Le carovane infinite dell’Everest

E’ stata data recentemente notizia dalla stampa internazionale di significativi cambiamenti nella richiesta ufficiale di permesso alle montagne nepalesi, in particolare l’Everest. La ventilata riduzione del prezzo di quest’ultimo ha suscitato grande preoccupazione per il possibile ulteriore affollamento.

In realtà le modifiche includono sì riduzioni per altre montagne, ma per l’Everest c’è al contrario un aumento, unitamente a nuove regolamentazioni, piuttosto complicate.
Così come stanno le cose, alla fine la tassa aumenta, ma è facile anche capire perché i giornalisti non l’hanno capito. Aver a che fare con il Ministero del Turismo nepalese è laborioso, a dir poco, e in questo caso gli addetti all’informazione sono stati particolarmente abili nel mascherare le cattive notizie.

Everest e Nuptseeverest

In passato, se si era ricchi, ci si poteva comprare da soli il permesso all’Everest per 25.000 dollari. In alternativa,  un permesso per spedizione costava 70.000 dollari, che quindi era conveniente per spedizioni con più di sette membri. Si poteva aggiungere un ulteriore permesso per altre sette persone (a 10.000 dollari ciascuno), fino a un massimo possibile di 140.000 dollari.
Dato che anche i più ricchi non disdegnano di risparmiare 15.000 dollari, i più sceglievano di unirsi alle spedizioni commerciali al costo di 10.000 dollari. Bastava mettersi d’accordo, non era difficile.

Ciò che ora le autorità nepalesi hanno fatto è stato di abolire la tariffa di 70.000 dollari per spedizioni da sette persone con la possibilità di raddoppiare a 140.000. Ora semplicemente ciascun alpinista deve pagare 11.000 dollari.

L’aumento ha delle conseguenze fastidiose. La ratio dietro alla decisione ministeriale è quella di mettere fine ai grandi gruppi di vari individui che si mettevano assieme per dividere un permesso: e questo, a detta ufficiale, per diminuire i rischi. Ma non è vero che questi cambiamenti li diminuiscano. Ciascuno infatti può dire di essere un esperto alpinista, prendersi un cliente e andare. Se si trova poi nei pasticci deve chiedere comunque aiuto agli altri gruppi.

La vera ragione è materia di ipotesi. Può darsi che semplicemente le autorità nepalesi abbiano voluto reagire al clima negativo che i media alimentano al riguardo delle spedizioni grosse e condotte in economia. O magari questo è il risultato indesiderato del lavoro di lobby di chi era legittimamente preoccupato da quegli sherpa emergenti che, messisi in proprio, erano pronti a praticare sensibili sconti. Infatti ora è più facile per gli sherpa trovare clienti.

Le buone notizie riguardano le riduzioni per le spedizioni all’Everest fatte d’estate, d’autunno e d’inverno. Gli alpinisti che volessero ora salire sull’Everest nella stagione post-monsonica (autunno) devono pagare 5.500 dollari (e con il vantaggio di non essere in mezzo alla folla). Altra buona notizia è la riduzione per gli altri Ottomila, scesi da 5.000 dollari a 1.800 (in primavera).

Le autorità nepalesi hanno anche annunciato l’insediamento di forze di sicurezza al campo base dell’Everest, così da garantire la supervisione governativa in ogni momento. Si parla di un vero e proprio ufficio, con tanto di funzionari, esercito e polizia. A loro dire questo garantirà che gli alpinisti si sentano maggiormente sicuri. Anche se la montagna sarà di certo indifferente…

Sui rifiuti, non c’è dubbio: il problema si aggraverà, direi che è logico. Le modifiche alle tariffe sono mirate ad aumentare il numero di persone che convergeranno nel Khumbu con l’idea di tentare la vetta dell’Everest. Più gente = più rifiuti.
Dirò di più: è facilmente prevedibile, con l’aumento degli aspiranti summiters, un’escalation nella tipologia e durata dell’attrezzatura della via cui ad ogni stagione gli sherpa sono chiamati a provvedere. Nulla per esempio vieta di costruire una serie di bivacchi fissi al Colle Sud, per esempio, per non dire al Campo 2. Si potrebbero chiamare “campi a schiera”, come le nostre villette. Di certo l’ascensione all’Everest ne risulterà ulteriormente impoverita, e si ripeterà quanto già successo sul Monte Bianco (con trenini, funivie e rifugi) o sulla cresta del Leone al Cervino (con le corde fisse e con la Capanna Luigi Amedeo).
In questa ipotesi, si dirà che l’aumento delle strutture costituirà maggiore sicurezza. In realtà ne risulterà solo uno spostamento di soglia di attenzione, infatti si rischierà di più, nella convinzione che comunque le strutture fisse potranno rimediare all’aumento di temerarietà o incoscienza. Con lo stesso meccanismo che interviene quando si vuole scalare una parete qui sulle Alpi, alla cima della quale ci sia un bivacco fisso: danno temporali alle 14? Beh, per le 14 saremo già in cima, e lì caso mai c’è il bivacco. Errore di valutazione che è costato la vita a molti, più di quelli che invece ne hanno avuto un fortunoso beneficio.
Sull’Everest, alle carovane infinite dobbiamo fare abitudine: sarà sempre peggio. Perché la cronica mancanza di fantasia che spinge a salire la più alta montagna del mondo è un virus che si diffonderà come la peste. Può consolare notare che oggi la peste non c’è più? C’è stata per secoli, oggi per fortuna abbiamo altri tipi di pestilenze.

Postato 6 marzo 2014

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Le carovane infinite dell’Everest ultima modifica: 2014-03-06T07:08:59+00:00 da Alessandro Gogna

1 thought on “Le carovane infinite dell’Everest”

  1. “Sicurezza” anche là (sarà peste od orticaria? Vd. 2° mio commento allo scritto di ieri sulle Apuane).

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