L’assassinio dell’impossibile

Nel numero di ottobre 1968 dell’allora Rivista Mensile del CAI apparve, nella positio fortis di un quasi editoriale, un articolo destinato a rimbombare in tutto il mondo e a essere giustamente citato migliaia di volte negli anni dopo, fino al giorno d’oggi. Si tratta de L’assassinio dell’impossibile, un pezzo scritto da Reinhold Messner (che allora si firmava Portatore del CAI) per concorrere al Premio Primi Monti, tradotto da Willy Dondìo. Poche righe di una carica esplosiva, lucidamente analitiche quanto profetiche.

L’assassinio dell’impossibile
di Reinhold Messner

Che cosa ho, personalmente, contro le «direttissime»? Ma proprio nulla; anzi. La «via della goccia cadente» è una cosa quanto mai logica, e del resto è sempre esistita; purché, però, la montagna la ammetta. Ma a volte la fessura continua più a sinistra o più a destra; e allora è dato di vedere gli scalatori — quelli della prima ascensione, intendo — procedere diritti come se nulla fosse: piantando, ovviamente, chiodi a espansione. Ma perché passare proprio di là, e in quel modo? «Per la libertà», dichiarano; e non s’accorgono di essere schiavi del filo a piombo.

Reinhold Messner alle Cinque Torri, 1965. Foto: Desnivelpress
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Si ha orrore delle deviazioni. «Davanti alle difficoltà, la logica non comanda di aggirarle, ma di vincerle» — dichiara Paul Claudel. E’ quel che dicono pure i protagonisti delle direttissime, i quali sanno già in partenza che l’armamentario di cui sono forniti consentirà loro di superare qualunque ostacolo. Essi parlano dunque di problemi che non esistono più. Potrebbe la montagna arrestarli con difficoltà inattese? Sorridono: quei tempi sono passati da un pezzo! (Il che, purtroppo, risponde a verità.) L’impossibile in montagna è stato eliminato, ucciso dalle direttissime.

Le direttissime non sarebbero di per sé un gran male, se lo spirito che le informa non si fosse propagato a tutto l’arrampicamento. Ecco qui uno scalatore in parete. Mette i piedi nelle staffe: tutt’intorno, nient’altro che roccia gialla strapiombante. Sta facendo un foro sopra l’ultimo chiodo; è già stanco, ma non rinuncia: ha ancora cinque giorni di ferie! Chiodo su chiodo, egli avanza caparbio: vuole imporre alla parete la sua via, e null’altro.

Il chiodo a espansione è divenuto una cosa ovvia: lo si tiene sempre a portata di mano, per l’eventualità che non si riesca a passare con i mezzi ordinari. L’arrampicatore di oggi non vuole precludersi la via della ritirata, e si porta appresso il coraggio nel sacco, in forma di ferramenta. Le pareti non vengono più vinte in arrampicata, bensì umiliate con un lavoro manuale e metodico, una lunghezza di corda dopo l’altra, e quel che non si fa oggi si farà domani. Le vie di arrampicata libera sono pericolose, perciò ci si cautela piantando chiodi. La volontà non fa più assegnamento sulla capacità, ma sugli attrezzi e sul lungo tempo disponibile. Non è più il coraggio, bensì la tecnica il fattore decisivo; l’ascensione può durare giorni e giorni, i chiodi si contano a centinaia. Il ripiegare diventa disonorevole, poiché ormai tutti sanno che con i chiodi a espansione e con la costanza si viene a capo di tutto, anche della più repulsiva «direttissima».

Un tempo, la storia dell’alpinismo si scriveva sulle muraglie di roccia con la penna simbolica dell’ardimento; oggi, si scrive con i chiodi. Mutano i tempi, e con essi le concezioni e i valori. L’assicurazione strumentale ha preso il posto della sicurezza interiore, la bravura di una cordata si valuta in base al numero dei bivacchi, mentre il coraggio di chi arrampica ancora in «libera» viene squalificato come manifestazione di incoscienza.

Chi ha intorbidato la pura fonte dell’alpinismo?

Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito, cancellato. In principio non sembrava una cosa grave, ma sono bastati dieci anni per eliminare dal vocabolario alpinistico la parola «impossibile».

Progresso? Oggi, a dieci anni dagli inizi, molti non fanno più nemmeno caso a dove piantano i chiodi a espansione, se su vie nuove o su quelle classiche. Si fora sempre di più e si arrampica sempre di meno.

L’impossibile è sgominato, il drago è morto avvelenato e l’eroe Sigfrido è disoccupato. Ognuno si lavora la parete piegandola con il ferro alle proprie possibilità.

Taluni l’avevano previsto da tempo, ma continuarono tuttavia a forare, sulle direttissime e altrove, finché perdettero il gusto dell’arrampicare: perché osare, perché rischiare, quando si può procedere in perfetta sicurezza? Divennero allora i profeti della direttissima: «Non perdete tempo sulle vie classiche, imparate a forare, imparate a servirvi di staffe e cordini. Fatevi furbi, raggirate la montagna con qualunque mezzo se volete avere successo. L’era delle direttissime è appena iniziata, ogni cima attende la sua via del filo a piombo: non c’è fretta, tanto la montagna non può fuggire né difendersi».

«Hai già fatto la direttissima? E la superdirettissima? No?». Questo è il criterio con cui si misura oggi il valore alpinistico. E allora il giovane va, si arrabatta lungo la scala di chiodi e poi chiede al prossimo venuto: «Hai già fatto la direttissima?».

Chi non sta al gioco viene deriso se osa pronunciarsi contro l’opinione corrente. La generazione del filo a piombo si è ormai affermata, e senza tanti riguardi ha ucciso l’impossibile. Chi non vi si oppone si rende complice dell’assassinio, e quando poi gli alpinisti apriranno gli occhi e si accorgeranno di quel che è venuto loro a mancare, sarà troppo tardi: l’impossibile, e con esso l’ardimento, sarà sepolto, marcito e dimenticato per sempre.

Non tutto è ancora perduto, ma «essi» torneranno all’assalto; e se non saranno i medesimi, saranno altri come loro. Faranno un gran chiasso già molto tempo prima di attaccare, e ogni ammonimento sarà di nuovo inutile. Avranno l’ambizione, avranno una lunga vacanza, ed ecco che qualche nuovo «ultimo problema» sarà di nuovo risolto… Lasceranno al rifugio, come storico documento, altre fotografie con una fila di puntini in linea retta, dalla base alla cima; e in parete, qualche centinaio di chiodi. Stampa e radio ci informeranno ancora che l’impossibile è stato superato…

Reinhold Messner e Peter Habeler, 1978
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Se qualcuno è già indotto a pensare a una possibile regolamentazione, vuol dire che la situazione è seria; ma noi giovani non vogliamo alcun codice alpinistico: «Noi vogliamo trovare lassù i giorni ardui, nei quali non si conosca al mattino la ricompensa della sera». Fino a quando ci sarà ancora data questa possibilità?

Io mi preoccupo per il drago ucciso: dobbiamo fare qualcosa prima che l’impossibile venga del tutto sotterrato. Noi ci siamo cacciati a furia di chiodi sulle pareti più selvagge: la prossima generazione dovrà sapersi liberare da tutta questa zavorra. Noi abbiamo imparato a salire lungo la via del filo a piombo, quelli che verranno dopo dovranno tendere nuovamente alle cime per altre vie. La cambiale sta per scadere, dobbiamo ritrovare il limite del possibile: dovrà pur esserci questo limite, se vorremo avvicinarci a esso con la virtù dell’ardimento! E mai più dovremo abbatterlo, neanche se ci sarà impossibile raggiungerlo! Dove ci potremmo rifugiare, altrimenti, per sfuggire all’oppressione del grigiore quotidiano? Sull’Himalaya? Sulle Ande? Sì, anche là se ci sarà possibile: ma per la maggioranza non ci saranno che le vecchie Alpi.

Salviamo dunque il drago; e, in avvenire, proseguiamo sulla via indicataci dagli uomini del passato: io sono convinto che sia ancora quella giusta!

Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio.

postato il 18 novembre 2014

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L’assassinio dell’impossibile ultima modifica: 2014-11-18T07:30:26+00:00 da Alessandro Gogna

10 thoughts on “L’assassinio dell’impossibile”

  1. nella prima foto la rassomiglianza con Walter Bonatti è pazzesca; tanto da pensare ad uno scambio di foto, o una didascalia sbagliata

  2. E’ veramente deprimente vedere la roccia sforacchiatta a destra e manca, dove fuoriescono monconi di barre filettate con o senza piastrine, catene più o meno arrugginite e cordonacci sbiaditi e sfilacciati che penzolano. Spit, fix, golfari resinati luccicanti che convivono con vecchi chiodi arrugginiti lasciati lì a finire di marcire, a testimonianza di un passato che fu e da cui stare alla larga! Vedi? quello è un chiodo a fessura: pericolo!!
    “Vedi, a volte la sosta si presenta anche senza la catena” questo è quello che sentii dire una volta ai Torrioni del Corchia in Apuane ad una ragazza.
    Poi ci sono le prese scavate e quelle incollate o ricostruite con la resina. Oramai la cumbre non è più rappresentata dalla vetta ma è la catena posta nel punto migliore per potersi ricalare con comodità. Scendere a piedi non va più di moda e poi si perde tempo.
    Almeno chi richioda potrebbe avere il garbo di togliere e rimuovere la vecchia attrezzatura e non lasciarla lì a marcire.
    Insomma un po’ di rispetto per la roccia, che non è di nostra proprietà, non guasterebbe: invece di pensare solo al nostro egoismo arrampicatorio.

  3. Sì, in effetti secondo me sono due cose che vanno di pari passo perché di fondo c’è quanto hai scritto a conclusione del tuo precedente commento.

  4. Giando, più che di rispetto del Drago mi sembra che poni, GIUSTAMENTE, anche il problema del rispetto della roccia.

    Rispetto della roccia ce n’è veramente poco. Purtroppo si deve parlare sempre più spesso di roccia usata e consumata più che vissuta.

  5. Certo che la consegna d’immaginario del Messner di quegli anni (giusto per riallacciarci ad un recente articolo apparso su questo blog) era di tutto rispetto.

  6. “Calza gli scarponi e parti. Se hai un compagno, porta con te la corda e un paio di chiodi per i punti di sosta, ma nulla di più. Io sono già in cammino, preparato a tutto: anche a tornare indietro, nel caso che io m’incontri con l’impossibile. Non ucciderò il drago; ma se qualcuno vorrà venire con me, proseguiremo assieme verso la vetta, sulle vie che ci sarà dato di percorrere senza macchiarci d’assassinio”

    secondo me nell’articolo e sopratutto in questa parte finale l’autore è chiaro: “porta con te la corda e un paio di chiodi e nulla di più”.
    Quel “NULLA DI PIU’ mi sembra assoluto! chiaro! non ammette il piccolo ma potente chiodino nemmeno per sicurezza in caso di estremo bisogno. Credo anche che Messner l’abbia più volte ribadito di non portarlo nemmeno nel fondo dello zaino.
    Si vantava anche di non essere mai caduto ma poi anni dopo si è rotto il tallone cadendo dal muro del suo castello.

    Poi gli anni passano e si cambia, il mondo cambia. Ci si rende forse conto che certe convinzioni così radicali magari non sono proprio praticabili se si vuole andare oltre.
    Credo che Messner si sia reso conto che per andare oltre un pur minimo compromesso, con certe regole, bisogna pur accettarlo.

    Quanto alle “carpenterie di bassa lega” purtroppo è uno specchio della società attuale. Dove tutti vogliono fare tutto e subito e soprattutto vogliono APPARIRE!! non fanno in tempo ad avvitare l’ultimo bullone che già sono su faccialibro.

  7. Posto che sarebbe interessante disquisire su come nascono le mode e perché fanno presa sulle persone, non c’è dubbio che il passaggio dalla direttissima alla spittatissima abbia comportato un salto di qualità, non certo per quanto concerne l’utilizzo del ferro ma almeno per quanto riguarda il gesto atletico (sulla spittatissima almeno si arrampica).
    Ho sempre ammirato gente come Preuss, Bachar e oggi Honnold però devo ammettere che se non avessi trovato i chiodi in parete non mi sarei mai avvicinato all’arrampicata. Non so che dire, credo che il problema non stia tanto nell’oltrepassare il limite quando nell’incapacità di porsi dei limiti.
    In un commento ad un precedente articolo ho evidenziato come una falesia della mia zona sia stata ridotta, nel corso degli anni, ad una “scultura arrampicatoria” (come è stata definita da uno dei primi fruitori). Dove inizialmente c’erano una manciata di vie oggi ce ne sono quasi 200. Tutto ciò per dare libero sfogo alla sete di creare itinerari sempre più difficili, come se già non bastassero quei pochi che solo in quattro gatti sono in grado di salire e magari nemmeno di ripetere con facilità.
    Ma se ti azzardi a fare dei commenti passi per integralista perché in fondo “cosa vuoi che sia un chiodo in più in parete, mica lo vede nessuno, c’è ben di peggio, ci sono le discariche abusive bla bla bla”. Invece, secondo me, c’è anche un inquinamento visivo, ovviamente di minor impatto rispetto all’inquinamento vero e proprio, ma con il quale bisogna fare i conti, perché vedere una struttura rocciosa piena di ferro non dà più l’idea di trovarsi immersi nella natura bensì nell’ennesimo luogo in cui è arrivata la civiltà, limitando così, anche visivamente, quel senso di avventura, e non solo, che molti di noi vanno cercando.
    Ora io faccio fatica ad entrare nella testa di un arrampicatore o di un alpinista di punta e faccio anche fatica a giudicarlo in quanto si tratta di un soggetto che spesso ha fatto delle suddette attività una ragione di vita e talvolta anche la sua fonte di sussistenza, raramente di arricchimento. Cioè, tanto per intenderci, non mi dà fatidio vedere un Manolo che spitta il Totoga e, tutto sommato, anche se a denti stretti, nemmeno un Maestri che si porta appresso un compressore. Se però ci limitassimo a pochi singoli casi il tutto verrebbe ridimensionato, almeno in parte. La cosa che mi dà più fastidio è vedere una pletora di personaggi i quali, per spirito di emulazione, si mettono a sforacchiare a destra e a manca in nome della libertà di fare quel cavolo che si vuole. Personaggi che non hanno nemmeno la preparazione e la cultura necessari per saper piazzare i chiodi dove realmente servono.
    Comunque, per fortuna, ci sono anche molti giovani sensibili ad una certa etica dell’andare in montagna e a cui non interessa tanto il risultato quanto il fatto di poter fare qualcosa di avventuroso in mezzo alla natura.

  8. Alberto, a mio avviso, né l’articolo originale (“Chi ha intorbidato la pura fonte dell’alpinismo? Forse, i primi volevano soltanto avvicinarsi ancora di più al limite del possibile: oggi, invece, ogni limite è svanito”) né articoli più recenti, né, ancora, le spinte di ciò che venne definito una ventina d’anni fa alpinismo moderno per enfatizzare ciò che potrebbe essere un progresso etico nei confronti del classico, demonizzano l’uso di chiodi ad espansione, a patto che non siano utilizzati come pioli per la scala dei polli, ma siano l’ultima chance per garantire la sicurezza dello scalatore, dove si evidenzia la possibilità in termini di capacità tecnica, a continuare ma non vi siano garanzie in caso di fatalità, ovvero se mi si stacca una presa volo per 100 metri (100 è solo un numero d’esempio) o rimango in bilico nel vuoto urlando “AIUTO!” perché la sosta non si può creare a causa della compattezza della roccia…
    Il mancato progresso del classico, o meglio il regresso nei confronti di un alpinismo che tenta di superare le difficoltà ponendosi in una condizione il più possibile onesta nei confronti della montagna (soltanto Preuss e pochi altri sono riusciti, e neanche sempre, a sostenere una salita senza alcun compromesso), è dato oggi da ciò che rende plaisir le vie di salita, un gioco di società che esce dai confini dell’alpinismo dov’è nato, per dettare regole proprie con la scusante spesso, della sicurezza a ogni costo, che come molte volte si è visto è fuori-luogo. Personalmente credo che chi si trastulla creando itinerari di questo tipo possa venir catalogato in due diverse categorie: a) incapace ma arrogante; b) a caccia di facile notorietà e consenso di massa.
    Questo ovviamente per quanto riguarda le salite in ambiente, visto che già dagli anni’80, le pareti in bassa valle (Arco, Finale, ecc.) vengono considerate “senza vincoli” se di vincoli si può parlare.
    Il problema è quindi, oggi, quello di chi, come dicevo arrogantemente, esce da un terreno universalmente riconosciuto come “libero” per inserirsi in un terreno d’ambiente che da sempre è stato terreno di gioco dell’alpinismo. Quello che fa più specie poi è che, malgrado sul pianeta vi siano pareti per i prossimi 4000 anni, alcune mai salite ancora, si tenda a saturare con queste carpenterie di bassa lega un ambiente, come ad esempio quello alpino, dove gli spazi cominciano a diventare ridotti.

  9. Ma oggi Messner è sempre totalmente d’accordo con questo suo scritto?
    Se non sbaglio ultimamente è arrivato a giustificare l’uso degli spit su nuovi itinerari dove non è possibile (forse…) proteggersi con altri mezzi.

  10. Se non avesse avuto altre occasioni di vedere confermata la sua teoria, Gianbattista Vico sarebbe felicissimo di leggere questo scritto!
    Corsi e ricorsi storici, ovvero la storia si ripete…
    Lessi l’articolo diversi anni fa e lo trovai attualissimo malgrado fossero passati almeno vent’anni dalla sua pubblicazione, oggi lo rileggo e non vi trovo differenze nell’interpretazione di ciò che sta accadendo e continua a flagellare il drago…
    Stavolta dobbiamo sperare che San Giorgio si ravveda e scenda in campo in veste di salvatore della specie, se ambisce ad essere ancora l’ammazza-draghi per eccellenza, perché mi sa che gli stan facendo le scarpe…

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