a Chamonix
Ho visto un alpinista americano passare un’intera estate a Chamonix in attesa del materiale che aveva spedito con una settimana di anticipo via aerea da New York. Non sapeva bene come mai l’attrezzatura non arrivasse, l’ultima notizia che aveva avuto era che la sua ferraglia fosse a Parigi; poi era arrivata a Chamonix, ma prima che lui ne fosse entrato in possesso, era stata rispedita per destinazione ignota. Un mese dopo, l’ho rincontrato appoggiato al juke-box del Bar National; mi ha dato una grande pacca e con aria sconsolata mi ha detto: «Beato te che puoi andare a fare delle salite, io sono proprio sfortunato» e con un gran sospiro si è girato verso l’Aiguille du Midi.

Il perditempo
Può capitare che, nonostante la sveglia sia stata messa accuratamente fuori uso, ci sia il solito insonne che all’ora stabilita butta tutti giù dal letto. Come fare allora per tergiversare sulla salita? C’è a questo proposito una vasta scelta di stratagemmi. Si possono per esempio aggiungere pietre agli ometti incontrati sul sentiero: «Non vorrei mai che qualche pellegrino si perdesse!». Oppure si può, prima ancora di partire dal rifugio, cucinare per tutti, sostenendo l’incapacità del gestore nel preparare il tè, o farsi una cinquantina di panini per affrontare la via in modo da non riuscire a partire prima di mezzogiorno. Per non parlare delle cose più ovvie come rompere le stringhe degli scarponi, rifare lo zaino per vedere se c’è la coperta spaziale, rovesciare la borraccia nello zaino del vicino o dimenticare la corda.

La parete segreta
Troviamo un uomo estremamente riservato, che non si fa mai vedere nei luoghi più frequentati; egli compare solo verso il tramonto con lo sguardo perso nel vuoto e un’aria estremamente misteriosa. Non parla facilmente e solo dopo lunghe preghiere accenna al fatto di aver trovato una nuova palestra. «Strano che nessuno l’abbia mai vista… eh, gli alpinisti di oggi non si muovono molto… no, non voglio dare dettagli prima di aver scalato tutte le vie possibili… dovrebbero venire fuori almeno una ventina di vie, naturalmente su roccia fantastica…». Ma naturalmente anche in seguito non comparirà nessuna relazione in virtù della teoria dell’anti-relazione: «Perché togliere agli altri la gioia della scoperta? Non voglio che una palestra così bella venga commercializzata e volgarizzata da varianti senza senso». Così che alla richiesta «Allora che via avete fatto oggi?», la risposta sarà indubbiamente «Non so, non le abbiamo ancora dato un nome…». In quest’ottica si innesta anche il meccanismo del solitario. Nessuno, tranne lui, deve sapere come ha passato la giornata. Dal momento in cui scompare dietro un’altura adeguatamente misteriosa, i suoi movimenti rimangono sconosciuti. Non ha bisogno di complici, tutte le chances sono sue: «Sì, in effetti era molto dura — dirà la sera a valle — ho dimenticato la relazione… non so come si chiami quel posto… bella via comunque… sì, è probabilmente una prima, ma non la registro… non mi ricordo bene tutti i particolari, c’era un tiro un po’ duro… ma niente di speciale».

Il padre di famiglia
Anche questa è una giustificazione ampiamente usata: chi sa dire quante volte l’arte del matrimonio è stata il cimitero delle ambizioni dell’alpinista? La brava ragazza che cucinava immani polentate per tutti e rammendava magnificamente i calzettoni, diventa di colpo la virago la cui disapprovazione fa tremare la pedula più allenata. I fine settimana in montagna diventano sempre meno frequenti e, malgrado la discreta emancipazione dell’alpinista, ecco che dopo non più di un anno compare il primo rampollo e con questo una serie di nuove giustificazioni: «Sai, ora che sono padre di famiglia non posso più correre gli stessi rischi di un tempo!» e ti salutano saltando sulle loro auto sportive dove, trasformati in piccoli Lauda, si ingegnano ad arrivare fino a casa nella maniera più pericolosa possibile. Ma, appena varcata la soglia del rifugio domestico, ritornano a essere i padri responsabili e i mariti modello.

L’attrezzatura sbagliata
Con un po’ di preveggenza è abbastanza facile arrivare all’attacco con il materiale inadatto e così trovarsi in P.A. e tuta da ginnastica a gennaio in «Bianco». «Porca miseria! e chi si aspettava tutta questa neve?… pazienza, andate voi, io vi aspetto a valle in piola… mannaggia che sfortuna… beati voi che avete i doppi!». E così ancora una volta l’onore è salvo.

Scuse meteorologiche
Con un agghiacciante candore René Desmaison ha scritto «Ho sentito dire che ci vuole più coraggio a ritirarsi che ad avanzare». Ma io non posso condividere quest’affermazione, in quanto Desmaison è un francese che si rivolge ai suoi connazionali, ma non potrebbe mai fare un commento del genere nell’ambito del British Alpin Journal, colpirebbe alle radici uno degli stratagemmi più in voga nell’ambiente anglosassone.

Un anziano signore in knikerbocker e alpenstock si dimenava sul balcone di un albergo alpino, dito preumidificato e tremante verso il cielo. «Ah! – diceva ridacchiando – ci sarà föhn, niente salite per almeno una settimana!». Io sinceramente ci rimasi un po’ male, non ancora avvezzo a tali battute, e decisi per le prossime ascensioni di basarmi sull’esperienza delle guide locali. Così mi trovai al Couvercle con la bellezza di 32 guide: nottetempo vidi che si alzavano tutte con grande irruenza, poi una di esse che accompagnava un’avvenente fanciulla uscì a saggiare la neve con la punta della sua piccozza; quindi, senza dire nulla, tornò a dormire. Costui, seppi poi, era il celebre Armand Charlet; manco a dirlo, anche le rimanenti 31 guide riconquistarono i caldi giacigli. Poi verso le 8 ci svegliò un caldo sole: «Pourquoi? – chiesi arrabbiatissimo – Pourquoi?» (era una delle poche parole di francese che conoscevo e perciò la usai due volte). «Charlet à dit – mi rispose con tono di grande rispetto una delle giovani guide genuflettendosi mentalmente – C’est trop dangereux!». «Pourquoi?» chiesi ancora non soddisfatto.
«Charlet a dit – ripeté lui indicando un orizzonte limpidissimo – tempête de neige, qui va venir bientôt sans doute».
Guardando verso valle, vidi Charlet che scendeva con la sua cliente: era la prima di una serie di dieci giornate di tempo fantastico.
Così mi sono ricordato il vecchio detto vittoriano «Seguire la vecchia guida… lui sa»: quanta saggezza in questa dichiarazione! Nelle mani di un esperto meteorologo questo stratagemma è praticamente infallibile e permette di passare intere stagioni senza bisogno di infilare gli scarponi, semplicemente correndo dietro alle varie perturbazioni.

La scusa dell’alta montagna
Gli storici affermano che Frank Smythe cominciava a carburare sopra i 6000 metri e chissà, poverino, come soffriva tutte le volte che era a quote inferiori. Per avvalersi di questa chance, bisogna avere alle spalle un po’ di esperienza himalayana; magari un week-end a Kathmandu o un corso di meditazione da qualche guru. Così potrai aggirarti indisturbato sui massi con tutta l’autorità di un «Everestista», nessuno si aspetterà che tu ti arrampichi, anzi ti osserveranno tutti con deferenza. «Tutto questo è un po’ diverso dal Colle Sud» puoi buttare lì mentre osservi prosperose fanciulle arrampicare in bikini. Qualsiasi commento improvvisato verrà sempre accolto come «verbo» di chi è stato lassù. Nessuno si aspetterà che un uomo che è stato al Colle Sud rischi l’osso del collo su degli stupidi massi.

Il martire del Campo Base
Questo individuo imbevuto di filantropia calcola sempre di essere quello in più: «Sentite ragazzi, dobbiamo essere ragionevoli, una cordata da due è molto più veloce di una da tre, vi farei solo perdere tempo; è lo sforzo dell’equipe che conta. Se riusciamo ad arrivare in due sulla vetta, non avremo fallito. Sì, lo so che non è piacevole stare qui a guardarvi salire, però il mio spirito sarà con voi per tutta la salita. Buona fortuna!».

La presenza di un elemento incapace
Un ex presidente del Club Alpino dell’Università di A… usava questo stratagemma con tale successo che non rischiò mai di trovarsi in situazioni critiche.
«Nessuna via dura per oggi, – sospirava tristemente – ho in cordata una persona alle prime esperienze, non posso mica rischiare!». Dove questo signore trovasse una fonte inesauribile di gente imbranata nessuno ha mai potuto appurarlo, e ancor più misterioso era il fatto che questi elementi fossero quasi sempre pupe deliziose che lo veneravano come l’unico erede di Edmund Hillary. Solo una volta lo trovammo senza le sue accolite, e lì veramente fece il suo colpo grosso: «Cosa farai oggi?» gli domandammo ansiosi.
«Vado a costruire un igloo, ci sono condizioni perfette per questo genere di esperimento che non si ripeteranno per chissà quanto tempo…». Si raccomanda quest’ultimo espediente a chiunque e in qualsiasi condizione, in quanto pochissime persone, a parte gli esquimesi, sanno qualcosa sugli igloo.

3
L’arte di ritirarsi elegantemente ultima modifica: 2017-10-04T05:36:21+00:00 da Alessandro Gogna

4 thoughts on “L’arte di ritirarsi elegantemente”

  1. 4
    Giancarlo says:

    Bellissimo scritto, non lo conoscevo. C’è ne vorrebbero di più di confessioni in questo stile, per restare con i piedi per terra e non dimenticare che siamo umani, perchè non c’è mai nessuna cambiale da pagare all’etica ferrea e restare alpinisti nell’animo anche quando le energie vengono meno, la pigrizia fa capolino nel quotidiano e si può concedere finalmente il tempo alla semplice contemplazione del bello.

  2. 3
    Giandomenico Foresti says:

    🙂

  3. 2

    Credo fosse il novembre ’97 e incontrammo Casimiro Ferrari in Patagonia presso La Leona, che ci disse: da domani ci sarà una settimana di tempo bellissimo, siete fortunati. Nel mese che seguì nevicò ogni giorno fino a quote bassissime.

    Confermo che agli inglesi piace costruire l’igloo! Ho guidato due spedizioni piuttosto lunghe di sudditi di Sua Maestà e in entrambe è arrivato il momento di costruirne uno. Anche se non era assolutamente necessario.

    In “Professionista del Vuoto”, René Desmaison elogia il momento in cui all’alba senti picchiettare le gocce della pioggia sul tetto del rifugio e…ti giri dall’altra parte per dormire fino a un’ora da cristiani, mentre il tuo cliente impreca nel suo profondo e rifà tre volte lo zaino (dalla virgola l’ho aggiunto io) prima di riaddormentarsi. Ma nel frattempo ha rotto i coglioni a tutti.

  4. 1
    Matteo says:

    Adoro l’ironia e il dissacrante understatement degli anglosassoni!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *