Le caratteristiche delle vie di Soldà e di Rebitsch

La storia esteriore e la storia interiore
di Heinz Grill

Lo spirito umano si esprime in un modo ben preciso nelle più varie opere. Una via aperta da Gino Soldá ha un carattere molto diverso da quello, per esempio, di una via di Hias Rebitsch. Ogni primo salitore mette la sua firma sulla parete o per meglio dire fa ancora di più, porta la sua idea, la quale sta nutrendo nei suoi sogni, rappresentazioni e fantasie, direttamente nei diedri, le fessure, le placche, i camini e i pilastri.

Questa idea acquista una forma vivente in una via già stabilita e può essere rivelata ai ripetitori attraverso gli anni o persino i decenni. Persino il singolo appoggio porta ancora, interamente nel quieto, nascosto inconscio, l’esperienza del primo salitore. Se i chiodi sono però ancora piantati dalla mano del primo salitore, questi ricordano evidentemente le azioni di una volta dei pionieri.

Hias Rebitsch. Foto da: http://www.bergnews.com/service/biografien/rebitsch/rebitsch.php
Rebitsch giovane

Seguendo una via il ripetitore trova una serie di fessure, placche e cenge. Queste formazioni di roccia sono in un certo senso personificate tramite lo spirito conquistatore dell’uomo. Non rimangono solamente un pezzo di natura vergine, nel suo stato selvaggio, ma si sono piuttosto avvicinate al regno umano e sono state coltivate e addomesticate forse con alcune tracce visibili.

Quali sentimenti respirano in colui che si avvicina all’alba a una grande parete? Va incontro a una massa di roccia? Non si avvicina anche al volto del primo salitore? Chi si avvicina a una parete sud-ovest della Marmolada sente nel profondo della sua anima lo spirito e la forza d’idee di Gino Soldà.

 

L’argomento del come ci si avvicina a una via è in ogni caso di grande interesse. L’arrampicatore non si avvicina solo alla montagna, alla massa di materia rocciosa. Entra anche nell’anima del primo salitore, anche se più inconsapevolmente o senza tanto riflettere, ma cionondimeno in una parte nascosta del cuore. Ideando i primi passaggi sopra l’attacco non sente solo con sensazione di modestia il regno delle rocce che si erge in alto, ma sente anche nella sua anima quelle condizioni di spirito impresse da un primo salitore. L’entrata nella via collega il ripetitore con l’idea e l’azione dell’apritore della via. Il ripetitore cerca in realtà nel suo profondo interiore un collegamento con le sensazioni animiche della storia precedente.

Questa esperienza rimane però di solito in una parte nascosta dell’anima.

Raffaele Carlesso e Gino Soldà
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Durante la guerra come clandestino, ma anche sulle montagne, Gino Soldà cercava una via d’uscita dalle solite convenzioni e limitazioni. La libertà e l’anelito per l’indipendenza dimostrano una caratteristica di questa vita individuale.

Umberto Conforto e Gino Soldà al ritorno dalla prima ascensione della Sud-ovest della Marmolada
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Nella Germania degli anni ’70 e ’80, Gino Soldà era un vero mistero. Solo pochi conoscevano vie di quest’alpinista italiano di chiara fama. Quelli che, nei circoli estremi, potevano raccontare di una salita, come per esempio della parete sud-ovest della Marmolada, riportavano frasi tipo: “E’ stato bello, abbiamo bivaccato (involontariamente, chiaro), alla gola d’uscita c’era una cascata, il compagno è volato, totalmente bagnati siamo arrivati alla cima con le ultime forze…” Chi aveva percorso una via di Gino Soldà era matematicamente considerato in Germania un temerario.

Senz’altro avrà avuto anche Gino Soldà tempi migliori, nei quali apriva anche itinerari che non suscitavano solo raccapriccio. Il piccolo itinerario sulla Torre Babele o anche la parete sud della Moiazza danno l’esempio di sue imprese rilassate e meno selvagge. Tuttavia, come dicevo, l’arrampicatore entra in rapporto non solo con la roccia ma anche con l’ideatore del itinerario. Allora forse possiamo esporre un pensiero ardito: chi percorre una via di Gino Soldà si collega con l’anelito per la libertà, chissà persino con l’anelito del contendersi la libertà. Chi è in giro sulle orme di Soldà per lo meno sviluppa una scuola d’addestramento verso indipendenza e rinforzo dell’individualità; perché in zone così esposte l’arrampicatore si può misurare con gli elementi della natura solo se pieno di altissima auto-responsabilità.

Chissà, questo piccolo ricordo personale potrebbe essere interessante. Venivamo dalla Germania e leggevamo nella guida la descrizione di una via sulla parete occidentale del Pordoi, aperta da Gino Soldà. 38 anni fa, nelle descrizioni tedesche, v’era molta approssimazione. Nella guida era menzionata una caratteristica torre rossa. Arrivammo, osservammo la parete dalla strada del passo e riconoscemmo una torre nera con sfumature leggermente rosse. Non c’erano domande: quella era la Soldà. Era però un errore nostro, un pregiudizio nostro: pensavamo che Soldà dovesse essere passato per forza su una via bagnata. Ma invece quella via era di Erich Abram. Ci era ben familiare l’esperienza che le descrizioni nelle guide non sempre sono molto esatte, ma in effetti il nostro pregiudizio ci spinse a volgere lo sguardo subito alle zone bagnate sulla parete occidentale del Pordoi e ci fece trascurare la vera via Soldà che scorre in zone molto più belle, in basso grigie e in alto gialle.

Il rapporto dell’arrampicatore con una via Soldà è completamente diverso da quello, per esempio, di quello con una via di Rebitsch. Hias Rebitsch era accademico, professore di chimica. Chi sale le sue vie percepisce quanta esattezza vi sia stata ricercata e quanto accuratamente siano state attrezzate con chiodi nei punti più importanti. Ancora oggi si trovano alcuni vecchi chiodi con anello nelle vie più classiche di Rebitsch. Ogni singolo passaggio è in sé una parte dell’intero, i traversi sono molto esattamente calcolati quasi fino al centimetro e le difficoltà sono state impostate in una misura continuamente alta senza interruzione, lungo l’intera parete, come un itinerario ideale.

Come poteva Hias Rebitsch individuare queste linee ideali ininterrotte e perfette in stile e forma? La Rebitsch-Spiegel sulla parete ovest della Fleischwand, l’estremamente difficile Fleischbankpfeiler, la parete sud della Hochgrubbachspitze o le vie molto difficili, lunghe e famigerate nel Karwendel come la Diretta sulla Lalidererspitze, il Diedro sulla Lalidererwand o la parete nord-est della Grubenkarspitze danno l’esempio di vie, che sembrano fatte di un solo pezzo, monolitiche.

Non passa inosservato a chi sperimenta una via di Hias Rebitsch l’elemento del perfezionismo – in senso positivo. La via che, se ripetuta, educa magari l’arrampicatore e gli dà delle lezioni. Da un lato si devono superare caratteristici passaggi difficili, come per esempio le fessure sul Fleischbankpfeiler, lisce e senza alcun appiglio, o lo strapiombo – grotta nel diedro della Lalidererwand. Un certo sforzo fisico e una sfida per le forze mentali e morali sono sempre imposti allo scalatore con la proposta dell’itinerario. Si aggiunge a queste sfide esteriori una nascosta sfida interiore. Nel salire la sua via, l’arrampicatore si mette al cospetto del primo salitore. Non per nulla si dice in gergo: vado su una Rebitsch o vado su una Soldà.

Gino Soldà
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Dopo il percorso di una Rebitsch, lo stesso Hias Rebitsch diventa anche parte della nostra propria anima e dopo il superamento di una Soldà l’anima di Soldà diventa anche una parte del nostro proprio essere. Questi processi possono succedere consapevolmente o anche inconsapevolmente. Le qualità dell’essere dei pionieri che ci hanno preceduto perdurano silenziose e soprattutto quando s’inizia a studiarli e a metterli in discussione ci individuano forme più consapevoli. Lo scalatore sente quelle esperienze nascoste di un tempo passato e contemporaneamente assorbe le esperienze del primo salitore dentro se stesso.

Gino Soldà, Walter Bonatti e Severino Casara
Gino Soldà (a sinistra), Walter Bonatti e Severino Casara, Schio, 18 aprile 1962.

La storia s’iscrive perciò nella nostra propria anima. Il ripetitore di una via può aggiungere un piccolo punto alla storia e, in particolar modo se si confronta con il primo salitore e le sue esperienze, sarà in grado di trasportare nel presente questa interiore parte più nascosta e persino di farla progredire.

Hias Rebitsch: La montagna non è tutto
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Esiste una storia esteriore con diversi fatti, dati e avvenimenti e oltre a ciò esiste una storia interiore, che si svolge più nelle anime delle varie persone. Gino Soldá come anche Hias Rebitsch continuano a vivere con le loro vie. Le opere lasciate in eredità ci permeeranno ancora per lunghi anni della loro grandiosità. Però, dove vive la storia interiore che irraggia nelle opere e che permea l’intera atmosfera attorno alle vie lasciate? Non è così che proprio dalle anime di questi uomini, che hanno lasciato grandi opere alpinistiche, ci aspettano ulteriori rivelazioni? Non è che la via tracciata voglia, in modo anche più evidente, differenziato e profondo, penetrare con il suo linguaggio nella mente degli uomini?

Secondo la mia percezione Hias Rebitsch, con le sue vie, vuole dire agli uomini: “Vedi come può essere messa in pratica nel migliore dei modi una buona idea e come può svilupparsi con questo intendimento un’ideale di alpinismo? Immedesimati nella materia e crea un ideale da questa.”

Hias Rebitsch. Foto da: http://www.bergnews.com/service/biografien/rebitsch/rebitsch.php
Rebitsch anziano

Che cosa vuole esprimere l’anima di Gino Soldà sulle sue eccezionali vie dolomitiche? Si può accennare la risposta in alcune poche parole: “Osa andare in avanti! Senza arditezza non sviluppi nessuna libertà. Non trattenere troppe riserve e sicurezze. Troverai il vivere di una libertà muovendoti oltre le convenzioni“.

Ad ogni episodio alpinistico si producono delle opere esteriori e delle nascoste disposizioni interiori.

Heinz Mariacher e Hias Rebitsch nel Rofan
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Per una biografia di Hias Rebitsch (in tedesco)

Per una biografia di Gino Soldà

postato il 31 marzo 2014

 

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Le caratteristiche delle vie di Soldà e di Rebitsch ultima modifica: 2014-03-31T08:01:16+00:00 da Alessandro Gogna

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